Racconti sotto l’ombrellone: Lucia

di
genere
corna

Racconti scritti sotto l’ombrellone, in vacanza, tanto per divertirsi un po’, lontani dal mio stile solito.

Lucia aveva ventisei anni, sarda pure, capelli neri lunghi sempre raccolti in una coda alta, corpo sodo da chi lavora tutto il giorno. Lavorava al magazzino edile di Olbia insieme al ragazzo, Fabio. Lui aveva ventotto anni, alto, magro, un po’ troppo mite. Facevano i turni insieme: scaricare bancali di cemento, sistemare sacchi di malta, controllare le bolle. Di sera tornavano a casa e scopavano, ma era sempre lo stesso ritmo. Fabio ci metteva poco, lei finiva quasi mai.
Arrivò luglio e il caldo diventò insopportabile. In magazzino entrava aria bollente dalle grandi porte aperte. Quel giorno comparve Davide.
Cinquantenne, piemontese, in vacanza in Sardegna con la moglie e due figli adolescenti. Aveva comprato un pezzo di terreno vicino e veniva a prendere materiali per farci una veranda. Alto, spalle larghe, pancia ancora tenuta a bada, capelli grigi tagliati corti, occhiali da sole sempre sulla testa. Parlava poco, ma guardava tanto. La prima volta che vide Lucia piegata a sollevare un sacco di cemento da venticinque chili, le si fermò lo sguardo sul culo tondo sotto i pantaloni da lavoro stretti. Non disse niente. Solo un sorriso laterale, da porco.
Tornò il giorno dopo. E quello dopo ancora. Sempre con qualche scusa: mancavano i chiodi, voleva un altro bancale di mattoni, aveva bisogno di consigli sui collanti. Ogni volta cercava Lucia. Quando Fabio era impegnato dall’altra parte del magazzino, Davide le si avvicinava.
«Hai le mani da lavoratrice, eh», le disse un pomeriggio, mentre lei contava le lastre di cartongesso. La voce era bassa, con quel accento piemontese lento. «Ma il resto… il resto è tutto da mangiare.»
Lucia arrossì, ma non si allontanò. Sentì il calore salirle tra le gambe. Fabio era a dieci metri, chinato su una lista, e non sentiva niente.
Da quel giorno Davide cominciò a corteggiarla di nascosto. Messaggi sul cellulare di lei, numeri presi chissà come. Foto di cazzi duri mandati di notte, mentre lei era a letto con Fabio che russava. «Pensa a questo mentre lui ti monta», scriveva. «Dimmi se è più grosso del tuo fidanzatino.»
Lucia rispondeva. All’inizio con emoji, poi con frasi. Poi con foto. Si mandava selfie in mutande nel bagno del magazzino, tette fuori, capezzoli duri. Davide rispondeva con video di sé stesso che si segava guardando le sue foto, la voce roca che diceva: «Apri bene quella figa sarda, che te la voglio allargare.»
Una sera, dopo il turno, Fabio doveva andare a prendere la sorella all’aeroporto. Lucia rimase a chiudere il magazzino. Davide era già lì, in macchina, parcheggiato dietro i container. La chiamò. Lei andò.
Dentro l’auto calda puzzava di sole e di lui. Davide non perse tempo. Le mise una mano tra le gambe, sopra i pantaloni, e premette. «Il tuo ragazzo sa che la sua donna si fa toccare da un uomo di cinquant’anni?»
Lucia scosse la testa. Aveva già la figa bagnata.
Lui le sganciò i pantaloni, le calò le mutandine e le ficcò due dita dentro senza preavviso. «Stretta», borbottò. «Ancora stretta. Ma non per molto.»
La fece piegare sul sedile, le aprì le chiappe e le lecò il buco del culo mentre le dita continuavano a scoparle la figa. Lucia gemette, una mano sul cruscotto, l’altra che si stringeva un seno. Quando Davide si calò i pantaloni, il cazzo le apparve grosso, venoso, la testa già lucida. Più grosso di quello di Fabio. Molto più grosso.
