Rosso e pentagramma verde

di
genere
etero

Ore 9.40.
Volo alle undici e mezza da Pisa.


L'afa sta già togliendo il fiato ed il Sole, implacabile, brilla minacciando un torrido che nemmeno le cicale festeggiano.
La partenza è un macello, con Ale che non ha messo niente nel trolley. Me lo dice così, per cel, quando lo chiamo per sapere dove cazzo fosse.

Andrea e Diego sono a casa mia dalle nove e dieci, in calzoncini e camicia con l'occhio assonnato, più impazienti di me.
Greta ha dormito qui. È bellissima, senza neppure una linea agli occhi e i capelli neri raccolti in una treccia arruffata fino a metà schiena, fasciata di pant bianchi e maglietta verde, mia, forse troppo stretta per il suo seno pieno; sta raccogliendo le raccomandazioni uggiose di mio padre.
Sotto gli occhi a cuore di Diego.
Sara e suo fratello Davide ci aspettano in aeroporto.

- Tranquilla, amore, qualcosa prendo ed arrivo. - dice lui.
- Per me puoi venire anche nudo, il che è molto sexy, ma l'aereo non aspetta. -

Di parola lo è, nemmeno dieci minuti ed il suo gippino entra nel vialetto di casa mia scricchiolando ghiaia.
Sorrisi, baci e abbracci, ma c'è da partire; un'ora ci vuole e siamo ai limiti.

Guida Diego con la sua. Greta si siede davanti con lui ed un velo di gelosia passa nei miei occhi. Ale lo nota e stempera voltandomi il viso e baciandomi. Di Andrea, seduto accanto a me, sento la mano calda sul ginocchio.
Rispetta l'amico e la mia scelta, ma conosco la sua sofferenza.

Dal parcheggio al gate è quasi una corsa. Però in tempo. Last call, ma in tempo.

A bordo la disposizione random ci ha sparpagliati. Il caso ha diviso l'unica coppia del gruppo e mi ha dato un tizio marocchino in fondo all'aereo. Tre ore di viaggio in cui nulla di sconcio succede, se non qualche effusione un po' troppo spinta che la hostess riprende e che fa ridacchiare la ragazzina a sedere in fianco a me.

- Ciao, mi chiamo Giada, tu? -
- Ciao, io Matilde. Viaggi da sola? -
- Sono con babbo, ma lui è laggiù davanti. Hai litigato con quel ragazzo? -
- Quello che è seduto lì a tre sedili? No, è un amico, perché? -
- Peccato non siete vicini, secondo me tu gli piaci. -
- Sai che in parte hai ragione? -
- Mamma me lo diceva che vedo le cose. Tu sei mamma? -
- No, tesoro, ma ho una sorella della tua età e rossina come te. Ho la sensazione che qualcos'altro ci accomuni. -
- Deve essere bello avere una sorella. Ci credi che non esiste il caso? -
- Più che altro impegnativo. Sì, ci credo. Tu? -
- Anche io. Mi dispiace per la tua, la mia non è più tornata da un anno. La vuoi vedere? -

Giada mi mostra sua mamma, così simile a me che mi s'arrossano gli occhi.
Intanto vedo alzarsi un uomo da metà aereo e venire verso il fondo; a due file vedo che si ferma e mi fissa, poi guarda Giada e di nuovo me. La gelosia di Ale non tarda a farsi viva con un'occhiata da lontano. L'uomo mi guarda ancora, accenna un sorriso alla figlia e poi torna sui suoi passi.

- Lui è babbo, si chiama Gabriele. -

Poi si appoggia a me e chiude gli occhi.
Mi accorgo che Andrea ci sta guardando in piedi a fianco il sedile, faccio una faccia interrogativa.

- Assomiglia a Gin. -risponde- Sono sempre più convinto che tu saresti la donna della mia vita. -
- Scemo. E se fossi una fregatura? -
- Non lo sei. -
- Andy, smettila. -

Il primo Riad è nella medina a tre strade da piazza el-Fna; Immensa e chiassosa.
Solo due camere per noi, una maschi l'altra femmine.
Il proprietario, un berbero - come dice lui in ottimo italiano - con parecchie lune passate alle spalle, ci accoglie con un tè aromatico, molto buono, ma da ustione; mentre un ragazzo porta le valigie di noi "pulzelle" in stanza.

