Oltre la porta
di
Nicola Pavelli
genere
orge
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BUONA LETTURA
Non avrei mai immaginato che quella sera sarebbe cominciata così.
Avevamo lasciato la macchina qualche strada più in là e percorso il resto del tragitto a piedi, senza fretta. L'aria era ancora calda, nonostante fosse ormai sera, e dalle finestre aperte delle case arrivavano voci, televisori accesi e qualche frammento di musica.
Gaia camminava accanto a me con quel sorriso che conoscevo bene. Non era il suo sorriso abituale. Era più lento, più complice. Il tipo di sorriso che compariva ogni volta che aveva in mente qualcosa che non aveva intenzione di rivelarmi fino all'ultimo momento.
“Sei ancora in tempo per tornare indietro,” disse.
La guardai, fingendo di non capire.
“Da cosa dovrei tornare indietro?”
Lei sollevò appena le sopracciglia.
“Lo sai benissimo.”
“Mi hai detto che era una festa.”
“Infatti.”
“Una festa normale?”
Gaia scoppiò a ridere.
“Non ho mai detto questo.”
Quella risposta mi rimase in testa per tutto il resto della strada. Da giorni mi parlava di quella sera con una leggerezza che non riuscivo a interpretare. Ogni volta che cercavo di farle qualche domanda, cambiava discorso oppure mi sorrideva come se conoscesse già la risposta che io stavo cercando. E più si avvicinava il momento, più mi rendevo conto che una parte di me non voleva affatto conoscere quella risposta.
Quando arrivammo davanti alla casa, Gaia rallentò.
Le finestre del salotto erano illuminate. Da dentro arrivava una musica bassa, insieme a qualche risata indistinta. Sembrava una serata qualunque, eppure quella normalità mi fece sentire ancora più fuori posto.
Rimanemmo per qualche secondo sul marciapiede.
“Ultima possibilità” disse Gaia.
La guardai.
“Per cosa?”
“Per dirmi che non vuoi entrare.”
Questa volta non sorrisi. Inspirai lentamente e guardai la porta davanti a noi.
Pensai a Federica. A quanto mi conosceva bene. A tutte le volte in cui avevamo parlato, scherzato, immaginato cose che poi erano rimaste soltanto parole. Pensai anche a quella strana curiosità che, nonostante tutto, mi aveva portato fin lì.
“Entriamo.”
Gaia non rispose subito. Si limitò a sorridere. Poi salì i pochi gradini e si fermò davanti alla porta. Prima di aprire, si voltò verso di me.
“Qualunque cosa succeda là dentro,” disse sottovoce, “non fingere di non averla voluta.”
Sentii un brivido attraversarmi la schiena. Lei posò la mano sulla maniglia. Per un istante rimase immobile. Poi abbassò lentamente la maniglia. La porta si aprì sul casino del nostro salotto.
Federica era in piedi sul tappeto, la schiena contro il petto di Marco, le sue mani già sotto la sua canottiera mentre lei rideva, una risata bassa e sudata. Sul divano, Sofia guardava, gli occhi scuri fissi su di loro, le dita che già si muovevano lente sotto l’elastico dei suoi shorts. Gaia, accanto a me sulla soglia, mi afferrò il polso. Il suo respiro era caldo sulla mia nuca.
“Guarda,” sussurrò. “Federica non resiste mai.”
Era vero. Vedevo il modo in cui mia moglie si inarcava all’indietro, il collo offerto alle labbra di Marco, i suoi fianchi che già cercavano il movimento contro di lui. La sua gonna corta era ridotta a un drappeggio inutile sulla sua fica che già grondava di piacere. Sofia si alzò, silenziosa come un gatto, e si mise davanti a Federica. Le afferrò il viso tra le mani e la baciò. Una cosa profonda e vorace, mentre le mani di Marco continuavano a salirle sulla pancia, verso i seni.
“Ti aspettavamo,” disse Sofia, staccando le labbra da quelle di Federica per guardarmi. La sua voce era un fumo denso. “Gaia ti ha convinto?”
Gaia rise, una vibrazione che sentii attraverso la presa sul mio polso.
“Le ho solo detto che c’era una festa.”
Mi spinse dentro, chiudendo la porta con un colpo secco. L’aria era già carica di sudore e desiderio crudo.
