La neoassunta
di
Tilde
genere
esibizionismo
Di Starman e Tilde
Sono il responsabile della sezione sviluppo informatico di una grossa software house.
Assieme al mio team, siamo completamente assorti nel risolvere un problema ad un applicativo, richiesto da un cliente, per il nostro programma di punta: non riusciamo a trovare il bug che impalla il gestionale nativo. Una rogna che si protrae da una settimana.
Mi ritiro in ufficio per staccare la testa e gli occhi dai codici. Faccio appena in tempo a sprofondarmi nella mia poltrona, mug giallo di the in mano, quando qualcuno bussa. Dall'anta a vetro acidato, riesco ad intravedere una figura femminile. Lascio bussare ancora due volte; poi, la sua voce melodiosa, annuncia il suo nome.
"Entri pure, Alberti."
"Buongiorno, dottor Arrigoni."
Si fa avanti una ragazza, sui vent'anni, il carnato un po' olivastro ed i capelli ricci lunghissimi scuri come anche gli occhi. Mi viene di pensare che non sia certo una lumbard. Alberti, poi... Il settentrione si ferma ad Esposito, più facile Turiddu o Capinera.
"Lei è quella dello stage, giusto?"
"Sì, sono in amministrazione."
"Amministrazione... A fare fotocopie."
"Uh! Sì, anche il caffè e scendo munnez."
"Si accomodi."
"Infatti..." penso.
Però bella, mediterranea. Un filo di etti in più del necessario, peccato non caricati sul seno che, sarà, boh... una seconda, forse.
Avrei barattato quei chili con qualche centimetro in più, nonostante una décolleté tacco otto, rossa, di tutto rispetto. L'insieme è armonico e gli occhi sono talmente magnetici che ti scordi il naso; non proprio provenzale come l'abitino smanicato che indossa, con quel bianco e floreale minuto che fa risaltare la sua pelle bronzea e levigata. La bocca non sarà a cuore, ma il labbro inferiore promette di non rendere facilmente ciò che entra.
L'è terún, ma na gran pôta.
A dirla tutta, le avevo già messo gli occhi addosso l'altro giorno, giù a mensa; anche in lei avevo notato un certo interesse nei miei confronti. I suoi sguardi, i sorrisi, lo scappare dai miei occhi, sono indizi precisi.
Da voci di corridoio, avevo sentito che lei non si trovava bene negli uffici, ed era interessata a passare nella mia sezione.
"Allora, mi dica, cosa la porta qui?"
"Spero di non disturbare."
"No, no, tranquilla, diamoci del tu, chiamami pure Carlo."
"Ok, Carlo, io Matilde. Avrei intenzione di fare richiesta per essere trasferita qui, che mi darebbe molte più soddisfazioni a livello professionale. Sai, sono diplomata informatica all'itis."
"Ah, faresti proprio a caso mio, ma qui siamo a completo e, sai, non dipende solo dalla mia volontà; ci sono quelli del HR..."
"Sì, capisco, ma se tu... diciamo... ci mettessi una parolina..."
Col passare dei minuti, Matilde, assume un atteggiamento sempre più disinvolto: meno rigida e composta sulla sedia, sbircia fra i fogli sulla scrivania ed invade lo spazio con una presenza piacevole e solare; in un crescendo di sguardi maliziosi e seducenti.
Nel suo impicciarsi adorabile, vedo che le cade più volte l'occhio su di un mio bronzetto che tengo sulla scrivania, non ho idea del perché, ma mi viene di voltarlo, in modo che lo possa vedere meglio.
"Sai, Carlo, che è proprio bello? Sembra un Cellini in miniatura, anzi no. Ma è autentico?"
"Rappresenta il dio greco Apollo. Ho sempre avuto una passione per la mitologia greca. Lo trovai un paio di anni fa ad un mercatino. Perché autentico?"
"Eh, a guardalo bene, forse un Gemito; lo fosse, avresti un pezzo di valore. Posso prenderlo in mano?"
"Ma certo!"
"Certo, è davvero ben fatto. Allora, dicevo... Potrei diventare la tua dea da mettere sulla scrivania..."
"Mi risolveresti quel bug..."
"...sulla, non alla"
"Uh, già! La rappresenteresti molto bene..."
"Poi potrei..."
"Matilde, ti ripeto che non ci sono posti."
"Però..."
Matilde, ormai, si sta lasciando alle spalle ogni inibizione. Mi sta seducendo con gli occhi, le espressioni, col trastullarsi la statuetta; con le parole più convincenti. Pensa di vincere le mie resistenze granititiche. Poi, vede che sono sensibile a certi ammiccamenti ed alza il livello. Si porta la testa della statuetta al seno ed un'invidia per la faccia di Apollo mi attraversa le pupille; quelle di lei, piantare su di me, lo notano.
