Racconti sotto l’ombrellone: Brava Giulia
di
b_bull_and_master
genere
incesti
Racconti scritti sotto l’ombrellone, in vacanza, tanto per divertirmi, o per cazzeggio, lontani dal mio stile solito. Se volete scrivermi, sapete come trovarmi.
La famiglia Rossi era la classicissima famiglia da brochure. Marco, 48 anni, commercialista tranquillo. Laura, 45, moglie e madre impeccabile. Giulia, 19 anni, studentessa brava, vestita sempre in modo castissimo: costumi interi alti, t-shirt larghe, shorts lunghi, scarpe basse. Non guardava nessuno, non si faceva guardare. In spiaggia a Riccione leggeva sotto l’ombrellone e ogni tanto chiedeva al padre di spalmarsi la crema sulla schiena con gesti da bambina.
Fino al sesto giorno.
Quel pomeriggio una ragazza di forse ventidue anni passò davanti al loro ombrellone. Costume micro, tette alte, culo che ballava a ogni passo. Marco la seguì con gli occhi per interi dieci secondi. Non si accorse che la figlia lo stava osservando.
Giulia sentì qualcosa di caldo e cattivo salirle dallo stomaco. Gelosia. Non verso la ragazza. Verso l’attenzione del padre. Quella sera, chiusa in bagno, si guardò allo specchio e decise che non avrebbe più permesso a nessun’altra di rubarle quello sguardo.
Il giorno dopo scese in spiaggia con un bikini a triangolo che non aveva mai osato mettere. Le tette spingevano fuori, il perizoma le entrava già un po’ tra le chiappe. Marco alzò gli occhi e restò fermo. Giulia sorrise dentro di sé.
Il giorno successivo tolse il reggiseno del bikini. Topless. Si stese a pancia in su proprio di fronte al padre e cominciò a spalmarsi l’olio sulle tette con lentezza esagerata, i pollici che giravano sui capezzoli fino a farli diventare duri. Marco non riuscì a distogliere lo sguardo. Laura era andata a fare la doccia. Giulia lo guardò dritto negli occhi e sussurrò:
«Ti piacevano di più quelle dell’altra, papà? O queste?»
Marco non rispose. Aveva il cazzo già duro.
Da quel momento Giulia non si fermò più.
I costumi diventarono fili. Perizomi così sottili che quando si chinava si vedeva tutto: labbra, buco del culo, tutto. I tacchi comparvero: prima dieci centimetri, poi quindici, poi plateau di venti che le facevano inarcare la schiena e spingere il culo verso chiunque passasse. Le minigonne inguinali arrivarono la sera: pezzi di stoffa che coprivano a malapena la figa. Quando si sedeva si vedeva tutto. Quando camminava il vento alzava il tessuto e mostrava il perizoma (quando ce l’aveva).
Una sera, mentre Laura dormiva, Giulia entrò nella camera dei genitori in perizoma e tacchi. Si chinò sul padre e gli sussurrò:
«Ho visto come guardavi quella puttana. Adesso guardami solo me.»
Gli calò i boxer e gli prese il cazzo in bocca fino in fondo. Succhiava come una troia di mestiere: gola aperta, saliva che le colava sulle tette, occhi alzati verso di lui. Marco gemette il suo nome. Lei si staccò solo per dire:
«Da stasera sono la tua puttana personale. E non solo tua.»
Lo montò a cavalcioni, le tette che gli sbattevano sul viso, i tacchi ancora ai piedi. Si fece venire due volte prima di farlo sparare dentro. Poi si alzò, lo sperma le colava lungo le cosce, e disse:
«Domani in spiaggia resto così. E se qualcuno mi vuole, glielo do. Tu guardi.»
E così fu.
