Fentanyl

di
genere
dominazione

Avvertenza: Questo è un racconto che esplora temi estremamente disturbanti: malattia terminale, dolore cronico, dipendenza da oppioidi, sessualità nel corpo devastato, tradimento, abuso di potere assistenziale e amore distorto. Contiene descrizioni crude del corpo malato e di dinamiche psicologiche e sessuali borderline. È destinato solo a lettori con stomaci forti e mente aperta. Se sei sensibile a questi argomenti, ti consiglio di non proseguire.

Marco Sardi aveva cinquantiquattro anni e stava morendo in modo lento, lucido e atroce.

Un tempo era un uomo alto, imponente, con una presenza che riempiva le stanze. Ora, nella camera singola al settimo piano dell’IRCCS Policlinico di Sant’Orsola a Bologna, restava solo un relitto intelligente. Il cancro al pancreas lo aveva divorato da dentro con una ferocia metodica. Il fisico era ridotto a un insieme di spigoli e cavità: zigomi sporgenti, clavicole affilate come lame, braccia percorse da vene bluastre e tremanti. Il dolore era costante, un compagno fedele che gli artigliava le viscere giorno e notte. Solo il Fentanyl — il suo fedele demone chimico — gli concedeva qualche ora di tregua, avvolgendolo in una nebbia calda e pericolosa.

Era arrivato da una piccola città del basso Piemonte tre mesi prima, quando i medici locali avevano capito che non c’era più niente da fare se non gestire la fine. Aveva lasciato la moglie dopo trent’anni di vita insieme, i suoi libri, la sua vecchia casa con il giardino, e si era trasferito a Bologna perché qui, almeno, la morte sarebbe stata tecnologicamente avanzata.

Marco era ancora lucidissimo. La mente, feroce e affilata come sempre, osservava con distacco clinico il proprio decadimento. Leggeva, pensava, analizzava. A volte rideva da solo, con sarcasmo nero, delle ironie della vita: lui, che aveva sempre dominato tutto con l’intelligenza, ora dipendeva da una flebo e da una ragazza di ventisei anni per pisciare senza urlare dal dolore.

Si chiamava Viola.

Era una delle infermiere del reparto di oncologia. Capelli castani legati stretti, occhi grandi e seri, corpo giovane e sano che si muoveva con efficienza tra flebo, siringhe e lenzuola sporche. Fidanzata da quattro anni con un ingegnere “per bene”. Una brava ragazza, o almeno così sembrava.

Ma Marco aveva iniziato a notare come lo guardava quando pensava di non essere vista. E aveva capito, con la crudeltà tipica di chi non ha più niente da perdere, che anche lei aveva iniziato a notare lui.

Non come paziente.

Come uomo.

Viola entrava nella stanza sempre con lo stesso sorriso luminoso, quasi offensivo in quel reparto dove la morte aveva l’odore di disinfettante e sudore acido.

«Buonasera, Professore» diceva con voce allegra, chiamandolo così anche se lui non aveva mai insegnato. Era il suo modo di stuzzicarlo. «Come sta il mio paziente preferito oggi?»

Marco, sdraiato con il busto leggermente sollevato, la osservava con quegli occhi neri ancora feroci nonostante il corpo distrutto. Il Fentanyl gli scorreva nelle vene come miele caldo e velenoso.

«Sto morendo, Viola. Ma almeno sto morendo con una bella vista.»

Lei rideva, una risata fresca, genuina. Poi cominciava a fargli le faccette. Una linguaccia veloce mentre cambiava la flebo. Un occhiolino complice mentre gli misurava la pressione. Una smorfia buffa quando doveva sistemargli il catetere.

All’inizio era solo un gioco. Una scommessa stupida con le altre infermiere del turno di notte: chi riusciva a far sorridere davvero il “Professore cinico” del 712.

Ma dopo due settimane il gioco era cambiato.

Una mattina, durante il giro del primario con tutto lo staff, Viola era in piedi accanto al letto di Marco. Mentre il professore spiegava la progressione della metastasi, lei, nascosta dal corpo del primario, aveva lentamente sollevato il bordo della casacca verde, mostrando a Marco il ventre piatto e l’elastico nero delle mutandine.

