Una notte qualsiasi 1
di
Tilde
genere
confessioni
Primo tempo
La luna rischiarava la spiaggia poco oltre la siepe, le sue foglie si muovevano nella brezza carica di salsedine quasi a seguire la danza che si consumava dentro la celebre sala, a ridosso di tavolini e sedie di un passato sempre attuale. Dal piccolo palco non una gloria agé, ma techo-house in german style.
Quel giorno era il mio compleanno, niente Alessandro, solo le mie amiche più sincere con tanta voglia di fare danni.
Gente che passa, spinge, tocca, grida.
Il frastuono. Non amo particolarmente la disco, però ci sta. Con il basso della cassa che risuona nel petto come un doppio battito, il ritmo viscerale che fa vibrare le ossa, ecco che ti fa scordare ogni cosa, liberare l'animale sopito, cadere le inibizioni.
Nonostante ogni anta di finestra fosse aperta, ad inondare di decibel il mare, l'aria della disco era pesante; una miscela densa di profumi da evento, sudore evaporato e alcol dolciastro.
Mi smossi con una mano i ricci, bagnati e appiccicaticci sulla nuca, cercando aria fresca che non arrivava. Avevo caldo, anche con le spalline sottili incrociate sulla schiena nuda ed un taglio largo del vestito; un satin cremisi che aderiva ai miei fianchi morbidi e scivolava sulle cosce lucide ogni volta che si muoveva. Intorno a me, una massa di corpi sfocati e luci strobo che tagliavano il buio come una lamina d’argento.
Nel bagno ipnotico, Giulia e Sara, erano già nel mood giusto, ridendo e ballando mani e bicchieri in alto e labbra vicine, ma la mia attenzione era stata catturata altrove.
Un gruppo di ragazzi si era avvicinato, circondando il nostro piccolo cerchio con la tipica arroganza predatoria del venerdì sera, poco più grandi di noi (sui 25 anni) si atteggiavano a rampolli, tranne uno più muscoloso degli altri; noi non ci tirammo indietro. Anzi, quando sentii le mani grandi di uno di loro posarsi sui sul mio girovita, calde e possenti, non feci nulla per allontanarle. E mi spinsi all’indietro, lasciando che il corpo adattasse la mia curva a quella dell’estraneo.
La musica era troppo alta per parlare, solo tenui parole confuse percepii, ma le voglie erano chiare. Il ragazzo dietro di me, un biondo dagli occhi chiari e braccia muscolose, decise di usare il linguaggio del corpo e prese l’iniziativa. Chiusi gli occhi, abbandonando me alla sensazione delle sue dita che affondavano leggermente nella mia carne, trascinandomi indietro in un strofinio lento e deliberato. Sentivo i bottoni della sua camicia sulla pelle, distesi le braccia in alto mentre un suo amico, di fronte a me, si avvicinò, sfiorandomi le cosce con le ginocchia.
Il calore si fece di colpo più intenso, vedevo le mie amiche sotto le stesse cure, Sara sorrideva divertita, scacciando maliziosa le mani del suo compagno di ballo; Giulia, già ad occhi chiusi e la testa docilmente reclinata di lato, lasciava che il moro dietro di lei la baciasse sulla spalla, muovendosi desiderosa e zoccola in quel gioco pericoloso.
Come troia ero io, vittima di un’eletricità scattata tra i nostri tre corpi. Avevo il respiro del ragazzo dietro me sul collo, umido e caldo, mentre il bacino di lui premeva contro il mio sedere in sincronia con il battito nelle orecchie, con il suono del suo cuore.
Meno deciso l'amico, ad un niente dal mio seno, che esitava a toccarmi.
Per un attimo, il caos della disco sembrò dissolversi. Le mani del ragazzo scivolarono dal fianco verso l’addome, il pollice che accarezzava la pelle coperta appena sopra l’ombelico. Gemetti.
Fu un suono lieve, inghiottito immediatamente dalla frastuono.
Portai le braccia dietro la nuca, intrecciando le dita nei capelli corti del ragazzo, ero totalmente alla mercé dei due. Un’invito esplicito a due ragazzi di cui non sapevo neppure il nome.
