Una notte qualsiasi 2
di
Tilde
genere
confessioni
Secondo tempo
Mi feci strada tra la massa sudata fino al cortiletto e di lì al bancone di legno lucido. L'aria qui era più fresca, carica di salsedine e profumi misti. Mi appoggiai al ripiano, cercando di riprendere fiato. Fu allora che notai l'uomo alla mia destra, in piedi.
Indossava una camicia bianca di lino leggero, le maniche arrotolate fino ai gomiti che rivelavano avambracci muscolosi e una leggera peluria scura. Una barba curata alla Pirandello. Stava girando un bicchiere tra le dita, affusolate da pianista, osservando la folla con un’espressione di annoiata superiorità. Reduce, forse, da una partita al piano di sopra.
Non faceva nulla di particolare, non ballava, non cercava di attirare l'attenzione. Semplicemente, stava lì, a sorseggiare qualcosa con una calma innaturale rispetto al caos circostante.
Si voltò. I suoi occhi erano scuri, profondi, mi fissarono; non come la carne da consumare dei ragazzi sulla pista, ma come se stessero leggendo una pagina interessante di un libro.
Lentamente, si avvicinò allo sgabello dove ero seduta, con tacchi e suole che cliccavano sul piancito facendo da preludio.
- Sembra che tu stia fuggendo da qualcosa - disse. La sua voce era bassa, un ronzio che superava il frastuono della musica senza bisogno di alzare il tono.
- Forse sto solo cercando di sopravvivere al rumore - risposi, voltandomi completamente verso di lui.
Lui era Paolo, come scoprii pochi istanti dopo, quando mi porse il bicchiere che stava tenendo in mano. Era un Gin Tonic, con una fetta di lime ancora intera.
- Bevi. Ti aiuterà a scendere sulla terra -
Sorrisi. Presi il bicchiere. Le nostre dita si sfiorarono per un secondo, un contatto fugace, ma intenso. Bevvi un sorso, il liquido amaro e freddo scese lungo la gola, risvegliandomi i sensi annientati dalla musica.
- Non sei di qui - osservai, sfiorando con le dita il suo braccio.
- No. E tu, Matilde, non sembri appartenere a quel circo lì in mezzo - rispose lui.
- Solo ballo, Paul - mentii spudorata, ed un brivido colpevole mi corse lungo la schiena.
- Sembra che tu, Matilde, stessi facendo molto più che danzare laggiù - osservò con un mezzo sorriso che saltellava sulle sue labbra.
Chinandosi leggermente verso di me, Il suo odore si rivelò intenso: legno di sandalo, tabacco; molto maschile e pulito. Il suo viso era ora a pochi centimetri dal mio, con le sue labbra che quasi mi sfiorarono il lobo, sussurrò che non gli piaceva condividere.
Poi posò una mano sulla mia coscia, sotto l'orlo del bancone, ma la pressione fu tale che avvertii il calore irradiarsi verso l'inguine. Le sue dita erano decise, diverse da quelle dei ragazzi sulla pista. C'era esperienza in quella mano.
- E chi ti ha detto che devi condividere? -
Il dialogo cambiò registro. Le parole iniziali, quelle di circostanza, caddero una a una, sostituite da un'intimità improvvisa e carica. Non parlavamo più della musica o del luogo, ma ci si guardava. Le sue pupille si dilatarono mentre io parlavo, mi accorsi che il mio respiro stava accelerando, slegandosi dal ritmo della discoteca per seguire un tempo nuovo, tutto suo.
- Andiamo via da qui -
Paolo finì il suo bicchiere in un sorso solo e lo posò con un tonfo secco. Come secco mi disse quelle parole. Non fu una richiesta, fu un comando.
Sorprendendomi, non esitai.
Uscimmo dalla disco senza che avessi il tempo di avvertire le mie amiche; ancora in pista alle prese con quei ragazzi. Lasciai il mojito ordinato sul bancone. Il barista mi guardò, spostò il drink sotto il piano e sorrise.