Solo per un secondo.

Marco aveva sentito il cazzo — quello che credeva ormai morto — pulsare debolmente sotto il lenzuolo.

Da quel giorno non fu più una scommessa.

Viola aveva cominciato a cercarlo.

Di notte, quando il dolore diventava insopportabile e Marco chiedeva un’altra dose di Fentanyl, lei arrivava con la siringa, ma prima si fermava ai piedi del letto.

«Vuoi la medicina?» gli chiedeva con quel sorriso allegro, quasi innocente.

Poi, senza aspettare risposta, si abbassava lentamente i pantaloni dell’uniforme fino a metà coscia, mostrando le gambe lisce, toniche, e il piccolo tatuaggio sulla natica destra. Si girava, gli mostrava il culo sodo fasciato dalle mutandine, poi se le abbassava quel tanto che bastava per fargli vedere la fessura rosa, già lucida.

Marco respirava a fatica, il dolore mescolato a un’eccitazione brutale e malata.

«Sei una puttana» le sussurrava con voce roca, mentre il Fentanyl gli saliva al cervello.

«Lo so» rispondeva lei allegra, rimettendosi a posto i pantaloni. «Ma solo per te.»

Una notte, mentre il primario era uscito dalla stanza per una telefonata, Viola si avvicinò al letto di Marco. Lui era sudato, il viso contratto dal dolore. Lei si chinò su di lui, fingendo di sistemare il cuscino, e gli sussurrò all’orecchio:

«Senti quanto sono bagnata.»

Gli prese la mano scheletrica e se la infilò dentro i pantaloni. Marco sentì le sue dita toccare una figa calda, rasata, incredibilmente fradicia. Viola mosse leggermente il bacino contro la sua mano mentre gli sorrideva con quell’aria da brava ragazza.

«Lo vedi che effetto mi fai?» gli disse mordendosi il labbro. «Un uomo che sta morendo mi fa bagnare più del mio fidanzato.»

Marco, con le poche forze che gli restavano, infilò due dita dentro di lei. Viola trattenne un gemito, spingendo contro la sua mano.

«Più forte» sussurrò. «Anche se ti fa male.»

Il dolore alle viscere era lancinante, ma Marco spinse lo stesso, con rabbia, con disperazione, mentre lei gli sfiorava il cazzo floscio e dolorante sotto il lenzuolo.

«Voglio succhiartelo» gli disse all’improvviso, gli occhi brillanti. «Anche se è mezzo morto. Voglio sentirlo diventare duro nella mia bocca mentre ti faccio l’iniezione di Fentanyl.»

Marco la guardò con un misto di desiderio animalesco e disprezzo verso se stesso.

«Sei malata quanto me» ansimò.

Viola sorrise, allegra come sempre.

«Forse di più.»

Una notte, verso le tre, il dolore era diventato insopportabile. Marco gemeva piano, sudato fradicio, il corpo scheletrico scosso da tremiti. Il Fentanyl non bastava più.

Viola entrò nella stanza in silenzio. Chiuse la porta a chiave.

«Vuoi che ti faccia stare meglio, Professore?» chiese con quel suo sorriso allegro, quasi infantile.

Marco la guardò con occhi febbricitanti. Annuì.

Viola si avvicinò al letto, abbassò il lenzuolo e vide il cazzo di lui: floscio, pallido, quasi incassato nel pube depilato per il catetere. Un cazzo da malato. Patetico.

«Guarda che schifo che sei diventato» sussurrò lei, ma con eccitazione nella voce. «Una volta dovevi essere un toro… adesso sei questo coso flaccido e inutile.»

Si inginocchiò tra le sue gambe magre, gli prese il cazzo tra le dita e lo infilò tutto in bocca in un colpo solo. Non c’era quasi niente da succhiare. Era morbido, sapeva di medicine e sudore acido. Viola lo succhiò con voracità lo stesso, facendo rumori osceni, sbavando copiosamente mentre gli massaggiava le palle raggrinzite.

Marco ansimava. Il dolore alle viscere era lancinante, ma il calore della bocca di lei era l’unica cosa che gli ricordava di essere ancora vivo.

