Cacao amaro e pepe bianco
di
Tilde
genere
dominazione
Le luci avorio del porto si allungano sul selciato bagnato mentre mi allontano dalla banchina, nell'aria il risveglio dei gabbiani e lo sbattere dell'acqua contro il molo; voci lontane di uomini indaffarati e tintinnio di sartie.
Mi guardo indietro un’ultima volta. Greta è lì, appoggiata alla ringhiera, una sagoma scura contro il cielo rosato dell'aurora. Non fa un gesto, ma so che mi sta fissando. Il suo sguardo è un tocco fisico, un dito che scorre lungo la mia colonna vertebrale a distanza. Respiro profondamente, cercando di richiamare alla mente l’odore di Alessandro, la sicurezza della mia routine e le noie che mi attendono all'hotel, ma i miei polmoni si riempiono solo di sale e gelsomino; del profondo intenso e selvaggio di lei.
Il rumore del motore del Crachi zaffiro si spegne in lontananza, ma l’eco del corpo di lei contro il mio ancora risuona nelle ossa. Ogni passo che stendo sui sanpietrini è un piccolo terremoto, le mie caviglie tremano sotto il peso di un segreto che ora indosso come un secondo abito. Aderente alla pelle come il vestito umido che mi copre. Assurdo che mi senta in colpa nei confronti di un uomo che mi ha tradita con la qualsiasi.
Arrivo alla mia auto, un piccolo fuoristrada bianco parcheggiato sotto un lampione, che si spegne quando apro la portiera. Un'aria chiusa e calda mi investe. Mi siedo e la portiera sbatte con un tonfo sordo, tagliandomi fuori dal mondo e sigillandomi in un vuoto irreale. Appoggio la testa allo schienale, chiudendo gli occhi per un istante. Il battito è ancora accelerato, un ritmo sincopato che rifiuta di calmarsi. Le mie labbra sono gonfie, sensibili al passaggio della lingua per umettarle; il sapore di lei - mescolato al mio, dolce e salato - persiste sul palato.
Metto in moto. Il motore ronfa sottotono, una vibrazione che si propaga attraverso il sedile e mi scuote fin dentro il bacino. Inserisco la prima e guido lentamente fuori dal parcheggio, le luci della plancia che illuminano a tratti il mio viso riflesso nello specchietto. Mi vedo: i ricci sconvolti, lo sguardo vitreo, le guance arrossate e non dal caldo. Chi è questa ragazza? Non è la Matilde che Alessandro aspetta al resort. Non è la capa al di sopra di ogni sospetto. È una sconosciuta affamata, appena risvegliata, che si ritrova a cantare Annalisa solo perché piace a lei, a Greta; padrona incontrastata della sua mente.
Mentre viaggio lungo la provinciale che porta verso l'hotel, solo il fruscio del vento contro i finestrini abbassati e le note delle canzoni in playlist rompono un silenzio altrimenti assordante. È in quel momento, appena passato l'Ottone, che il telefono sul sedile del passeggero vibra con un suono secco, aggressivo, che spezza l'incantesimo del dopo amplesso.
Un brivido mi percorre la schiena. Non è Alessandro; lui sa che non torno prima delle sette. Fermo l’auto in un piccolo spiazzo sterrato che dà sul mare, le luci accese che fendono l’oscurità che sta sparendo. La mia mano trema leggermente quando afferra il dispositivo. Lo schermo si illumina, proiettando una luce fredda sul mio viso.
- Numero sconosciuto -
Scorro il dito sullo schermo e apro la chat. Non c'è testo, solo un’immagine allegata. La scarico con una lentezza che mi pare agonica, il cuore che sale in gola come un sasso. Quando la foto si carica, il respiro mi si ferma.
Sono io. Seduta a un tavolo del ristorante, quella sera. La foto è scattata di nascosto, dall'angolo buio di una vetrata o da dietro una pianta. L'inquadratura è precisa, chirurgica: si vede il profilo del mio viso mentre sorrido, i capelli ricci che incorniciano la mascella, la mano che giocherella con il bicchiere di vino. Ma c'è qualcos'altro. L'angolazione è bassa, voyeuristica, come se l'obiettivo fosse posato proprio all'altezza del mio décolleté, cogliendo l'attimo in cui mi chino leggermente in avanti. Si intravede la curva del mio seno, la pelle della clavicola, un'espressione di intimità rubata.