Federica mi vide. I suoi occhi, lucidi e scuri, mi inchiodarono. Un sorriso lento le sfiorò le labbra gonfie.
“Finalmente,” disse, la voce roca.
Si svincolò da Marco e da Sofia con un movimento fluido, attraversando la stanza verso di me. La sua pelle emanava un calore che sentii a mezzo metro di distanza. Mi afferrò per i fianchi e mi attirò a sé, il suo corpo familiare; eppure, straniato dall’eccitazione altrui che gli pulsava addosso.
“Volevo che tu vedessi,” mormorò contro la mia bocca prima di prendermi la lingua.
Era il segnale.
Il mondo si restrinse alla sua lingua nella mia bocca, alle sue mani che mi spingevano la maglia verso l’alto, ai suoni umidi che riempirono la stanza. Sentii Gaia dietro di me, le sue dita fredde che sbottonavano i miei jeans e li facevano scivolare giù lungo le mie gambe.
Sentii Marco avvicinarsi, il calore del suo corpo alla mia schiena, la durezza del suo cazzo già evidente attraverso i pantaloni mentre premeva contro di me.
Federica mi guidò verso il divano, spingendomi giù sulla schiena. Sofia era già lì, in ginocchio sul pavimento, le mani sulle mie cosce per aprirle. Guardai in alto verso mia moglie mentre lei mi guardava fissamente, slacciandosi il reggiseno con gesti lenti e deliberati.
I suoi seni caddero liberi, pesanti e familiari, i capezzoli già duri e scuri. Li conoscevo meglio del mio stesso corpo, ma vederli in quella luce, con il suo respiro affannato e gli occhi degli altri su di noi, li rendeva nuovi.
Mi chinai dal divano per prenderne uno in bocca, ma fu Sofia a fermarmi con una mano sul petto.
“No,” disse, la voce un comando basso. “Prima guarda.”
Federica si mise in ginocchio sul tappeto, di fronte a me, le gambe aperte. La sua gonna era ormai solo un nodo di stoffa intorno alla vita. Mi guardò dritto negli occhi mentre allargava le labbra della sua fica con due dita, mostrandomi il rosa umido e lucido all’interno. Era bagnatissima, il pelo corto e nero già appiccicoso. Un gemito basso le uscì dalla gola quando sfiorò il clitoride.
“Vedi?” Sussurrò. “Vedi come sono per te? Per tutti voi.”
Gaia si sedette sul bracciolo del divano, la mano nella mia capigliatura, costringendomi a guardare. Marco si era spostato dietro Federica, i pantaloni abbassati. Il suo cazzo era eretto, una curva pallida e spessa che premeva contro la nuda schiena di mia moglie. Lui non entrava, non ancora. Si limitava a strofinarsi lì, lasciando una striscia umida sulla sua pelle.
Sofia scivolò le mani sotto le mie natiche, sollevandomi leggermente per liberarmi completamente dai jeans e dalle mutandine rimaste impigliate alle caviglie. L’aria della stanza mi colpì la pelle nuda, ma il caldo era ovunque. Le sue dita, lunghe e abili, trovarono la mia fica senza esitazione. Feci un respiro acuto quando un dito scivolò dentro di me, già facile, già accolto dal mio stesso bagnato.
“Anche tu,” commentò Sofia, muovendo il dito lentamente, dentro e fuori. Un secondo dito si unì al primo, allargandomi. La sensazione di pienezza era intensa, diretta. Non c’era tenerezza nell’atto, solo una dichiarazione precisa di ciò che stava accadendo.
“Sei pronta.”
Federica si chinò in avanti, le sue labbra si sostituirono alle dita di Sofia sulla mia pelle. La sua bocca era calda, la lingua larga e insistente mentre mi leccava con lunghi colpi dalla periferia fino al centro. Gemetti, le mie dita che si conficcarono nei suoi capelli. Lei mi stava succhiando il clitoride con una pressione perfetta, rotta solo dai momenti in cui la sua lingua affondava dentro di me, sostituendosi alle dita.
Poi sentii uno spostamento. Federica si ritrasse di qualche centimetro. Aprii gli occhi, non rendendomi conto di averli chiusi. Marco era ora in piedi davanti a lei, il suo cazzo a pochi centimetri dal suo viso.
Lei non esitò.