La montò lì, nella macchina, dal dietro. Spinte profonde, lente all’inizio, poi sempre più dure. Ogni botta faceva sbattere le tette di Lucia contro il sedile. «Pensa al tuo Fabio», le diceva all’orecchio, mentre le riempiva la figa. «Pensa a quando tornerà e ti leccerà questa stessa figa, senza sapere che ci ho appena sparato dentro.»
Lucia venne con un urlo soffocato. Davide tirò fuori all’ultimo, le sparò lo sperma caldo sulla schiena e sulle chiappe, poi lo sparse con le dita, glielo ficcò un po’ nel culo. «Portatelo a casa», ordinò. «Fagli sentire l’odore.»
Quella notte Lucia tornò da Fabio ancora sudata e con lo sperma di Davide asciugato sulla pelle. Si fece scopare dal ragazzo senza lavarsi. Fabio non notò niente. Lei venne di nuovo, stringendo gli occhi, pensando al cazzo del piemontese.
Da allora diventò una routine sporca. Di giorno al magazzino occhiate e messaggi. Di notte, quando Fabio dormiva o era fuori, Lucia usciva. Si faceva portare in posti isolati, spiagge deserte, cantieri abbandonati. Davide la usava come voleva: le faceva succhiare il cazzo fino a farle lacrimare gli occhi, le scopava il culo la prima volta senza lubrificante, solo con la saliva, mentre lei piangeva e veniva lo stesso. Le mandava video da far vedere a Fabio «per sbaglio», ma lei non aveva ancora il coraggio.
Un pomeriggio, però, Fabio entrò nel magazzino e li trovò.
Lucia era in ginocchio dietro un bancale di cemento, la bocca piena del cazzo di Davide. Lui le teneva i capelli e la spingeva a fondo, la voce bassa: «Ingoia tutto, puttana del tuo ragazzo.»
Fabio restò fermo. Pallido. Il cazzo gli si alzò lo stesso, traditore.
Davide lo vide e sorrise. Non si fermò. Continuò a fottere la bocca di Lucia, più lento, più dimostrativo. «Vieni a vedere da vicino», disse. «Guarda come la tua donna succhia un vero cazzo.»
Lucia non si alzò. Continuò. Gli occhi pieni di lacrime e di eccitazione. Quando Davide le sparò in gola, lei inghiottì tutto, si alzò e si voltò verso Fabio con la bocca ancora lucida.
«Mi piace», sussurrò. «Mi piace di più di te.»
Fabio non disse niente. Si limitò a guardare mentre Davide le riabbassava i pantaloni, le apriva le gambe e la scopava di nuovo, questa volta in piedi, contro il bancale, di fronte al ragazzo. Ogni spinta faceva tintinnare i sacchi di cemento. Lucia gemette il nome di Davide. Poi, guardando Fabio negli occhi, disse: «Vieni qui. Guardami mentre mi fanno la donna.»
E Fabio andò. Si mise in ginocchio, come gli aveva ordinato Davide con un cenno del capo, e restò lì a guardare il cazzo grosso del piemontese entrare e uscire dalla figa della sua ragazza, a sentire il suono umido, a vedere lo sperma che già colava lungo le cosce di lei.
Da quel giorno non fu più lo stesso. Lucia continuò a farsi scopare da Davide. Fabio a volte guardava. A volte leccava. A volte si segava in un angolo mentre l’altro gli riempiva la fidanzata.
Davide tornò in Piemonte a fine agosto, con la moglie e i figli. Ma i messaggi non smisero. E Lucia, ogni volta che Fabio la montava, chiudeva gli occhi e sussurrava il nome del cinquantenne che l’aveva rovinata.
Il cuckold era fatto. E a lei piaceva da morire.
scritto il
2026-08-04
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