«Più forte… succhiamelo come una troia» ringhiò lui.

Viola obbedì. Lo prese fino in gola, soffocandosi, con le lacrime agli occhi, mentre la sua saliva colava sul pube glabro di lui. Il cazzo di Marco riuscì a indurirsi appena, un’erezione malata, gonfia di farmaci e umiliazione.

Il monitor cardiaco cominciò a impazzire.

Beep-beep-beep-beep-beep-beep

I battiti salirono a 138, 145, 152. L’allarme sonoro partì.

Viola non si fermò. Anzi, succhiò più forte, più sporco, infilandosi due dita nella figa mentre gli divorava il cazzo floscio e mezzo morto.

Marco venne con un gemito strozzato, quasi doloroso. Non schizzò quasi niente — solo poche gocce acquose che lei ingoiò con avidità.

L’allarme del monitor continuava a suonare.

Viola si alzò, si pulì la bocca con il dorso della mano e spense l’allarme con calma professionale, come se niente fosse.

«Bravissimo, Professore. Hai rischiato l’infarto per un pompino!» disse ridendo piano.

Marco, esausto, sudato e umiliato, riuscì solo a sorridere debolmente.

Il giorno dopo Viola entrò durante il cambio turno con il solito sorriso luminoso. Marco era sveglio, seduto sul letto.

Appena la porta si chiuse, entrambi scoppiarono a ridere.

«Cazzo, ieri ho pensato che morissi mentre ti succhiavo» disse lei, ridendo apertamente.

«Sarebbe stata una bella morte» rispose Marco con voce rauca. «Meglio che crepare nel sonno come un vecchio di merda.»

Viola si avvicinò, si chinò su di lui e gli sussurrò all’orecchio:

«Però mi sono bagnata tantissimo. Ho dovuto cambiarmi le mutande dopo. Mi eccita da morire farti schifo… farti sentire quanto sei ridotto male.»

Marco la guardò con un misto di disprezzo e desiderio malato.

«Sei una psicopatica.»

Viola gli leccò lentamente il lobo dell’orecchio.

«E tu sei un vecchio malato che si fa succhiare il cazzo floscio da un’infermiera fidanzata. Siamo pari.»

Rise di nuovo, allegra come sempre.

Ma dentro, entrambi sapevano che stavano precipitando insieme in un abisso sempre più profondo e lurido.

Era un giovedì pomeriggio quando sua moglie arrivò.

Anna aveva cinquantadue anni, capelli corti ben curati, un tailleur pantalone grigio chiaro. Portava con sé il solito sacchetto con i biscotti fatti in casa e il giornale del paese. Entrò nella stanza con quel sorriso coraggioso che Marco aveva imparato a odiare: il sorriso di chi sta fingendo che il marito non stia marcendo vivo.

«Amore mio…» disse avvicinandosi al letto. Lo baciò sulla fronte, evitando accuratamente la bocca. «Come ti senti oggi?»

Marco la guardò. Un tempo l’aveva amata. Ora vedeva solo una donna sana, profumata, che rappresentava tutto quello che lui non era più: la vita normale, il decoro, il futuro che non avrebbe avuto.

«Sto di merda, Anna. Come sempre.»

Viola entrò proprio in quel momento per il controllo dei parametri. Indossava l’uniforme verde, i capelli legati, il sorriso allegro di sempre.

«Buongiorno signora Sardi» disse con voce squillante e professionale. «Sono Viola, l’infermiera del pomeriggio.»

Anna le sorrise gentilmente. «Piacere. Grazie per quello che fai per mio marito.»

Viola lanciò uno sguardo rapidissimo a Marco. Un lampo malizioso negli occhi.

Mentre controllava la flebo, si posizionò in modo che solo Marco potesse vederla. Lentamente, voltandogli le spalle, si abbassò i pantaloni fino a metà coscia, mostrando il culo nudo — niente mutande. Si era preparata. La figa era già lucida. Fece anche un piccolo movimento circolare con il bacino, come a prenderlo per il culo.

Marco sentì il cazzo muoversi debolmente sotto il lenzuolo. Il monitor cardiaco accelerò leggermente.

Anna era seduta accanto al letto e gli teneva la mano, parlando del giardino di casa, delle piante che aveva innaffiato.

