L'abisso 1
di
Tilde
genere
confessioni
L'aria di Bagnaia di inizio agosto era densa, pesante, un misto di salsedine ristagnata e ozio vacanziero che ti si appiccicava addosso come una seconda pelle. Ero appena uscita da casa, o meglio, ero scappata. La porta d'ingresso si era chiusa alle mie spalle con uno colpo secco, che aveva risuonato nel canale asciutto che passa vicino, molto più forte di quanto avessi previsto. Ale era rimasto dentro, probabilmente con la faccia paonazza e le vene del collo tese, ancora a fissare il punto dove ero stata un secondo prima.
La discussione era esplosa ancora per lui, lo scrittore. Un dannato messaggio sui nuovi sviluppi della sceneggiatura aveva scatenato la sua gelosia. Anche l'aver assunto in brigata lo stagista biondino, a suo dire "con più peluria sul mento che neuroni", sarebbe stato un segnale di tradimento imminente.
Parlava lui. Proprio lui che ha testato ogni cameriera, che mi ha tradita con ogni bipede femminile che sia passato per l'hotel. Spergiurando che ama solo me, che gli interessa solo di me. Ed io, innamorata, che faccio finta di non sapere.
Certo, sentire il suo fiato sul collo mentre controlla chi mi guarda, dover rispondere alle sue domande inquisitorie ad ogni messaggio sul telefono, mi fa venire voglia di scorticarmi via la pelle, ma non fa sempre così.
Però quella volta è stato troppo, mi sono sentita in pericolo. Mi ha spaventata.
Camminai a passo svelto verso la baia, cercando di mettere distanza tra me e quella casa sempre più simile ad una prigione. I sandali mantenevano un suono ritmico sul selciato irregolare del borgo. Ogni passo, un tentativo di disperdere l'adrenalina che mi bruciava nelle vene.
Passai il viale a mare gremito senza guardare nessuno ed arrivai al vecchio pontile in legno, quello che si protende nell'acqua come un dito ossuto. Mi fermai all'estremità, afferrando le corde bagnate e viscide. Il mare era calmo, una lastra d'olio nera che mi circondava e che rifletteva debolmente le luci della costa e di Portoferraio in lontananza, ma l'orizzonte era un abisso indistinto.
Tirai fuori il cellulare. La luce accecante del display mi fece strizzare gli occhi. Scorsi il nome di Sara, sorella di una vita; chiamata. Mi serviva una voce amica, qualcuno che mi dicesse che non stavo impazzendo, che Ale era un paranoico e che avevo fatto bene a andarmene.
Il telefono iniziò a squillare, ma nessuna risposta. "Ti prego, Sara, rispondi..." mormorai tra me e me, guardando lo schermo ed i secondi passare.
Mentre attendevo, sentii un rumore di passi dietro di me. Pesanti, lenti, accompagnati dallo scricchiolio del legno sotto suole. Mi irrigidii, ma non mi voltai subito. Una voce romana, vellutata e un po' bassa, spezzò il silenzio.
- Se stai aspettando che il mare ti risponda, sappi che è un gran chiacchierone, ma di solito risponde solo alle sirene. -
Mi voltai di scatto. Un ragazzo era in piedi sul pontile, a pochi metri da me. Non era alto, ma aveva presenza. Indossava una t-shirt bianca aderente che metteva in evidenza la muscolatura delle spalle e jeans corti un po' usurati. I suoi occhi mi fissavano con un misto di curiosità e interesse sfacciato. Giovanni, come si presentò poco dopo, aveva quel modo di fare dei romani, un misto di simpatia invadente e carisma naturale che ti metteva a disagio e ti attirava allo stesso tempo.
- Sto chiamando un'amica, non ho bisogno di compagnie. -
Lo dissi, abbassando il telefono, con la voce che mi uscì più fredda di quanto volessi.
- Ah, peccato. Perché, da queste parti, la compagnia è l'unica cosa che non manca mai, specialmente di notte. Ma tu sembri una che cerca guai, o che cerca di scamparli. -
Rispose allargando le braccia, senza minimamente scoraggiarsi. Anzi, avvicinandosi di un passo.
Mi sentii osservata. I suoi occhi perlustrarono il mio corpo, dal vestito leggero che indossavo alle gambe nude, risalendo fino al mio viso. Non era uno sguardo da maniaco, più predatorio. Eppure, non mi sentii in pericolo. Forse sì, avrei dovuto, ma era un pericolo diverso da quello soffocante di Alessandro.
