Racconti sotto l’ombrellone: Benedetta la Vampirla
di
b_bull_and_master
genere
comici
Racconti leggeri, scritti sotto l’ombrellone, in vacanza, tanto per divertirmi, o per cazzeggio, lontani dal mio stile solito. Seduto sulla sdraio, in spiaggia vedo cose… e ci ricamo un po’ su. Non sono capolavori letterari ma racconti chiusi, brevi, sporchi, per passare qualche minuto. Se volete scrivermi, sapete come trovarmi.
Si chiamava Benedetta.
Ventitré anni, attiva in un gruppo di giovani cattolici abbastanza chiuso e perbenista della città. Messa tutte le domeniche, volontariato, maglioni larghi e un rosario sempre in borsa.
Era del tipo “ragazza a posto”: faccia pulita, modi composti, seno abbondante che cercava di nascondere.
Il fidanzato, Andrea, frequentava lo stesso ambiente. Anche lui di quelli bravi, almeno all’apparenza.
Quella sera erano a casa di lui. I genitori fuori.
Benedetta, dopo i soliti sensi di colpa, si era lasciata convincere.
Si era messa in ginocchio sul pavimento del salotto, gli aveva aperto i jeans e gli aveva tirato fuori il cazzo.
All’inizio andava piano.
Poi, piano piano, si è scatenata.
Cominciò a succhiarlo sul serio.
Lo prendeva in bocca fino in fondo, faceva rumori umidi e volgari, la saliva le colava dal mento e le cadeva sulle tette ancora coperte.
Teneva gli occhi alzati verso di lui mentre gli riempiva la gola, la lingua che lavorava sotto il glande, una mano che gli stringeva i coglioni.
Ogni tanto lo tirava fuori, ci sputava sopra, se lo sbatteva sulle labbra e poi se lo rimetteva in bocca fino a farle venire le lacrime.
Andrea la guardava incredulo.
La ragazza più “in gamba” del loro gruppo stava facendo un pompino da porca, con la bava che le filava via e i versi strozzati ogni volta che lui le toccava la testa.
«Cazzo, quanto sei troia così…»
Benedetta, accaldata, andava sempre più forte.
Succhiava, sbavava, si strozzava e riprendeva.
A un certo punto Andrea, troppo carico, le afferrò i capelli e spinse più a fondo.
Benedetta, colta di sorpresa, strinse i denti.
Il morso fu netto.
I denti le affondarono sul prepuzio, proprio sotto il glande.
Andrea urlò di dolore.
Si staccò di scatto, tenendosi il cazzo con tutte e due le mani.
«Aah! Hai morso, cazzo! Hai morso!»
Tra le dita gli usciva già il sangue.
Un taglio netto sul prepuzio, non profondissimo ma sufficiente a sanguinare bene.
Il cazzo, prima duro e lucido di saliva, adesso era mezzo mollato e rosso.
Dopo i primi momenti di panico capirono che il fazzoletto non bastava.
Dovevano andare al pronto soccorso.
Arrivarono all’ospedale quasi a mezzanotte.
Andrea camminava a gambe larghe, tenendosi il pacco con un asciugamano.
Benedetta lo seguiva con la faccia in fiamme e le labbra ancora lucide.
L’infermiera del triage li guardò un secondo e capì tutto.
Vide lui che si proteggeva il cazzo.
Vide lei con gli occhi bassi e l’aria distrutta.
«Sintomi?»
«Taglio sul prepuzio», mormorò Andrea.
«Da cosa?»
Silenzio pesante.
L’infermiera non ebbe bisogno di sentire la risposta.
Annotò sulla scheda:
«Lacerazione prepuziale – lesione da morso durante fellatio.»
Nella sala d’attesa qualcuno soffocò una risata.
Una donna di mezza età scosse la testa.
Il medico di turno esaminò il cazzo di Andrea con aria stanca.
«Taglio da denti. Niente di grave, ma servono due punti.
Prossima volta, signorina, meno foga e più controllo.»
Benedetta voleva sparire sotto terra.
Il vero problema, però, arrivò nei giorni successivi.
La storia cominciò a girare.
Qualcuno che lavorava in ospedale parlò.
Qualcun altro sentì e diffuse.
Nel giro di pochi giorni, nel loro ambiente di giovani cattolici “impegnati”, tutti sapevano.
Benedetta era diventata quella che durante un pompino aveva morso il cazzo del fidanzato e l’aveva mandato al pronto soccorso a farsi mettere i punti.
Al primo incontro del gruppo il clima era glaciale.
Sguardi, sorrisetti, battute sussurrate.
Qualcuno, più bastardo, aveva già coniato il soprannome: «la vampirla».
Nel giro di una settimana era completamente sputtanata.
Persone che prima la salutavano con rispetto adesso distoglievano lo sguardo o facevano battute velenose.
Andrea, oltre al disagio fisico dei punti, doveva subire le domande allusive ogni volta che si sedeva.
Benedetta smise di frequentare il gruppo.
Disse che aveva bisogno di “un periodo di riflessione”.
In realtà non riusciva più a mostrarsi in giro senza sentire gli occhi addosso e le risatine alle spalle.