Viola si girò, si riabbottonò i pantaloni con calma e si avvicinò al lato opposto del letto. Mentre fingeva di sistemare il cuscino dietro la testa di Marco, gli sussurrò all’orecchio, così piano che solo lui poté sentire:

«Senti come mi sono bagnata guardando tua moglie? Mi eccita da morire sapere che mentre lei ti parla del giardino io ti ho appena fatto vedere la figa.»

Marco strinse i denti. Il dolore alle viscere aumentò, mescolato ad un’umiliazione bruciante.

Viola continuò il suo lavoro con professionalità assoluta, sorridendo ad Anna.

«Ha bisogno di una dose extra di Fentanyl, signora? Il dolore sembra un po’ alto oggi.»

Anna annuì preoccupata. «Sì, per favore.»

Mentre preparava la siringa, Viola guardò Marco dritto negli occhi e si leccò lentamente il labbro inferiore. Poi, con un gesto rapidissimo, si infilò due dita nella figa davanti a lui e le tirò fuori lucide, mostrandogliele per un istante prima di iniettargli il Fentanyl.

Marco sentì l’ondata chimica salire, calda e traditrice. Il suo cazzo, nonostante tutto, si indurì appena — una patetica erezione da moribondo.

Anna gli accarezzava la mano, ignara.

«Ti amo» gli disse dolcemente.

Marco chiuse gli occhi.

Viola, in piedi ai piedi del letto, sorrise allegra alla moglie.

«Sta migliorando già» disse con voce innocente. «Tra poco sarà più tranquillo.»

Poi uscì dalla stanza, lasciando Marco con la moglie, il Fentanyl nel sangue e il sapore amaro dell’umiliazione più profonda che avesse mai provato.

Nel tardo pomeriggio Anna era ancora lì. Si era tolta la giacca e sedeva accanto al letto, parlando a bassa voce del nipotino che era appena nato. Marco la ascoltava a malapena, il Fentanyl che gli annebbiava la mente.

Viola entrò per il controllo di routine. Chiuse la porta dietro di sé.

«Disturbo?» chiese con il suo solito tono allegro.

«No, cara, fai pure» rispose Anna gentilmente.

Viola si avvicinò al letto. Guardò Marco con un sorriso dolce, quasi amorevole. Poi, senza esitazione, abbassò il lenzuolo fino alle ginocchia di lui.

Il suo corpo nudo apparve in tutta la sua miseria: scheletrico, la pelle giallastra tesa sulle ossa, il ventre gonfio per l’ascite, il cazzo piccolo, flaccido e pallido che riposava su palle raggrinzite. Il catetere usciva dal meato con un filo di urina rossastra.

Anna distolse leggermente lo sguardo, imbarazzata.

Viola invece non si scompose. Prese il cazzo di Marco tra le dita guantate, come se stesse controllando il catetere, e cominciò a muoverlo lentamente, fingendo di sistemare qualcosa.

«Devo controllare se c’è irritazione» disse con voce professionale.

Sotto gli occhi di Anna, Viola iniziò a segarlo con movimenti lenti e decisi. Il cazzo di Marco, nonostante tutto, cominciò a gonfiarsi in modo patetico — un’erezione debole, obliqua, quasi dolorosa a vedersi.

Anna arrossì violentemente.

«Viola… è necessario?» mormorò imbarazzata.

«È la procedura, signora» rispose Viola con tono innocente, continuando a masturbare il marito davanti a lei. «Devo assicurarmi che non ci siano piaghe da decubito o infezioni.»

Marco chiuse gli occhi, umiliato fino al midollo. Il suo cazzo malato, mezzo duro, veniva lavorato dalle dita dell’infermiera ventiseienne mentre sua moglie guardava.

Viola accelerò il movimento. Il rumore osceno della pelle secca che veniva sfregata riempiva la stanza. Il cazzo di Marco perse un po’ di liquido seminale chiaro, che colò lungo l’asta.

«Vede?» disse Viola ad Anna, mostrandole le dita lucide. «Ha ancora un po’ di secrezioni. È normale in questi casi.»