- Era un mercato vario ed interessante fino ad una trentina di anni fa, adesso un niente turistico senza anima. Ma si mangia bene. -

Lo dice il proprietario mentre usciamo.
In effetti la piazza, verso sera, è un casino di gente che ti tira da ogni parte per mangiare o che ti vuol vendere qualcosa con insistenza, soprattutto ciò che non ti interessa. In lontananza c'è il minareto illuminato, che fa ricordare d'essere in un paese musulmano, ma intorno è il trabocco di souvenir, banchi di frutta tutti uguali e tende fumose di cotture improvvisate che potresti essere ovunque.
Devo ammettere che ha ragione.

Il giro però migliora ed i vicoli del suk hanno un minimo di autenticità, fosse anche solo per i tappeti e le lampade, o i motorini che sfrecciano strombazzando. Ma potresti anche essere a Napoli.
Palazzo Bahia è in parziale ristrutturazione, Diego insiste ed entriamo. Altro che parziale, più di metà... Però ti senti in Marocco. Per Andy è meglio il Riad, almeno c'è la piscina e qualche quadro.
Ridiamo come idioti.

La stanchezza c'è, specie di Davide, così decidiamo di tornare presto e stare un po' in terrazza sul tetto. Un venticello soffia e, insieme alle luci di Marrakech, crea un'atmosfera dorata piacevole. Fra parole, scherzi, terea e niente alcool facciamo mezzanotte. Gli altri scendono, ma io ed Ale restiamo ancora per un bacio, seduti sul divano. Davanti il tavolino di vetro e ciò che resta di una peccaminosa brocca di spremuta d'arance.

È appoggiato allo schienale, una mano dietro la nuca, l'altra accosto a me; la luce che sale dalla strada illumina il suo viso ancora rasato e brilla nei suoi occhi neri, scappo dal suo sguardo che mi sta spogliando e mi verso un ultimo goccio. Si avvicina e la sua mano prende la mia, facendomi posare il bicchiere.

- Non è questa la tua sete. -

È un sussurro etereo sulla mia pelle, Le sue labbra su di me, un piccolo bacio, delicato, casto, sulla guancia; poi un altro, più lungo, dietro l'orecchio, respirando il mio odore d'ambra, un sospiro, poi ancora uno, più giù; il collo l'obbiettivo.

Le sue mani mi scoprono le spalle spostando le mie ciocche. Il suo tocco è il premio che aspetto dal mattino. I polpastrelli scorrono leggeri sulla mia pelle, brividi che lui solo mi fa provare. Mi spinge sui cuscini di raso. Esito nel timore che ci sentano dalla stanza, al di là del parapetto che dà sul cortile. Lo scosto da me con uno "smetti" lamentoso che è un invito a continuare.
Cricchiola il legno, nel fruscio di tela e stoffa; solo voci lontane dalla strada tre piani sotto di noi e l'odore della menta nei vasi sul muretto.
Lui è dolce con me, sa che amo essere toccata, baciata in ogni centimetro di pelle. Tutto ciò che sarebbe solletico sotto le dita di chiunque è piacere che arde con le sue.

Il vento caldo si alza quel tanto che basta per asciugare il sudore che gli imperla la fronte, che brilla nel riflesso della Luna.
Lo accarezzo, risalendo le sue braccia forti che mi tengono al sicuro, sormonto il lino blu che copre le sue spalle, il suo collo fra i miei palmi, poi il viso, lo avvicino a me.
Le mie labbra vibrano anelando le sue.

Si nega, prezioso, sadico.

Le sue mani lievi su di me, s'insinuano fra le esili spalline e le clavicole lisce, il top nero è un brandello pudico che scivola con le dita a scoprire più pelle sensibile, un tremito accoglie il suo sfiorarmi i seni.

Le sue labbra si negano ancora alle mie, che sospirano dei primi baci al mio petto nudo. Annego le mie mani nei suoi capelli e stringo la sua testa a me, a soffocare il suo respiro sulle braci delle mie carni.

- Ti amo Matilde. -
- Non mi mollare mai più. -

Lascio che mi sfili il top, mentre lo sto desiderando con ogni atomo di me; lui si protende su di me, è un fugace contatto fra le nostre bocche, ma che mi manda quasi in estasi.
Si fa spazio tra le mie gambe, assecondo i movimenti lenti del suo bacino, delle sue ginocchia che aprono le mie.

Le mie mutandine violette pregne della mia voluttuosità ancora prima che il suo sesso prema contro il mio.

