Il paradosso fisico

di
genere
tradimenti


La sua mano, ancora fresca dall’acqua della piscina, mi sfiorò l’avambraccio per sottolineare un punto.
- È qui il paradosso -disse- l’osservatore influenza l’osservato. Sempre -
la voce di Franco fu un basso ruvido che mi attraversò la pancia.

Ero l’amica di suo figlio, venticinque anni di ubriachezza, non ricordo se più da gin tonic o da mojito. In realtà tutti quanti non brillavamo per essere in sé, neppure la mia amica Giulia (falsamente astemia) sarebbe stata in grado di guidare ed era bellamente riversa su di un lettino.
Arroventata da un caldo estivo che appiccicava il bikini alla pelle, mi ero calata in acqua solo da pochi istanti quando Franco arrivò.

Lui, il padre, il professore, cinquant’anni portati da dio greco, con gli occhi scuri che ridevano prima della bocca. Due infradito da cinese in subaffitto ed una camicia di lino bianco

- Mi faccio un mojito. Tu, mi pare abbia già dato -
- Un altro lo reggo - sfidai maliziosa

Non era vero, stavo già tentando la sorte.
Pochi istanti e tornò con i bicchieri gocciolanti condensa e traboccanti menta, arrivò fino all'orlo della piscina e tuffò una mano in acqua

- La pensavo più calda -
- Si sta bene -

Era dalla parte opposta e mi avvicinai per prendere il dono alcolico, così incrociai il suo sguardo fisso su di me. Lo ressi, ma non molto. Sentii divampare il rossore sul viso e mi voltai per nasconderlo, appoggiando la schiena alla sponda.

- Ti vergogni? -disse dolce- dai, vado, ti lascio al vostro baccano -
- No, aspetta! - risposi senza voltarmi

La sua mano, ancora fresca dall’acqua della piscina, mi sfiorò l’avambraccio, mollemente disteso sul bordo asciutto della vasca

- È qui il paradosso -disse- l’osservatore influenza l’osservato. Sempre -

La voce di Franco fu un basso ruvido che mi attraversò la pancia. Il suo tocco sulla mia pelle ebbe l'effetto di una scarica elettrica. Istintiva, selvaggia, ferina, mi girai verso di lui e gli accarezzai il volto.
L'ispido della barba mi graffiò il palmo mentre con le mie labbra cercai le sue.

Alessandro, lontano, non si stava curando di me; giusto il suo amico Andrea mi osservava e mi notò uscire dall'acqua, per andare ad accogliere l'abbraccio asciutto del telo rosso, sorretto dalle mani di Franco.
Nei suoi occhi, vidi scorrere un velo d'invidia mista a rassegnazione.

Ci allontanammo dal frastuono parlando di fisica come una brava liceale col suo mentore. Solo il modo in cui mi cingeva la vita era profondamente diverso, capivo che era sbagliato, ma non mi importava.
Dietro una siepe, un poco in disparte si celava un dondolo verde un po' arrugginito, ma con i cuscini panna puliti pronti ad accoglierci uno a fianco l'altra; un angolo ombreggiato del suo grande giardino, avvolto dal profumo di un maestoso gelsomino in fiore.
Parlava di quantistica per spiegare il caos della festa. Io ascoltavo, incantata più dal modo in cui le sue labbra formavano le parole che da esse stesse.

La spugna umida scivolò lungo le braccia, scoprendomi. Le sue dita, leste e leggere, raggiunsero i centimetri scoperti e tracciarono una linea immaginaria dalla mia spalla al gomito. Un brivido, netto, violento mi attraversò. Trattenni il respiro.

- Freddo? -

Ma la sua domanda non era sulla temperatura. I suoi occhi erano fissi sui miei; e in quello sguardo non c’era più traccia del professore. C’era una domanda. Una richiesta.

Scossi la testa, incapace di parlare. Il suo tocco si fece più deciso, una carezza lenta lungo il mio braccio. Mentre il dondolo oscillava appena, con un cigolio ipnotico. Il mondo si restrinse a quel movimento, a quella striscia di pelle che prendeva fuoco sotto le sue dita.

- Franco... - sussurrai. Era la prima volta che lo chiamavo per nome.

Quello fu il crollo. Un gemito basso gli uscì dalla gola e la sua mano si chiuse sul mio fianco, tirandomi verso di lui. La prima volta che le nostre bocche si incontrarono non fu un bacio, fu una presa. Un affermazione di fame. Le sue labbra erano salde, esperte, e la sua lingua trovò subito la mia. Il sapore di lui, rum e tabacco e qualcosa di solo suo, mi fece girare la testa. Le mie mani gli si aggrapparono ai capelli, corti, tra le dita.