L'aria notturna era più fresca rispetto all'atmosfera soffocante dell'interno, quasi facendo venire i brividi alla mia pelle sudata. Paolo non mi diede il tempo di riprendermi. Prese la mia mano, con fermezza e possessività e la guidò attraverso la gente ancora in fila o a fumare. Una jeep nera, sotto un lampione poco distante, era la nostra meta.
Aprì la portiera del passeggero e mi fece salire dentro. L'interno dell'auto profumava stranamente di violetta. Paolo chiuse la porta e fece il giro, si accomodò sul sedile del guidatore. Non accese il motore. Non accese le luci di cortesia. Per un attimo, l'unica luce fu quella giallognola della lanterna comunale che filtrava attraverso il parabrezza.
Mi voltai verso di lui, con il cuore che batteva forte contro le costole in un misto di paura e desiderio. Avevo la voce che tremava leggermente quando gli chiesi: "ed adesso?"
Per risposta avviò l'auto, abbassò i finestrini e gridò con la testa fuori: "sono un uomo fortunato!", e dette gas.
L'abitacolo era un mondo a parte, avvolgente, in cui il vento entrava dispettoso a scapigliarmi ed asciugare le facce dal sudore estivo. L'asfalto scorreva sotto le ruote, e le luci del lungomare si susseguivano ferme e curiose; la sua mano lasciò il cambio e si posò sulla mia coscia. Non fu un gesto possessivo, ma lento, esplorativo. Le sue dita scivolarono sulla seta colore vino che mi copriva, risalendo verso l'interno.
Accarezzai quella mano e mi inclinai verso di lui; testa appoggiata alla sua spalla, iniziai a giocare con i bottoni della sua camicia, sfiorando il suo petto duro sotto il tessuto.
- Dove stiamo andando? - chiesi, ma la mia voce era un sussurro roco e, in realtà, non mi importava.
- In un posto dove possiamo sentirci - rispose lui, voltando l'auto in una stradina secondaria che si inoltrava verso la campagna.
Lasciammo le luci della Versilia alle spalle. Due o tre svolte dopo, la strada divenne più accidentata: uno sterrato costeggiato da alberi alti e neri che sembravano osservarci. Paolo frenò dolcemente. Si voltò verso di me, spalle al finestrino; feci la stessa cosa, sfiorando il suo ginocchio con il mio. Il motore si spense, lasciando il silenzio rotto solo dal fruscio del vento tra le foglie e le cicale; le parole che fluivano fra noi riempirono l'auto per minuti.
Quando arrivammo al mio compleanno, si protese verso di me e mi prese il viso tra le mani. La sua pelle era calda, ruvida nei punti giusti. Mi baciò, non ci fu premessa, nessuna esitazione. Fu un bacio che reclamava, che divorava. Le sue labbra erano morbide, ma la sua lingua era insistente, invadente. Io risposi con la stessa intensità, con le mie mani che gli si intrecciavano nei suoi capelli grigi, tirandolo verso di me, annullando la distanza tra i nostri corpi.
I sedili anteriori erano un ostacolo, ma non ci fermammo.
La sua mano trovò la pelle nuda della mia schiena, e un brivido mi percorse ogni vertebra. Non c'era più spazio per i pensieri razionali, per le domande, per il mondo esterno. C'era solo il calore, la pressione dei suoi muscoli contro i miei, il sapore del Gin e del desiderio.
- dietro? -
- dietro -
Ci spostammo sul sedile posteriore con una goffaggine ilare, ridendo basso tra un bacio e l'altro.
Lì, nell'oscurità dell'auto, ci liberammo di ogni inibizione. Fu un crescendo di tocchi, di pelle contro pelle, di mani che esploravano curve e muscoli con una fame che sembrava insaziabile.
La mia voglia di cazzo era andata troppo oltre per poter tornare alla brava ragazzina di sempre. Mi aggrappai alle sue spalle, tirando la camicia di lino per strapparla via; ci ripensai e fu un lento sbottonare per cercare la pelle calda che celava.
A torso nudo, un nuovo bacio fu più violento e famelico di prima, niente dolcezza, solo denti e lingua in una collisione disperata.
