Una notte qualsiasi 3
di
Tilde
genere
confessioni
Terzo tempo
Paolo si era allontanato per un attimo da me, rovistando tra i sedili in cerca di tabacco, accese la sua paglia, ma un braccio restò disteso su di me, col calore del suo palmo sul mio ginocchio, io l'accarezzavo lentamente, ascoltando il suo respiro sulla mia spalla che mi solleticava il collo. Fra noi un silenzio appagato, nel canto ancora incessante delle cicale, con la luce della luna che, filtrando attraverso i rami degli alberi, colpiva i nostri corpi nudi e madidi, come in un Caravaggio o un Gherardo delle notti.
D'un tratto si sistemò i pantaloni, il gesto pratico e brusco di chi ha finito. Senza una parola, senza guardarmi, si rivestì completamente. Io mi raddrizzai a fatica, con le gambe che tremavano ed il vestito ridotto a uno straccio bagnato.
Stavo ancora cercando di allacciarmi i sandali quando lo vidi chinarsi. Raccoglieva qualcosa dal tappeto dell’auto: le mie mutandine di pizzo nero, strappate e umide di me.
Le guardai infilarsi nella tasca dei suoi pantaloni con un’azione rapida, possessiva. Un brivido diverso, fatto di rabbia e di un’eccitazione residua, mi percorse.
- Dammele -dissi, con voce ancora roca- Paolo, dammi le mie mutandine -
- Trofeo di guerra - sorrise, di un sorriso da stronzo sicuro di sé.
- Non sono un tuo trofeo! - protestai.
Allungai una mano nella sua tasca, con le dita cercai quel brandello di tessuto; lui non mi fermò. Afferrai il laccio e lo tirai fuori. Con lo strattone, qualcosa cadde dalla tasca, tintinnando tra le plastiche fra i sedili.
La luce della luna ne brillò la forma sul nero della moquette. Un anello.
Una fede d’oro, semplice e maschile.
Il mondo sembrò fermarsi per un battito. Raccolsi il metallo freddo tra le mie dita brucianti. Alzai lo sguardo verso di lui. La sua maschera di sicurezza era crollata, sostituita da un lampo di panico.
- Tu hai una fede - sussurrai in tono piatto e morto.
- Matilde, ascolta… -
- Mi hai mentito - La frase non era un’accusa urlata, era un fatto. Freddo e tagliente.
- Non è quello che pensi... È… è complicato - balbettò stridulo.
Un riso breve e amaro mi sfuggì.
- Complicato? Abbiamo scopato in un bosco e hai una fede in tasca. Mi sembra chiarissimo -
Feci per aprire la portiera e fuggire, nonostante le gambe molli e doloranti.
Mi afferrò per un braccio ricacciandomi sul sedile.
- Aspetta. Non è così... -
La sua presa era forte. Si avvicinò, il suo respiro ancora carico del nostro sudore. Cercò la mia bocca, in un tentativo goffo e disperato di zittirmi con un bacio, di riportare la situazione nel territorio animale e semplice del sesso.
Lo respinsi con tutta la forza che mi era rimasta, schiaffeggiandogli via il viso. Lo guardai con puro disprezzo, gridando di non toccarmi e di portarmi a casa all'istante.
La tensione nell’aria era diventata velenosa. Lui rimase immobile per un secondo, poi, con un ghigno forzato, annuì. Si accomodò al posto di guida senza dire altro. Io mi sistemai all’altro lato, stringendo la fede nella mano fino a farmi male, fissando il buio oltre il parabrezza sporco. L’odore del sesso, in quel momento, mi dava nausea. Il calore che mi colava ancora tra le cosce non era più eccitazione, era solo vergogna.
Il motore si riaccese con un brivido, rompendo il silenzio. Paolo ingranò la retromarcia ed i fari bucarono il buio. Il viaggio procedette in silenzio.
Strinsi nella mano ancora per un po' la fede, con la voglia di gettarla via, poi pensai a lei. Una lacrima mi sgorgò e riposi il simbolo di fedeltà sul portaoggetti fra i nostri sedili.
Ma lo schifo che provavo per lui, per me stessa, non era riuscito a spegnere la fiamma che lui aveva acceso. Le mie cosce erano ancora umide, non solo di vergogna. Ogni sobbalzo dell’auto sulla strada dissestata mi provocava un fremito, il dolore che si mescolava a un ricordo bruciante di piacere. Mi morsi il labbro, fissando la strada.
- Ti eccita ancora, vero? Anche adesso che sai tutto. Il tuo corpo è una puttana più sincera di te -
Lo disse neutro, non un'accusa, una semplice constatazione. Era vero.
Avevo perso la testa per l'uomo, per la sua conoscenza, la sua fisica, per le parole che ci eravamo scambiati in quelle poche ore, non per il sesso in sé. Sto mentendo; il sesso penso ancora che sia stato il più appagante che abbia fatto.