Aprì la bocca e lo prese dentro, tutta la lunghezza, fino a far scomparire la base nel caldo della sua gola. Il suono era umido, soffocato. I suoi occhi mi guardavano mentre la testa si muoveva avanti e indietro, le sue mani che intanto tornavano ad aprirmi, a toccarmi.
Era troppo. Troppi punti di contatto, troppe sensazioni. Il dito di Sofia che continuava a muoversi dentro di me, la bocca di Federica che lavorava su Marco e le sue dita che mi torturavano il clitoride, il peso dello sguardo di Gaia su di me. Il mio corpo si irrigidì, l’onda che saliva dall’addome era inarrestabile.
“Sta per venire,” disse Gaia, la voce rivelando un piacere voyeuristico.
Federica staccò la bocca dal cazzo di Marco con un suono schioccante. “No,” ansimò. “Non ancora.” Le sue dita mi lasciarono bruscamente. Il vuoto fu una tortura. Sofia ritirò le sue. Fui lasciata sospesa, tremante sul bordo, il mio corpo che protestava per l’interruzione.
Federica si alzò in piedi, vacillando leggermente. Il suo volto era arrossato, la bocca gonfia. Mi guardò, poi guardò Marco.
“Adesso,” gli ordinò, la voce roca ma chiara. “Mettila a pecora. Voglio vederlo.”
Mi voltarono prima che potessi reagire. Le mani di Marco erano forti, non brutali, ma non c’era spazio per il rifiuto. Mi posizionai a quattro zampe sul tappeto spesso, il cuscino del divano sotto il mio petto. Sentii le sue ginocchia spingere le mie gambe più aperte. L’aria sulla mia pelle esposta mi fece rabbrividire.
Poi sentii Federica sdraiarsi sotto di me, scivolando sul tappeto finché il suo viso non fu proprio sotto la mia fica. Le sue mani mi afferrarono i fianchi.
“Scopala,” disse a Marco, e la sua voce era un brivido contro la mia pelle.
Marco non si fece ripetere l’invito. Sentii la punta larga e calda del suo cazzo premere contro di me. Non c’era lentezza esplorativa, solo un’attesa carica di tensione. Poi spinse.
Entrò nel mio culo con un unico movimento profondo, riempendomi completamente, quasi a voler sfondare l’intero pertugio. Un grido mi strappò dalla gola, un suono grezzo di shock e piacere. Era enorme, la sensazione di essere spalancata, occupata. Federica immediatamente alzò il viso e mi leccò il clitoride proprio mentre Marco iniziava a muoversi.
Il ritmo che stabilì era implacabile. Partenze lente e profonde, ritiri quasi completi, poi un’altra spinta poderosa che mi fece scivolare in avanti sulle ginocchia. Ogni suo movimento mi strofinava contro la bocca avidissima di Federica. La sua lingua era ovunque, veloce, concentrata, martellante sul punto giusto in perfetta sincronia con le spinte di Marco.
Guardai di lato. Sofia si era spogliata, nuda accanto a noi, una mano tra le sue cosce mentre si masturbava guardando, gli occhi fissi sul punto in cui il cazzo di Marco scompariva dentro di me. Gaia la guardava, le dita che accarezzavano il suo collo.
Il suono nella stanza era primitivo. Il respiro affannoso di Marco, i gemiti umidi di Federica contro di me, il rumore bagnato e schioccante della penetrazione, i miei lamenti inarticolati. La tensione che era stata interrotta prima tornò a montare, più veloce, più potente. Non potevo fermarla anche se avessi voluto.
“Sto per…” riuscii a gemere, la voce spezzata.
“Vieni,” ringhiò Federica, la sua presa sui miei fianchi che si stringeva. “Vieni mentre quel porco ti scopa. Fallo vedere a tutti.”
Fu l’ultima goccia. L’orgasmo mi spezzò in due, una serie di scosse elettriche che partirono dal punto in cui la lingua di Federica mi martellava e si diffusero in ogni fibra. Strillai, il mio corpo che si contraeva violentemente intorno al cazzo di Marco, le onde di piacere così intense che vidi lampi bianchi.
Marco emise un ruggito basso, le sue spinte divennero selvagge, fuori controllo per qualche secondo prima che lui si bloccasse, profondo dentro di me, e sentii il getto caldo della sua sborra mentre veniva a sua volta.