Andrea, dal canto suo, aveva imparato due cose:
1. Quando ti stanno facendo un pompino da porca, non spingere all’improvviso.
2. Anche le ragazze più “a posto” del circolo, quando si lasciano andare, possono lasciarti il segno. Letteralmente.
Si chiamava Benedetta.
Ventitré anni, attiva in un gruppo di giovani cattolici abbastanza chiuso e perbenista della città. Messa tutte le domeniche, volontariato, maglioni larghi e un rosario sempre in borsa.
Era del tipo “ragazza a posto”: faccia pulita, modi composti, seno abbondante che cercava di nascondere.
Il fidanzato, Andrea, frequentava lo stesso ambiente. Anche lui di quelli bravi, almeno all’apparenza.
Quella sera erano a casa di lui. I genitori fuori.
Benedetta, dopo i soliti sensi di colpa, si era lasciata convincere.
Si era messa in ginocchio sul pavimento del salotto, gli aveva aperto i jeans e gli aveva tirato fuori il cazzo.
All’inizio andava piano.
Poi, piano piano, si è scatenata.
Cominciò a succhiarlo sul serio.
Lo prendeva in bocca fino in fondo, faceva rumori umidi e volgari, la saliva le colava dal mento e le cadeva sulle tette ancora coperte.
Teneva gli occhi alzati verso di lui mentre gli riempiva la gola, la lingua che lavorava sotto il glande, una mano che gli stringeva i coglioni.
Ogni tanto lo tirava fuori, ci sputava sopra, se lo sbatteva sulle labbra e poi se lo rimetteva in bocca fino a farle venire le lacrime.
Andrea la guardava incredulo.
La ragazza più “in gamba” del loro gruppo stava facendo un pompino da porca, con la bava che le filava via e i versi strozzati ogni volta che lui le toccava la testa.
«Cazzo, quanto sei troia così…»
Benedetta, accaldata, andava sempre più forte.
Succhiava, sbavava, si strozzava e riprendeva.
A un certo punto Andrea, troppo carico, le afferrò i capelli e spinse più a fondo.
Benedetta, colta di sorpresa, strinse i denti.
Il morso fu netto.
I denti le affondarono sul prepuzio, proprio sotto il glande.
Andrea urlò di dolore.
Si staccò di scatto, tenendosi il cazzo con tutte e due le mani.
«Aah! Hai morso, cazzo! Hai morso!»
Tra le dita gli usciva già il sangue.
Un taglio netto sul prepuzio, non profondissimo ma sufficiente a sanguinare bene.
Il cazzo, prima duro e lucido di saliva, adesso era mezzo mollato e rosso.
Dopo i primi momenti di panico capirono che il fazzoletto non bastava.
Dovevano andare al pronto soccorso.
Arrivarono all’ospedale quasi a mezzanotte.
Andrea camminava a gambe larghe, tenendosi il pacco con un asciugamano.
Benedetta lo seguiva con la faccia in fiamme e le labbra ancora lucide.
L’infermiera del triage li guardò un secondo e capì tutto.
Vide lui che si proteggeva il cazzo.
Vide lei con gli occhi bassi e l’aria distrutta.
«Sintomi?»
«Taglio sul prepuzio», mormorò Andrea.
«Da cosa?»
Silenzio pesante.
L’infermiera non ebbe bisogno di sentire la risposta.
Annotò sulla scheda:
«Lacerazione prepuziale – lesione da morso durante fellatio.»
Nella sala d’attesa qualcuno soffocò una risata.
Una donna di mezza età scosse la testa.
Il medico di turno esaminò il cazzo di Andrea con aria stanca.
«Taglio da denti. Niente di grave, ma servono due punti.
Prossima volta, signorina, meno foga e più controllo.»
Benedetta voleva sparire sotto terra.
Il vero problema, però, arrivò nei giorni successivi.
La storia cominciò a girare.
Qualcuno che lavorava in ospedale parlò.
Qualcun altro sentì e diffuse.
Nel giro di pochi giorni, nel loro ambiente di giovani cattolici “impegnati”, tutti sapevano.
Benedetta era diventata quella che durante un pompino aveva morso il cazzo del fidanzato e l’aveva mandato al pronto soccorso a farsi mettere i punti.
Al primo incontro del gruppo il clima era glaciale.
Sguardi, sorrisetti, battute sussurrate.
Qualcuno, più bastardo, aveva già coniato il soprannome: «la vampirla».
Nel giro di una settimana era completamente sputtanata.
Persone che prima la salutavano con rispetto adesso distoglievano lo sguardo o facevano battute velenose.
Andrea, oltre al disagio fisico dei punti, doveva subire le domande allusive ogni volta che si sedeva.
Benedetta smise di frequentare il gruppo.
Disse che aveva bisogno di “un periodo di riflessione”.
In realtà non riusciva più a mostrarsi in giro senza sentire gli occhi addosso e le risatine alle spalle.
Andrea, dal canto suo, aveva imparato due cose:
1. Quando ti stanno facendo un pompino da porca, non spingere all’improvviso.
2. Anche le ragazze più “a posto” del circolo, quando si lasciano andare, possono lasciarti il segno. Letteralmente.
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