- Stai zitto! - sibilai, senza voltarmi.
- Perché? È la verità. Sento il tuo odore da qui. Sei ancora bagnata. Per me -
Sterzò bruscamente, prendendo una viuzza buia.
- Quel buco del culo che ti ho sfondato sta ancora pulsando. E tu ci stai pensando -
- Ti odio! - dissi, ma la mia voce tremò.
- Non importa. L’odio non spegne il fuoco. Lo alimenta - sospirò sibillino.
- Dove stai andando? No, basta, portami a casa... -
Ma lo dissi in un tono che sembrava più un: "se insisti te la do ancora".
Mi accarezzò una coscia con un ghigno malefico sul viso; non lo scacciai. E si avvicinò come per baciarmi.
- Vedi? -mormorò contro le mie labbra con la voce roca di trionfo- questo è quello che sei: una troia che viene con la fede di un altro in mano. La mia troia -
Mi dette un bacio sulla guancia.
- Ti sto portando a casa, tranquilla -
Era vero, il viottolo portò dritti ad una via residenziale vicina. Spense i fari sotto un lampione a vapori di sodio che spandeva una luce sporca e gialla.
- È qui che scendi - comandò.
- Mi hai usata - gli urlai in faccia con rabbia.
- E tu ti sei fatta usare. Fino in fondo - rispose, senza guardarmi.
Scavai nella borsetta, le dita incontrarono le mutandine strappate. Tirai fuori quel brandello umido e indecente. Gliele gettai in grembo.
- Tieni. Un ricordo della tua puttana -
Lui le raccolse, le strinse nel pugno. Un sorriso storto gli increspò le labbra ringraziando.
Aprii la portiera. L’aria della notte mi investì, afosa sulla pelle sudata. Mi afferrò una mano ed un brivido mi percorse. Prima di scendere, le sue parole mi raggiunsero, basse e chiare.
- Sei stata brava. A prendere tutto. A venire quando te l’ho ordinato -
Serrai i denti, uscii dall’auto. La portiera si richiuse con un tonfo sordo. L’auto rimase lì, ferma, il motore al minimo. Feci due passi sul marciapiede, le gambe non mi sostenevano. Mi fermai sotto il lampione, con la luce che mi inondava, esponendomi.
Mi voltai. Lui era seduto al posto di guida, il viso in ombra, illuminato solo dal bagliore ambrato del cruscotto. Mi stava guardando. Aspettava.
Capii. Non se ne sarebbe andato finché non avesse visto.
Con uno sforzo che mi lacerò dentro, mi irrigidii. Sollevai il mento. Lo guardai dritto attraverso il parabrezza, mentre la luce gialla del lampione mi illuminava tutta, come su di un palcoscenico. Come una meretrice in attesa del prossimo cliente. Come una puttana.
Lo vidi annuire, appena. Poi, lentamente, l’auto si mosse. Si allontanò lungo la strada, inghiottita dall’oscurità.
Rimasi lì, sotto quella luce crudele, sentendo il suo seme che mi colava lungo le cosce, sotto ciò che restava dell'abito rosso. Umiliata, scaricata, completamente sua. Fino all’ultimo.
Dovevo muovermi. Qualcuno poteva vedere. Ma il pensiero di camminare, di sentirmi quella puttana che zoppica verso casa, mi paralizzava. Chiusi gli occhi. Vidi il suo sorriso storto mentre stringeva le mie mutandine nel pugno. Sentii la sua voce ferma che mi ripeteva: "grazie" e "Sei stata brava".
Un gemito basso mi sfuggì dalle labbra. Non di piacere, ma di un’amarezza così profonda da raschiare la gola. Camminai. Ogni passo produceva un leggero, umido sfregamento tra le mie cosce e la pelle sensibile mi bruciava, irritata dai suoi peli e dalla sua violenza. Sentivo il mio sesso gonfio, dolorante, ancora incredibilmente aperto. Il suo cazzo mi aveva sfondata in ogni modo e, il mio corpo, il mio culo traditore, serravano ancora il ricordo di quella penetrazione.
Il suono dei miei tacchi sul selciato mi accompagnava scandalosamente alto, era un annuncio: "Eccomi, la troia che torna a casa piena". Le parole che mi aveva urlato nell’orecchio mentre mi scopava il culo risuonavano nitide nella testa: "Dillo. Di’ di essere la mia troia"
- La tua troia - sussurrai al vento
Le lacrime che, finalmente e silenziose, mi rigarono il viso, non furono una liberazione, ma la conferma. Lui aveva vinto. Aveva ottenuto tutto: il mio corpo, la mia vergogna, la mia complicità. E ora mi aveva lasciata lì, a portare a casa il suo marchio, il ricordo fisico del suo possesso che stava colando via.