Una esitazione e il "Gemito" sfiora le sue stupende labbra piene. Un gesto d'innocente timidezza prelude lo schiudersi della sua bocca.
Quanto vorrei essere quella testa che sta provando la sua lingua ed il suo tocco; mi si legge in faccia.
Rimango in silenzio, alquanto sconcertato per questa inaspettata situazione, ma la mia eccitazione comincia a farsi sentire. Lei ormai mi ha catturato, conducendo il suo gioco sempre più perverso...
"Sei davvero sicuro che non ti serva?"
"Tildina, davvero..."
"Chissà se il tuo dio sarebbe della tua stessa idea..."
Matilde inizia a leccarlo, i suoi movimenti sono così lenti ed stimolanti, che la mia reazione diventa difficile da contenere; credo di aver cambiato espressione quando mi dice che, per lei, il capo è come una divinità e merita devozione.
Attraverso lo spesso cristallo del tavolo, vedo che allarga indecentemente le gambe, poi scivola più in punta alla sedia, facendo scorrere il cotone verso l'alto, tanto da scoprire le cosce fin quasi all'inguine; deliziandomi del chiaro delle sue mutandine.
Ipnotizzante, si accarezza l'intimità, fino a fare emergere le prime stille di un piacere che sta crescendo in lei.
"Sicuro, sicuro?"
Mi chiede dolce e suadente, fra un sospiro ed un accenno di mugugno; annuisco, ma già so che non è così.
Le sue dita si fanno più audaci e la mia statuetta, ostaggio nelle sue mani, sfiora il paradiso, umido, dove vorrei annegare.
Poi compie un gesto semplice ed erotico insieme: piede a piede, si toglie le scarpe; lo smalto celeste sulle sue unghie mi cattura. Risalgo con lo sguardo le sue gambe, come se accarezzassi la sua pelle di seta. Sono vicino a non trattenermi più. Vorrei tirarlo fuori e farle vedere tutto l'effetto che ha su di me.
Matilde mi precede ancora e, con naturalezza, si sfila i pochi centimetri di pizzo, lasciando cadere a terra quel trofeo.
Nuda, il seno velato dal tessuto che tradisce una libido di cui sta perdendo il controllo, appoggia le punte dei piedi al bordo di vetro rimanendo davanti a me, ferma un istante, con le cosce aperte e la fica completamente depilata, imperlata d'umori. Dentro di me, il cuore sbatte come un toro in un recinto, il mio cazzo è duro da farmi male, compresso nei pantaloni.
Poi mi devasta.
"Scommetto che il tuo Apollo non è mai entrato in un posto del genere..."
Sorride maliziosa.
Lentamente fa scivolare lungo il suo ventre la statuina, fino a fermarsi sopra l'ombelico.
Intuisco che Matilde pur di raggiungere il suo scopo, sarebbe pronta ad infilarsi l'intero monte Olimpo nella fica.
Cerca i miei occhi, li fissa per un istante senza dire niente e, schiudendo le labbra, li socchiude in un'espressione di piacere.
Guardo tutto il suo corpo, è teso, vibrante di passione; l'afrore del sesso si sta diffondendo nella stanza. Esito a vedere più giù, quasi avessi timore di aver avuto ragione, poi...
Lei, Matilde, è lì, davanti a me, gambe divaricate, che si sta masturbando con la testa del dio greco nella sua vulva.
Geme, sta godendo con la statuetta di Apollo che fa scivolare sulle labbra gonfie, stimolando il clito, che fa appena entrare e riemerge da lei sempre più velocemente...
Apollo brilla degli umori che pure continuano a defluire da quel insolito tempio. Ed io non sto capendo più se sia sogno o realtà.
Matilde sospira e si lecca le labbra, facendomi eccitare oltremodo. Slaccio la cinta, certo dei suoi occhi chiusi, abbasso la zip e lascio esplodere l'erezione fuori dai pantaloni.
Non ho mai desiderato una donna come sto desiderando Matilde in questo momento.
"Brava! Continua!"
"Ssì? Vuoi vedere un dio dentro una dea?"
Ci sa fare. Ha il dono della sensualità intrinseco in lei e sa esattamente come sfruttarlo. I suoi movimenti sono armonici, cadenzati, di un amplesso fatto bene. Sta godendo a quella penetrazione più profonda. poi mi sfida con la voce rotta, per farmi eccitare ancor di più.
"Vuoi vederlo tutto dentro di me?"
