Idi di luglio
di
Tilde
genere
corna
Un weekend lungo, lunghissimo, quello appena trascorso.
Partenza mercoledì dopo pranzo, direzione Massa. Casa di zia. Un tempo casa nostra. Babbo la vendette pur mantenendo l'uso di tre settimane d'estate. Mia zia, invece, ci vive tutto l'anno.
In macchina: babbo, mia sorella e me.
Soli, nessun fidanzato né fidanzata.
Poi, magari, racconterò di Chiara, la tipa che vorrebbe farmi da matrigna (che parola orribile).
Traffico niente, piede pesante di babbo, in meno di un'ora ci siamo.
Zia non c'è, sarà in spiaggia. Mollo il signor Lapo, "porta tu'sorella" dice, così mi trascino la reduce di fine primaria.
Stessa spiaggia da che ho ricordi, solo che la vecchia proprietaria ha lasciato al nipote l'anno scorso.
- Alberto! -
- Oh, Mati, ciao. Tu s'è arrivata prestino st'anno. -
- Solo qualche giorno, ma che hai fatto? -
- Eh, ho tirato via un po' di cabine sciupate e rimescolato gli ombrelloni. -
- E... -
- I' tuo è sempre laggiù, davanti gli scogli; c'è tua zia a cocere. -
- Mi daresti un thè freddo? Gin, vuoi anche tu? -
Mia sorella annuisce, mentre Alberto mi dice che lo avrebbe portato lui.
La sabbia è bollente che nemmeno all'una e, l'afa, toglie il respiro. Passata la quarta fila, una piacevole brezza salmastra risale l'arenile semideserto. Solo due teste, con cappellino bianco e spalle bordò, spuntano da un'acqua quasi immobile. Dubito dormiranno.
Alla decima fila, una coppia, di qualche anno più di me, amoreggia nel riparato dell'ombrellone; Ginevra sorride.
Lo sguardo del ragazzo va su di lei con una linguaccia divertita, poi su di me.
Mi squadra dai piedi ai capelli, poi mi fissa negli occhi; tutto in tre secondi, non dice niente, ma sento i suoi occhi seguirmi fino al mio lettino.
Nel Sole del primo pomeriggio, il bronzeo della pelle tonica di mia zia brilla, imperlata di sudore. Donna di quarant'anni, divinamente portati. Ci tiene a dire che il fitness è uno dei migliori sistemi per tenersi in forma, dopo una sana e frequente attività sessuale, oltre ad una ricca alimentazione; specie se offerta.
Come sente le nostre voci, si alza e getta il libro che stava leggendo sulla sdraio; il movimento del braccio fa ballare il suo seno, trattenuto dai pochi centimetri del due pezzi bianco e blu. La curva rotonda del suo sedere si staglia magnifica nel controluce. Sul ventre piatto brilla un piercing all'ombelico.
Ginevra si mette a correre con il rosso dei suoi capelli che le ondeggia sulle spalle ed il nome di zia nella voce.
Spicca un salto ed è fra le sue braccia, a farsi riempire il viso di baci.
- Mati! Che bello vedervi, bimbe mie. -
- Zia Elisa. -
- Amore mio, quanto restate? -
- Fino a domenica, Eli. -
- Bene, siete venuta da sole? Hai la patente, o sbaglio? -
- Già, ma no, con babbo. Parcheggia ed arriva. -
- Ancora? Quando ti liberi del burbero? -
- Non dipende da me. -
- Tesoro, ogni cosa dipende da noi. -
Mentre zia parla, in lontananza vedo il ragazzo di prima guardare verso di noi, non saprei se attirato dal castano liscio di zia Eli o dal castano riccio mio.
Un gomito alla base della maglia e sfilo la canotta celeste che indosso, il mio piccolo seno quasi si scopre col top del bikini floreale che segue il tessuto, prontamente trattenuto da zia.
- Mati maliziosa... Ti sta un po' grandino. -
- Regalo di Ale: ha l'inconscio desiderio che abbia una terza come la tua. -
Intanto Ginevra mi emula. Ha la pelle chiarissima, ma l'incubo dell'ustione non la preoccupa; obblighi da sorella maggiore incombono. Quindi il mio streeptese ha un brusco arresto.