Il dondolo cigolava, il nostro peso lo faceva oscillare con un ritmo lento, inevitabile ed erotico. Le sue mani erano ovunque su di me: sulla mia schiena nuda, a slacciare il nodo del mio top, decise e lente scivolare lungo il mio corpo fino a raggiungere l’elastico dello slip, vincerne la debole resistenza per poi ritrarsi. Ma quando le sue dita raggiunsero la mia intimità, scoprirono che il desiderio si era già impossessato di me

- Mati... Sei... - mormorò contro la mia bocca
- Tu... per colpa tua - ansimai

afferrai il suo polso e spinsi le sue dita più dentro di me. Un ringhio di approvazione condì un nuovo bacio ancora più profondo. Mi afferrò una coscia e manovrò. Il telo rosso rimase solo sul chiaro del cuscino. ed io spostai a cavalcioni sulle sue gambe, mentre il dondolo continuava la sua danza paziente. Sentii la sua erezione, dura e imponente attraverso i suoi pantaloncini, premere proprio contro la parte di me più sensibile, dove le sue dita mi stavano penetrando. Mi strofinai su di lui, un movimento istintivo, disperato; lui gemette, una vibrazione profonda che tutto il mio corpo avvertì.

- Mati, non resisto - ringhiò, e le sue dita uscirono da me con un suono umido che mi fece arrossire e fremere insieme. Le sue mani si aggrapparono ai miei fianchi, sollevandomi appena, mentre le mie mani sciolsero le culisse dei suoi pantaloncini. Rimasi sospesa su di lui quel tanto che bastava per fargli spingere giù, oltre le ginocchia, il nylon di quel costume e liberare il suo cazzo che sbattè, duro e imponente, contro il mio ventre.

Mi guardò, con gli occhi neri che mi scavavano nell'anima, chiedendo un permesso senza parole a cui annuii, incapace di formulare una sillaba. Mi guidò giù lentamente, la punta del suo cazzo che premeva contro la mia vulva calda di desiderio e la mia apertura stretta e bagnata. Per un secondo, forse due o tre, fu solo contatto, una promessa di pienezza che mi fece contorcere.

Poi mi fece scendere.

Lentamente, inesorabilmente, mi riempì. Un gemito strozzato mi sfuggì dalle labbra mentre lo sentivo entrare, aprire, occupare ogni spazio. Era enorme, un’espansione bruciante che mi trafiggeva fino al midollo. Mi fermai quando fui completamente seduta su di lui, impalata, con le sue palle che mi sfioravano il sedere.

- Dio... -sibilò lui, con la testa gettata all’indietro ed i tendini del collo tesi come corde- sei… strettissima -

Il dondolo oscillava ancora, e quel movimento impercettibile faceva scivolare il suo cazzo dentro di me in un modo che mi tolse il fiato. Iniziai a muovermi, dapprima titubante, poi con crescente sicurezza, trovando il ritmo dell’altalena. Su e giù, avanti e indietro, una doppia oscillazione che moltiplicava ogni sensazione. Che mi faceva godere come ancora mai.

Le sue mani mi stringevano i fianchi, le dita affondate nella mia carne mentre mi guidava, mi spingeva più forte giù e su di lui. Il suono della nostra congiunzione era umido, schioccante, sincronizzato con i nostri gemiti soffocati nel timore di farsi scoprire. Il calore si irradiava da dove eravamo uniti, una fiamma che divorava ogni colpo un pensiero.
Ogni spinta un sospiro, un mugolio, un desiderio crescente.

- Così! -ansimò Franco con i suoi occhi fissi sui nostri sessi fusi insieme- così cazzo, bene, Mati sei un sogno -

Accelerai il ritmo, il bisogno stava diventando un furore cieco. Il ferro del dondolo cigolava sotto di noi, una colonna sonora sgangherata alla nostra follia. Le sue mani mi raggiunsero i seni, le dita che stringevano e tormentavano i capezzoli fino a farmi urlare.
Mi morsi la lingua per soffocare il grido e stritolai il suo cazzo dentro di me con una contrazione di piacere.
Ogni centimetro di quell'asta era parte di me, ne sentivo ogni vena, ogni sussulto ogni minuscolo movimento.

Sento la tensione crescere, una palla di fuoco che si arrotolava nella mia pancia.