Poi, con un gesto rapido e audace, si chinò e prese in bocca la cappella di Marco per due secondi netti, succhiando forte, proprio mentre Anna era voltata a prendere un fazzoletto dal comodino.

Marco emise un gemito strozzato.

Viola si rialzò immediatamente, pulendosi la bocca con il dorso del guanto come se niente fosse.

«Tutto a posto» disse allegra. «Può stare tranquilla, signora. Suo marito reagisce ancora bene agli stimoli.»

Anna era paonazza, mortificata, incapace di dire una parola.

Marco, distrutto dalla vergogna, con il cazzo ancora semi-eretto e bagnato di saliva davanti alla moglie, riuscì solo a sussurrare con voce rotta:

«Viola… basta.»

Ma Viola sorrise, gli diede un’ultima strizzatina al cazzo davanti ad Anna e rimise a posto il lenzuolo.

«A dopo, Professore» disse con un occhiolino impercettibile.

Uscì dalla stanza lasciando un silenzio pesante e umiliante.

Anna rimase seduta, le mani strette in grembo, senza avere il coraggio di guardare il marito negli occhi.

Marco, invece, fissava il soffitto con un sorriso amaro e disperato.

Stava precipitando. E non voleva più risalire.

Appena Viola uscì dalla stanza, calò un silenzio pesante, quasi soffocante.

Anna rimase seduta immobile per quasi un minuto, le mani strette in grembo, lo sguardo fisso sul lenzuolo che copriva il corpo del marito. Aveva il viso rosso, le labbra serrate.

Alla fine parlò, con voce bassa e tremante.

Anna:

«…Marco.»

Lui non rispose subito. Fissava il soffitto, il respiro ancora accelerato.

Anna:

(quasi in un sussurro)

«Che cazzo era quello?»

Marco chiuse gli occhi. Il Fentanyl gli ronzava nella testa, mescolato alla vergogna più nera che avesse mai provato.

Marco:

«Lascia stare, Anna.»

Anna:

(alzando leggermente la voce, ma sempre controllata)

«No. Non lascio stare. Quella ragazza… ti ha preso il cazzo in mano. Davanti a me. Te l’ha succhiato. E tu… tu hai avuto un’erezione.»

La sua voce si incrinò sull’ultima parola. Era più di imbarazzo. Era dolore puro.

Anna:

«Ti sei fatto toccare da lei. Ti sei fatto umiliare davanti a tua moglie. E non hai detto niente. Hai solo… ansimato.»

Marco girò lentamente la testa verso di lei. I suoi occhi erano lucidi, febbricitanti, pieni di disprezzo verso se stesso.

Marco:

«Hai visto in che stato sono ridotto, Anna? Guardami. Guardami bene.»

Fece un gesto debole con la mano verso il proprio corpo sotto il lenzuolo.

Marco:

«Sono uno scheletro con un tumore che mi mangia le budella. Puzzo di medicine e di morte. E quella ragazza di ventisei anni… mi fa sentire ancora vivo. Anche se è solo per umiliarmi. Anche se è solo pietà mascherata da perversione.»

Anna:

(con le lacrime agli occhi)

«Quindi è questo che vuoi? Farti segare da un’infermiera mentre io sono seduta qui? Farmi vedere quanto il tuo cazzo malato riesce ancora a drizzarsi per lei?»

Marco rise amaramente, una risata roca e dolorosa.

Marco:

«Sì. È esattamente quello che voglio. Perché con te… con te è solo pietà. Mi guardi come se fossi già morto. Lei invece mi guarda come se fossi ancora un uomo. Un uomo patetico, malato, inutile… ma ancora un uomo.»

Anna si alzò di scatto, le mani che tremavano.

Anna:

«Io ti amo, brutto stronzo. Ti amo da trent’anni. E tu… tu mi umili così? Davanti a una ragazzina che potrebbe essere nostra figlia?»

Marco la guardò con crudeltà disperata.

Marco:

«Allora vattene, Anna. Torna a casa. Lasciami morire come voglio. Lasciami avere quest’ultima cosa schifosa prima di crepare.»

Anna rimase in piedi accanto al letto, le lacrime che le scendevano silenziose sulle guance. Lo guardò a lungo, come se stesse vedendo per la prima volta l’uomo che aveva sposato veramente.