Non vorrei farlo, però mi guardo in giro e vedo arrivare Alberto, poi i miei occhi si scontrano ancora con quelli del ragazzo, adesso seduto sul bordo del lettino; la sua metà chatta, placidamente sdraiata dietro di lui. Mi chiedo cosa cazzo stia facendo e l'unica risposta che riesco a darmi è: "sono zoccola".
Mi chino su Gin, tubetto in mano, per coprirla di crema. Il prof da web dirà pure che non serve, ma le ha evitato il paonazzo più volte. Per parte mia, merito dei geni terroni, ho già la tinta adatta, quindi mi evito l'effetto imburrata.
In albergo, l'anno scorso, chiesero a mio padre se mi avesse adottata. In parte è così del resto.
Però zia insiste e mi abbandono alle cure delle sue mani delicate.
Prima le spalle, leggera e circolare nei suoi movimenti, poi il collo. Quasi una carezza più che un massaggio, le sue dita corrono morbide sulla mia pelle.
Chiudo un attimo gli occhi e la faccia del ragazzo è sulla mia retina.
- Piccola mia... -
- Cosa Eli? -
- I maschi, vanno scelti con cura. -
- A che ti riferisci? -
- Ti ho vista. Fatto. Facciamo una scommessa? -
- Tipo? -
- Tu vai in acqua, lui ti seguirà in meno di dieci secondi. -
- Lui chi? -
- Mati... -
- Macché, ha la sua ragazza. -
- Sei gelosa? -
- Eli! Che dici?! Poi sono fidanzata -
- E allora? Tu sei uguale a me: non ti si può legare... -
Ammetto che zia mi ha turbata, sbattendomi in faccia ciò che sono, ma i miei occhi ricercano lui. Adesso in piedi, senza più la maglietta indosso. Glabro, spalle larghe, schiena e pettorali scolpiti da nuotatore. Si accorge che lo sto spiando, si volta verso di me. Afferro il bicchiere grondante condensa e bevo facendo finta di niente. Il caldo è asfissiante fuori di me, torrido dentro; il liquido freddo, un pallido lenitivo.
Ginevra corre verso l'acqua chiamandoci.
Per zia un sorso del suo the e la raggiunge, la prende di peso e la getta in mare, fra grida e risa.
Mentre urlo che sto arrivando, mi slaccio gli shorts in denim. Lentamente ancheggio, spingendoli verso il basso con le mani, facendoli scivolare a terra. Il bordeaux della brasiliana appare nel suo pastello. So che mi sta guardando, sento le sue pupille che mi spogliano, che graffiano la mia pelle. Con un colpo di piede, in una piccola nuvola di polvere, mi tiro sulla mano la stoffa inutile; lo getto sullo sdraio. Mi accorgo che lo sto facendo con malizia, provocante; ancora di più appena infilo due dita tra elastico e glutei per sistemare il costume.
Prendo un ultimo goccio di the, il freddo che gola sul mio petto ha l'effetto di un tonico sui miei capezzoli che si irrigidiscono, spuntando evidenti sotto il tessuto teso.
Sbircio ancora la coppia, senza farmi notare, poi raggiungo le onde placide e le altre due.
Aveva ragione zia Elisa.
Nemmeno venti secondi dopo, ecco che il tipo lascia l'ombrellone, passo calmo, impavido sulla sabbia urente. Non entra in acqua, affronta la scogliera. Non sta cagando me, oppure fa finta.
Si china a recuperare un asciugamano da un masso e torna a riva, lo getta sul mio lettino e anche lui viene ad accogliere l'abbraccio del mare.
Zia e Gin giocano, io mi allontano nuotando, una rana imprecisa; Il tizio, pulito, senza alzare una goccia d'acqua, si avvicina.
Ci scontriamo, lontani dalla spiaggia quel tanto che basta per non sentire che il rumore del mare.
- Ciao, Emanuele. -
- Matilde. -
- Non ho resistito al caldo, come farete voi ragazze a cuocere sotto il sole... -
- Mica tutte. -
L'acqua alta ci obbliga a muoverci e, così, piano piano, ci avviciniamo sempre più. I nostri piedi si sfiorano più volte, le nostre mani si toccano; forse per caso.