Era il pericolo del proibito.
- Vado via. Spostati. -
- Aspetta, non così in fretta. Hai l'aria di chi ha appena lasciato un funerale. O un processo. Ti va di bere qualcosa?
C'è il bar proprio lì che fa degli ottimi mojito. -
- Non ho voglia di bar o gente, voglio stare da sola. -
Tagliai secca, infilando il telefono in borsa. Raggiunsi la battigia, lui due passi dietro. L'idea di sedermi in un posto con la musica alta e la gente che urlava, mi faceva venire l'emicrania. Ma Giovanni non si perse d'animo. Mi fermò per un braccio e sorrise, mostrando denti bianchi e perfetti. Accettai quel tocco con un piccolo brivido. Poi, guardatosi attorno, indicò un distributore sotto un pino un po' più in là.
- Ok, niente bar. Capisco. Sei una tipa da atmosfere. Bevi birra? -
- Qualche volta. -
- Aspetta qui. -
Non mi diede il tempo di rispondere. Si allontanò con andatura sciolta, le mani in tasca, tornò dopo pochi minuti con due bottigliette ghiacciate. Le aprì con la maestria di un muratore - un colpo secco - e me ne porse una.
- Dimentica il bar. Il mare è gratis e la birra è fredda. E io, beh, sono un'aggiunta. -
Presi il vetro. La condensa bagnava il palmo della mia mano. Era gelido. Bevvi un sorso lungo, sentendo il liquido dolciastro della rossa scendere lungo la gola, spegnendo parte del fuoco della rabbia. Giovanni si accostò a me e iniziammo a camminare lungo la riva, sandali appesi alle dita, dove la sabbia era più scura e compatta per l'umidità.
Parlammo di tutto e di nulla. Mi raccontò di Roma, del caldo infernale di luglio, di come il mare di santa Marinella fosse una pisciotta in confronto all'Elba. Io lo ascoltavo e, pian piano, la tensione nelle spalle iniziò a sciogliersi. La sua voce era ipnotica, un ronzio costante che mi faceva dimenticare Sara che non mi stava richiamando e Ale a casa. Ogni tanto, le nostre spalle si toccavano e sentivo una scossa attraversarmi la pelle.
Lui si fermò improvvisamente. Eravamo arrivati in un tratto più isolato, sulla fine della spiaggia, dove gli scogli prendono il posto alla sabbia e le luci del borgo si fanno lontane e fioche, inghiottite dalla notte. C'era solo il rumore delle onde che si infrangevano sulla riva. Giovanni si voltò verso di me. Il gioco era finito.
- Sai, sei ancora più bella quando fai quella faccia incazzata. Mi fai venire voglia di farti arrabbiare di più, solo per vedere come diventi. -
Lo disse avvicinandosi piano, finché non potei sentire il suo profumo, un mix di tabacco, birra e maschio.
Mi sentii intrappolata, ma non volevo scappare. Lui mi prese per un braccio, non con forza, ma con una fermezza che ammetteva la resistenza. I suoi occhi mi cercarono negli occhi, poi scesero sulle mie labbra.
- Basta parlare, Mati. La senti anche tu, no? Questa tensione, questa chimica. -
Si chinò. Le sue labbra trovarono le mie. Non fu un bacio dolce o leggero. Fu un assalto. Le sue labbra erano calde, esigenti, la sua lingua invase la mia bocca con una fame che mi spense ogni pensiero razionale. Risposi istintivamente, mordicchiandogli il labbro inferiore, sentendo il groppo in gola crescere. Le sue mani mi presero per la vita, tirandomi contro di sé. Potevo sentire il suo cazzo duro premere contro la mia pancia attraverso i jeans, una promessa esplicita e pesante.
Una mano di lui risalì lungo il mio fianco, sfiorando il seno, il mio corpo reagì con un tremito incontrollabile. Le mie ginocchia si indebolirono. Cazzo, pensai, lo voglio. Voglio che mi prenda qui, sulla spiaggia, che mi faccia dimenticare il mio nome.
Mi spinse contro la scogliera. La mia schiena calda contro la roccia fredda fu un di più per la mia eccitazione. La sua mano scivolò sotto l'orlo dell'abito, furono dita calde sulla pelle nuda delle cosce che risalivano decise la mia pelle. Io emisi un gemito soffocato nella sua bocca, spingendo il bacino in avanti.