Anna:

(quasi in un soffio)

«Sei diventato un mostro.»

Marco:

(sorridendo debolmente)

«Lo sono sempre stato. Solo che ora non ho più bisogno di nasconderlo.»

Anna prese la borsa con mani tremanti, si voltò e uscì dalla stanza senza dire un’altra parola.

Marco rimase solo.

Il silenzio era assoluto, rotto solo dal bip ritmico del monitor.

Chiuse gli occhi e sussurrò tra sé, con voce roca:

«Viola… vieni.»

Viola aveva terminato il turno e non venne. Marco rimase solo per ore, con il sapore amaro dell’umiliazione ancora in bocca e il corpo che pulsava di dolore. Il Fentanyl lo teneva in una nebbia calda, ma non bastava a cancellare l’immagine di Anna che usciva dalla stanza con le lacrime agli occhi.

La porta si aprì alle 02:51 di notte.

Viola entrò senza uniforme. Indossava un vestitino nero corto, elegante, quasi da appuntamento. I capelli sciolti le ricadevano sulle spalle, aveva il trucco fresco e un profumo dolce che contrastava violentemente con l’odore di medicine e sudore stantio della stanza.

Marco era sveglio. Il dolore lo teneva in una veglia febbrile. Quando la vide, capì immediatamente.

Viola si fermò ai piedi del letto. Per qualche secondo nessuno parlò. Lei lo guardava con un sorriso strano, quasi malinconico.

«Ho scopato con lui» disse piano, senza allegria questa volta. «Due ore fa. Mi ha preso sul divano di casa sua.»

Marco deglutì. Sentì qualcosa rompersi dentro.

Viola si avvicinò lentamente, sollevò il vestito fino alla vita. Non portava niente sotto. La sua figa era gonfia, arrossata, ancora aperta. Un rivolo denso e biancastro di sperma le colava lentamente lungo la coscia interna.

«Lo vedi?» sussurrò. La voce le tremava leggermente. «È ancora dentro di me.»

Marco aveva gli occhi lucidi. Non di eccitazione soltanto. Di un dolore profondo, esistenziale.

«Perché mi fai questo?» chiese con voce rotta.

Viola salì sul letto, si mise a cavalcioni sul suo petto scheletrico. Il peso del suo corpo giovane e sano su quello distrutto di lui era quasi insopportabile.

«Perché mi eccita» rispose lei, ma la voce si incrinò. «Perché tu sei qui che muori… e io mi sento viva solo quando ti umilio. Quando ti ricordo quanto sei diventato inutile.»

Gli prese la testa con entrambe le mani e gli abbassò il viso sulla sua figa ancora piena.

«Lecca» ordinò, ma questa volta non c’era solo crudeltà nella sua voce. C’era anche qualcosa di disperato. «Lecca lo sperma di un uomo vero mentre tu non riesci più nemmeno a scoparmi.»

Marco, con gli occhi chiusi e le lacrime che gli scendevano sulle tempie, tirò fuori la lingua. Cominciò a leccare lentamente, assaporando il gusto salato e denso dello sperma del fidanzato di lei mescolato ai suoi umori. Viola tremò sopra di lui, ma non era solo piacere.

Singhiozzò piano mentre si muoveva sulla sua faccia.

«Sei patetico…» gli disse tra i denti, ma la voce era spezzata. «Sei un uomo intelligente, potente… e guardati ora. Stai leccando la figa sporca di un altro mentre tua moglie dorme da sola a casa.»

Marco gemette contro la sua carne, un suono strozzato che era metà eccitazione e metà singhiozzo. Il suo corpo distrutto tremava. Il dolore fisico e quello emotivo si fondevano in un’unica, insopportabile agonia.

Viola gli strinse più forte la testa, spingendolo più a fondo, mentre le lacrime le scendevano silenziose sulle guance.

«Ti odio» sussurrò. «Ti odio perché mi fai sentire così… perché ti desidero proprio perché stai morendo.»

Marco continuò a leccare, distrutto, umiliato fino all’anima, mentre il monitor cardiaco accelerava di nuovo.