Il sangue si gela nelle vene. Chi mi stava guardando? Chi era abbastanza vicino da cogliere quel dettaglio, quel respiro sospeso, senza che io me ne accorgessi?
Mentre guardo l'immagine, ingrandendo i pixel granulosi, arriva un secondo messaggio. Il testo appare sotto la foto, nero su bianco, privo di ogni emozione, freddo come una lama.
- Questa è solo un'anteprima. Ho un'intera raccolta di fotografie che sarebbe molto interessante per il tuo maritino. O per l'ufficio del tuo Franco. Se non vuoi che vedano quanto sei disperata di attenzioni, vieni sola alle Grotte. Tra mezz'ora. Non essere in ritardo. -
Il telefono mi scivola di mano, cadendo sul sedile, proiettando l'immagine sul parabrezza.
I resti della villa sono un luogo in cima a una scogliera a picco sul mare, ma non troppo isolati ed a bordo strada.
La paura mi assale, improvvisa e violenta, contraendo lo stomaco. Ma sotto lo strato di terrore, c'è qualcos'altro che mi fa vergognare. Un brivido, perverso. L'idea di essere stata osservata, di essere stata l'oggetto di qualcuno mentre io pensavo di essere al sicuro, risveglia una sensazione simile a quella che Greta ha appena acceso in me. È la vertigine del controllo che sfugge, il brivido del pericolo fisico.
Mi guardo allo specchio. I miei occhi nocciola sono spalancati, le pupille dilatate. La mia mano scivola inconsciamente sulla mia coscia, stringendo la pelle da sopra la gonna. Sono una preda. Qualcuno mi sta cacciando.
Il messaggio lampeggia sullo schermo, una minaccia tangibile che unisce il mio passato "sicuro" al presente caotico.
Chi è? È un gioco di Greta? Qualcuno che lavora per Lapo? O un estraneo che ha deciso che devo essere sua?
Accendo il motore. La mano sulla leva del cambio è fredda, sudata. Non torno al resort. Non posso. Se non vado, tutto ciò che ho costruito - la facciata da brava ragazza, la serietà della direttrice integerrima, la mia rivalsa con Alessandro - crollerà in un istante, sotto il peso di quelle foto più compromettenti.
Sterzo bruscamente, le gomme strisciano sull'asfalto e sulla ghiaia, e punto il muso dell'auto nuovamente per Portoferraio. L'oscurità fuori dai finestrini sembra riaddensarsi, l'aria, carica d'acqua, promette tempesta.
Il mio corpo, ancora sazio di piacere, ora è un violino teso, pronto a vibrare di nuovo, ma questa volta di paura pura.
Mentre guido verso l'appuntamento, la lingua mi passa ancora una volta sulle labbra, leccando il sapore di Greta mescolato all'adrenalina del pericolo. Sono nel mirino. Ed una parte di me ne è terrificamente eccitata.
La strada corre sotto le ruote, fino allo spiazzo sterrato del parcheggio. Il cancello è aperto, il mio piccolo gippino è a suo agio sullo sconnesso che, di solito, si fa a piedi; è un ritmo sordo e irregolare che mi trasmette vibrazioni fino ai denti.
Scendo la rampa e ciò che resta dell'antica villa è davanti a me, contro il cielo tornato nero per l'imminente scroscio, muri d'opus reticulatum, sbrecciati e muti, che sembra osservare avvicinarmi con occhio cieco e spento.
Il mio respiro è corto. L'odore di lei è ancora impregnato nella mia pelle, sotto il crêpe umido e leggero, un ricordo salato e muschiato che si scontra con la paura acida che sale dalla gola. Il telefono sul sedile del passeggero si illumina di nuovo, netto sul nero della stoffa; l’istinto mi dice di ignorarlo, di girare l’auto e tornare alla sicurezza falsa del residence. Ma la curiosità è un verme che rode la mia pancia, mescolata a un’eccitazione che mi vergogno di ammettere.
Allungo una mano tremante, le dita si chiudono sul cellulare. Un altro messaggio. Niente testo questa volta, solo un vocale chirurgico e crudele.
"Fermati lì, accendi gli abbaglianti. Scendi e spogliati davanti ad essi. Lentamente.”
Il comando brucia sullo schermo. Il mio cuore batte all’impazzata contro le costole. Non c’è nome, non c’è faccia, solo questa voce elettronica che possiede il controllo.