Il giorno dopo Giulia camminava a seno nudo, perizoma ridotto a un filo, tacchi conficcati nella sabbia. Un ragazzo di colore di una trentina d’anni la fermò vicino ai bagni. Lei lo guardò, poi guardò il padre che stava osservando dalla distanza, e annuì. Entrarono nella cabina. Marco sentì i gemiti della figlia, il suono umido di carne contro carne, e si segò dietro l’ombrellone.
Da quel pomeriggio Giulia diventò una vera troia pubblica.
Si faceva scopare dietro le cabine, sotto la passerella, di notte sulla spiaggia deserta. A volte uno solo, a volte due. Una sera tre ragazzi la usarono contemporaneamente: uno in bocca, uno in figa, uno nel culo, mentre lei teneva i tacchi e guardava il padre che filmava tutto col telefono. Tornava in camera con lo sperma che le colava da tutti i buchi e si faceva leccare pulita da Marco prima di andare a letto.
Laura cominciò a sospettare. Una notte li sorprese: Giulia in ginocchio, il cazzo del padre in gola, un altro ragazzo che se la stava prendendo da dietro. Laura restò sulla porta. Non gridò. Si limitò a guardare. Giulia, con la bocca piena, la guardò e fece un gesto con la mano: vieni.
Laura non entrò quella notte. Ma la notte dopo sì.
Si sedette sulla poltrona e si toccò mentre la figlia si faceva riempire da due uomini e dal marito a turno. Alla fine Giulia, nuda, piena di sborra, si avvicinò alla madre, le aprì le gambe e le disse:
«Lecca. Lecca quello che mi hanno lasciato dentro. Sono la troia di papà e di chiunque voglia. E adesso lo sei anche tu.»
Laura leccò.
L’estate finì.
Giulia non rimise mai più un costume intero.
A Milano cominciò a uscire solo con minigonne inguinali, tacchi da ventidue centimetri e niente mutandine. Portava a casa ragazzi, amici del padre, sconosciuti. Marco guardava, scopava, filmava. Laura a volte partecipava, a volte solo guardava.
E ogni volta che Giulia si metteva in ginocchio e apriva la bocca, diceva sempre la stessa cosa:
«Tutto perché quella sera hai guardato un’altra. Adesso guarda solo me, papà. Guarda la troia che hai creato.»
La famiglia Rossi era la classicissima famiglia da brochure. Marco, 48 anni, commercialista tranquillo. Laura, 45, moglie e madre impeccabile. Giulia, 19 anni, studentessa brava, vestita sempre in modo castissimo: costumi interi alti, t-shirt larghe, shorts lunghi, scarpe basse. Non guardava nessuno, non si faceva guardare. In spiaggia a Riccione leggeva sotto l’ombrellone e ogni tanto chiedeva al padre di spalmarsi la crema sulla schiena con gesti da bambina.
Fino al sesto giorno.
Quel pomeriggio una ragazza di forse ventidue anni passò davanti al loro ombrellone. Costume micro, tette alte, culo che ballava a ogni passo. Marco la seguì con gli occhi per interi dieci secondi. Non si accorse che la figlia lo stava osservando.
Giulia sentì qualcosa di caldo e cattivo salirle dallo stomaco. Gelosia. Non verso la ragazza. Verso l’attenzione del padre. Quella sera, chiusa in bagno, si guardò allo specchio e decise che non avrebbe più permesso a nessun’altra di rubarle quello sguardo.
Il giorno dopo scese in spiaggia con un bikini a triangolo che non aveva mai osato mettere. Le tette spingevano fuori, il perizoma le entrava già un po’ tra le chiappe. Marco alzò gli occhi e restò fermo. Giulia sorrise dentro di sé.
Il giorno successivo tolse il reggiseno del bikini. Topless. Si stese a pancia in su proprio di fronte al padre e cominciò a spalmarsi l’olio sulle tette con lentezza esagerata, i pollici che giravano sui capezzoli fino a farli diventare duri. Marco non riuscì a distogliere lo sguardo. Laura era andata a fare la doccia. Giulia lo guardò dritto negli occhi e sussurrò:
«Ti piacevano di più quelle dell’altra, papà? O queste?»
