Gennaio

di
genere
etero


Un nevischio misto a pioggia cadeva lento ed insistente, trasformando la città in un quadro sfocato, dalle luci calde e le ombre fredde. Ogni passo scricchiolava sui marciapiedi bagnati. Un alito di fumo rendeva il mio respiro visibile, ma nessuna anima si scorgeva per le vie, eppure sentivo gli occhi di qualcuno su di me.

Appoggiato ad una colonna, fra gli archi del portico comunale, un uomo emergeva dall’ombra come un predatore elegante. Il suo cappotto scuro cadeva lungo i fianchi; sotto ciocche ricce grigie e castane il volto, luminoso, segnato da anni di scelte sbagliate. Non mosse un passo delle sue Chelsea nere verso di me. Mi guardò, semplicemente. Ed il mondo si fermò.

- Non dovresti essere sola a quest’ora -

disse con voce calma, ferma, come se fosse un ordine. Io sentii un brivido correre lungo la schiena. Non fu paura, fu riconoscimento.

- Tommaso -
- Matilde -

Incosciente e stregata, iniziammo a parlare camminando fianco a fianco. I minuti passarono veloci, come i metri sotto le nostre suole e mi lasciai condurre fin dentro il suo appartamento; dove l’aria cambiò.
Pareti color fumo, tende pesanti capaci di catturare ogni filo di luce e lampade basse da rendere il giorno un intruso. Libri e fascicoli dappertutto, non un grano di polvere, ma silenzi nell'eco lontano della ferrovia. Lui si muoveva con calma assoluta, ogni gesto misurato.

Fu delicato a sfilarmi il piumino bagnato e mi sussurrò di non muovermi né voltarmi: quel soffio leggero, così vicino ai miei lobi da percepirne il calore, mi elettrizzò; ubbidii per terrore, con uno strano desiderio che serpeggiava in me. Poi mi raccolse i capelli con un telo profumato; il sentore di vaniglia e cannella fu una scintilla, che divampò in incendio quando mi avvolse le tempie ed iniziò ad asciugarmi

- Ti piace quando rallento? -
- Mi fai perdere il controllo - risposi
- No -disse, mentre inclinavo la testa sul suo petto- te lo faccio scegliere -

Scelsi di cercare il suo corpo dietro di me con le mie mani, lo toccai, sfiorai le sue gambe celate dagli abiti, raggiunsi la cintura con le dita…
Si allontanò.
Non mi voltai e lasciai scivolare il telo dalle spalle. Sentii i suoi passi nudi sul legno del pavimento tornare vicini ed il mio cuore prese a sbattere impetuoso. Rimasi ferma, in piedi, davanti alla finestra chiusa; fuori, le luci della mia città. Un nastro morbido e liscio mi serrò i polsi.
Mi spinse prona sul divano, lo schienale di cuoio premeva contro il mio ventre mentre le sue mani erano su di me.

Ogni sua carezza era un test. Ogni respiro misurato. La differenza d’età era palpabile: lui saldo, esperto; io tremante, curiosa, vulnerabile. Eppure dentro sentivo nascere un’emozione diversa: il desiderio non era paura.
Era potere, sottile, crudele, il suo; era voglia sconosciuta, perversa, devota, la mia.


Qualche giorno dopo, stavo cercando un testo per scuola in libreria quando incontrai Matteo. Tra scaffali stretti, pile di libri malferme ed odore di carta, inchiostro e polvere, le lampade fluorescenti illuminavano ogni piccola imperfezione e mettevano a nudo il mio viso struccato e paffuto. Matteo è un irrequieto con poco più dei miei anni, i capelli sparati e due occhi verdi e attenti, che ti attraversano senza filtri.

- Non sembri il tipo che si fida facilmente - disse, sfilandomi “cime tempestose” dalle mani
- E tu sembri uno che parla troppo - risposi, riprendendomi il libro
- Non quando so cosa voglio -
- E cosa vuoi? - dissi
- Te -

Me ne andai velocemente. Alla cassa, però, lo guardai osservarmi, fino a che non distolse lo sguardo ed affondò le sue iridi in Stendhal. Vidi che ci posò un biglietto e ripose il volume; un battito di ciglia fu il tempo sufficiente perché svanisse. Mi precipitai a prendere quel tomo ed uscii in strada.