Le mani di Paolo scivolarono lungo il mio corpo, trovando l'orlo del vestito e risalendo sotto di esso con decisione. Le sue dita calde strisciarono lungo il liscio delle mie cosce, spalancandomi le gambe senza preamboli. Gemetti nella bocca di lui; soffocata dal suo bacio, dalla sua lingua affondata nella cavità calda ed umida delle mie guance; inarcai la schiena al tocco sui miei fianchi della sua mano.
Ma quando le sue dita raggiunsero il pizzo delle mie mutandine, Paolo sospirò contro le mie labbra.
L'eccitazione lo cambiò ed emerse una volgarità presto sopita.
- Sei già bagnata, puttana - sussurrò e, lo sporco di quella parola, fu come benzina sul fuoco per me.
- Per te - annuii, affondando i denti nel suo labbro inferiore.
Paolo si allontanò appena, giusto il tempo per fare scorrere il sedile e creare più spazio. Tornò su di me, le sue labbra lasciarono orfane le mie del suo sapore, ma scesero lentamente lungo il collo, mordendo la pelle sensibile dove la pulsazione del sangue era più forte. Chiusi gli occhi, la testa all'indietro contro il poggiatesta, le dita intrecciate nei capelli corti e spettinati di lui.
Le sue labbra continuarono la discesa, aprendo lo scollo del vestito per liberare il mio seno nudo. Non si prese il tempo di sfilarmi l'abito completamente, tirò giù le esili spalline esponendo il seno pallido al chiaro della luna. La sua bocca si chiuse su un capezzolo, succhiando forte, la lingua che ruotava velocemente mentre l'altra mano pizzicava l'altro capezzolo con una forza che mi fece urlare di piacere.
- Per favore - sussurrai implorante, non sapendo se chiedere che smettesse o che non si fermasse mai.
Paolo capì. Le sue mani scesero ai miei fianchi, afferrarono l'elastico delle mutandine e le tirarono giù con un movimento brusco. Strappate. "Matilde..." sospirò, mentre sollevai le anche per aiutarlo a liberarmi del tessuto bagnato. Paolo si spostò, inginocchiandosi sul sedile spazioso tra le mie gambe aperte un piede sull'orlo del sedile, l'altro, con la mia caviglia sottile, sospeso nell'aria dell'auto diventata torrida.
Senza avvertimento, Paolo affondò la faccia tra le mie cosce. La sua lingua era calda e ruvida, lisciando le mie labbra gonfie con decisione. Affondai i talloni nella sua schiena, le mani che premevano la sua testa più in basso. Le sue labbra trovarono il mio clitoride, succhiandolo ritmicamente, mentre una mano risaliva la mia gamba fino all'inguine, penetrando in me con due dita.
Gridai, di un suono smorzato, fra gli sportelli aperti dell'abitacolo. Le sue dita mi riempirono, curvando verso l'alto per trovare quel punto che mi faceva vedere le stelle. Mi stava scopando con la mano e la bocca contemporaneamente, un ritmo implacabile che mi tolse il respiro. La pressione nel basso ventre cresceva rapidamente, un fiume in piena che stava per rompere gli argini. Tutta me si strinse attorno a quelle dita, divorandole.
- Paolo... Non ce la faccio... sto per... - annaspai parole e gemiti, implorando, piangendo, godendo.
Un attimo. Un secondo infinitesimale prima del baratro. Lui si fermò.
Rimasi sospesa, bloccata in quella contrazione agonizzante, in quell’umiliante, bruciante desiderio che non trovava sfogo. Un "No..." lamentoso animalesco mi sfuggì.
- Sì. Non decidi tu quando venire. Decido io - sibilò lui.
la voce fu un lampo nell’oscurità. Le sue dita, bagnate di me, si ritirarono completamente. Sentii il movimento del suo corpo; i suoi occhi a godersi la mia nudità imperlata di sudore, fradicia di sé, graffiata.
- Questo è quello che vuoi -
- Per favore… - implorai; odiai la mia voce, la mia debolezza.
- Per favore, cosa? -
- Finiscimi -
Una risata bassa, oscura, soddisfatta. La sua. Mi aveva totalmente in possesso.