"Sì!"
Rispondo, col fiato che si mozza in gola per l'incredibile eccitazione e col cazzo in mano che sto menando da minuti.
Matilde, con estrema delicatezza, introduce tutta la statuetta dentro di lei, nonostante le dimensioni; un mugugno più forte fa da preludio e, dopo qualche attimo, le arriva un orgasmo, squassante, con un urlo di piacere strozzato, per non attirare l'attenzione di qualcuno.
Matilde libera il povero Apollo, dagli antri più nascosti della sua vagina, ed ha cura di asciugarlo con un fazzoletto di carta, per poi riposizionarlo sulla scrivania...
"Ecco, l'ho asciugato per bene, così non rischia un raffreddore!"
Ma è in quel momento che si accorge che ho il mio cazzo turgido in mano.
"Birichino..."
Si china sotto il cristallo, in ginocchio, mi scaccia le mani e lo prende con le sue.
Sono così lisce e morbide che il loro tocco mi sbarella. Lo accarezza con gentilezza, si fa più vicina e comincia a baciarlo. Sento le sue labbra che lo sfiorano, che scorrono leggere lungo l'asta, fino alla punta della cappella.
Il calore umido della sua bocca l'avvolge. Ho un primo sussulto, sono sicuro che durerò poco. Vedo che mi guarda attraverso il vetro del piano.
La vorrei afferrare per i capelli ed affondare tutto il mio cazzo in quel suo antro lussurioso, fino a soffocarla.
Mi legge nel pensiero.
Anche quando immagino che lo succhi così forte da svuotarmi le palle.
La sua bocca è un'opera d'arte, la sua lingua mi inebria, stimolando il frenulo e la cappella gonfia e bollente.
Non resisto che pochi istanti ed esplodo nella sua gola, affogandola del mio seme.
Matilde ingoia ogni goccia e, pulendosi le labbra, riemerge; regalandomi un'ultima carezza. Raccoglie le mutandine e le appoggia sul tavolo. Poi si ricompone, vestitino e décolleté.
"Questo è quel che intendo per devozione. Allora, sarai il mio nuovo dio?"
"Certo, una dea del ses... dei sistemi, può far sempre moolto comodo."
"Queste, un piccolo dono"
Prendo, famelico, il premio di pizzo chiaro e mi volto per nasconderlo nel cassetto dietro di me.
Quando mi rigiro, di lei non c'è traccia.
Sono il responsabile della sezione sviluppo informatico di una grossa software house.
Assieme al mio team, siamo completamente assorti nel risolvere un problema ad un applicativo, richiesto da un cliente, per il nostro programma di punta: non riusciamo a trovare il bug che impalla il gestionale nativo. Una rogna che si protrae da una settimana.
Mi ritiro in ufficio per staccare la testa e gli occhi dai codici. Faccio appena in tempo a sprofondarmi nella mia poltrona, mug giallo di the in mano, quando qualcuno bussa. Dall'anta a vetro acidato, riesco ad intravedere una figura femminile. Lascio bussare ancora due volte; poi, la sua voce melodiosa, annuncia il suo nome.
"Entri pure, Alberti."
"Buongiorno, dottor Arrigoni."
Si fa avanti una ragazza, sui vent'anni, il carnato un po' olivastro ed i capelli ricci lunghissimi scuri come anche gli occhi. Mi viene di pensare che non sia certo una lumbard. Alberti, poi... Il settentrione si ferma ad Esposito, più facile Turiddu o Capinera.
"Lei è quella dello stage, giusto?"
"Sì, sono in amministrazione."
"Amministrazione... A fare fotocopie."
"Uh! Sì, anche il caffè e scendo munnez."
"Si accomodi."
"Infatti..." penso.
Però bella, mediterranea. Un filo di etti in più del necessario, peccato non caricati sul seno che, sarà, boh... una seconda, forse.
Avrei barattato quei chili con qualche centimetro in più, nonostante una décolleté tacco otto, rossa, di tutto rispetto. L'insieme è armonico e gli occhi sono talmente magnetici che ti scordi il naso; non proprio provenzale come l'abitino smanicato che indossa, con quel bianco e floreale minuto che fa risaltare la sua pelle bronzea e levigata. La bocca non sarà a cuore, ma il labbro inferiore promette di non rendere facilmente ciò che entra.
L'è terún, ma na gran pôta.
A dirla tutta, le avevo già messo gli occhi addosso l'altro giorno, giù a mensa; anche in lei avevo notato un certo interesse nei miei confronti. I suoi sguardi, i sorrisi, lo scappare dai miei occhi, sono indizi precisi.