Di lui nessuna traccia. Solo un contatto insta sul biglietto e la scritta “ispettore”. Strinsi al petto “il rosso e il nero” e mi resi conto che stavo sorridendo.

Mi lasciò in attesa due giorni, quando rispose “via Muzzi 7”, sentii il cuore accelerare. Con lui, il desiderio fu subito fuoco. Un'esigenza, pelle contro pelle, respiro contro respiro. Fin da respiro che mi tolse con il primo bacio, sul pianerottolo del suo appartamento luminoso al terzo piano. Non c’era strategia, fra noi, solo fame. Mi lasciai andare. Assaporai il sesso selvaggio, bestiale, senza artifici, donando tutta me stessa, questa volta avendo in cambio la medesima passione.

Il triangolo tra me, Tommaso e Matteo si fece più intenso col passare dei giorni. Ero notte, silenzio, controllo con l’uomo che mi comprava. Con Matteo, era luce, impellenza, libertà. Il conflitto dentro di me cresceva e, con ogni sguardo ed ogni tocco, imparavo a dividermi tra loro, perdendo ingenuità e purezza.



I giorni passarono ed era una mattina come tante altre in casa di Tommaso. Da quando ci vivevo anch'io, la luce penetrava violenta dalle ampie finestre ad arco della camera, finalmente libere dai broccati. Vetri nudi, come me; vetri graffiati, come la mia pelle; vetri usati, come la mia carne. Lui già alzato ed in bagno con la doccia scrosciante, mentre il suo cellulare sul comodino lampeggiava afono. Mi protesi per raggiungerlo e mi sfilai dal caldo abbraccio della trapunta, il mio seno reagì all'improvviso gelo con il turgore dei capezzoli, un gesto pudico della mia innocenza scattò istintivo a coprirmi falsamente con una mano; l'altra afferrò il telefono.
Vidi solo il nome: notaio Balestra.

Mi alzai ed indossai la sua maglia blu, quella preferita, abbandonata sul pavimento; a stento mi copriva e lasciava intravedere i peletti neri del mio pube, imperlati del sesso consumato.

Una cartellina, lasciata aperta sul tavolo di cucina, mi attirò. Lessi senza troppa attenzione, sonnecchiando e sbadigliando, tra i documenti c’era ogni cosa: proprietà, società, terreni, fondi… il mio nome. Tutto collegato da lui; lì dentro c’era la mia vita, ciò che avevo e ciò che nemmeno sapevo di avere.

- Non sono cose che ti devono preoccupare - disse lui, fissandomi dalla porta con l’accappatoio semiaperto sul suo fisico scolpito
- Ma qui c'è il mio nome! Cosa sono questi? - risposi, sparpagliando i fogli
- Sono il mio lavoro - replicò
- Non capisco, cosa sono per te? -

Silenzio.

Sì avvicinò e mi accarezzò il sesso dilicatamente, “un investimento” mi disse poi, secco e quasi sottovoce; mentre raccoglieva le carte senza neppure guardarmi.

Il desiderio cambiò sapore. Non sapevo come prenderla. Pensai solo che ogni carezza, ogni sguardo, ogni silenzio ed ogni parola erano stati studiati per vincere le mie resistenze e le mie paure. Dubitai del sesso che avevamo fatto fino a quel momento, che fosse stato solo finzione, solo dominio della volontà e controllo dell’estasi, per plagiarmi e rendermi dipendente dalle sue attenzioni, oppure c’era stato del vero?
Si voltò ed uscì dalla cucina senza proferire parola. Ed io decisi che era il momento di rivoltare il gioco.