Poi, come un secchio d'acqua gelata, vidi lo sguardo di mio marito, la sua voce, i suoi sospetti, la sua faccia delusa. La sensazione di un tradimento che non era rivincita. Mi irrigidii. Cosa stavo facendo? Qui, con uno sconosciuto, a due passi da casa? La vergogna mi colpì piegandomi le ginocchia.
- No, non posso -
Lo dissi con voce tremante. Lo allontanai da me strappando la mia bocca al suo bacio. Lui si fermò, ma non mi lasciò andare. Le sue braccia mi tenevano a sé, i suoi occhi erano nuvole di passione offesa e confusione.
- Cosa? Non puoi cosa? Ti stava piacendo. Stavi godendo un sacco. Lo sento dal tuo battito, dalla tua figa. -
- Devo andare, lasciami! Lasciami!-
Cercavo di divincolarmi, ma la sua presa si era fatta più forte, quasi dolorosa.
Mi bloccò i polsi.
- Ma va al diavolo, chi vuoi ingannare. Sei tutta bagnata, non negarlo. Perché ti fermi ora? Hai paura? -
- Non è paura -mentii, sentendo le lacrime bruciarmi agli occhi- Ho un marito. Non posso fare questo. -
- Un marito? E allora? Sei qui con me, non con lui. O forse ti piace farmi vedere chi comanda davvero? -
Rise, fu un suono amaro e sgradevole.
Mi strinse a sé ancora più forte, cercando di baciarmi di nuovo, mentre una mano cercava di tornare tra le mie gambe. Il panico mi montò. Il gioco erotico di prima stava mutando in lotta.
- Lasciami andare! -
Urlai, spingendolo con tutte le forze.
Riuscii a liberare un braccio e gli piantai le unghie nel braccio, facendolo imprecare. Lui allentò per il dolore, un solo istante. Fu quello che mi servì.
Mi sfilai dalla sua presa, inciampando nella sabbia, ma non mi voltai a controllare se mi stava inseguendo. Corsi. Corsi verso le luci del borgo, col cuore che mi batteva all'impazzata, l'eccitazione fatta terrore; di quello che avevo quasi fatto e di chi avevo lasciato indietro.
Fuggivo da Giovanni, ma in realtà stavo correndo indietro, dritta tra le braccia di Alessandro. I piedi nudi battevano sulla sabbia umida. Il respiro mi usciva dai polmoni come un fischio acuto, bruciante. Non mi voltai. Le luci familiari di Bagnaia, così vicine, mi apparivano lontane e irraggiungibili.
L'ora ormai tarda aveva svuotato di gente il lungomare, solo i miei passi echeggiavano sul mare calmo e la strada deserta.
La vibrazione del cellulare risuonò come un trillo nella quiete. mi bloccò di colpo. Mi appoggiai ad un lampione, frugai in borsa e l'estrassi.
Sara.
- Amo'!- La mia voce era un sussurro rotto, strappato via dalla gola arida.
- Mati, scusami. Dio, che succede? Ti sento male. -
Le parole mi uscirono in un torrente inarrestabile, senza filtri, senza pudore. Raccontai la lite con Ale, le sue accuse paranoiche, il modo in cui i suoi occhi mi avevano scorticata viva per aver chattato con lo scrittore e per aver assunto il ragazzino contro il suo parere. Raccontai la corsa folle verso il mare, il buio, il silenzio del pontile. Poi la voce si incrinò quando arrivai a Giovanni. Descrissi la sua presenza, il modo in cui mi aveva messa all'angolo, l'odore di birra e sale che gli usciva dalla pelle. Il bacio.
- Mi ha... mi ha presa, Sara. Mi ha baciata e io... -Mi morsi il labbro- Ero spaventata, ma per un secondo non ho pensato ad Ale. Ho pensato solo a quella bocca, a quella mano che mi stringeva la vita forte, quasi a farmi male. -
Sara rimase in silenzio dall'altra parte. Potevo sentire solo il suo respiro calmo e regolare, un contrasto stridente con il mio panico da animale braccato. Quando parlò, il tono non fu quello che mi aspettavo. Nessuna condanna, ma nemmeno una rassicurazione dolce.
- E ti è piaciuto? -
- No! Certo che no! Mi ha fatto paura! -
- Non mentire a me, Mati. Non ora. -
La sua voce tagliò l'aria come una lama.