Rimase immobile, il peso di lui su di me, il suo respiro affannoso nella mia schiena. Federica finalmente rallentò, le sue leccate divennero lente, indulgenti, prolungando le mie contrazioni fino a farmi tremare. Poi si fermò, posando la guancia sulla mia coscia.
Per un momento, nessuno parlò. L’unico suono era il respiro pesante di tutti nella stanza calda e odorosa di sesso.
Marco si ritirò lentamente. Sentii la sua sborra ancora bollente colarmi lungo le mie cosce. Mi lasciai cadere sul fianco, sul tappeto, incapace di reggermi. Federica si arrampicò verso di me, avvolgendo il mio corpo sudato con il suo. Mi baciò, e sulla mia lingua sentii il sapore salato della sborra di Marco mischiato al sapore dolciastro di me stessa.
“Bene,” mormorò contro le mie labbra. Il suo sguardo era soddisfatto, scuro. “Adesso tocca agli altri.”
La porta si spalancò ed entrò. Era con due uomini sconosciuti, i loro cazzi già duri mentre osservavano la scena con occhi famelici, pronti a unirsi.
Gaia si alzò dal divano con un sorriso largo.
"Perfetto. Siete in orario."
Federica si staccò dal mio bacio, ma la sua mano rimase possessiva sul mio seno. Mi aiutò a sedermi. Ero ancora stordita, tremante, con le cosce umide e il corpo che pulsava. I due uomini erano più giovani di Marco, forse poco più che ventenni. Uno era magro e teso, con i capelli scuri tagliati corti. L'altro aveva spalle da nuotatore e uno sguardo diretto che mi percorse dalla testa ai piedi senza vergogna.
"Lei è Elena," disse Gaia, presentandomi con un gesto della mano come fossi un quadro. "E ha appena iniziato la serata."
Il più magro si leccò le labbra. Il più robusto si accarezzò il cazzo attraverso i pantaloni, una lunga forma curva che premeva contro la stoffa.
Sofia si avvicinò, ancora nuda, il suo corpo brillante di sudore. "Chi prima?"
"Tutti e due," rispose Federica, la voce arrivò come un comando basso. Si alzò in piedi, dominando la scena nonostante la nudità.
"Elena è ancora calda e aperta. Sarebbe un peccato sprecare l'opportunità."
Marco, che si stava rivestendo in un angolo, annuì in silenzio, osservando.
Un brivido mi attraversò. Non era paura. Era eccitazione grezza, il tipo che ti fa sentire il sapore del metallo in bocca. Il mio corpo era ancora ipersensibile, ogni movimento dell'aria sulla pelle era un messaggio. Annusai. La stanza odorava di noi, di sesso consumato, e l'arrivo di quegli estranei aggiunse una nota nuova: il profumo di doccia fredda e di attesa nervosa.
Gaia si avvicinò al più magro. Gli sbottonò i pantaloni con gesti rapidi. Lui trattenne il respiro quando i pantaloni gli caddero ai piedi, rivelando un cazzo lungo e sottile, la pelle tirata e lucida. L'altro uomo non aspettò. Si spogliò da solo, liberando un cazzo più corto ma spesso, con un glande bulboso e scuro.
"Pavimento," ordinò Federica, indicando lo spazio davanti a me dove poco prima Marco mi aveva scopata.
Mi guardai intorno. Sofia era tornata a masturbarsi, appoggiata al divano. Gaia osservava con le braccia conserte, un'espressione di puro godimento sul viso. Federica mi spinse gentilmente ma con fermezza, finché non fui di nuovo a quattro zampe. Il tappeto era ruvido sotto le mie ginocchia, ancora caldo.
Sentii il più giovane, quello magro, inginocchiarsi dietro di me. Le sue mani, più fredde di quelle di Marco, mi presero i fianchi. Sentii la punta del suo cazzo, più piccola, cercare l'entrata. La trovò facilmente. Ero ancora bagnata, aperta, e lui scivolò dentro con un gemito soffocato. Non era una riempitura potente come quella di Marco, era una penetrazione precisa, che raggiungeva angoli diversi.
Non ebbi il tempo di abituarmi. Il secondo uomo si mise davanti a me, il suo cazzo spesso a pochi centimetri dal mio viso.
"Succhialo," disse Gaia con un tono che non lasciava spazio a contestazioni.
Aprii la bocca. Lui non fu gentile. Mi afferrò la nuca e spinse in avanti, riempiendomi la bocca con quella carne dura e salata.