Entrambi sapevano che stavano precipitando insieme in un luogo da cui non sarebbero più tornati interi.

Marco, con lucidità:

“Sono un mostro.

Sto leccando la figa ancora piena dello sperma di un altro uomo mentre mia moglie è a casa a piangere. E mi piace. Dio, quanto mi piace.

Guarda cosa sono diventato. Io, che comandavo sale riunioni, che facevo tremare i miei dipendenti con uno sguardo. Ora sono uno scheletro con un tumore che mi mangia le budella, e l’unica cosa che mi fa sentire vivo è umiliarmi davanti a una ragazzina di ventisei anni.

Viola… tu sei il mio ultimo peccato. La mia punizione e la mia salvezza insieme.

Mi eccita il fatto che tu sia fidanzata. Mi eccita che tu venga da lui e poi venga da me a farmi assaggiare quanto sei stata di un altro. Mi eccita sapere che sto morendo e che l’ultima cosa che farò sarà leccare una figa sporca.

Sono patetico. Sono disgustoso. Sono felice.

Sto morendo come ho vissuto: senza dignità.

E non voglio più tornare indietro.”

La notte dopo

Erano le 03:12 quando Viola entrò nella stanza.

Questa volta si era preparata davvero. Vestito nero corto e aderente, tacchi alti, trucco pesante, rossetto scarlatto. Profumava di donna che vuole essere scopata.

Chiuse la porta a chiave e si avvicinò al letto con passo lento, sensuale.

Marco era sveglio, divorato dal dolore. La guardò come si guarda una dea e un demonio insieme.

«Stanotte ti scopo» disse Viola con voce bassa, quasi solenne. «Voglio sentirti dentro di me prima che muori.»

Si tolse il vestito rimanendo nuda. Il corpo giovane, sano, perfetto, splendeva sotto la luce fioca della stanza. Salì sul letto, si mise a cavalcioni su di lui e gli afferrò il cazzo floscio con la mano.

«Guarda questo coso» sussurrò con crudeltà dolce. «È quasi morto anche lui.»

Lo strofinò contro la sua figa calda e bagnata, poi si abbassò lentamente, prendendolo tutto dentro di sé. Marco emise un gemito strozzato — metà dolore, metà estasi. Il suo cazzo malato riuscì a indurirsi appena dentro di lei.

Viola cominciò a muoversi, lentamente all’inizio, poi sempre più forte, cavalcandolo con rabbia e disperazione.

«Senti quanto sei inutile?» ansimava mentre lo cavalcava. «Non riesci nemmeno a scoparmi come si deve. Sei solo un pezzo di carne morente dentro di me.»

Marco le afferrò i fianchi con le mani scheletriche, spingendo dal basso con le poche forze rimaste. Ogni spinta gli provocava fitte lancinanti alle viscere, ma non si fermò.

«Più forte…» rantolò. «Distruggimi.»

Viola accelerò, sbattendo il culo contro il suo pube ossuto, gemendo senza più controllo. Il monitor cardiaco cominciò ad accelerare pericolosamente.

«Sto per venire…» disse lei con voce rotta. «Vieni con me, Professore. Vieni mentre muori dentro di me.»

Marco la guardò negli occhi un’ultima volta. C’era tutto: amore malato, odio, gratitudine, disperazione.

Il suo corpo scheletrico si irrigidì. Venne con un gemito lungo, doloroso, quasi un singhiozzo. Pochi schizzi deboli dentro di lei.

Viola venne subito dopo, tremando violentemente, stringendogli il petto con le unghie.

Il monitor cardiaco impazzì.

Beep-beep-beep-beep-beep—

Viola rimase sopra di lui, ansimante, mentre il tracciato diventava una linea piatta.

Marco aveva gli occhi aperti, fissi sul soffitto. Un sorriso debole, sereno, quasi felice era stampato sul suo viso devastato.

Era morto dentro di lei.

Viola gli accarezzò lentamente la guancia scavata, con una tenerezza strana e disturbante.

«Grazie» sussurrò.

Poi rimase lì, nuda, sopra il corpo ancora caldo del suo paziente, fino a quando le infermiere del turno di mattina non irruppero nella stanza.
scritto il
2026-05-26
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