Anche il timoroso osò di più, posandomi le mani sulle cosce e risalendo lentamente sotto il tessuto leggero del vestito. Fu quasi involontario, ma divaricai leggermente le gambe, permettendogli l’accesso, il cuore mi stava martellando sotto lo sterno non più per l’alcol, ma per l’adrenalina pura del sesso pubblico imminente.
Ero stretta fra i loro corpi, sentivo il turgore di entrambi crescere contro le mie intimità, l'esitante fu il primo a superare il limite, stampando la sua bocca sulla mia e premendo, lingua e labbra, per vincere la mia resistenza.
Le sue mani furono dolci e delicate fra la mia schiena ed il petto del suo amico, mentre si faceva spazio fra le mie cosce.
Stavo per perde il controllo quando il biondino avvolse i miei seni con i suoi palmi, ma è il passo dopo che mi sono vista abbandonata al loro volere, al mio desiderio.
Il timido, che timido non era, scivolò con le mani sul mio culo, schiacciandomi contro di sé. Il suo cazzo duro pulsava, mi avrebbe posseduta lì, davanti a tutti, fregandosene dell'amico e di chiunque.
Provai invano, una prima volta, a divincolarmi. Le loro mani si serrarono sul mio corpo più salde e possessive.
La barba corta del mio amante mi graffiava, ora le guance, ora il collo, le sue mani mi avevano alzato l'abito lasciando scoperto il pizzo dell'intimo.
La calca ignorava, forse, quel che stava succedendo a pochi centimetri da essa oppure guardava, morbosa, lo spettacolo inatteso.
D'un tratto mi sollevò, afferrandomi per le cosce ormai spogliate d'ogni velo, come un'automa l'avvolsi ed intrecciai i piedi dietro di lui.
La mia fica era bollente, lo so, avevo voglia di essere penetrata lì, da un perfetto sconosciuto, che non avrei più visto per tutta la vita. Da due perfetti anonimi maschi. Volevo festeggiare il mio compleanno con l'avverarsi del desiderio mio più inconfessabile.
Gli presi la faccia fra le mani, affogata nel mio seno, e la portai davanti la mia; lo guardai negli occhi, neri, lui ebbe paura, forse sorpreso, e rifuggì la mia vista cercando un punto nell'infinito.
Gemevo, il respiro si stava alterando sempre più, le mani del biondo mi stavano toccando ovunque, inesperte, ma regalarono una sensazione che mi stava piacendo.
Delle mie amiche non scorgevo traccia, ma fu in quella ricerca che le labbra di occhi d'ossidiana furono sulle mie; lo accolsi nella mia bocca, mentre il suo amico mi scostava l'orlo della brasiliana con le dita e mi sfiorò l'ano.
Due cazzi duri contro la mia femminilità, stava diventando realtà. Ero madida di sudore, rovente e fradicia di voglia.
Il biondino sfruttò le mie stille intime, il suo tocco incerto, però, mi fece sussultare in un miagolio di gatta in calore, poi violò il mio ano con quelle due dita bagnate di me.
Fu l'allarme. Di colpo mi resi conto della troia che stavo facendo, mi divincolai violentemente, il biondino rimediò una gomitata al fianco prima ed al ventre dopo; Giova, che era appena riuscito a sussurrarmi il nome, non oppose resistenza nel mio sciogliermi da lui, ma prese un tacco sul piede.
Mi dette, a ragione, della matta.
La delusione mista a rabbia abbuiò il loro volti. In me si affacciò un raggio di terrore.
- Vado a prendere da bere! - urlai, indicando il bar alle mie amiche ricomparse (o, forse, mai sparite), che annuirono, troppo distratte per sentirmi davvero.
Scappai verso il bar in preda alla sete. Non di alcol, di cui avevo già fatto scorta, ma di spazio, di aria, di qualcosa di diverso dalla pressione dei corpi che mi schiacciavano. Mi feci strada verso il bancone, spingendo tra la folla, con la pelle che stillava calore ed una voglia abortita celata sotto il vestito.