- Amore, lui ti sta soffocando. Ti controlla, ti possiede, ti riduce a un oggetto che deve stare sullo scaffale senza muoversi. Forse quel Giovanni ti ha spaventata, sì, ma ti ha anche fatto sentire viva. Ha rotto il vetro della tua gabbia, anche se per un istante. -
Mi sentii le ginocchia cedere. Scivolai giù, lungo il palo, fino a sedermi a terra, un asfalto ormai freddo sotto di me.
Vidi Giovanni passare, mi resi conto che lui non mi notò, salì su una macchina sportiva e fu un problema in meno.
- Sara, non so cosa fare... devo tornare da lui, comunque lo amo e tu lo sai, ma mi soffoca con la sua gelosia... -
- Ricordo che volevi il divorzio, tesoro... -
- Perché era un momento, poi... -
- Mati, forse, hai bisogno di una pausa da Alessandro -disse lei, ignorando la mia disperazione- devi capire cosa vuoi davvero. Se vuoi essere la sua bambola, che c'è al di là di tutto e pronta a perdonare o se vuoi essere Matilde. Libera. Vieni qui da me. Prendi il primo treno domani mattina. Passiamo tre giorni insieme. Lontano da tutto. -
La proposta fluttuò nel mare notturno. Firenze. Sara. Un rifugio. Capii che non scappavo solo da Alessandro. Sussurrai di sì e la chiamata cadde.
Rimasi sola, sotto la luce del lampione. Mi rialzai e guardai il buio davanti a me, la spiaggia oltre la lingua d'asfalto, il bianco delle onde infrante sulla battigia. Non era la paura provata con Giovanni. Nemmeno Alessandro che mi teneva in catene. Era la parte di me che si era bagnata pensando di essere presa con forza, quella che si era eccitata mentre Giovanni mi mordeva il labbro. Quella che si trovava a sorridere ai messaggi maliziosi di Sauro.
Stavo scappando dalla mia stessa natura, da quel vuoto tra le gambe che gridava per essere riempito, controllato, distrutto. Mi passai una mano tra i capelli, con le dita ancora tremanti.
Prima che potessi respirare di nuovo, il telefono si illuminò. Un messaggio? No, una chiamata. Il numero privato lampeggiava sullo schermo, un avvertimento rosso nel buio. Il cuore mi mancò un battito. L'aria intorno a me sembrò diventare più densa, più pesante, carica di una tensione che mi fece rizzare i peli sulle braccia. Risposi con un filo di voce, portando il telefono all'orecchio con la mano che tremava come una foglia..
- Pronto... -
- Il gioco non si ferma perché hai paura, Matilde. -
La voce di Lapo era profonda, calda come il fuoco, avvolgente e terrificante allo stesso tempo.
Non chiese dove fossi. Non chiese di Alessandro. Non importava. Le regole che avevamo stabilito, i confini che avevamo disegnato con il sangue e il sudore, non conoscevano vacanze o crisi di coppia.
- Ho visto cosa è successo. Ho visto come hai reagito a quel ragazzo nel buio. Ho sentito la tua paura, ma ho anche sentito la tua figa bagnarsi mentre lui ti costringeva. -
Un brivido gelido mi percorse la schiena. Come poteva saperlo? Aveva occhi ovunque? Mi chiuse la gola un nodo di vergogna e desiderio. La sua capacità di leggere dentro di me, di smontare le mie difese con una frase, era disarmante.
- Lapo, per favore... non ora. -
- Il gioco procede. Tu mi appartieni. -
Tagliò corto ed il tono divenne duro, imperioso.
- La tua sessione è confermata per venerdì. Non importa se sei sull'isola, a Firenze o all'inferno. Saprai dove e ti presenterai da me, pronta, pulita e sottomessa. Se non verrai le conseguenze ricadranno su di te, su quella tua farsa di matrimonio e... sul tuo lavoro. Il dottor Pecci, non vuoi che sappia la verità su di te, vero? -
- Sto andando via... sto scappando... -
- Non puoi scappare da ciò che sei. -
Sibilò. E l'immagine di lui, alto, imponente, con gli occhi freddi che mi fissavano mentre ero legata, si materializzò nella mia mente, violenta.
- Sei una cagna che ha bisogno di un guinzaglio, Matilde. E io tengo il guinzaglio. Non dimenticarlo. -
La linea andò morta.