Si chinò su di me, sulla mia intimità oscenamente esposta e riprese lento in crescendo. La sua lingua batteva sul clitoride, le sue labbra suggevano e mordevano; mentre le sue dita mi martellavano e penetravano.
Mi gridò: "vieni adesso, troia!".
Ero già al limite e non ressi. Una contrazione violenta mi sollevò la schiena dal sedile, strinsi con tutta la forza che avevo le sue dita dentro di me, mentre l'orgasmo mi travolse; ondate di piacere che mi fecero tremare da capo a piedi.
Succhiò tutto, ogni goccia di me; le sue labbra, la sua lingua, continuavano a muoversi mentre non riuscivo a fermarmi, prolungarono l'orgasmo fino all'estasi, finché non dovetti spingerlo via per l'ipersensibilità.
Giacevo sul sedile, con il petto che si alzava e scendeva rapido e scomposto, il corpo inondato di endorfine. Paolo si alzò da me, aveva il viso lucido dei miei fluidi; si sfilò la cintura con un clangore metallico, lo guardai; Il suo cazzo, duro, premeva sotto il tessuto dei pantaloni. Lo liberò, e lo vidi pulsare nell'oscurità, rotta dal chiarore della luna, grosso e venoso.
Non c'era bisogno di parole. Era il mio turno.
Mi misi seduta, l'afferrai per le spalle e lo spinsi schiena contro il divano posteriore.
L'asta era davanti a me, turgida ed invitante, mi inginocchiai; desideravo il sapore della sua pelle sulla mia lingua. Lo presi con le mani, lo masturbai delicata mentre avvicinavo le mie labbra al suo glande incandescente. Mi fermò, non voleva che lo prendessi in bocca per donargli lo stesso piacere. Tirò a sé la mia faccia per rendermi il mio con un bacio.
Poi mi prese per la vita e mi arrampicai sopra di lui, avvolgendolo con le mie gambe.
Non mi staccai dalla sua bocca e, con le dita, guidai il suo cazzo, posizionando la punta all'orlo ancora contratto e umido. Mi abbassai lentamente, sentendolo allargarmi e riempirmi completamente. Era una sensazione di pienezza assoluta, un calore bruciante, quasi doloroso, che mi faceva sentire viva e desiderata.
Iniziai a muovermi, scivolando su e giù, sentivo i muscoli delle cosce che lavoravano, sentivo la sua virilità scorrere dentro di me. Ed il piacere che ricominciava ad impossessarsi della mia anima. Paolo mi afferrò per i fianchi, con le mani serrate sulla mia carne morbida imponeva il ritmo ai nostri corpi, che si scontravano con un cigolio e sciacquettio carnale. L'auto dondolava leggermente con i nostri movimenti, un piccolo mondo isolato nella radura buia.
Lo guardavo dritto negli occhi, godendo di lui, vedendo il godimento comporsi sul suo viso. Viso accarezzato dalle mie mani, dai ricci dei miei capelli mentre scopavamo con furia selvaggia, niente altro contava se non il suo cazzo dentro di me e l'odore del sesso che riempiva l'abitacolo. Stavo appagando lui, o me?
Era sesso primordiale, privo di quelle finzioni che avevo recitato in pista. Era reale, tangibile, brutale e dolce allo stesso tempo. I suoi gemiti si mescolavano ai miei, creando una melodia ancestrale che echeggiava tra le lamiere ed i vetri dell'auto, disperdendosi nel bosco.
Insieme, ci successe nel medesimo istante. Fu uno scatto brusco, un grido strozzato di entrambi, un morso al mio seno il suggello, mentre lui era totalmente dentro di me; mi inondò l'utero del suo seme. Ricordo che piansi, stavo piangendo di godimento.
Lentamente ripresi a muovermi, sentendo ogni goccia uscire da lui; il suo respiro, i suoi sospiri, i suoi gemiti, tutto era come il mio. Per un tempo indefinito continuai, nonostante non avessi più il controllo delle gambe; era una sensazione di completezza che non volevo finisse.