Il moto del mare accelera e mi spinge contro di lui. Oppure sono io che smetto di contrastarlo.
Le sue braccia, pronte, sono sotto le mie e mi sostengono; le sue mani, sulla mia schiena, accennano una carezza calda nell'acqua fresca. Intreccio le mie dietro la sua testa. Mi abbandono e lascio che il mio corpo aderisca al suo. Una presenza che preme sul mio basso ventre, tradisce che gli piaccio.
Ma La sua eccitazione aumenta quando gli avvolgo la vita con le mie cosce.
Le sue mani scendono a cercare i miei fianchi, lentamente. Ci guardiamo in silenzio, nel riverbero del sole sull'acqua. Sento pulsare le labbra, vedo i suoi occhi su di esse. Leggono il momento.
Poi è un crollo.
In un attimo stampa la sua bocca sulla mia. Chiude le palpebre, tenero, e spinge la sua lingua a forzare la mia debole resistenza.
Stringo le gambe a marcarne il possesso, lui risponde affondando le dita nei miei glutei.
È dentro di me con la sua lingua, mi toglie il respiro, nel modo più bello che si possa morire.
Sento le urla del suo cazzo rinchiuso nel costume, spingo il mio pube verso di lui, gli accarezzo l'asta, turgida, per tutta la lunghezza con la mia vulva.
Mi vuole, lo voglio.
Scorro con le dita su di lui, il collo, le spalle, il petto, senza fretta. In una danza di corteggiamento, un rituale ancestrale ci guida con l'istinto. Sono inerte, abbandonata al suo sostegno.
Raggiungo gli addominali, tesi, duri come il marmo che qui fa da sfondo a tutto; duri come il suo cazzo.
Più giù. Armeggio con i cordini, col nodo maledetto che intrappola la promessa di piacere perverso.
La sua bocca mi rende il respiro; lo mordo sulla clavicola affondando la faccia sotto il pelo dell'acqua, lui aggredisce il mio lobo, la sua lingua sulla piccola pietra che l'adorna mi regala un brivido sconosciuto.
Disperdo la mia umidità quando le sue dita mi sfiorano l'intimità.
Tutta la mia femminilità è pronta ad accoglierlo ed un gemito sussurrato al suo orecchio lo rende desiderio.
Slaccio il suo costume e ci affondo una mano; è lì, lo prendo. La cappella è bollente, enorme dentro il mio palmo, lo stringo, lo mungo, me ne impossesso. Mugola di piacere mentre scosta l'orlo elastico del mio costume e mi tormenta il clito con due dita.
Getto la testa indietro in un sospiro che grida di prendermi, di possedermi.
La corrente, galeotta, ci ha sospinti fino alla scogliera, nascosti agli occhi, lontani.
Lo spingo sulla roccia, fuori dal'acqua salmastra, nudo, bello; il suo costume nelle mie mani, il suo cazzo in piena erezione un premio per la mia bocca,
Mi inginocchio davanti a quel maschile, le sue mani sulle mie guance; i miei capelli lunghi, appiccicati alla mia pelle, grondano mare. I triangoli e laccetti del mio reggiseno, divelto, galleggiano fra le mie ginocchia, il mio seno nudo alla sua mercè. Si allunga a prendere quel bottino e mi sfiora le cosce; con la stoffa fradicia e fredda risale la mia carne arsa, che urla di essere usata e maltrattata.
Guarda me come si guarda un sogno.
Schiudo le labbra e lo prendo. Lentamente entra nella mia bocca, la saliva aiuta a farlo scivolare dentro di me. Mi preme la testa su di sé, sento la cappella invadermi la gola, il respiro fuggire; le sue contrazioni farsi spasmi.
Gli accarezzo il ventre, gli inguini, i testicoli, mentre lo succhio con brama famelica. Inizia a perdere sensi e ragione. Grida il mio nome quando sta per inondarmi del suo seme e mi scopa la faccia con spinte che mi penetrano completamente. Le forze lo stanno lasciando, lo sfilo da me, lo bagno ancora di saliva, ed ancora in me, fra lingua e palato. L'intero suo sapore pervade la mia cavità, mentre faccio mia ogni sua goccia.