Lapo. Il gioco. Ale. Adesso anche il dottore, che sapeva lui del mio rapporto con il proprietario del resort? Giovanni. Tutto si era fuso in un incubo vischioso da cui non c'era via d'uscita. Non stavo scappando da Ale, stavo correndo dritta verso la gabbia più spietata di tutte, quella che Lapo aveva preparato per me, e la cosa peggiore era che, nel profondo delle mie viscere, mentre il vento mi accarezzava le cosce nude, io lo desideravo.
La discussione era esplosa ancora per lui, lo scrittore. Un dannato messaggio sui nuovi sviluppi della sceneggiatura aveva scatenato la sua gelosia. Anche l'aver assunto in brigata lo stagista biondino, a suo dire "con più peluria sul mento che neuroni", sarebbe stato un segnale di tradimento imminente.
Parlava lui. Proprio lui che ha testato ogni cameriera, che mi ha tradita con ogni bipede femminile che sia passato per l'hotel. Spergiurando che ama solo me, che gli interessa solo di me. Ed io, innamorata, che faccio finta di non sapere.
Certo, sentire il suo fiato sul collo mentre controlla chi mi guarda, dover rispondere alle sue domande inquisitorie ad ogni messaggio sul telefono, mi fa venire voglia di scorticarmi via la pelle, ma non fa sempre così.
Però quella volta è stato troppo, mi sono sentita in pericolo. Mi ha spaventata.
Camminai a passo svelto verso la baia, cercando di mettere distanza tra me e quella casa sempre più simile ad una prigione. I sandali mantenevano un suono ritmico sul selciato irregolare del borgo. Ogni passo, un tentativo di disperdere l'adrenalina che mi bruciava nelle vene.
Passai il viale a mare gremito senza guardare nessuno ed arrivai al vecchio pontile in legno, quello che si protende nell'acqua come un dito ossuto. Mi fermai all'estremità, afferrando le corde bagnate e viscide. Il mare era calmo, una lastra d'olio nera che mi circondava e che rifletteva debolmente le luci della costa e di Portoferraio in lontananza, ma l'orizzonte era un abisso indistinto.
Tirai fuori il cellulare. La luce accecante del display mi fece strizzare gli occhi. Scorsi il nome di Sara, sorella di una vita; chiamata. Mi serviva una voce amica, qualcuno che mi dicesse che non stavo impazzendo, che Ale era un paranoico e che avevo fatto bene a andarmene.
Il telefono iniziò a squillare, ma nessuna risposta. "Ti prego, Sara, rispondi..." mormorai tra me e me, guardando lo schermo ed i secondi passare.
Mentre attendevo, sentii un rumore di passi dietro di me. Pesanti, lenti, accompagnati dallo scricchiolio del legno sotto suole. Mi irrigidii, ma non mi voltai subito. Una voce romana, vellutata e un po' bassa, spezzò il silenzio.
- Se stai aspettando che il mare ti risponda, sappi che è un gran chiacchierone, ma di solito risponde solo alle sirene. -
Mi voltai di scatto. Un ragazzo era in piedi sul pontile, a pochi metri da me. Non era alto, ma aveva presenza. Indossava una t-shirt bianca aderente che metteva in evidenza la muscolatura delle spalle e jeans corti un po' usurati. I suoi occhi mi fissavano con un misto di curiosità e interesse sfacciato. Giovanni, come si presentò poco dopo, aveva quel modo di fare dei romani, un misto di simpatia invadente e carisma naturale che ti metteva a disagio e ti attirava allo stesso tempo.
- Sto chiamando un'amica, non ho bisogno di compagnie. -
Lo dissi, abbassando il telefono, con la voce che mi uscì più fredda di quanto volessi.
- Ah, peccato. Perché, da queste parti, la compagnia è l'unica cosa che non manca mai, specialmente di notte. Ma tu sembri una che cerca guai, o che cerca di scamparli. -
Rispose allargando le braccia, senza minimamente scoraggiarsi. Anzi, avvicinandosi di un passo.
Mi sentii osservata. I suoi occhi perlustrarono il mio corpo, dal vestito leggero che indossavo alle gambe nude, risalendo fino al mio viso. Non era uno sguardo da maniaco, più predatorio. Eppure, non mi sentii in pericolo. Forse sì, avrei dovuto, ma era un pericolo diverso da quello soffocante di Alessandro.
Era il pericolo del proibito.
- Vado via. Spostati. -
- Aspetta, non così in fretta. Hai l'aria di chi ha appena lasciato un funerale. O un processo. Ti va di bere qualcosa?