Poi crollai su di lui, singhiozzando.
Mi feci strada tra la massa sudata fino al cortiletto e di lì al bancone di legno lucido. L'aria qui era più fresca, carica di salsedine e profumi misti. Mi appoggiai al ripiano, cercando di riprendere fiato. Fu allora che notai l'uomo alla mia destra, in piedi.
Indossava una camicia bianca di lino leggero, le maniche arrotolate fino ai gomiti che rivelavano avambracci muscolosi e una leggera peluria scura. Una barba curata alla Pirandello. Stava girando un bicchiere tra le dita, affusolate da pianista, osservando la folla con un’espressione di annoiata superiorità. Reduce, forse, da una partita al piano di sopra.
Non faceva nulla di particolare, non ballava, non cercava di attirare l'attenzione. Semplicemente, stava lì, a sorseggiare qualcosa con una calma innaturale rispetto al caos circostante.
Si voltò. I suoi occhi erano scuri, profondi, mi fissarono; non come la carne da consumare dei ragazzi sulla pista, ma come se stessero leggendo una pagina interessante di un libro.
Lentamente, si avvicinò allo sgabello dove ero seduta, con tacchi e suole che cliccavano sul piancito facendo da preludio.
- Sembra che tu stia fuggendo da qualcosa - disse. La sua voce era bassa, un ronzio che superava il frastuono della musica senza bisogno di alzare il tono.
- Forse sto solo cercando di sopravvivere al rumore - risposi, voltandomi completamente verso di lui.
Lui era Paolo, come scoprii pochi istanti dopo, quando mi porse il bicchiere che stava tenendo in mano. Era un Gin Tonic, con una fetta di lime ancora intera.
- Bevi. Ti aiuterà a scendere sulla terra -
Sorrisi. Presi il bicchiere. Le nostre dita si sfiorarono per un secondo, un contatto fugace, ma intenso. Bevvi un sorso, il liquido amaro e freddo scese lungo la gola, risvegliandomi i sensi annientati dalla musica.
- Non sei di qui - osservai, sfiorando con le dita il suo braccio.
- No. E tu, Matilde, non sembri appartenere a quel circo lì in mezzo - rispose lui.
- Solo ballo, Paul - mentii spudorata, ed un brivido colpevole mi corse lungo la schiena.
- Sembra che tu, Matilde, stessi facendo molto più che danzare laggiù - osservò con un mezzo sorriso che saltellava sulle sue labbra.
Chinandosi leggermente verso di me, Il suo odore si rivelò intenso: legno di sandalo, tabacco; molto maschile e pulito. Il suo viso era ora a pochi centimetri dal mio, con le sue labbra che quasi mi sfiorarono il lobo, sussurrò che non gli piaceva condividere.
Poi posò una mano sulla mia coscia, sotto l'orlo del bancone, ma la pressione fu tale che avvertii il calore irradiarsi verso l'inguine. Le sue dita erano decise, diverse da quelle dei ragazzi sulla pista. C'era esperienza in quella mano.
- E chi ti ha detto che devi condividere? -
Il dialogo cambiò registro. Le parole iniziali, quelle di circostanza, caddero una a una, sostituite da un'intimità improvvisa e carica. Non parlavamo più della musica o del luogo, ma ci si guardava. Le sue pupille si dilatarono mentre io parlavo, mi accorsi che il mio respiro stava accelerando, slegandosi dal ritmo della discoteca per seguire un tempo nuovo, tutto suo.
- Andiamo via da qui -
Paolo finì il suo bicchiere in un sorso solo e lo posò con un tonfo secco. Come secco mi disse quelle parole. Non fu una richiesta, fu un comando.
Sorprendendomi, non esitai.
Uscimmo dalla disco senza che avessi il tempo di avvertire le mie amiche; ancora in pista alle prese con quei ragazzi. Lasciai il mojito ordinato sul bancone. Il barista mi guardò, spostò il drink sotto il piano e sorrise.