Il suo piacere è l'inizio del mio.
Partenza mercoledì dopo pranzo, direzione Massa. Casa di zia. Un tempo casa nostra. Babbo la vendette pur mantenendo l'uso di tre settimane d'estate. Mia zia, invece, ci vive tutto l'anno.
In macchina: babbo, mia sorella e me.
Soli, nessun fidanzato né fidanzata.
Poi, magari, racconterò di Chiara, la tipa che vorrebbe farmi da matrigna (che parola orribile).
Traffico niente, piede pesante di babbo, in meno di un'ora ci siamo.
Zia non c'è, sarà in spiaggia. Mollo il signor Lapo, "porta tu'sorella" dice, così mi trascino la reduce di fine primaria.
Stessa spiaggia da che ho ricordi, solo che la vecchia proprietaria ha lasciato al nipote l'anno scorso.
- Alberto! -
- Oh, Mati, ciao. Tu s'è arrivata prestino st'anno. -
- Solo qualche giorno, ma che hai fatto? -
- Eh, ho tirato via un po' di cabine sciupate e rimescolato gli ombrelloni. -
- E... -
- I' tuo è sempre laggiù, davanti gli scogli; c'è tua zia a cocere. -
- Mi daresti un thè freddo? Gin, vuoi anche tu? -
Mia sorella annuisce, mentre Alberto mi dice che lo avrebbe portato lui.
La sabbia è bollente che nemmeno all'una e, l'afa, toglie il respiro. Passata la quarta fila, una piacevole brezza salmastra risale l'arenile semideserto. Solo due teste, con cappellino bianco e spalle bordò, spuntano da un'acqua quasi immobile. Dubito dormiranno.
Alla decima fila, una coppia, di qualche anno più di me, amoreggia nel riparato dell'ombrellone; Ginevra sorride.
Lo sguardo del ragazzo va su di lei con una linguaccia divertita, poi su di me.
Mi squadra dai piedi ai capelli, poi mi fissa negli occhi; tutto in tre secondi, non dice niente, ma sento i suoi occhi seguirmi fino al mio lettino.
Nel Sole del primo pomeriggio, il bronzeo della pelle tonica di mia zia brilla, imperlata di sudore. Donna di quarant'anni, divinamente portati. Ci tiene a dire che il fitness è uno dei migliori sistemi per tenersi in forma, dopo una sana e frequente attività sessuale, oltre ad una ricca alimentazione; specie se offerta.
Come sente le nostre voci, si alza e getta il libro che stava leggendo sulla sdraio; il movimento del braccio fa ballare il suo seno, trattenuto dai pochi centimetri del due pezzi bianco e blu. La curva rotonda del suo sedere si staglia magnifica nel controluce. Sul ventre piatto brilla un piercing all'ombelico.
Ginevra si mette a correre con il rosso dei suoi capelli che le ondeggia sulle spalle ed il nome di zia nella voce.
Spicca un salto ed è fra le sue braccia, a farsi riempire il viso di baci.
- Mati! Che bello vedervi, bimbe mie. -
- Zia Elisa. -
- Amore mio, quanto restate? -
- Fino a domenica, Eli. -
- Bene, siete venuta da sole? Hai la patente, o sbaglio? -
- Già, ma no, con babbo. Parcheggia ed arriva. -
- Ancora? Quando ti liberi del burbero? -
- Non dipende da me. -
- Tesoro, ogni cosa dipende da noi. -
Mentre zia parla, in lontananza vedo il ragazzo di prima guardare verso di noi, non saprei se attirato dal castano liscio di zia Eli o dal castano riccio mio.
Un gomito alla base della maglia e sfilo la canotta celeste che indosso, il mio piccolo seno quasi si scopre col top del bikini floreale che segue il tessuto, prontamente trattenuto da zia.
- Mati maliziosa... Ti sta un po' grandino. -
- Regalo di Ale: ha l'inconscio desiderio che abbia una terza come la tua. -
Intanto Ginevra mi emula. Ha la pelle chiarissima, ma l'incubo dell'ustione non la preoccupa; obblighi da sorella maggiore incombono. Quindi il mio streeptese ha un brusco arresto.