Impazzii. Era troppo. Il cazzo nella mia fica che iniziava a muoversi con scatti rapidi e nervosi, il cazzo nella mia gola che premeva, il sapore di pelle e il precum sulla mia lingua. Gemetti, il suono soffocato del cazzo in bocca.
Federica si inginocchiò di lato, la sua mano che trovò il mio clitoride di nuovo sensibile e gonfio.
"Sì," sussurrò. "Così. Prendili tutti."
La sua stimolazione era il fulcro, il punto da cui tutto il piacere esplodeva. Il ragazzo dietro di me aumentò il ritmo, i suoi colpi diventarono più profondi, il suo respiro affannoso si unì al mio. Quello davanti a me teneva il mio capo fermo, muovendo i fianchi, sfregando il suo cazzo contro la mia lingua, il mio palato. Sentivo il nodo della sua eccitazione stringersi, le sue palle che si contraevano contro il mio mento.
Sofia si avvicinò, si mise in ginocchio davanti a Federica.
"Fammi vedere," ansimò. Federica le rivolse un sorriso malizioso e poi chinò la testa, leccando il clitoride di Sofia mentre continuava a massaggiare il mio.
Il groviglio di sensazioni era caotico, sovrastimolante. Non riuscivo a pensare, potevo solo sentire. Il suono di tre corpi che si muovevano, i gemiti, gli schiocchi umidi, il respiro roco dell'uomo nella mia bocca che diventava sempre più veloce. Il ragazzo nella mia fica cambiò angolo, e all'improvviso colpì un punto che mi fece urlare attorno al cazzo che mi riempiva la bocca.
"Sta per venire di nuovo," gridò Federica, la voce questa volta trionfante.
Fu il segnale. L'uomo davanti a me ringhiò, un suono animale, e spingendo in fondo alla mia gola, sentii il primo getto caldo e amaro della sua sborra.
Lo ingoiai per istinto, i conati soffocati dal mio piacere in arrivo. Nel momento in cui lui veniva, il ragazzo dietro di me affondò fino alle palle e si bloccò, le sue dita che mi affondavano nei fianchi. Sentii il caldo del suo orgasmo scorrere dentro di me, mescolandosi ai residui di sborra che Marco aveva lasciato.
Quel doppio riempimento, quella resa simultanea, fu la miccia. Il mio terzo orgasmo della sera mi colpì come un treno. Non fu un'onda, fu un'esplosione silenziosa e totale che mi paralizzò. Il mio corpo si irrigidì in un arco perfetto, la mia fica si strinse violentemente intorno al cazzo che ancora mi riempiva, un lungo, interminabile gemito mi uscì dalla gola mentre tutto diventava bianco e caldo.
Quando tornai in me, erano tutti fermi. L'uomo davanti a me si era ritirato, il suo cazzo ancora semiduro grondante di saliva e sborra. Quello dietro di me si era allontanato, lasciandomi vuota e colando. Caddi in avanti, le braccia che non mi reggevano più, il fianco che toccò il tappeto umido.
Federica mi accarezzò i capelli.
"Brava," mormorò. Il suo tono era soddisfatto, quasi orgoglioso.
Gaia applaudì, un battito lento e ironico.
"Benvenuti, ragazzi. Lo spettacolo è solo all'inizio."
I due uomini ansimavano, guardandomi con un misto di stupore e avidità non ancora spenta. Il più robusto si pulì il cazzo con le dita, poi si leccò via il mio gusto misto al suo.
Sofia si avvicinò, si sdraiò accanto a me.
"Sei magnifica," sussurrò, baciandomi la spalla. La sua pelle era caldissima.
Guardai la porta, semiaperta. Fuori c'era il corridoio buio, la via di fuga. Poi guardai le facce intorno a me, gli occhi brillanti, i corpi ancora carichi di desiderio. Federica mi guardava, in attesa.
Tirai un respiro profondo, sentendo il mio corpo dolente e ipersensibile, ogni muscolo che pulsava. Il sapore della sborra era ancora in fondo alla mia gola.
"E adesso?" Chiesi, la voce roca, spezzata.
Federica sorrise. Un sorriso che prometteva molto di più.
"Adesso," disse, "ci riposiamo cinque minuti. Poi tocca a te scegliere il prossimo."