- Franco... -sussurrai implorante- non sento più le gambe... non sto capendo più niente... -
- Godi! -ordinò con voce roca e spezzata- godi di me Matilde, godi del mio cazzo -

Fu quell’ordine, quella possessività brutale, a farmi esplodere. L’orgasmo mi colpì come un fulmine, un’onda di fuoco bianco che mi spezzò la schiena e mi strappò un grido che non riuscii a strozzare. Mi contorsi su di lui, le pareti della mia fica che si stringevano convulse attorno al suo cazzo lo fecero sussultare strofinandomi il clitoride e donandomi ancora più piacere. Affondai le unghie su di lui, lo graffiai e crollai con la fronte sulla sua spalla.

La mia crisi lo trascinò via con sé. Con un ringhio animale, le sue mani mi bloccarono sui suoi fianchi mentre lui si svuotava dentro di me, uno scatto profondo e poi altri ancora, riempiendomi del suo calore liquido.
Ci baciammo profondamente, vogliosi di fonderci in un corpo solo. Non ricordo quanto tempo restammo così, uniti, tremanti, mentre l’ultima onda ci scuoteva e il dondolo rallentava fino a fermarsi.

Il mio respiro affannoso risuonava nel silenzio del boschetto, ancora impalata su di lui, ancora piena del suo cazzo che pulsava lentamente dentro di me. Il sudore ci univa, la mia schiena esposta al vento mi regalava brividi come le sue carezze leggere; il mio seno, appiccicato al suo torace, godeva ogni battito del suo cuore. Stavo per appoggiare la testa sulla sua spalla, per assorbire quell’ultimo fremito di piacere condiviso, quando la vista di una luce che si accendeva nel giardino oltre la siepe mi gelò il sangue.

- Mati, che succede? -
- Mi sa che... -

Dietro una piccola palma in un vaso, una luce ambrata si accese improvvisa, inondando d'ombre e bagliori netti il mio corpo imperlato, Franco mi strinse più forte a sé baciandomi il seno

La voce infantile di Marco squillò dei nostri nomi, squarciando l'imbrunire.

- Ci cercano... - dicemmo insieme in un sorriso fra l'ironico e l'isterico

Il terrore mi fece contrarre violentemente attorno a Franco, che trasalì a sua volta con un sussulto soffocato. Ci guardammo, i nostri occhi si spalancarono nella stessa, orribile, consapevolezza. Il suo cazzo, ancora semiduro dentro di me, sembrò ritrarsi di colpo strappandomi un lamentoso no.

- Merda! Non muoverti -

Sibilò lui, con le sue dita che mi stringevano i fianchi in una presa d’allarme. Ma era troppo tardi. Il dondolo aveva cigolato fino a un attimo prima. Eravamo nudi, intrecciati, io ancora seduta su di lui, con il suo sperma che colava da me.

- Babbo?! Chi c'è là? ho sentito un rumore! - insistette la voce bianca di Marco adesso più vicina

Stava venendo verso di noi.
L’istinto prese il sopravvento. Mi staccai da lui in un movimento goffo, ma silenzioso, un suono umido di separazione che mi parve assordante. Il suo cazzo si sfilò fuori da me, lasciandomi vuota e improvvisamente gelida. Balzai dal dondolo, le gambe molli mi sostenevano a fatica, ma riuscii ad afferrare alla cieca slip e telo.

- Fila dietro quela siepe e non fare un cazzo di rumore -

Ordinò Franco in un soffio, alzandosi in piedi con una rapidità sorprendente ed afferrò i suoi pantaloncini da terra.

Mi buttai dietro l'alloro, appiattendomi contro il muro di cinta ancora caldo della giornata. Il mio cuore batteva così forte da temere che lo potesse sentire. Attraverso le foglie vidi Franco infilarsi il costume alla bell’e meglio, cordini slacciati, il torso nudo e lucido di sudore.

- Eccomi -disse con voce stranamente normale, solo un po’ rauca- cosa c’è, Marco, è pronto? -

La sagoma del piccolo si stagliò nel quadrato di luce dicendo di aver sentito rumori e pensando a qualche intruso.

- Era il vento che ha smosso il dondolo -

Rispose, tranquillizzante, che il vento aveva smosso il dondolo, poi scartò strategicamente tra quello che dovrebbe essere il mio futuro cognato e lo sbocco sul giardino.