Da voci di corridoio, avevo sentito che lei non si trovava bene negli uffici, ed era interessata a passare nella mia sezione.
"Allora, mi dica, cosa la porta qui?"
"Spero di non disturbare."
"No, no, tranquilla, diamoci del tu, chiamami pure Carlo."
"Ok, Carlo, io Matilde. Avrei intenzione di fare richiesta per essere trasferita qui, che mi darebbe molte più soddisfazioni a livello professionale. Sai, sono diplomata informatica all'itis."
"Ah, faresti proprio a caso mio, ma qui siamo a completo e, sai, non dipende solo dalla mia volontà; ci sono quelli del HR..."
"Sì, capisco, ma se tu... diciamo... ci mettessi una parolina..."
Col passare dei minuti, Matilde, assume un atteggiamento sempre più disinvolto: meno rigida e composta sulla sedia, sbircia fra i fogli sulla scrivania ed invade lo spazio con una presenza piacevole e solare; in un crescendo di sguardi maliziosi e seducenti.
Nel suo impicciarsi adorabile, vedo che le cade più volte l'occhio su di un mio bronzetto che tengo sulla scrivania, non ho idea del perché, ma mi viene di voltarlo, in modo che lo possa vedere meglio.
"Sai, Carlo, che è proprio bello? Sembra un Cellini in miniatura, anzi no. Ma è autentico?"
"Rappresenta il dio greco Apollo. Ho sempre avuto una passione per la mitologia greca. Lo trovai un paio di anni fa ad un mercatino. Perché autentico?"
"Eh, a guardalo bene, forse un Gemito; lo fosse, avresti un pezzo di valore. Posso prenderlo in mano?"
"Ma certo!"
"Certo, è davvero ben fatto. Allora, dicevo... Potrei diventare la tua dea da mettere sulla scrivania..."
"Mi risolveresti quel bug..."
"...sulla, non alla"
"Uh, già! La rappresenteresti molto bene..."
"Poi potrei..."
"Matilde, ti ripeto che non ci sono posti."
"Però..."
Matilde, ormai, si sta lasciando alle spalle ogni inibizione. Mi sta seducendo con gli occhi, le espressioni, col trastullarsi la statuetta; con le parole più convincenti. Pensa di vincere le mie resistenze granititiche. Poi, vede che sono sensibile a certi ammiccamenti ed alza il livello. Si porta la testa della statuetta al seno ed un'invidia per la faccia di Apollo mi attraversa le pupille; quelle di lei, piantare su di me, lo notano.
Una esitazione e il "Gemito" sfiora le sue stupende labbra piene. Un gesto d'innocente timidezza prelude lo schiudersi della sua bocca.
Quanto vorrei essere quella testa che sta provando la sua lingua ed il suo tocco; mi si legge in faccia.
Rimango in silenzio, alquanto sconcertato per questa inaspettata situazione, ma la mia eccitazione comincia a farsi sentire. Lei ormai mi ha catturato, conducendo il suo gioco sempre più perverso...
"Sei davvero sicuro che non ti serva?"
"Tildina, davvero..."
"Chissà se il tuo dio sarebbe della tua stessa idea..."
Matilde inizia a leccarlo, i suoi movimenti sono così lenti ed stimolanti, che la mia reazione diventa difficile da contenere; credo di aver cambiato espressione quando mi dice che, per lei, il capo è come una divinità e merita devozione.
Attraverso lo spesso cristallo del tavolo, vedo che allarga indecentemente le gambe, poi scivola più in punta alla sedia, facendo scorrere il cotone verso l'alto, tanto da scoprire le cosce fin quasi all'inguine; deliziandomi del chiaro delle sue mutandine.
Ipnotizzante, si accarezza l'intimità, fino a fare emergere le prime stille di un piacere che sta crescendo in lei.
"Sicuro, sicuro?"
Mi chiede dolce e suadente, fra un sospiro ed un accenno di mugugno; annuisco, ma già so che non è così.
Le sue dita si fanno più audaci e la mia statuetta, ostaggio nelle sue mani, sfiora il paradiso, umido, dove vorrei annegare.
Poi compie un gesto semplice ed erotico insieme: piede a piede, si toglie le scarpe; lo smalto celeste sulle sue unghie mi cattura. Risalgo con lo sguardo le sue gambe, come se accarezzassi la sua pelle di seta. Sono vicino a non trattenermi più. Vorrei tirarlo fuori e farle vedere tutto l'effetto che ha su di me.
Matilde mi precede ancora e, con naturalezza, si sfila i pochi centimetri di pizzo, lasciando cadere a terra quel trofeo.