L'aria notturna era più fresca rispetto all'atmosfera soffocante dell'interno, quasi facendo venire i brividi alla mia pelle sudata. Paolo non mi diede il tempo di riprendermi. Prese la mia mano, con fermezza e possessività e la guidò attraverso la gente ancora in fila o a fumare. Una jeep nera, sotto un lampione poco distante, era la nostra meta.
Aprì la portiera del passeggero e mi fece salire dentro. L'interno dell'auto profumava stranamente di violetta. Paolo chiuse la porta e fece il giro, si accomodò sul sedile del guidatore. Non accese il motore. Non accese le luci di cortesia. Per un attimo, l'unica luce fu quella giallognola della lanterna comunale che filtrava attraverso il parabrezza.
Mi voltai verso di lui, con il cuore che batteva forte contro le costole in un misto di paura e desiderio. Avevo la voce che tremava leggermente quando gli chiesi: "ed adesso?"
Per risposta avviò l'auto, abbassò i finestrini e gridò con la testa fuori: "sono un uomo fortunato!", e dette gas.
L'abitacolo era un mondo a parte, avvolgente, in cui il vento entrava dispettoso a scapigliarmi ed asciugare le facce dal sudore estivo. L'asfalto scorreva sotto le ruote, e le luci del lungomare si susseguivano ferme e curiose; la sua mano lasciò il cambio e si posò sulla mia coscia. Non fu un gesto possessivo, ma lento, esplorativo. Le sue dita scivolarono sulla seta colore vino che mi copriva, risalendo verso l'interno.
Accarezzai quella mano e mi inclinai verso di lui; testa appoggiata alla sua spalla, iniziai a giocare con i bottoni della sua camicia, sfiorando il suo petto duro sotto il tessuto.
- Dove stiamo andando? - chiesi, ma la mia voce era un sussurro roco e, in realtà, non mi importava.
- In un posto dove possiamo sentirci - rispose lui, voltando l'auto in una stradina secondaria che si inoltrava verso la campagna.
Lasciammo le luci della Versilia alle spalle. Due o tre svolte dopo, la strada divenne più accidentata: uno sterrato costeggiato da alberi alti e neri che sembravano osservarci. Paolo frenò dolcemente. Si voltò verso di me, spalle al finestrino; feci la stessa cosa, sfiorando il suo ginocchio con il mio. Il motore si spense, lasciando il silenzio rotto solo dal fruscio del vento tra le foglie e le cicale; le parole che fluivano fra noi riempirono l'auto per minuti.
Quando arrivammo al mio compleanno, si protese verso di me e mi prese il viso tra le mani. La sua pelle era calda, ruvida nei punti giusti. Mi baciò, non ci fu premessa, nessuna esitazione. Fu un bacio che reclamava, che divorava. Le sue labbra erano morbide, ma la sua lingua era insistente, invadente. Io risposi con la stessa intensità, con le mie mani che gli si intrecciavano nei suoi capelli grigi, tirandolo verso di me, annullando la distanza tra i nostri corpi.
I sedili anteriori erano un ostacolo, ma non ci fermammo.
La sua mano trovò la pelle nuda della mia schiena, e un brivido mi percorse ogni vertebra. Non c'era più spazio per i pensieri razionali, per le domande, per il mondo esterno. C'era solo il calore, la pressione dei suoi muscoli contro i miei, il sapore del Gin e del desiderio.
- dietro? -
- dietro -
Ci spostammo sul sedile posteriore con una goffaggine ilare, ridendo basso tra un bacio e l'altro.
Lì, nell'oscurità dell'auto, ci liberammo di ogni inibizione. Fu un crescendo di tocchi, di pelle contro pelle, di mani che esploravano curve e muscoli con una fame che sembrava insaziabile.
La mia voglia di cazzo era andata troppo oltre per poter tornare alla brava ragazzina di sempre. Mi aggrappai alle sue spalle, tirando la camicia di lino per strapparla via; ci ripensai e fu un lento sbottonare per cercare la pelle calda che celava.
A torso nudo, un nuovo bacio fu più violento e famelico di prima, niente dolcezza, solo denti e lingua in una collisione disperata.