Come se nulla fosse tornò, poco dopo, vestito.
Mi spinse contro il tavolo e bloccò le mie mani sul piano con le sue; era una furia; si avventò sulle mie labbra baciandomi con una passione che non mi aveva ancora usato. Invase la mia bocca con il suo potere in un respiro sofferto e Io fissai nei suoi occhi neri, spalancati a cogliere ogni mio pensiero, finché non cedetti ad una crescente brama di lui e li chiusi.
Mi voltò di forza e mi schiacciò guancia sul legno. Con una mano alzò la maglia denudandomi la schiena, le mie erano al bordo di castagno aggrappate. Non c’era amore in quel gesto, solo desiderio animale di possedere ed umiliare. Ma la mia mente era già dimentica di tutto, mentre il mio corpo vibrava in un fremito di voglia.
Tutta la mia nudità esposta al suo piacere, vulnerabile al suo dominio di me.
Mi allargò le gambe spingendo le ginocchia, sentii il rumore metallico della fibbia sbattere sul pavimento ed un fruscio di stoffa seguirlo.
Mi toccò appena e risposi spingendomi a godere di lui; il suo petto fu sopra di me, le mie spalle irrorate del suo respiro e, con due dita, penetrò nel fradicio della mia verginità perduta.
Mi baciò la pelle rovente -tu sei mia- mi sospirò all'orecchio, poi mi afferrò i ricci e tirò a sé.
Mi inarcai assecondando l'imposizione e quattro colpi a mano aperta furono il premio, infiammando il candore dei miei glutei sodi.
Un piccolo dolore anticipò il suo violarmi prepotente. Gemiti sordi e silenziosi diventarono sempre più intensi e prolungati, mentre cresceva l’eccitazione che ci univa e l’affanno nel respiro.
L'egoismo del suo orgasmo, negò il mio.



Matteo lo incontrai poco dopo, davanti il castello, mentre stavo aspettando l’autobus. Accostò con la sua auto grigia e oro, con alla guida un ragazzino in divisa che sembrava più piccolo di me. Mi disse solo di salire che ci sarebbe voluto poco.

- Pedretti, veloce, al comando - ordinò
- Signor sì! - Rispose il piccoletto con la testa rasata ed un buffo pizzetto spelacchiato

Poi si voltò verso di me con un sorriso e gli occhi, pozzi blu e profondi dove affogare, che luccicavano; gli accarezzai il viso perfettamente rasato e lui mi baciò la mano

- Buongiorno meraviglia - disse delicato
- Sono felice di vederti - risposi
- Ispettore, è regolare?- interruppe subito l'altro
- ahaa Pedre’, guida va’. E vedi de ‘un anna’ a sbatte, che quello sta a frena’ -

Il comando è in piazza Mercatale, quindi vicinissimo al castello; in realtà si fa prima a piedi che in auto, ma in due minuti poco più fummo davanti alla scalinata. Matteo mi aprì lo sportello e mi porse il braccio, salimmo così, come una sposa con suo padre verso l’altare.

Scrivanie grigie, carte e computer accesi ci accolsero, seconda porta a vetri l’ufficio. Sulla poltroncine davanti al tavolo tre faldoni azzurrini con il mio nome in bella vista, sulla poltrona di Matteo, spalle al muro, “cime tempestose”. Rimasi sorpresa e lui lo notò

- libro strano, non trovi? - disse
- l'ho appena cominciato -
- stupendo il personaggio di Catherine, così indomita, le assomigli -

Arrossii come una verginella e scappai dai suoi occhi che mi stavano leggendo l'anima. Mi fece sedere sollevando il libro dalla sua poltrona e poi si sedette davanti a me, sparpagliando i fascicoli sulla scrivania.
Mi domandò poco sul rapporto fra me e Tommaso, più sul come ci fossimo conosciuti e gli amici comuni.

Mentre parlavamo, la sua mano sfiorò più volte la mia, lasciai che il calore del suo palmo scaldasse le mie nocche, mi piaceva il tocco dei suoi polpastrelli sulla mia pelle; era così delicato e rispettoso, tanto diverso dall'aggressività egoista di Tommaso. Mi accarezzò il viso e chiusi gli occhi, annegando in un rossore che bruciava le mie gote e pulsava nell'intimo delle mie labbra.

Non fu quel giorno.

Nelle settimane seguenti ricostruimmo insieme la rete di truffe e ricatti: le società fittizie, i prestanome, i conti che portavano ovunque per poi perdersi. Tommaso non era onnipotente: solo bravo a farlo sembrare.