C'è il bar proprio lì che fa degli ottimi mojito. -
- Non ho voglia di bar o gente, voglio stare da sola. -
Tagliai secca, infilando il telefono in borsa. Raggiunsi la battigia, lui due passi dietro. L'idea di sedermi in un posto con la musica alta e la gente che urlava, mi faceva venire l'emicrania. Ma Giovanni non si perse d'animo. Mi fermò per un braccio e sorrise, mostrando denti bianchi e perfetti. Accettai quel tocco con un piccolo brivido. Poi, guardatosi attorno, indicò un distributore sotto un pino un po' più in là.
- Ok, niente bar. Capisco. Sei una tipa da atmosfere. Bevi birra? -
- Qualche volta. -
- Aspetta qui. -
Non mi diede il tempo di rispondere. Si allontanò con andatura sciolta, le mani in tasca, tornò dopo pochi minuti con due bottigliette ghiacciate. Le aprì con la maestria di un muratore - un colpo secco - e me ne porse una.
- Dimentica il bar. Il mare è gratis e la birra è fredda. E io, beh, sono un'aggiunta. -
Presi il vetro. La condensa bagnava il palmo della mia mano. Era gelido. Bevvi un sorso lungo, sentendo il liquido dolciastro della rossa scendere lungo la gola, spegnendo parte del fuoco della rabbia. Giovanni si accostò a me e iniziammo a camminare lungo la riva, sandali appesi alle dita, dove la sabbia era più scura e compatta per l'umidità.
Parlammo di tutto e di nulla. Mi raccontò di Roma, del caldo infernale di luglio, di come il mare di santa Marinella fosse una pisciotta in confronto all'Elba. Io lo ascoltavo e, pian piano, la tensione nelle spalle iniziò a sciogliersi. La sua voce era ipnotica, un ronzio costante che mi faceva dimenticare Sara che non mi stava richiamando e Ale a casa. Ogni tanto, le nostre spalle si toccavano e sentivo una scossa attraversarmi la pelle.
Lui si fermò improvvisamente. Eravamo arrivati in un tratto più isolato, sulla fine della spiaggia, dove gli scogli prendono il posto alla sabbia e le luci del borgo si fanno lontane e fioche, inghiottite dalla notte. C'era solo il rumore delle onde che si infrangevano sulla riva. Giovanni si voltò verso di me. Il gioco era finito.
- Sai, sei ancora più bella quando fai quella faccia incazzata. Mi fai venire voglia di farti arrabbiare di più, solo per vedere come diventi. -
Lo disse avvicinandosi piano, finché non potei sentire il suo profumo, un mix di tabacco, birra e maschio.
Mi sentii intrappolata, ma non volevo scappare. Lui mi prese per un braccio, non con forza, ma con una fermezza che ammetteva la resistenza. I suoi occhi mi cercarono negli occhi, poi scesero sulle mie labbra.
- Basta parlare, Mati. La senti anche tu, no? Questa tensione, questa chimica. -
Si chinò. Le sue labbra trovarono le mie. Non fu un bacio dolce o leggero. Fu un assalto. Le sue labbra erano calde, esigenti, la sua lingua invase la mia bocca con una fame che mi spense ogni pensiero razionale. Risposi istintivamente, mordicchiandogli il labbro inferiore, sentendo il groppo in gola crescere. Le sue mani mi presero per la vita, tirandomi contro di sé. Potevo sentire il suo cazzo duro premere contro la mia pancia attraverso i jeans, una promessa esplicita e pesante.
Una mano di lui risalì lungo il mio fianco, sfiorando il seno, il mio corpo reagì con un tremito incontrollabile. Le mie ginocchia si indebolirono. Cazzo, pensai, lo voglio. Voglio che mi prenda qui, sulla spiaggia, che mi faccia dimenticare il mio nome.
Mi spinse contro la scogliera. La mia schiena calda contro la roccia fredda fu un di più per la mia eccitazione. La sua mano scivolò sotto l'orlo dell'abito, furono dita calde sulla pelle nuda delle cosce che risalivano decise la mia pelle. Io emisi un gemito soffocato nella sua bocca, spingendo il bacino in avanti.
Poi, come un secchio d'acqua gelata, vidi lo sguardo di mio marito, la sua voce, i suoi sospetti, la sua faccia delusa. La sensazione di un tradimento che non era rivincita. Mi irrigidii. Cosa stavo facendo? Qui, con uno sconosciuto, a due passi da casa? La vergogna mi colpì piegandomi le ginocchia.