Le mani di Paolo scivolarono lungo il mio corpo, trovando l'orlo del vestito e risalendo sotto di esso con decisione. Le sue dita calde strisciarono lungo il liscio delle mie cosce, spalancandomi le gambe senza preamboli. Gemetti nella bocca di lui; soffocata dal suo bacio, dalla sua lingua affondata nella cavità calda ed umida delle mie guance; inarcai la schiena al tocco sui miei fianchi della sua mano.
Ma quando le sue dita raggiunsero il pizzo delle mie mutandine, Paolo sospirò contro le mie labbra.
L'eccitazione lo cambiò ed emerse una volgarità presto sopita.
- Sei già bagnata, puttana - sussurrò e, lo sporco di quella parola, fu come benzina sul fuoco per me.
- Per te - annuii, affondando i denti nel suo labbro inferiore.
Paolo si allontanò appena, giusto il tempo per fare scorrere il sedile e creare più spazio. Tornò su di me, le sue labbra lasciarono orfane le mie del suo sapore, ma scesero lentamente lungo il collo, mordendo la pelle sensibile dove la pulsazione del sangue era più forte. Chiusi gli occhi, la testa all'indietro contro il poggiatesta, le dita intrecciate nei capelli corti e spettinati di lui.
Le sue labbra continuarono la discesa, aprendo lo scollo del vestito per liberare il mio seno nudo. Non si prese il tempo di sfilarmi l'abito completamente, tirò giù le esili spalline esponendo il seno pallido al chiaro della luna. La sua bocca si chiuse su un capezzolo, succhiando forte, la lingua che ruotava velocemente mentre l'altra mano pizzicava l'altro capezzolo con una forza che mi fece urlare di piacere.
- Per favore - sussurrai implorante, non sapendo se chiedere che smettesse o che non si fermasse mai.
Paolo capì. Le sue mani scesero ai miei fianchi, afferrarono l'elastico delle mutandine e le tirarono giù con un movimento brusco. Strappate. "Matilde..." sospirò, mentre sollevai le anche per aiutarlo a liberarmi del tessuto bagnato. Paolo si spostò, inginocchiandosi sul sedile spazioso tra le mie gambe aperte un piede sull'orlo del sedile, l'altro, con la mia caviglia sottile, sospeso nell'aria dell'auto diventata torrida.
Senza avvertimento, Paolo affondò la faccia tra le mie cosce. La sua lingua era calda e ruvida, lisciando le mie labbra gonfie con decisione. Affondai i talloni nella sua schiena, le mani che premevano la sua testa più in basso. Le sue labbra trovarono il mio clitoride, succhiandolo ritmicamente, mentre una mano risaliva la mia gamba fino all'inguine, penetrando in me con due dita.
Gridai, di un suono smorzato, fra gli sportelli aperti dell'abitacolo. Le sue dita mi riempirono, curvando verso l'alto per trovare quel punto che mi faceva vedere le stelle. Mi stava scopando con la mano e la bocca contemporaneamente, un ritmo implacabile che mi tolse il respiro. La pressione nel basso ventre cresceva rapidamente, un fiume in piena che stava per rompere gli argini. Tutta me si strinse attorno a quelle dita, divorandole.
- Paolo... Non ce la faccio... sto per... - annaspai parole e gemiti, implorando, piangendo, godendo.
Un attimo. Un secondo infinitesimale prima del baratro. Lui si fermò.
Rimasi sospesa, bloccata in quella contrazione agonizzante, in quell’umiliante, bruciante desiderio che non trovava sfogo. Un "No..." lamentoso animalesco mi sfuggì.
- Sì. Non decidi tu quando venire. Decido io - sibilò lui.
la voce fu un lampo nell’oscurità. Le sue dita, bagnate di me, si ritirarono completamente. Sentii il movimento del suo corpo; i suoi occhi a godersi la mia nudità imperlata di sudore, fradicia di sé, graffiata.
- Questo è quello che vuoi -
- Per favore… - implorai; odiai la mia voce, la mia debolezza.
- Per favore, cosa? -
- Finiscimi -
Una risata bassa, oscura, soddisfatta. La sua. Mi aveva totalmente in possesso.