Nuda, il seno velato dal tessuto che tradisce una libido di cui sta perdendo il controllo, appoggia le punte dei piedi al bordo di vetro rimanendo davanti a me, ferma un istante, con le cosce aperte e la fica completamente depilata, imperlata d'umori. Dentro di me, il cuore sbatte come un toro in un recinto, il mio cazzo è duro da farmi male, compresso nei pantaloni.
Poi mi devasta.
"Scommetto che il tuo Apollo non è mai entrato in un posto del genere..."
Sorride maliziosa.
Lentamente fa scivolare lungo il suo ventre la statuina, fino a fermarsi sopra l'ombelico.
Intuisco che Matilde pur di raggiungere il suo scopo, sarebbe pronta ad infilarsi l'intero monte Olimpo nella fica.
Cerca i miei occhi, li fissa per un istante senza dire niente e, schiudendo le labbra, li socchiude in un'espressione di piacere.
Guardo tutto il suo corpo, è teso, vibrante di passione; l'afrore del sesso si sta diffondendo nella stanza. Esito a vedere più giù, quasi avessi timore di aver avuto ragione, poi...
Lei, Matilde, è lì, davanti a me, gambe divaricate, che si sta masturbando con la testa del dio greco nella sua vulva.
Geme, sta godendo con la statuetta di Apollo che fa scivolare sulle labbra gonfie, stimolando il clito, che fa appena entrare e riemerge da lei sempre più velocemente...
Apollo brilla degli umori che pure continuano a defluire da quel insolito tempio. Ed io non sto capendo più se sia sogno o realtà.
Matilde sospira e si lecca le labbra, facendomi eccitare oltremodo. Slaccio la cinta, certo dei suoi occhi chiusi, abbasso la zip e lascio esplodere l'erezione fuori dai pantaloni.
Non ho mai desiderato una donna come sto desiderando Matilde in questo momento.
"Brava! Continua!"
"Ssì? Vuoi vedere un dio dentro una dea?"
Ci sa fare. Ha il dono della sensualità intrinseco in lei e sa esattamente come sfruttarlo. I suoi movimenti sono armonici, cadenzati, di un amplesso fatto bene. Sta godendo a quella penetrazione più profonda. poi mi sfida con la voce rotta, per farmi eccitare ancor di più.
"Vuoi vederlo tutto dentro di me?"
"Sì!"
Rispondo, col fiato che si mozza in gola per l'incredibile eccitazione e col cazzo in mano che sto menando da minuti.
Matilde, con estrema delicatezza, introduce tutta la statuetta dentro di lei, nonostante le dimensioni; un mugugno più forte fa da preludio e, dopo qualche attimo, le arriva un orgasmo, squassante, con un urlo di piacere strozzato, per non attirare l'attenzione di qualcuno.
Matilde libera il povero Apollo, dagli antri più nascosti della sua vagina, ed ha cura di asciugarlo con un fazzoletto di carta, per poi riposizionarlo sulla scrivania...
"Ecco, l'ho asciugato per bene, così non rischia un raffreddore!"
Ma è in quel momento che si accorge che ho il mio cazzo turgido in mano.
"Birichino..."
Si china sotto il cristallo, in ginocchio, mi scaccia le mani e lo prende con le sue.
Sono così lisce e morbide che il loro tocco mi sbarella. Lo accarezza con gentilezza, si fa più vicina e comincia a baciarlo. Sento le sue labbra che lo sfiorano, che scorrono leggere lungo l'asta, fino alla punta della cappella.
Il calore umido della sua bocca l'avvolge. Ho un primo sussulto, sono sicuro che durerò poco. Vedo che mi guarda attraverso il vetro del piano.
La vorrei afferrare per i capelli ed affondare tutto il mio cazzo in quel suo antro lussurioso, fino a soffocarla.
Mi legge nel pensiero.
Anche quando immagino che lo succhi così forte da svuotarmi le palle.
La sua bocca è un'opera d'arte, la sua lingua mi inebria, stimolando il frenulo e la cappella gonfia e bollente.
Non resisto che pochi istanti ed esplodo nella sua gola, affogandola del mio seme.
Matilde ingoia ogni goccia e, pulendosi le labbra, riemerge; regalandomi un'ultima carezza. Raccoglie le mutandine e le appoggia sul tavolo. Poi si ricompone, vestitino e décolleté.
"Questo è quel che intendo per devozione. Allora, sarai il mio nuovo dio?"
"Certo, una dea del ses... dei sistemi, può far sempre moolto comodo."
"Queste, un piccolo dono"
Prendo, famelico, il premio di pizzo chiaro e mi volto per nasconderlo nel cassetto dietro di me.
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