Non vorrei farlo, però mi guardo in giro e vedo arrivare Alberto, poi i miei occhi si scontrano ancora con quelli del ragazzo, adesso seduto sul bordo del lettino; la sua metà chatta, placidamente sdraiata dietro di lui. Mi chiedo cosa cazzo stia facendo e l'unica risposta che riesco a darmi è: "sono zoccola".
Mi chino su Gin, tubetto in mano, per coprirla di crema. Il prof da web dirà pure che non serve, ma le ha evitato il paonazzo più volte. Per parte mia, merito dei geni terroni, ho già la tinta adatta, quindi mi evito l'effetto imburrata.
In albergo, l'anno scorso, chiesero a mio padre se mi avesse adottata. In parte è così del resto.
Però zia insiste e mi abbandono alle cure delle sue mani delicate.
Prima le spalle, leggera e circolare nei suoi movimenti, poi il collo. Quasi una carezza più che un massaggio, le sue dita corrono morbide sulla mia pelle.
Chiudo un attimo gli occhi e la faccia del ragazzo è sulla mia retina.
- Piccola mia... -
- Cosa Eli? -
- I maschi, vanno scelti con cura. -
- A che ti riferisci? -
- Ti ho vista. Fatto. Facciamo una scommessa? -
- Tipo? -
- Tu vai in acqua, lui ti seguirà in meno di dieci secondi. -
- Lui chi? -
- Mati... -
- Macché, ha la sua ragazza. -
- Sei gelosa? -
- Eli! Che dici?! Poi sono fidanzata -
- E allora? Tu sei uguale a me: non ti si può legare... -
Ammetto che zia mi ha turbata, sbattendomi in faccia ciò che sono, ma i miei occhi ricercano lui. Adesso in piedi, senza più la maglietta indosso. Glabro, spalle larghe, schiena e pettorali scolpiti da nuotatore. Si accorge che lo sto spiando, si volta verso di me. Afferro il bicchiere grondante condensa e bevo facendo finta di niente. Il caldo è asfissiante fuori di me, torrido dentro; il liquido freddo, un pallido lenitivo.
Ginevra corre verso l'acqua chiamandoci.
Per zia un sorso del suo the e la raggiunge, la prende di peso e la getta in mare, fra grida e risa.
Mentre urlo che sto arrivando, mi slaccio gli shorts in denim. Lentamente ancheggio, spingendoli verso il basso con le mani, facendoli scivolare a terra. Il bordeaux della brasiliana appare nel suo pastello. So che mi sta guardando, sento le sue pupille che mi spogliano, che graffiano la mia pelle. Con un colpo di piede, in una piccola nuvola di polvere, mi tiro sulla mano la stoffa inutile; lo getto sullo sdraio. Mi accorgo che lo sto facendo con malizia, provocante; ancora di più appena infilo due dita tra elastico e glutei per sistemare il costume.
Prendo un ultimo goccio di the, il freddo che gola sul mio petto ha l'effetto di un tonico sui miei capezzoli che si irrigidiscono, spuntando evidenti sotto il tessuto teso.
Sbircio ancora la coppia, senza farmi notare, poi raggiungo le onde placide e le altre due.
Aveva ragione zia Elisa.
Nemmeno venti secondi dopo, ecco che il tipo lascia l'ombrellone, passo calmo, impavido sulla sabbia urente. Non entra in acqua, affronta la scogliera. Non sta cagando me, oppure fa finta.
Si china a recuperare un asciugamano da un masso e torna a riva, lo getta sul mio lettino e anche lui viene ad accogliere l'abbraccio del mare.
Zia e Gin giocano, io mi allontano nuotando, una rana imprecisa; Il tizio, pulito, senza alzare una goccia d'acqua, si avvicina.
Ci scontriamo, lontani dalla spiaggia quel tanto che basta per non sentire che il rumore del mare.
- Ciao, Emanuele. -
- Matilde. -
- Non ho resistito al caldo, come farete voi ragazze a cuocere sotto il sole... -
- Mica tutte. -
L'acqua alta ci obbliga a muoverci e, così, piano piano, ci avviciniamo sempre più. I nostri piedi si sfiorano più volte, le nostre mani si toccano; forse per caso.