Sentii il loro sguardo attraversare quella scena del crimine, passare sopra il tavolo tondo di ferro e le sedie scomposte sotto la luce ambrata, fino a sfiorare il dondolo che oscillava lento. Vidi gli occhi svegli di Marco fermarsi un attimo troppo a lungo sul mio top celeste, abbandonato per terra; vicino al vaso con la palma.

- Cos’è quello? - chiese il ragazzo con la voce carica di una sospensione innocente e pericolosa.

Franco fu preso in contropiede ed esitò. Nell’ombra, io, trattenni il respiro. La mia pelle, ancora eccitata dal suo tocco, ora era coperta di brividi di panico. Non ho idea di come mi venne in mente, fatto sta che uscii dal mio nascondiglio sotto il telo rosso fattosi scialle, sfrontata e sfidante. Nel chiamarmi a raccogliere il mio reggiseno scivolò quel pudico telo lasciandomi nuda, sorrisi al meravigliato Marco scherzando sulla piega pratica presa dalla lezione di fisica con suo padre.

Il volto del ragazzo si trasformò in una maschera di puro shock. Gli occhi gli si spalancarono, scendendo dal mio viso sfacciato al mio seno nudo, al mio corpo malamente coperto ed ancora luccicante di sudore; e del seme di suo padre che mi colava lungo l'interno coscia.

- Tu... ma... - balbettò, arretrando di un passo.
- Torna in casa, Marco e stai zitto! - ringhiò Franco con una voce fattasi lama di ghiaccio.

Ma non si mosse per coprirmi. Rimase lì, a guardare la scena che si dispiegava, con il suo cazzo semiduro era ancora visibile dentro il costume slacciato; scosse la camicia e l'infilò noncurante.

- Che... Che succede? -

La vocina di Marco si fece tenue ed esitante, si spezzò, carica di un orrore che andava oltre la semplice scoperta. Stava guardando suo padre, poi me, poi il suo cazzo, poi il mio corpo. Il puzzle si componeva con una violenza brutale anche nell'innocenza della sua testa.

- Non quello che sembra - dissi io

Ma la sfida nel mio sorriso cominciava a tremare sotto il suo sguardo devastato. Stringevo il reggiseno di nylon come un trofeo inutile, mentre cercavo di recuperare il drappo di cotone.

Marco scosse la testa in un movimento meccanico, negando l'evidenza dei suoi occhi, implorò il padre di giurargli che non fosse vero niente

Franco inspirò profondamente. Non c'era più niente da nascondere. Riuscì a proferire solo il nome del figlio prima che il ragazzo si tappasse le orecchie e che un gemito strozzato gli uscisse dalla gola.
Marco mi lanciò un ultimo sguardo, uno sguardo che mescolava disgusto, tradimento e una ferita così profonda da farmi sentire il gelo della vergogna sostituirsi al calore del desiderio di pochi minuti prima. Poi si voltò e fuggì attraverso l'apertura nella parete di gelsomino, lasciando un silenzio carico di rovina.

Mi girai verso Franco. La sua espressione era indecifrabile. Non c'era tenerezza, né rabbia. Solo una concentrazione tetragona.

- Vestiti -disse, piatto- adesso -

La realtà mi colpì come un pugno nello stomaco. La lezione era finita. E la pratica aveva appena distrutto tutto. Il suo comando mi trapassò come un'arma bianca affilata. Il brivido che mi percorse non aveva nulla del piacere di prima.
Era vergogna, pura e tagliente.
Abbassai il nocciola dei miei occhi sul mio corpo, sul lucido di sudore e seme che mi ungeva la pelle, sulle curve che pochi istanti prima erano state carezzate con desiderio e ora mi sembravano solo esposte e vulnerabili.
Mi chinai, automa innaturale, a raccogliere lo slip caduto mi dalle mani su quella terra umida.

La festa continuava a pochi metri di distanza, oltre la siepe. Risate, lo splash di qualcuno che si tuffava in piscina, il basso ovattato della musica. Un mondo normale che non ci apparteneva più. Infilai le gambe nel costume, il tessuto bagnato e sporco che mi aderiva alla fica con un’umidità sgradevole. Mi legai il reggiseno, con dita tremanti che non riuscivano a chiudere il gancio dietro la schiena.

L'uomo, davanti a me, si sistemò le coulisse, chiuse la camicia con un gesto secco e l'abbottonò. Il suo cazzo era scomparso, spossato e nascosto dal tessuto, con esso sembrava svanire ogni traccia dell’uomo che mi aveva spinta contro il tavolo e riempita solo un paio d' ore prima.
Ad era solo Franco, il padre di Marco ed Alessandro, il professore; il suocero che mai avrò, cambiò Il suo volto in una lastra di granito.