Il mio sguardo si spostò dal corridoio buio ai corpi che mi circondavano. Il riposo di cinque minuti era una promessa vuota, lo sentivo nell'aria stagnante e carica di sudore. Il mio corpo era un unico brivido ipersensibile, ma sotto la fatica si agitava una fame più profonda, una curiosità perversa che non si era placata con tre orgasmi.
Guardai l’uomo più robusto, quello che si era leccato le dita. Era seduto sul bordo del divano basso, il suo cazzo semiduro ancora impressionante per spessore, appoggiato su una coscia massiccia. Lo osservai mentre parlava sottovoce con Gaia, i muscoli del torace che si tendevano con ogni piccolo movimento.
"E adesso tocca a te scegliere," aveva detto Federica.
Le parole mi uscirono prima che potessi pensarci, con uno sguardo sfinito ma famelico. Indicai il cazzo semiduro dell'uomo più robusto.
"Voglio quello in culo," sussurrai, la voce così roca che sembrava uno strofinio. Poi mi voltai verso Federica, i suoi occhi scuri già fissi su di me. "Mentre Federica mi lecca la fica."
Un silenzio carico di sorpresa, poi di approvazione, calò nella stanza. Gaia emise un risolino basso. L’uomo robusto, Roberto, sollevò un sopracciglio, un sorriso lento che gli allargò le labbra.
Federica non batté ciglio.
"Ambiziosa," commentò, semplicemente. Poi si alzò, le sue gambe lunghe che si stagliavano contro la luce fioca.
"Va bene. In posizione."
Mi trascinai su, le ginocchia che protestavano, e mi misi ancora a quattro zampe. Il tappeto era ormai un disastro umido sotto di me.
Sentii Roberto avvicinarsi da dietro, il suo calore diverso, più ampio. Le sue mani, grandi e ruvide, mi presero i fianchi con una presa che prometteva controllo.
"Non sei mai stata presa qui, vero?" La sua voce era un brontolio profondo.
Scossi la testa, negando. Un misto di paura e anticipazione mi serrò lo stomaco.
Vidi Federica stendersi sul tappeto davanti a me, scivolare sotto il mio ventre con la grazia di un gatto. Il suo viso finì tra le mie cosce. Sentii il suo alito caldo sulla mia pelle sensibile, sul mio clitoride gonfio e scoperto. Un brivido mi percorse tutta la schiena.
"Lentamente," ordinò Federica, a Roberto. "E bagna bene."
L’uomo non rispose. Sentii un movimento, il rumore di una bottiglia d'olio che si apriva, poi il gocciolio liquido e fresco sulla mia fessura più stretta.
Trasalii.
Le sue dita, unte, si posero lì, massaggiando l’esterno con una pressione circolare, insistente. Una delle dita si insinuò appena, un’intrusione graduale che mi fece contrarre tutti i muscoli.
"Rilassati," mormorò Federica. Poi la sua lingua toccò la mia fica, un colpo lungo e piatto che mi fece gemere.
Fu quella doppia sensazione, la lingua calda e abile di Federica che riaccendeva ogni mio nervo, e la pressione costante, inesorabile del dito di Roberto sul mio ano, a farmi cedere. Espirai, lasciando che i muscoli si abbandonassero.
Roberto colse l’attimo. La punta del suo cazzo, ora ben oliata e dura come il diamante lavorato, premeva contro l’entrata stretta. La pressione era immensa, un dolore acuto e bruciante che mi tolse il respiro. Gridai, il suono soffocato nel tappeto.
Federica rispose succhiando il mio clitoride, avvolgendo la punta con le labbra e tirando. Un’ondata di piacere immediato e accecante contrastò il dolore. Era uno scontro diretto nel mio sistema nervoso.
"Così," ansimò Federica, la sua voce vibrava contro la mia pelle. "Prendilo."
Roberto spinse. Lentamente, inesorabilmente, il suo glande bulboso superò la resistenza e si insinuò dentro di me. Un gemito strozzato mi uscì dalla gola. Era una sensazione di pienezza radicale, diversa da qualsiasi altra, un allungamento bruciante e profondo che riempiva uno spazio che non sapevo di avere.
Poi si fermò, lasciandomi assaggiare quella nuova, cruda verità del mio corpo. Ero impalata su di lui, spalancata in un modo primitivo.