Freno bruscamente; la macchina sbanda leggermente, sull'erba alta dell'incuria, prima di fermarsi puntata verso quel che furono le cantine della villa. L’unico rumore è il motore che ticchetta in raffreddamento ed il fruscio del vento tra gli arbusti secchi che sta aumentando. Agisco sulla leva dei fari. I fasci di luce bianca squarciano l’oscurità, creando un palcoscenico improvvisato sulla terra davanti all’auto.
Scendo. L’aria è umida e, di colpo, fredda; mi morde la pelle esposta delle braccia e delle gambe, facendomi venire la pelle d’oca. Mi sento nuda già prima di esserlo, consapevole che occhi invisibili potrebbero fissarmi da dietro le rovine o dalle frasche che mi circondano.
L’adrenalina è un afrodisiaco potente.
Mi posiziono al centro dei fari, accecata, che mi costringono a socchiudere gli occhi. Le mie mani cercano l’orlo della gonna floreale. Inizio a muovermi, non come una ragazza spaventata, ma come una femme fatale in un film muto, consapevole del potere del suo corpo anche nella resa.
Lentamente, giocherello col nodo del crop, lo sciolgo, mi muovo scoprendo e ricoprendo le spalle, aprendo e chiudendo i lembi del tessuto. Odo un sussurro maschile fra le piante, mi volto verso di esse, offrendo il mio seno nudo, investito dalla luce artificiale brilla ancora di mare. Lascio l'abito svolazzare libero nel vento e danzo al suono di note che non odo. Getto le braccia indietro; con un sussurro di seta, lo scudo del pudore cade a terra in un cerchio attorno ai miei piedi. Resto nel solo rosa carne degli slip e nel saffiano dei sandalini. La luce è un tessuto aderente che evidenzia le mie curve, il seno piccolo ed i miei capezzolini che si ergono col freddo, i fianchi larghi, le cosce che si muovono; i miei capelli lunghi ondeggianti. L'ombra di tutta me proiettata su quelle pietre di duemila anni. Le mie dita si insinuano fra pelle ed elastico, il rituale riprende.
Centimetri di pube illuminati e poi nascosti, sempre di più, in una lenta discesa del pizzo lungo le gambe. Un nuovo sospiro, più vicino a me, mi indica verso cui donare le mie terga. Mi chino in avanti per spingere fin sotto le ginocchia le mutandine e sento sulla mia intimità, la più segreta e vulnerabile, il calore dei fari lontani. Le rilascio senza fretta. Un attimo di esitazione ed accelerano nella loro caduta fino ad orlarmi le caviglie sottili, fino a terra. Sono nuda. La luce dei fanali mi lambisce, rendendo la mia pelle color ambra quasi luminosa, evidenziando ogni imperfezione e ogni bellezza.
Mi giro su me stessa, offrendo la vista del mio corpo da ogni angolazione. Con le mani mi accarezzo i fianchi, risalgo sul ventre, lei stringo intorno al seno. È uno spettacolo perverso, un atto di sottomissione volontaria ad un fantasma. Chiudo gli occhi e immagino che sia Greta a guardarmi, la vergogna si trasforma in calore liquido tra le cosce. Resto immobile per un secondo, concedendomi completamente, poi mi chino a raccogliere i vestiti.
Una negazione perentoria, che proviene da dietro di me, mi ordina di lasciarli sull’erba, di non voltarmi e di restare ferma.
- Chi sei? -
La mia voce è un filo di suono che si spegne subito. Nessuna risposta. Faccio per alzarmi ed odo rumori di erba calpestata sempre più vicini.
- Ho detto ferma. -
La voce maschile, che non mi sembra di conoscere, è ad un passo da me. Sento il suo respiro sulla pelle, un fruscio di cotone che si china su di me.
Prima che possa voltarmi, una spinta, rapida e secca alle spalle, mi fa cadere in avanti; in ginocchio e faccia terra.
Prona, non reagisco e trattengo il fiato: ho paura di ciò che potrebbe succedere.
Un braccio forte si avvolge attorno alla vita, tirandomi indietro con violenza. Una mano guantata di nitrile asettico mi blocca la bocca, soffocando l’urlo che già saliva nella gola.
- Hai seguito le istruzioni, brava. -
È una voce gutturale, modificata forse da un filtro o, semplicemente, distorta dal terrore. Sento una puntura acuta sul collo, un ago che affonda nella carne con precisione. Il panico esplode nella mia testa, cerco di graffiare, di calciare, ma il mio corpo diventa pesante all’istante, un’ancora che affonda nell’acqua profonda. Le mie gambe cedono. Il buio non è più solo intorno a me, è dentro di me, un’onda nera che mi travolge e mi spegne.