- Adesso cosa facciamo? - chiesi in un soffio rauco e timoroso

Lui non mi guardò. Fissava la porta-finestra sotto il portico di casa attraverso cui suo figlio si era rifugiato.

- Tu non fai nulla. Torni alla festa. Sorridi e non dici niente - dettò come fosse un compito in classe

- E lui? - La domanda mi uscì in colpo di tosse.

Finalmente i suoi occhi scivolarono su di me. Non c’era più passione in quello sguardo, solo un’analisi fredda, calcolatrice.

- Marco è un bambino, fra qualche giorno non si ricorderà di niente, tantomeno di te. Non è affare tuo -

Ogni parola era un chiodo che inchiodava la mia colpa al muro. Ero l’intrusa, l’elemento estraneo da contenere. Il calore del suo seme dentro di me sembrò trasformarsi in piombo.

Sussurrai di un noi, sperando di sentire almeno una scintilla di ciò che era accaduto. Ma Franco storse la bocca. Un'espressione che non seppi decifrare. Disprezzo? Forse, rammarico?

- Non c’è un ‘noi’. C’è stato un errore. Grave. Una pazzia. Adesso va limitato il danno -Fece un passo verso di me, non per toccarmi, ma per invadere il mio spazio con la sua autorità restaurata- Vai. Ora. E torna da Ale, per il tuo bene, dimentica ciò che è accaduto -

Mi voltai, mal ferma sulle gambe molli. Oltrepassai l'apertura nel gelsomino, e mi riaffacciai nel giardino illuminato dalle lanterne. Le risate mi colpirono come uno schiaffo. Vidi Giulia, la mia amica, ballare vicino al barbecue con i ragazzi, cosa che avrei dovuto fare anche io. Vidi Alessandro, il mio Alessandro, versare da bere a una ragazza bionda, Camilla, con un sorriso smagliante. E senza la minima preoccupazione di dove fossi.
La normalità era una recita crudele.
Solo Andrea mi notò, mi resi conto che mi aveva tenuta d'occhio e che, quindi, sapeva.

E io, con la sua ultima traccia che ancora mi colava lungo le cosce, dovevo unirmi a loro. Sorridere. Dimenticare. Mentre immaginavo lo sguardo di Franco sulla mia schiena, pesante condanna che niente, da quel momento in poi, sarebbe stato come prima. Le luci si spensero, la musica si affievolì e con essa le voci.
Persi il contatto con la realtà.

Poi sentii solo voci distanti che si accavallavano confuse, grida, il mio nome urlato in faccia. Nessuno, non stavo vedendo più niente né nessuno, solo buio.
D'un tratto le mani di un qualcuno che non vedevo mi stavano scuotendo le spalle, poi più giù, frenetiche, sul seno; ma non un tocco sensuale, quelle mani si riunirono sul mio sterno e cominciarono a premere.
Non sapevo cosa stesse succedendo, un vuoto si creava nei polmoni, una spugna strizzata, un'onda che risaliva la gola stava prendendo forma.
Le labbra di qualcuno furono sulle mie, ma nessuna lingua invase la mia bocca in cerca della mia e del piacere di un bacio. Fu, invece, un soffio violento d'aria che penetrò in me a rigonfiarmi. Una volta, due, tre.
Poi ancora una pressione di quelle mani che cominciavo a riconoscere.
Gocce d'acqua cadevano sul mio viso ed un brivido freddo si stava impossessando di me.
Gambe e braccia non mi appartenevano più, ma iniziavo a distinguere voci e parole; e la mia pelle bagnata.

- Matilde! Respira, cazzo! -
- ...mio dio! -
- Dove cazzo è l'ambulanza??! -
- Manu, non dire cazzate: ce la fa! -
- Ancora una volta, Andrea! -
- Uno, due, tre, quattro... -
- Ale ma non si fa così! -
- Zitta Giulia! Sai fare meglio? Vieni te -
- Guardate! Gli occhi si muovono -
- Dai amore, forza, riprenditi! -
- Per dio, fate spazio! -
- Sara, è arrivata -
- Dio grazie! -
- Andrea, ma quanto è stata sott'acqua? -
- Bro, penso almeno tre minuti -
- Stava dormendo proprio bene, cazzo! -

Stamattina mi sono svegliata in casa mia, il mio gatto con me.
Che sogno assurdo!
L'ansia da esame fa brutti scherzi...
scritto il
2026-06-18
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