Si chinò su di me, sulla mia intimità oscenamente esposta e riprese lento in crescendo. La sua lingua batteva sul clitoride, le sue labbra suggevano e mordevano; mentre le sue dita mi martellavano e penetravano.
Mi gridò: "vieni adesso, troia!".
Ero già al limite e non ressi. Una contrazione violenta mi sollevò la schiena dal sedile, strinsi con tutta la forza che avevo le sue dita dentro di me, mentre l'orgasmo mi travolse; ondate di piacere che mi fecero tremare da capo a piedi.
Succhiò tutto, ogni goccia di me; le sue labbra, la sua lingua, continuavano a muoversi mentre non riuscivo a fermarmi, prolungarono l'orgasmo fino all'estasi, finché non dovetti spingerlo via per l'ipersensibilità.
Giacevo sul sedile, con il petto che si alzava e scendeva rapido e scomposto, il corpo inondato di endorfine. Paolo si alzò da me, aveva il viso lucido dei miei fluidi; si sfilò la cintura con un clangore metallico, lo guardai; Il suo cazzo, duro, premeva sotto il tessuto dei pantaloni. Lo liberò, e lo vidi pulsare nell'oscurità, rotta dal chiarore della luna, grosso e venoso.
Non c'era bisogno di parole. Era il mio turno.
Mi misi seduta, l'afferrai per le spalle e lo spinsi schiena contro il divano posteriore.
L'asta era davanti a me, turgida ed invitante, mi inginocchiai; desideravo il sapore della sua pelle sulla mia lingua. Lo presi con le mani, lo masturbai delicata mentre avvicinavo le mie labbra al suo glande incandescente. Mi fermò, non voleva che lo prendessi in bocca per donargli lo stesso piacere. Tirò a sé la mia faccia per rendermi il mio con un bacio.
Poi mi prese per la vita e mi arrampicai sopra di lui, avvolgendolo con le mie gambe.
Non mi staccai dalla sua bocca e, con le dita, guidai il suo cazzo, posizionando la punta all'orlo ancora contratto e umido. Mi abbassai lentamente, sentendolo allargarmi e riempirmi completamente. Era una sensazione di pienezza assoluta, un calore bruciante, quasi doloroso, che mi faceva sentire viva e desiderata.
Iniziai a muovermi, scivolando su e giù, sentivo i muscoli delle cosce che lavoravano, sentivo la sua virilità scorrere dentro di me. Ed il piacere che ricominciava ad impossessarsi della mia anima. Paolo mi afferrò per i fianchi, con le mani serrate sulla mia carne morbida imponeva il ritmo ai nostri corpi, che si scontravano con un cigolio e sciacquettio carnale. L'auto dondolava leggermente con i nostri movimenti, un piccolo mondo isolato nella radura buia.
Lo guardavo dritto negli occhi, godendo di lui, vedendo il godimento comporsi sul suo viso. Viso accarezzato dalle mie mani, dai ricci dei miei capelli mentre scopavamo con furia selvaggia, niente altro contava se non il suo cazzo dentro di me e l'odore del sesso che riempiva l'abitacolo. Stavo appagando lui, o me?
Era sesso primordiale, privo di quelle finzioni che avevo recitato in pista. Era reale, tangibile, brutale e dolce allo stesso tempo. I suoi gemiti si mescolavano ai miei, creando una melodia ancestrale che echeggiava tra le lamiere ed i vetri dell'auto, disperdendosi nel bosco.
Insieme, ci successe nel medesimo istante. Fu uno scatto brusco, un grido strozzato di entrambi, un morso al mio seno il suggello, mentre lui era totalmente dentro di me; mi inondò l'utero del suo seme. Ricordo che piansi, stavo piangendo di godimento.
Lentamente ripresi a muovermi, sentendo ogni goccia uscire da lui; il suo respiro, i suoi sospiri, i suoi gemiti, tutto era come il mio. Per un tempo indefinito continuai, nonostante non avessi più il controllo delle gambe; era una sensazione di completezza che non volevo finisse.
Poi crollai su di lui, singhiozzando.
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