Quasi Sbronzo

di
genere
gay

Quella era una delle cene che avrei preferito evitare: ospiti da mia sorella e suo marito. Non sono un asociale, ma la ragione del mio malumore è la sua eccessiva espansività che, diciamolo, a volte mi mette in situazioni ambigue. Lui è certamente consapevole della sua esuberanza come del fatto di non lasciare il prossimo indifferente: decisamente bello, alto, moro, riccio, con un fisico scolpito e due profondi occhi verdi sin troppo espressivi.
«Permesso negato!» fu la risposta perentoria dei miei.
«Ma lo studio… L’esame…»
«Possono aspettare! Sono appena tornati dal viaggio di nozze e tua sorella ci teneva a stare un po’ in famiglia.»
Mi presentai con un discreto ritardo, volutamente calcolato, ma non bastò. Stavano ancora bevendo una sorta di aperitivo in piedi.
«Quando fai il prezioso in questo modo…» esordì Lucrezia con tono di rimprovero.
«Lascia stare, Lu. Adesso è qui, così finalmente possiamo brindare!»
Mi venne incontro Adamo porgendomi il bicchiere e abbracciandomi, stando bene attendo ad avvicinare il suo pacco al mio già eccitato.
«Sai che sono astemio…»
«E dai, cosa vuoi che sia! Un goccio di prosecco neanche lo senti…»
Acconsentii con riluttanze e ci accomodammo sul divano mentre mia madre e mia sorella terminavano i preparativi per la cena.
«Lascia, te lo poso io il bicchiere.»
Non feci in tempo a fermarlo: si avvicinò fino a sovrastarmi leggermente con un sorriso provocatorio. Il pacco, che si stava in qualche modo gonfiando, volutamente premuto contro la mia coscia.
Anche la disposizione a tavola non aiutò. Già dalla prima portata iniziarono le provocazioni: il suo piede scalzo si avvicinò al mio, risalendo lentamente lungo il polpaccio.
Tossii perché mi stavo ingozzando
«Che c’è? Ti è andato andato qualcosa di traverso?» chiese mia madre, mentre io incendiavo Adamo con lo sguardo.
Tieni, bevi un goccio e Adamo mi allungò il bicchiere.
«No… tutto a posto» risposi sorseggiando dell’altro alcool, e mi alzai per aiutare a sparecchiare.
Con la seconda portata andò anche peggio: il suo piede s’insinuò definitivamente tra le mie gambe forzatamente aperte, iniziando a stuzzicarmi proprio al centro dell'inguine.
«Com’è la carne?» chiese Lucrezia.
«È… è un po’ dura» risposi deglutendo a fatica.
«In effetti ha ragione…» fece eco mio cognato che, con una strizzatina d’occhio, aggiunse: «…Ma è cotta al punto giusto!» e mi invitò a mandar giù un paio di sorsate di rosso.
«Meno male», sorrise la devota mogliettina, del tutto ignara.
«Ma tu, invece, si può sapere cos’hai da sbuffare come una locomotiva?», mi rimproverò mia madre.
Chi glielo andavo a spiegare, che il piede di mio cognato mi stava masturbando da circa mezz’ora?
«Niente… Devo aver bevuto un po’ troppo e…»
Fu a quel punto che mi bagnai e, coprendomi le parti basse imbarazzatissimo, mi rifugiai in bagno.
Adamo mi raggiunse di lì a poco.
«Grazie del regalo!», ironizzai.
«Oh, ma quello è solo l’antipasto!», rispose, osservando la macchia che dilagava sui miei slip mentre, avvicinandosi, si slacciava i pantaloni.
«Il vero problema è che il trattamento che ti ho riservato ha avuto effetti anche su di me», ridacchiò esibendo l’erezione che svettava dalla nuvola di pelo scuro, «e bisogna che qualcuno li elimini… E credo che tu ci tenga in modo particolare…».
Nel terminare la frase mi afferrò dolcemente la nuca, facendomi inginocchiare davanti al suo uccello che, sebbene ancora non scappellato, già grondava liquido prespermatico a volontà.
Mi lasciai condurre verso la cappella vermiglia. Al suo contatto dischiusi le labbra e l’ingoiai insieme a quanta più canna potevo. Iniziò a muoversi lentamente dentro la mia bocca, tenendo ben salda la mia testa con le mani per regolare l’andirivieni del cazzo fradicio della mia saliva e dei suoi umori. La velocità aumentò e in pochi istanti scaricò nel mio palato una generosa quantità di sperma bollente.
«Avrei voluto farcire la tua fetta di torta con quello», e indicò la goccia di sborra che stavo leccando, «ma troveremo il modo di rimediare», mi schernì mentre finivo di ripulirlo e ripulirmi per tornare presentabile.
Tornammo in sala a breve distanza l’uno dall’altro. Lucrezia stava tagliando la torta, accompagnando ogni porzione con una generosa cucchiaiata di panna montata.
«L’ho montata io… La panna…», si vantò mio cognato, regalandomi l’ennesima strizzatina ammiccante ed aprendo il vino.
«Spero che almeno questo sia dolce», dichiarai. «Comincia a girarmi la testa».
Era secco, e le bollicine mi arrivarono fino al naso solleticandolo. A poco servì il caffè che ci servirono in salotto. Non ero ubriaco, ma brillo sì…
«Bene, sarà il caso che togliamo il disturbo», suggerì mio padre guardando l’orologio.
«Lu, li riaccompagni tu?», lei assentì, e rivolta a me: «Tu pensi di farcela?».