- No, non posso -
Lo dissi con voce tremante. Lo allontanai da me strappando la mia bocca al suo bacio. Lui si fermò, ma non mi lasciò andare. Le sue braccia mi tenevano a sé, i suoi occhi erano nuvole di passione offesa e confusione.
- Cosa? Non puoi cosa? Ti stava piacendo. Stavi godendo un sacco. Lo sento dal tuo battito, dalla tua figa. -
- Devo andare, lasciami! Lasciami!-
Cercavo di divincolarmi, ma la sua presa si era fatta più forte, quasi dolorosa.
Mi bloccò i polsi.
- Ma va al diavolo, chi vuoi ingannare. Sei tutta bagnata, non negarlo. Perché ti fermi ora? Hai paura? -
- Non è paura -mentii, sentendo le lacrime bruciarmi agli occhi- Ho un marito. Non posso fare questo. -
- Un marito? E allora? Sei qui con me, non con lui. O forse ti piace farmi vedere chi comanda davvero? -
Rise, fu un suono amaro e sgradevole.
Mi strinse a sé ancora più forte, cercando di baciarmi di nuovo, mentre una mano cercava di tornare tra le mie gambe. Il panico mi montò. Il gioco erotico di prima stava mutando in lotta.
- Lasciami andare! -
Urlai, spingendolo con tutte le forze.
Riuscii a liberare un braccio e gli piantai le unghie nel braccio, facendolo imprecare. Lui allentò per il dolore, un solo istante. Fu quello che mi servì.
Mi sfilai dalla sua presa, inciampando nella sabbia, ma non mi voltai a controllare se mi stava inseguendo. Corsi. Corsi verso le luci del borgo, col cuore che mi batteva all'impazzata, l'eccitazione fatta terrore; di quello che avevo quasi fatto e di chi avevo lasciato indietro.
Fuggivo da Giovanni, ma in realtà stavo correndo indietro, dritta tra le braccia di Alessandro. I piedi nudi battevano sulla sabbia umida. Il respiro mi usciva dai polmoni come un fischio acuto, bruciante. Non mi voltai. Le luci familiari di Bagnaia, così vicine, mi apparivano lontane e irraggiungibili.
L'ora ormai tarda aveva svuotato di gente il lungomare, solo i miei passi echeggiavano sul mare calmo e la strada deserta.
La vibrazione del cellulare risuonò come un trillo nella quiete. mi bloccò di colpo. Mi appoggiai ad un lampione, frugai in borsa e l'estrassi.
Sara.
- Amo'!- La mia voce era un sussurro rotto, strappato via dalla gola arida.
- Mati, scusami. Dio, che succede? Ti sento male. -
Le parole mi uscirono in un torrente inarrestabile, senza filtri, senza pudore. Raccontai la lite con Ale, le sue accuse paranoiche, il modo in cui i suoi occhi mi avevano scorticata viva per aver chattato con lo scrittore e per aver assunto il ragazzino contro il suo parere. Raccontai la corsa folle verso il mare, il buio, il silenzio del pontile. Poi la voce si incrinò quando arrivai a Giovanni. Descrissi la sua presenza, il modo in cui mi aveva messa all'angolo, l'odore di birra e sale che gli usciva dalla pelle. Il bacio.
- Mi ha... mi ha presa, Sara. Mi ha baciata e io... -Mi morsi il labbro- Ero spaventata, ma per un secondo non ho pensato ad Ale. Ho pensato solo a quella bocca, a quella mano che mi stringeva la vita forte, quasi a farmi male. -
Sara rimase in silenzio dall'altra parte. Potevo sentire solo il suo respiro calmo e regolare, un contrasto stridente con il mio panico da animale braccato. Quando parlò, il tono non fu quello che mi aspettavo. Nessuna condanna, ma nemmeno una rassicurazione dolce.
- E ti è piaciuto? -
- No! Certo che no! Mi ha fatto paura! -
- Non mentire a me, Mati. Non ora. -
La sua voce tagliò l'aria come una lama.
- Amore, lui ti sta soffocando. Ti controlla, ti possiede, ti riduce a un oggetto che deve stare sullo scaffale senza muoversi. Forse quel Giovanni ti ha spaventata, sì, ma ti ha anche fatto sentire viva. Ha rotto il vetro della tua gabbia, anche se per un istante. -
Mi sentii le ginocchia cedere. Scivolai giù, lungo il palo, fino a sedermi a terra, un asfalto ormai freddo sotto di me.