Marco non rispose. Aveva il cazzo già duro.
Da quel momento Giulia non si fermò più.
I costumi diventarono fili. Perizomi così sottili che quando si chinava si vedeva tutto: labbra, buco del culo, tutto. I tacchi comparvero: prima dieci centimetri, poi quindici, poi plateau di venti che le facevano inarcare la schiena e spingere il culo verso chiunque passasse. Le minigonne inguinali arrivarono la sera: pezzi di stoffa che coprivano a malapena la figa. Quando si sedeva si vedeva tutto. Quando camminava il vento alzava il tessuto e mostrava il perizoma (quando ce l’aveva).
Una sera, mentre Laura dormiva, Giulia entrò nella camera dei genitori in perizoma e tacchi. Si chinò sul padre e gli sussurrò:
«Ho visto come guardavi quella puttana. Adesso guardami solo me.»
Gli calò i boxer e gli prese il cazzo in bocca fino in fondo. Succhiava come una troia di mestiere: gola aperta, saliva che le colava sulle tette, occhi alzati verso di lui. Marco gemette il suo nome. Lei si staccò solo per dire:
«Da stasera sono la tua puttana personale. E non solo tua.»
Lo montò a cavalcioni, le tette che gli sbattevano sul viso, i tacchi ancora ai piedi. Si fece venire due volte prima di farlo sparare dentro. Poi si alzò, lo sperma le colava lungo le cosce, e disse:
«Domani in spiaggia resto così. E se qualcuno mi vuole, glielo do. Tu guardi.»
E così fu.
Il giorno dopo Giulia camminava a seno nudo, perizoma ridotto a un filo, tacchi conficcati nella sabbia. Un ragazzo di colore di una trentina d’anni la fermò vicino ai bagni. Lei lo guardò, poi guardò il padre che stava osservando dalla distanza, e annuì. Entrarono nella cabina. Marco sentì i gemiti della figlia, il suono umido di carne contro carne, e si segò dietro l’ombrellone.
Da quel pomeriggio Giulia diventò una vera troia pubblica.
Si faceva scopare dietro le cabine, sotto la passerella, di notte sulla spiaggia deserta. A volte uno solo, a volte due. Una sera tre ragazzi la usarono contemporaneamente: uno in bocca, uno in figa, uno nel culo, mentre lei teneva i tacchi e guardava il padre che filmava tutto col telefono. Tornava in camera con lo sperma che le colava da tutti i buchi e si faceva leccare pulita da Marco prima di andare a letto.
Laura cominciò a sospettare. Una notte li sorprese: Giulia in ginocchio, il cazzo del padre in gola, un altro ragazzo che se la stava prendendo da dietro. Laura restò sulla porta. Non gridò. Si limitò a guardare. Giulia, con la bocca piena, la guardò e fece un gesto con la mano: vieni.
Laura non entrò quella notte. Ma la notte dopo sì.
Si sedette sulla poltrona e si toccò mentre la figlia si faceva riempire da due uomini e dal marito a turno. Alla fine Giulia, nuda, piena di sborra, si avvicinò alla madre, le aprì le gambe e le disse:
«Lecca. Lecca quello che mi hanno lasciato dentro. Sono la troia di papà e di chiunque voglia. E adesso lo sei anche tu.»
Laura leccò.
L’estate finì.
Giulia non rimise mai più un costume intero.
A Milano cominciò a uscire solo con minigonne inguinali, tacchi da ventidue centimetri e niente mutandine. Portava a casa ragazzi, amici del padre, sconosciuti. Marco guardava, scopava, filmava. Laura a volte partecipava, a volte solo guardava.
E ogni volta che Giulia si metteva in ginocchio e apriva la bocca, diceva sempre la stessa cosa:
«Tutto perché quella sera hai guardato un’altra. Adesso guarda solo me, papà. Guarda la troia che hai creato.»
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