«Ma certo, gli preparo un altro caffè e ve lo faccio tornare nuovo».
«Mi raccomando, se non te la senti…»
«Si fermerà qui a dormire!» mi sorrise Adamo.
L’idea mi eccitava e mi atterriva al contempo.
«Fine della discussione», dichiarò mia sorella, facendo strada ai miei genitori.
«Dai, seguimi in cucina che ti preparo un caffè».
Ubbidii docilmente. Con gesti misurati preparò la moka e la mise sui fornelli.
«Nell'attesa che salga, che ne dici di un po’ di questa?», mormorò, indicando la ciotola della panna e iniziando a rimestarla piano.
«Beh…», farfugliai, lasciandolo avvicinare. Gli permisi di sbottonarmi la camicia e di titillarmi i capezzoli.
«Senti come sono duri… Magari questa li rinfresca un po’». Versò una generosa cucchiaiata su entrambi. Sbuffai per la sensazione di freddo, nascondendo il viso nel suo petto sodo.
«Vediamo se ha funzionato!». Chinandosi su di me, la leccò con lentezza per poi succhiare avidamente i due cilindretti rosa inturgiditi.
«Mmmm… Sembrerebbe proprio di no. Direi che dobbiamo riprovarci…». E ripeté l’operazione più volte, consapevole che il trattamento non avrebbe sortito l'effetto sperato.
Di colpo, però, il suo sguardo si fece pensieroso e serio.
«Che c’è?», chiesi ingenuamente.
«Vieni, tocca con mano». Guidò le mie dita sul suo inguine, dove percepii chiaramente l’erezione che premeva.
Lo guardai. Mi guardò aprire il bottone, abbassargli la zip per levargli pantaloni e intimo.
«Toccala…», sussurrò.
«È… è bollente…», balbettai.
Lui puntò lo sguardo verso la ciotola sul piano da lavoro.
«Ce n’è ancora…», mormorò, versandone un filo lungo tutta l’asta tesa. «Leccala. E quando hai finito, continua senza fermarti».
Mi chinai, prendendo a lavorare il suo arnese con le labbra. Salivo e scendevo dolcemente per tutta la sua notevole lunghezza, assaporando il contrasto tra il dolce della panna e il gusto acre dei suoi umori. A lavoro ultimato, la sua pelle riluceva bagnata dalla mia saliva.
«Bravo, ottimo lavoro. Ma ne è avanzata ancora un po' e non vogliamo sprecarla, vero?».
Assentii, già pronto a spompinarlo di nuovo.
«No, no… Voltati, proviamo in un altro modo… Prima spogliati!» anche lui si levò la maglietta mostrandosi in tutta la sua possenza.
Con i gomiti appoggiati al top della cucina, lo vidi chiudere il gas.
Sorrise. Gli sorrisi mentre sentivo la crema densa e fresca colare nel solco tra le natiche. Un istante dopo, la sua lingua calda iniziò a ripulirmi con lentezza, per poi soffermarsi a lambirne le pieghe. Mi esplorò a lungo, ammorbidendomi gradualmente sotto la spinta di colpi sempre più precisi, mentre con le mani mi massaggiava i glutei sodi.
Quando il contatto cessò, mi voltai appena: teneva in pugno la sua erezione. Ci sputò sopra e, con fare cauto, l'avvicinò al mio ingresso sul retro. Vi penetrò con estrema dolcezza, scivolando dentro e fuori più volte, finché non mi fu dentro completamente.
Mi lasciò il tempo di abituarmi alla sua presneza prima di iniziare a scoparmi e fu persino meglio di come l'avevo fantasticato. I colpi, inizialmente lenti, divennero via via più veloci. Sentivo lo schioccare sordo battito dei suoi testicoli contro le mie natiche e i suoi addominali sudati aderire contro la mia schiena. Con una mano mi afferrò la spalla per sostenere il ritmo dell'amplesso, mentre con l'altra scivolò sul mio uccello per masturbarlo.
Gliele afferrai entrambe per farle passare sotto le mie ascelle e premerle, insieme alle mie, contro al mio petto mentre gli ultimi, veloci affondi, riversavano la generosa quantità di seme caldo che inondò i miei intestini.
«Adesso tocca a te…», sussurrò, provando a disimpegnarsi.
«No, ti voglio dentro mentre…», balbettai. E, con le ultime, rapide carezze alla mia asta tesa, riversai sul ripiano in marmo scuro tutto il mio piacere.
Si sfilò con delicatezza, per poi rientrare e darmi ancora un paio di spinti finali. Si accasciò infine sulla sedia, facendomi cenno di avvicinarmi. Ci scambiammo pochi baci umidi, ma carichi di una complicità assoluta.
«Cazzo, sta salendo…»
«Come lo sai?»
«L’ascensore…»
Raccogliemmo al volo i vestiti sparsi per la cucina e ci ricomponemmo a tempo di record. Quando Lucrezia ricomparve sulla soglia, eravamo già seduti a sorseggiare il caffè ormai tiepido.
«Allora, ti è passata la sbronza?»
«Non ero sbronzo… Soltanto un po’ alticcio!»
«Ce la fai a guidare fino a casa?»
«Eccome!», risposi, mandando giù l'ultimo sorso d'aspro liquido nero.
«Ottimo!», chiosò Adamo. «Così riesci ad essere in forma per l’esame che è…».
«Dopodomani!»
«Altro festeggiamento in vista, allora!». Ennesima strizzatina d’occhio…
«E questa cos’è?!». Chiese Lucrezia raccogliendo un po’ del liquido opalescente sul ripiano…
di
scritto il
2026-08-25
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