La luna rischiarava la spiaggia poco oltre la siepe, le sue foglie si muovevano nella brezza carica di salsedine quasi a seguire la danza che si consumava dentro la celebre sala, a ridosso di tavolini e sedie di un passato sempre attuale. Dal piccolo palco non una gloria agé, ma techo-house in german style.
Quel giorno era il mio compleanno, niente Alessandro, solo le mie amiche più sincere con tanta voglia di fare danni.
Gente che passa, spinge, tocca, grida.
Il frastuono. Non amo particolarmente la disco, però ci sta. Con il basso della cassa che risuona nel petto come un doppio battito, il ritmo viscerale che fa vibrare le ossa, ecco che ti fa scordare ogni cosa, liberare l'animale sopito, cadere le inibizioni.
Nonostante ogni anta di finestra fosse aperta, ad inondare di decibel il mare, l'aria della disco era pesante; una miscela densa di profumi da evento, sudore evaporato e alcol dolciastro.
Mi smossi con una mano i ricci, bagnati e appiccicaticci sulla nuca, cercando aria fresca che non arrivava. Avevo caldo, anche con le spalline sottili incrociate sulla schiena nuda ed un taglio largo del vestito; un satin cremisi che aderiva ai miei fianchi morbidi e scivolava sulle cosce lucide ogni volta che si muoveva. Intorno a me, una massa di corpi sfocati e luci strobo che tagliavano il buio come una lamina d’argento.
Nel bagno ipnotico, Giulia e Sara, erano già nel mood giusto, ridendo e ballando mani e bicchieri in alto e labbra vicine, ma la mia attenzione era stata catturata altrove.
Un gruppo di ragazzi si era avvicinato, circondando il nostro piccolo cerchio con la tipica arroganza predatoria del venerdì sera, poco più grandi di noi (sui 25 anni) si atteggiavano a rampolli, tranne uno più muscoloso degli altri; noi non ci tirammo indietro. Anzi, quando sentii le mani grandi di uno di loro posarsi sui sul mio girovita, calde e possenti, non feci nulla per allontanarle. E mi spinsi all’indietro, lasciando che il corpo adattasse la mia curva a quella dell’estraneo.
La musica era troppo alta per parlare, solo tenui parole confuse percepii, ma le voglie erano chiare. Il ragazzo dietro di me, un biondo dagli occhi chiari e braccia muscolose, decise di usare il linguaggio del corpo e prese l’iniziativa. Chiusi gli occhi, abbandonando me alla sensazione delle sue dita che affondavano leggermente nella mia carne, trascinandomi indietro in un strofinio lento e deliberato. Sentivo i bottoni della sua camicia sulla pelle, distesi le braccia in alto mentre un suo amico, di fronte a me, si avvicinò, sfiorandomi le cosce con le ginocchia.
Il calore si fece di colpo più intenso, vedevo le mie amiche sotto le stesse cure, Sara sorrideva divertita, scacciando maliziosa le mani del suo compagno di ballo; Giulia, già ad occhi chiusi e la testa docilmente reclinata di lato, lasciava che il moro dietro di lei la baciasse sulla spalla, muovendosi desiderosa e zoccola in quel gioco pericoloso.
Come troia ero io, vittima di un’eletricità scattata tra i nostri tre corpi. Avevo il respiro del ragazzo dietro me sul collo, umido e caldo, mentre il bacino di lui premeva contro il mio sedere in sincronia con il battito nelle orecchie, con il suono del suo cuore.
Meno deciso l'amico, ad un niente dal mio seno, che esitava a toccarmi.
Per un attimo, il caos della disco sembrò dissolversi. Le mani del ragazzo scivolarono dal fianco verso l’addome, il pollice che accarezzava la pelle coperta appena sopra l’ombelico. Gemetti.
Fu un suono lieve, inghiottito immediatamente dalla frastuono.
Portai le braccia dietro la nuca, intrecciando le dita nei capelli corti del ragazzo, ero totalmente alla mercé dei due. Un’invito esplicito a due ragazzi di cui non sapevo neppure il nome.