Vidi Giovanni passare, mi resi conto che lui non mi notò, salì su una macchina sportiva e fu un problema in meno.
- Sara, non so cosa fare... devo tornare da lui, comunque lo amo e tu lo sai, ma mi soffoca con la sua gelosia... -
- Ricordo che volevi il divorzio, tesoro... -
- Perché era un momento, poi... -
- Mati, forse, hai bisogno di una pausa da Alessandro -disse lei, ignorando la mia disperazione- devi capire cosa vuoi davvero. Se vuoi essere la sua bambola, che c'è al di là di tutto e pronta a perdonare o se vuoi essere Matilde. Libera. Vieni qui da me. Prendi il primo treno domani mattina. Passiamo tre giorni insieme. Lontano da tutto. -
La proposta fluttuò nel mare notturno. Firenze. Sara. Un rifugio. Capii che non scappavo solo da Alessandro. Sussurrai di sì e la chiamata cadde.
Rimasi sola, sotto la luce del lampione. Mi rialzai e guardai il buio davanti a me, la spiaggia oltre la lingua d'asfalto, il bianco delle onde infrante sulla battigia. Non era la paura provata con Giovanni. Nemmeno Alessandro che mi teneva in catene. Era la parte di me che si era bagnata pensando di essere presa con forza, quella che si era eccitata mentre Giovanni mi mordeva il labbro. Quella che si trovava a sorridere ai messaggi maliziosi di Sauro.
Stavo scappando dalla mia stessa natura, da quel vuoto tra le gambe che gridava per essere riempito, controllato, distrutto. Mi passai una mano tra i capelli, con le dita ancora tremanti.
Prima che potessi respirare di nuovo, il telefono si illuminò. Un messaggio? No, una chiamata. Il numero privato lampeggiava sullo schermo, un avvertimento rosso nel buio. Il cuore mi mancò un battito. L'aria intorno a me sembrò diventare più densa, più pesante, carica di una tensione che mi fece rizzare i peli sulle braccia. Risposi con un filo di voce, portando il telefono all'orecchio con la mano che tremava come una foglia..
- Pronto... -
- Il gioco non si ferma perché hai paura, Matilde. -
La voce di Lapo era profonda, calda come il fuoco, avvolgente e terrificante allo stesso tempo.
Non chiese dove fossi. Non chiese di Alessandro. Non importava. Le regole che avevamo stabilito, i confini che avevamo disegnato con il sangue e il sudore, non conoscevano vacanze o crisi di coppia.
- Ho visto cosa è successo. Ho visto come hai reagito a quel ragazzo nel buio. Ho sentito la tua paura, ma ho anche sentito la tua figa bagnarsi mentre lui ti costringeva. -
Un brivido gelido mi percorse la schiena. Come poteva saperlo? Aveva occhi ovunque? Mi chiuse la gola un nodo di vergogna e desiderio. La sua capacità di leggere dentro di me, di smontare le mie difese con una frase, era disarmante.
- Lapo, per favore... non ora. -
- Il gioco procede. Tu mi appartieni. -
Tagliò corto ed il tono divenne duro, imperioso.
- La tua sessione è confermata per venerdì. Non importa se sei sull'isola, a Firenze o all'inferno. Saprai dove e ti presenterai da me, pronta, pulita e sottomessa. Se non verrai le conseguenze ricadranno su di te, su quella tua farsa di matrimonio e... sul tuo lavoro. Il dottor Pecci, non vuoi che sappia la verità su di te, vero? -
- Sto andando via... sto scappando... -
- Non puoi scappare da ciò che sei. -
Sibilò. E l'immagine di lui, alto, imponente, con gli occhi freddi che mi fissavano mentre ero legata, si materializzò nella mia mente, violenta.
- Sei una cagna che ha bisogno di un guinzaglio, Matilde. E io tengo il guinzaglio. Non dimenticarlo. -
La linea andò morta.
Lapo. Il gioco. Ale. Adesso anche il dottore, che sapeva lui del mio rapporto con il proprietario del resort? Giovanni. Tutto si era fuso in un incubo vischioso da cui non c'era via d'uscita. Non stavo scappando da Ale, stavo correndo dritta verso la gabbia più spietata di tutte, quella che Lapo aveva preparato per me, e la cosa peggiore era che, nel profondo delle mie viscere, mentre il vento mi accarezzava le cosce nude, io lo desideravo.
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