A casa ed in ogni incontro con il mio dominus divenni sempre più attrice. Lasciavo trasparire brama e voglie inconfessabili, apparivo come sempre sottomessa, ma non mi perdevo più; restavo vigile, fingevo, sempre più abile. Manipolavo i suoi gesti, i suoi sguardi, le sue parole; oscillavo tra seduzione e controllo. Imparai a carpirgli segreti usando il mio corpo e la mia bocca, portandolo al massimo dell'eccitazione, al buio della mente. Lentamente prendevo coscienza del dominio che stavo esercitando su di lui.

Ogni incontro con il mio Matteo era la liberazione. Con lui ero me stessa, dolce, desiderosa di amare, felice di donarmi a chi amava la mia carne e la mia anima, non i miei averi.
Fugaci ed infuocati pomeriggi in via Muzzi 7, si succedevano agli incontri seri o romantici in posti sempre diversi.
Una sera di gennaio, con Tommaso a Roma per lavoro, ero con lui. Cenammo da Gori come due fidanzati, incuranti di chi ci potesse vedere, fra chiacchiere e risa e sguardi dolci. Raggiungemmo casa sua passeggiando abbracciati; baciandoci sotto le gocce in una felicità e leggerezza che non vivevo da tempo.
Mi stavo innamorando.

Varcato il portone, il romanticismo lasciò il posto ad una fame bestiale. Salimmo le scale alternando fughe sulle scale a soste di baci e passione sui pianerottoli. Scappavo maliziosa e mi inseguiva; prendendomi, mi sbatteva spalle ad una porta od al muro baciandomi, affondando la sua lingua nella mia bocca, accarezzandomi e toccandomi fino a penetrare con le dita la mia intimità nuda sotto la gonna.

La pioggia incessante batteva sui vetri malchiusi e sulle stecche scorticate dal tempo delle persiane. L’acqua penetrava in stanza lambendo i nostri abiti gettati a terra in un frastuono di voci, sospiri e metallo. Godevo, perdendomi nel piacere vero, della sua insaziabile voglia del mio sapore più intimo e segreto.
Non un centimetro della mia pelle sfuggiva alle sue cure, i miei seni morbidi e liberi di stoffe e lacci, le mie cosce nude e sode, il mio ventre; soffice rifugio per il suo viso. Più giù, dove la sensibilità aumenta e dove indugiava fino a farmi perdere i sensi, fino a sottrarmi il possesso del mio corpo.

—-

La pioggia aveva ricominciato a scendere, quella sera, sottile e fredda, nell'aria ristagnava un odore di muffe e sentore di marcio. La strada scorreva sotto i miei tacchi, lucida come uno specchio e sporca come stava diventando la mia anima; neon rossi, gialli e blu che si riflettevano sui marciapiedi mi facevano silenziosa compagnia.
Entrai nel locale, il bar del nostro primo incontro, legno scuro e stucchi, gialle di cera le pareti, aromi di caffè e fumi di alcol che si mescolavano alla luce calda.
Tommaso era seduto all’angolo, sotto la finestra, quasi incorniciato dal velluto rosso di una tenda. Roteava un distillato in un bicchiere con lo sguardo assente ed il viso appena illuminato da una piccola lampada sul tavolo.

Dietro un pilastro, seduto su di un divanetto, Matteo osservava senza farsi notare, sigaretta tra le dita, sorseggiava un martini tenendo gli occhi fissi su di me.

Tommaso alzò gli occhi e mi vide. Si avvicinò lentamente, ogni passo misurato, ogni gesto carico di tensione. Posò la mano sul bancone accanto al mio bicchiere appena lasciato dal bartender

- sei cambiata -
- sto imparando -
- non avresti scelto un manhattan -poi, dopo una pausa greve- il potere che hai scoperto? -
- è solo all’inizio - mormorai
- non mi sfuggi - mi sussurrò all'orecchio mordicchiandomi un lobo

Ma sapeva benissimo che mi aveva persa e, con me, la cosa che più lo interessava: i miei averi.
scritto il
2026-06-28
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