Il tempo si perde. Non c’è ora, non c’è luogo, solo un vuoto pulsante e sogni frammentati di luci abbaglianti e mani che toccano la mia carne senza permesso.
Quando riaffioro alla coscienza, è come se stessi emergendo da fondale della Corbella: ho la testa che mi scoppia, la bocca impastata ed intorpidita. La prima cosa che sento è il freddo. Non il freddo ventilato dell’aria aperta, ma il contatto di una superficie piana sotto la schiena e le cosce, forse di metallo o pietra levigata, fredda come il ghiaccio contro la pelle.
Provo a muovermi, ma i miei arti non rispondono. Non sono paralizzati dal farmaco, sono bloccati. Apro gli occhi con fatica; la luce è fioca, gialla, proveniente forse da una lampada a basso wattaggio in un angolo della stanza, che crea lunghe ombre deformi. Le mie caviglie sono legate saldamente con delle corde, spalancate, lasciando la mia femminilità completamente esposta e vulnerabile all'aria. I miei polsi, serrati insieme e tirati sopra la testa, sono agganciati ad un qualcosa, oltre il bordo di quello che penso sia un tavolo, che allunga il mio corpo in un arco teso e doloroso.
Rumore di passi risuona sul piancito screpolato, si avvicinano senza fretta, volutamente pesanti; sono un battito lento e inevitabile che fa accelerare il mio sangue nelle vene.
L'ombra di un uomo si stacca dal buio della porta, tagliando la luce della lampada. Indossa una maschera bianca, semplice, priva di espressioni, che cela il suo volto, ma non l'intenzione.
Non parla.
Il silenzio è più pesante di qualsiasi minaccia verbale. Trattengo il respiro mentre si ferma all'altezza del tavolo, la sua presenza è un'ombra che mi copre interamente. Porta guanti neri come gli abiti che indossa, rossa la cravatta di raso lucido, li vedo scivolare sul metallo del tavolo, a pochi centimetri da me. Poi, la prima carezza. È un contatto improvviso della sua mano, caldo ed esplorativo, che parte dalla caviglia e risale lungo il polpaccio, in un movimento liscio e deliberato. Un brivido mi percorre e la pelle s'increspa immediatamente sulle mie cosce, un riflesso involontario che tradisce quanto i miei nervi siano al limite.
- Calma. -
Sussurra quasi paterno, dimostrando che Il controllo è già nella sua voce.
Mentre parla con me, vedo i suoi occhi scuri brillare nel sicuro della maschera; occhi fissi su di me, sulla mia nudità in suo possesso. Le sue dita percorrono quel territorio occupato e tracciano il contorno del mio ginocchio, poi salgono lungo la parte interna della coscia, una zona così delicata che mi costringe a trattenere un sospiro bugiardo. Il tocco è leggero, quasi etereo, un contrasto crudo rispetto alla forza bruta con cui sono stata legata.
Esplora la curva dei fianchi, stringendo per un attimo la carne morbida, prima di risalire verso il petto. I miei piccoli seni reagiscono al passaggio dell'aria ed al tocco di quelle mani sicure che li avvolgono e li sollevano, come se pesassero il valore al mercato.
Senza preavviso, la carezza si trasforma. La sua mano si alza e poi scende, uno schiaffo secco e preciso sulla mammella sinistra. Non è abbastanza forte da lasciare un livido, ma il dolore acuto esplode istantaneamente, facendomi urlare soffocata e divincolare, lasciando dietro di sé un calore torbido che si irradia verso l'inguine.
- Non ti piace? -
Chiede, senza aspettare risposta; e non si ferma. La sua mano scivola verso l'interno della mia coscia, aperta e indifesa, accarezzandomi come un soffio di velluto, per poi colpire di nuovo. Più forte. Sull'altra coscia. Questa volta più in alto, pericolosamente vicino alla mia intimità, dove la pelle è più sottile e sensibile. La mia gamba trema, la tensione sulle caviglie legate aumenta. Mi dimeno, con la schiena contro l'acciaio, cercando una via di fuga che non esiste.
- Smetti di lottare, Matilde. -
Ordina. È una voce che scende di tono, diventando un sibilo pericoloso. Si china su di me, il viso mascherato ad un nulla dal mio. L'odore di cacao e pepe del suo fiato solletica la mia memoria.