Paolo si era allontanato per un attimo da me, rovistando tra i sedili in cerca di tabacco, accese la sua paglia, ma un braccio restò disteso su di me, col calore del suo palmo sul mio ginocchio, io l'accarezzavo lentamente, ascoltando il suo respiro sulla mia spalla che mi solleticava il collo. Fra noi un silenzio appagato, nel canto ancora incessante delle cicale, con la luce della luna che, filtrando attraverso i rami degli alberi, colpiva i nostri corpi nudi e madidi, come in un Caravaggio o un Gherardo delle notti.
D'un tratto si sistemò i pantaloni, il gesto pratico e brusco di chi ha finito. Senza una parola, senza guardarmi, si rivestì completamente. Io mi raddrizzai a fatica, con le gambe che tremavano ed il vestito ridotto a uno straccio bagnato.
Stavo ancora cercando di allacciarmi i sandali quando lo vidi chinarsi. Raccoglieva qualcosa dal tappeto dell’auto: le mie mutandine di pizzo nero, strappate e umide di me.
Le guardai infilarsi nella tasca dei suoi pantaloni con un’azione rapida, possessiva. Un brivido diverso, fatto di rabbia e di un’eccitazione residua, mi percorse.
- Dammele -dissi, con voce ancora roca- Paolo, dammi le mie mutandine -
- Trofeo di guerra - sorrise, di un sorriso da stronzo sicuro di sé.
- Non sono un tuo trofeo! - protestai.
Allungai una mano nella sua tasca, con le dita cercai quel brandello di tessuto; lui non mi fermò. Afferrai il laccio e lo tirai fuori. Con lo strattone, qualcosa cadde dalla tasca, tintinnando tra le plastiche fra i sedili.
La luce della luna ne brillò la forma sul nero della moquette. Un anello.
Una fede d’oro, semplice e maschile.
Il mondo sembrò fermarsi per un battito. Raccolsi il metallo freddo tra le mie dita brucianti. Alzai lo sguardo verso di lui. La sua maschera di sicurezza era crollata, sostituita da un lampo di panico.
- Tu hai una fede - sussurrai in tono piatto e morto.
- Matilde, ascolta… -
- Mi hai mentito - La frase non era un’accusa urlata, era un fatto. Freddo e tagliente.
- Non è quello che pensi... È… è complicato - balbettò stridulo.
Un riso breve e amaro mi sfuggì.
- Complicato? Abbiamo scopato in un bosco e hai una fede in tasca. Mi sembra chiarissimo -
Feci per aprire la portiera e fuggire, nonostante le gambe molli e doloranti.
Mi afferrò per un braccio ricacciandomi sul sedile.
- Aspetta. Non è così... -
La sua presa era forte. Si avvicinò, il suo respiro ancora carico del nostro sudore. Cercò la mia bocca, in un tentativo goffo e disperato di zittirmi con un bacio, di riportare la situazione nel territorio animale e semplice del sesso.
Lo respinsi con tutta la forza che mi era rimasta, schiaffeggiandogli via il viso. Lo guardai con puro disprezzo, gridando di non toccarmi e di portarmi a casa all'istante.
La tensione nell’aria era diventata velenosa. Lui rimase immobile per un secondo, poi, con un ghigno forzato, annuì. Si accomodò al posto di guida senza dire altro. Io mi sistemai all’altro lato, stringendo la fede nella mano fino a farmi male, fissando il buio oltre il parabrezza sporco. L’odore del sesso, in quel momento, mi dava nausea. Il calore che mi colava ancora tra le cosce non era più eccitazione, era solo vergogna.
Il motore si riaccese con un brivido, rompendo il silenzio. Paolo ingranò la retromarcia ed i fari bucarono il buio. Il viaggio procedette in silenzio.
Strinsi nella mano ancora per un po' la fede, con la voglia di gettarla via, poi pensai a lei. Una lacrima mi sgorgò e riposi il simbolo di fedeltà sul portaoggetti fra i nostri sedili.
Ma lo schifo che provavo per lui, per me stessa, non era riuscito a spegnere la fiamma che lui aveva acceso. Le mie cosce erano ancora umide, non solo di vergogna. Ogni sobbalzo dell’auto sulla strada dissestata mi provocava un fremito, il dolore che si mescolava a un ricordo bruciante di piacere. Mi morsi il labbro, fissando la strada.
- Ti eccita ancora, vero? Anche adesso che sai tutto. Il tuo corpo è una puttana più sincera di te -
Lo disse neutro, non un'accusa, una semplice constatazione. Era vero.
Avevo perso la testa per l'uomo, per la sua conoscenza, la sua fisica, per le parole che ci eravamo scambiati in quelle poche ore, non per il sesso in sé. Sto mentendo; il sesso penso ancora che sia stato il più appagante che abbia fatto.