Anche il timoroso osò di più, posandomi le mani sulle cosce e risalendo lentamente sotto il tessuto leggero del vestito. Fu quasi involontario, ma divaricai leggermente le gambe, permettendogli l’accesso, il cuore mi stava martellando sotto lo sterno non più per l’alcol, ma per l’adrenalina pura del sesso pubblico imminente.
Ero stretta fra i loro corpi, sentivo il turgore di entrambi crescere contro le mie intimità, l'esitante fu il primo a superare il limite, stampando la sua bocca sulla mia e premendo, lingua e labbra, per vincere la mia resistenza.
Le sue mani furono dolci e delicate fra la mia schiena ed il petto del suo amico, mentre si faceva spazio fra le mie cosce.
Stavo per perde il controllo quando il biondino avvolse i miei seni con i suoi palmi, ma è il passo dopo che mi sono vista abbandonata al loro volere, al mio desiderio.
Il timido, che timido non era, scivolò con le mani sul mio culo, schiacciandomi contro di sé. Il suo cazzo duro pulsava, mi avrebbe posseduta lì, davanti a tutti, fregandosene dell'amico e di chiunque.
Provai invano, una prima volta, a divincolarmi. Le loro mani si serrarono sul mio corpo più salde e possessive.
La barba corta del mio amante mi graffiava, ora le guance, ora il collo, le sue mani mi avevano alzato l'abito lasciando scoperto il pizzo dell'intimo.
La calca ignorava, forse, quel che stava succedendo a pochi centimetri da essa oppure guardava, morbosa, lo spettacolo inatteso.
D'un tratto mi sollevò, afferrandomi per le cosce ormai spogliate d'ogni velo, come un'automa l'avvolsi ed intrecciai i piedi dietro di lui.
La mia fica era bollente, lo so, avevo voglia di essere penetrata lì, da un perfetto sconosciuto, che non avrei più visto per tutta la vita. Da due perfetti anonimi maschi. Volevo festeggiare il mio compleanno con l'avverarsi del desiderio mio più inconfessabile.
Gli presi la faccia fra le mani, affogata nel mio seno, e la portai davanti la mia; lo guardai negli occhi, neri, lui ebbe paura, forse sorpreso, e rifuggì la mia vista cercando un punto nell'infinito.
Gemevo, il respiro si stava alterando sempre più, le mani del biondo mi stavano toccando ovunque, inesperte, ma regalarono una sensazione che mi stava piacendo.
Delle mie amiche non scorgevo traccia, ma fu in quella ricerca che le labbra di occhi d'ossidiana furono sulle mie; lo accolsi nella mia bocca, mentre il suo amico mi scostava l'orlo della brasiliana con le dita e mi sfiorò l'ano.
Due cazzi duri contro la mia femminilità, stava diventando realtà. Ero madida di sudore, rovente e fradicia di voglia.
Il biondino sfruttò le mie stille intime, il suo tocco incerto, però, mi fece sussultare in un miagolio di gatta in calore, poi violò il mio ano con quelle due dita bagnate di me.
Fu l'allarme. Di colpo mi resi conto della troia che stavo facendo, mi divincolai violentemente, il biondino rimediò una gomitata al fianco prima ed al ventre dopo; Giova, che era appena riuscito a sussurrarmi il nome, non oppose resistenza nel mio sciogliermi da lui, ma prese un tacco sul piede.
Mi dette, a ragione, della matta.
La delusione mista a rabbia abbuiò il loro volti. In me si affacciò un raggio di terrore.
- Vado a prendere da bere! - urlai, indicando il bar alle mie amiche ricomparse (o, forse, mai sparite), che annuirono, troppo distratte per sentirmi davvero.
Scappai verso il bar in preda alla sete. Non di alcol, di cui avevo già fatto scorta, ma di spazio, di aria, di qualcosa di diverso dalla pressione dei corpi che mi schiacciavano. Mi feci strada verso il bancone, spingendo tra la folla, con la pelle che stillava calore ed una voglia abortita celata sotto il vestito.
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