- Ogni movimento ti lega più stretto a questa stanza. Ed a me. -
Le sue parole sono come depositate sulle mie labbra.
Sento crescere un desiderio folle, mi protendo per raggiungere la sua bocca con la mia, ma le corde fanno buona guardia. Vedo i suoi occhi sorridere mentre si allontana.
Le sue dita restano su di me e tornano morbide, accarezzando il punto dove mi ha colpita, lenendo il dolore con un ritmo dolce e delicato.
Ogni carezza sembra un bacio, ogni schiaffo una promessa. Il contrasto è stordente. Il mio corpo confonde il segnale del dolore con quello del piacere; quello stesso corpo che ho offerto a Greta poco fa, risponde ora a questo estraneo con un tradimento fisico: i miei capezzoli si induriscono, cercando il contatto, le mie anche si sollevano impercettibilmente dal tavolo, incontro alla sua mano.
Comincio a perdere lucidità.
- Alessandro non capirebbe -la sua voce è bassa, risuona nel suo petto e vibra nel mio- Immagina la sua faccia se vedesse queste foto. Se sapesse che la sua mogliettina, la brava Matilde, si trova qui, legata come un animale, aperta, bagnata e tremante per un uomo che non conosce nemmeno... tutto ciò che sei finirebbe in un attimo. -
- Sono qui per un ricatto -ribatto con un briciolo di orgoglio- ogni mia reazione è involontaria. Cosa vuoi da me? Chi sei? -
L'idea che Ale possa usare tutto ciò a suo vantaggio, è una mina più devastante della situazione in cui mi trovo. È il panico. L'esposizione, la vergogna, l'ignoto, la debolezza. I miei occhi si riempiono di lacrime mentre cerco di scorgere un segno di pietà dietro la maschera di feltro candido. Ma lui è impassibile, un monolite di dominio. Non mi risponde.
La sua mano scivola verso il pube, sfiora la vulva; senza entrare, solo un tocco crudele.
Ma cambia ancora. È un gesto romantico. Sposta la mano sul mio volto e libera il mio viso dai ricci ancora umidi ed appiccicati, il suo pollice sfiora il mio labbro inferiore, tremolante. C'è affetto in quel tocco.
- Ma non deve saperlo. Qui non esisti per lui. Esisti solo per questo. Per il momento presente. -
La voce è un sussurro di seta, una promessa di salvezza. I suoi occhi, dietro la maschera, sono fissi nei miei e c'è una comprensione lì, una lettura della mia depravazione che mi spaventa e mi attira.
- Lasciati andare -incanta- Arrenditi e il dolore diventa piacere. Arrenditi e sarai libera. -
La mano destra afferra la mia gola, non per strangolare, per possedere; stringe lieve, ma abbastanza da farmi sentire il polso nelle tempie, mentre l'altra mano torna ancora tra le mie cosce, trovando l'umidità che ho cercato di nascondere. Un dito mi penetra con decisione, scavando dentro di me. Un gemito inarticolato sfugge dalle mie labbra.
- Ma non lo farò. Non se tu mi darai ciò che voglio. Non hai nulla da temere da me, solo il tuo stesso desiderio. -
Le sue parole hanno, adesso, un tono più morbido, suadente ed ipnotico. Sento il suo dito colpire quel punto, dentro di me, che fa spegnere ogni pensiero razionale. La mia lotta fisica cede. Premo le spalle contro il tavolaccio. La mia schiena si arcua. Gemo.
I muscoli si rilassano, l'energia della fuga si trasforma in un pesante abbandono. Le mie braccia distese sopra la testa non tirano più le corde, ma le accettano come un'ancora. Le gambe spalancate smettono di cercare di chiudersi e offrono se stesse al suo sguardo, al suo tocco. Lui lo nota. Un sorriso, immagino, curvi le sue labbra sotto la maschera.
- Lasciati guidare, Matilde. Lascia che la paura si sciolga in questo. Scoprirai quanto sei disposta a cedere. -
La sua mano si ritira, lasciandomi vuota e ansimante, ma solo per un istante.
Si muove dietro di me; non vedo, ma il fruscio di corde arriva. Lavora con maestria,
2
voti
voti
valutazione
10
10
Continua a leggere racconti dello stesso autore
racconto precedente
Sale e gelsomino
Commenti dei lettori al racconto erotico