- Stai zitto! - sibilai, senza voltarmi.
- Perché? È la verità. Sento il tuo odore da qui. Sei ancora bagnata. Per me -
Sterzò bruscamente, prendendo una viuzza buia.
- Quel buco del culo che ti ho sfondato sta ancora pulsando. E tu ci stai pensando -
- Ti odio! - dissi, ma la mia voce tremò.
- Non importa. L’odio non spegne il fuoco. Lo alimenta - sospirò sibillino.
- Dove stai andando? No, basta, portami a casa... -
Ma lo dissi in un tono che sembrava più un: "se insisti te la do ancora".
Mi accarezzò una coscia con un ghigno malefico sul viso; non lo scacciai. E si avvicinò come per baciarmi.
- Vedi? -mormorò contro le mie labbra con la voce roca di trionfo- questo è quello che sei: una troia che viene con la fede di un altro in mano. La mia troia -
Mi dette un bacio sulla guancia.
- Ti sto portando a casa, tranquilla -
Era vero, il viottolo portò dritti ad una via residenziale vicina. Spense i fari sotto un lampione a vapori di sodio che spandeva una luce sporca e gialla.
- È qui che scendi - comandò.
- Mi hai usata - gli urlai in faccia con rabbia.
- E tu ti sei fatta usare. Fino in fondo - rispose, senza guardarmi.
Scavai nella borsetta, le dita incontrarono le mutandine strappate. Tirai fuori quel brandello umido e indecente. Gliele gettai in grembo.
- Tieni. Un ricordo della tua puttana -
Lui le raccolse, le strinse nel pugno. Un sorriso storto gli increspò le labbra ringraziando.
Aprii la portiera. L’aria della notte mi investì, afosa sulla pelle sudata. Mi afferrò una mano ed un brivido mi percorse. Prima di scendere, le sue parole mi raggiunsero, basse e chiare.
- Sei stata brava. A prendere tutto. A venire quando te l’ho ordinato -
Serrai i denti, uscii dall’auto. La portiera si richiuse con un tonfo sordo. L’auto rimase lì, ferma, il motore al minimo. Feci due passi sul marciapiede, le gambe non mi sostenevano. Mi fermai sotto il lampione, con la luce che mi inondava, esponendomi.
Mi voltai. Lui era seduto al posto di guida, il viso in ombra, illuminato solo dal bagliore ambrato del cruscotto. Mi stava guardando. Aspettava.
Capii. Non se ne sarebbe andato finché non avesse visto.
Con uno sforzo che mi lacerò dentro, mi irrigidii. Sollevai il mento. Lo guardai dritto attraverso il parabrezza, mentre la luce gialla del lampione mi illuminava tutta, come su di un palcoscenico. Come una meretrice in attesa del prossimo cliente. Come una puttana.
Lo vidi annuire, appena. Poi, lentamente, l’auto si mosse. Si allontanò lungo la strada, inghiottita dall’oscurità.
Rimasi lì, sotto quella luce crudele, sentendo il suo seme che mi colava lungo le cosce, sotto ciò che restava dell'abito rosso. Umiliata, scaricata, completamente sua. Fino all’ultimo.
Dovevo muovermi. Qualcuno poteva vedere. Ma il pensiero di camminare, di sentirmi quella puttana che zoppica verso casa, mi paralizzava. Chiusi gli occhi. Vidi il suo sorriso storto mentre stringeva le mie mutandine nel pugno. Sentii la sua voce ferma che mi ripeteva: "grazie" e "Sei stata brava".
Un gemito basso mi sfuggì dalle labbra. Non di piacere, ma di un’amarezza così profonda da raschiare la gola. Camminai. Ogni passo produceva un leggero, umido sfregamento tra le mie cosce e la pelle sensibile mi bruciava, irritata dai suoi peli e dalla sua violenza. Sentivo il mio sesso gonfio, dolorante, ancora incredibilmente aperto. Il suo cazzo mi aveva sfondata in ogni modo e, il mio corpo, il mio culo traditore, serravano ancora il ricordo di quella penetrazione.
Il suono dei miei tacchi sul selciato mi accompagnava scandalosamente alto, era un annuncio: "Eccomi, la troia che torna a casa piena". Le parole che mi aveva urlato nell’orecchio mentre mi scopava il culo risuonavano nitide nella testa: "Dillo. Di’ di essere la mia troia"
- La tua troia - sussurrai al vento
Le lacrime che, finalmente e silenziose, mi rigarono il viso, non furono una liberazione, ma la conferma. Lui aveva vinto. Aveva ottenuto tutto: il mio corpo, la mia vergogna, la mia complicità. E ora mi aveva lasciata lì, a portare a casa il suo marchio, il ricordo fisico del suo possesso che stava colando via.
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