Il moto del mare accelera e mi spinge contro di lui. Oppure sono io che smetto di contrastarlo.
Le sue braccia, pronte, sono sotto le mie e mi sostengono; le sue mani, sulla mia schiena, accennano una carezza calda nell'acqua fresca. Intreccio le mie dietro la sua testa. Mi abbandono e lascio che il mio corpo aderisca al suo. Una presenza che preme sul mio basso ventre, tradisce che gli piaccio.
Ma La sua eccitazione aumenta quando gli avvolgo la vita con le mie cosce.
Le sue mani scendono a cercare i miei fianchi, lentamente. Ci guardiamo in silenzio, nel riverbero del sole sull'acqua. Sento pulsare le labbra, vedo i suoi occhi su di esse. Leggono il momento.
Poi è un crollo.
In un attimo stampa la sua bocca sulla mia. Chiude le palpebre, tenero, e spinge la sua lingua a forzare la mia debole resistenza.
Stringo le gambe a marcarne il possesso, lui risponde affondando le dita nei miei glutei.
È dentro di me con la sua lingua, mi toglie il respiro, nel modo più bello che si possa morire.
Sento le urla del suo cazzo rinchiuso nel costume, spingo il mio pube verso di lui, gli accarezzo l'asta, turgida, per tutta la lunghezza con la mia vulva.
Mi vuole, lo voglio.
Scorro con le dita su di lui, il collo, le spalle, il petto, senza fretta. In una danza di corteggiamento, un rituale ancestrale ci guida con l'istinto. Sono inerte, abbandonata al suo sostegno.
Raggiungo gli addominali, tesi, duri come il marmo che qui fa da sfondo a tutto; duri come il suo cazzo.
Più giù. Armeggio con i cordini, col nodo maledetto che intrappola la promessa di piacere perverso.
La sua bocca mi rende il respiro; lo mordo sulla clavicola affondando la faccia sotto il pelo dell'acqua, lui aggredisce il mio lobo, la sua lingua sulla piccola pietra che l'adorna mi regala un brivido sconosciuto.
Disperdo la mia umidità quando le sue dita mi sfiorano l'intimità.
Tutta la mia femminilità è pronta ad accoglierlo ed un gemito sussurrato al suo orecchio lo rende desiderio.
Slaccio il suo costume e ci affondo una mano; è lì, lo prendo. La cappella è bollente, enorme dentro il mio palmo, lo stringo, lo mungo, me ne impossesso. Mugola di piacere mentre scosta l'orlo elastico del mio costume e mi tormenta il clito con due dita.
Getto la testa indietro in un sospiro che grida di prendermi, di possedermi.
La corrente, galeotta, ci ha sospinti fino alla scogliera, nascosti agli occhi, lontani.
Lo spingo sulla roccia, fuori dal'acqua salmastra, nudo, bello; il suo costume nelle mie mani, il suo cazzo in piena erezione un premio per la mia bocca,
Mi inginocchio davanti a quel maschile, le sue mani sulle mie guance; i miei capelli lunghi, appiccicati alla mia pelle, grondano mare. I triangoli e laccetti del mio reggiseno, divelto, galleggiano fra le mie ginocchia, il mio seno nudo alla sua mercè. Si allunga a prendere quel bottino e mi sfiora le cosce; con la stoffa fradicia e fredda risale la mia carne arsa, che urla di essere usata e maltrattata.
Guarda me come si guarda un sogno.
Schiudo le labbra e lo prendo. Lentamente entra nella mia bocca, la saliva aiuta a farlo scivolare dentro di me. Mi preme la testa su di sé, sento la cappella invadermi la gola, il respiro fuggire; le sue contrazioni farsi spasmi.
Gli accarezzo il ventre, gli inguini, i testicoli, mentre lo succhio con brama famelica. Inizia a perdere sensi e ragione. Grida il mio nome quando sta per inondarmi del suo seme e mi scopa la faccia con spinte che mi penetrano completamente. Le forze lo stanno lasciando, lo sfilo da me, lo bagno ancora di saliva, ed ancora in me, fra lingua e palato. L'intero suo sapore pervade la mia cavità, mentre faccio mia ogni sua goccia.
Il suo piacere è l'inizio del mio.
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