La mia voglia di lui, del suo cazzo, diventa inarrestabile. Gli tolgo la camicia strappando bottoni, devo avere la sua pelle nuda su di me. Gli slaccio la cintura, il pizzico dell'ardiglione una divina tortura per la mia pancia irrorata di sudore e saliva. Si muove su di me per aiutarmi a privarlo dei pantaloni che, docili, scivolano via fino ai piedi.

È lì, la sento premere contro di me. Potente, dura. Due sottili strati di cotone separano la sua erezione dal lago del mio godimento.

Ma tutto s'interrompe con il ritmico scalpiccio di passi sulle scale. Afferriamo al volo un telo giallo abbandonato e ci compriamo stupidamente, con le nostre vesti sparpagliate per il pavimento della terrazza.

- Hi guys! -
- Good night to you. -

Il nostro saluto è impacciato e ricoperto di vergogna, mentre i due entrano in camera loro sghignazzando, ma con una strana idea che inizia a crescere.
Pochi minuti ed il silenzio è rotto da un gemito che non è il mio.

Il giallo vola via, planando su di una palmetta in vaso. Le sue dita tornano su di me sfilandomi ciò che mi è rimasto addosso. Al suono liquido che sfugge alla stanza fanno eco le dita di Ale sulla mia intimità. Da sotto l'elastico, spunta il cazzo di Ale, ostaggio delle mie mani e lucido da quanto è teso.

Cricchiolii e mugolii dalla stanza aumentano, in una sfida al piacere in cui un uomo vuole godere ed un altro vuole fare godere.

Ale affonda la faccia su di me, la sua lingua batte, le sue labbra succhiano ogni centimetro della mia pelle che possa farmi perdere conoscenza.
Non vuole primeggiare, ha solo bisogno di ascoltare la mia voce, i miei "ancora", il mio corpo contorcersi nell'orgasmo.
Trascino il mio uomo sulla mia faccia e regalo a lui le stesse sensazioni.
Un primo grido quando mi morde il clitoride, uno suo al penetrarmi fino a spingere contro la gola da togliermi il fiato. Un secondo mio, più forte, al suo violarmi il culo.

L'urlo dalla stanza è un grugnito animale, tanto forte quanto maschile, lei flebile, quasi silente.

Rovescio l'uomo che mi avrà finché vorrà, supino, nudo; il cazzo che svetta e brilla nell'avorio della luna, delle luci che salgono dai vicoli. La mia saliva, la sua, i miei godimenti sono un lubrificante perfetto, senza il minimo dolore mi impalo su di lui. Lentamente il glande penetra in me dilatandomi. Gode l'uomo di me, godo io di lui.

Salgo e scendo su di lui. Ogni contrazione delle cosce amplifica il mio piacere. Ne sento ogni venuzza, ogni imperfezione è un di più che mi spinge all'orgasmo. Le sue mani sui miei fianchi vorrebbero rallentarmi ancora, ma so che sono vicina ed il mio desiderio è che goda insieme a me. Alzo il ritmo, ogni ricaduta è uno schiaffo liquido.
Stringo i suoi palmi sui miei seni, le mie cosce attorno le sue. La mia fica stritola il suo cazzo in me ad ogni risalita.
Rantola, grida il mio nome, ansima e si trattiene. Sento che sta per esplodere in me, contrazioni, spasmi, gemiti, tutto è fuori controllo; i suoi occhi chiusi. Il suo viso contratto.

- Lasciati andare amore, godi di me, godi con me -

La mia voce è un lamento rauco, rotto dai guaiti di una cagna in calore.

Getto la testa all'indietro aggrappandomi alle sue caviglie, ho gli occhi chiusi. Del suo cazzo ogni piccolo tremito è un'onda in me, sta per inondarmi. Sta scorrendo in me senza sosta, stritolando il mio clitoride contro il suo pube. Mi sembra di vedermi da fuori contorcermi.
È un'onda che cresce impetuosa, il calore al mio basso ventre è immenso, mi brucia; godo. Le gambe non le sento più; godo. Mi alzo fin quasi sfilarlo da me. Lui grida più forte ed il mio nome risuona nei chiassini. Lo affondo di nuovo in me, tutto, fino a sentire sbattere le palle contro il mio culo ed è il suo nome che esce da me, fino perdere la voce; fra i singhiozzi.
scritto il
2026-08-22
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