Federica non mi diede tregua. La sua lingua si fece più precisa, veloce, picchiettando sul clitoride prima di succhiarlo di nuovo. Il piacere si riaccendeva, una fiamma che cresceva nonostante il dolore, o forse alimentata da esso.
L’uomo iniziò a muoversi. Una ritirata lenta, poi una spinta in avanti, un pollice più profondo. Il bruciore iniziò a trasformarsi, a mescolarsi con una sensazione di pienezza intensa, di essere riempita fino all’inverosimile. Ogni sua spinta mi spingeva anche contro la bocca di Federica, e ogni colpo di lingua di lei sembrava guidare il mio respiro.
"Porca troia, è stretta," ringhiò Roberto, le sue dita che mi affondavano nei fianchi. Il suo ritmo aumentò, diventando più regolare, più sicuro. Lo sentivo scivolare dentro e fuori, il suono umido e schifoso dell’olio e dei nostri corpi che diventava il ritmo della stanza.
Io non riuscivo a pensare, potevo solo sentire. Il cazzo di Roberto che mi apriva il culo, la lingua di Federica che mi strappava un orgasmo dopo l’altro, solo abbozzati, trattenuti sull’orlo. Ero un groviglio di sensazioni contrastanti, ogni nervo urlava. Sudavo, gemevo ininterrottamente, una litania di suoni senza senso.
"Ti piace?" Ansimò Federica, sollevando il viso lucido per un attimo. "Sentirti riempire in due buchi insieme?"
"Si," riuscii a biascicare. "Cazzo, si, è tutto quello che ho sempre desiderato."
Roberto diede una serie di spinte più violente, il suo ventre che sbatteva contro le mie natiche con uno schiaffo umido. Il dolore era quasi sparito, sostituito da una pressione elettrica, da un bisogno animalesco di essere sfondata. Federica lo sentì, e tornò alla mia fica con rinnovata ferocia, le dita che si unirono alla sua lingua, penetrandomi mentre Roberto mi prendeva da dietro.
Era troppo. Il doppio riempimento, il movimento sincopato, la lingua veloce. Sentii l’orgasmo costruire non come un’onda, ma come una crepa che si allargava in tutto il mio corpo, partendo dal punto in cui la lingua di Federica incontrava il cazzo di Roberto. Un tremito mi prese le gambe.
"Sta venendo," gridò Federica, la voce trionfante.
L’uomo imprecò, il suo ritmo diventò selvaggio, incontrollato.
"Dove?" Ululò sempre più dilaniato dal piacere.
"Vieni dentro," gemetti io, spingendo indietro contro di lui. "Sborrami dentro al culo, brutto porco!"
Quelle parole furono il suo permesso. Con un ruggito, Roberto si piantò in fondo, così profondamente che vidi le stelle. Sentii il suo cazzo pulsare violentemente dentro il mio ano, poi la sborra calda l che mi riempiva, una sensazione strana e primordiale di essere marchiata internamente, per la seconda volta in quella indimenticabile giornata. Quella sensazione di calore che si espandeva, unita alle dita e alla lingua di Federica che non mollavano, mi fece esplodere.
Il mio orgasmo fu muto, totale. Il mio corpo si irrigidì in un arco spezzato, la mia fica si strinse a vuoto attorno alle dita di Federica, le contrazioni violente che sembravano propagarsi attraverso le mie viscere fino al punto in cui l’uomo era ancora piantato. Un fiume di piacere mi travolse, cancellando ogni pensiero, ogni suono, lasciando solo una luce bianca e pulsante.
Quando riemersi, Roberto si era già ritirato, lasciandomi una sensazione di vuoto bruciante e di calore che mi colava lungo le cosce. Crollai di lato, sfuggendo alla bocca di Federica, incapace di sopportare ancora un solo secondo di stimolazione.
Ero a pezzi. Ansimavo sul tappeto, il viso premuto contro la lana umida, il mio culo che pulsava a ritmo con il cuore.
Federica si sedette, si pulì il mento con il dorso della mano. I suoi occhi erano scuri, soddisfatti.
Roberto si stava vestendo, lento, metodico. Mi lanciò un’occhiata.
"Roba forte," disse, come a sé stesso.
Gaia si avvicinò, mi offrì un bicchiere d’acqua. Lo presi con mani tremanti e bevvi, l’acqua fresca che sembrava la cosa più buona del mondo.
Nessuno parlò. Il silenzio era greve, appagato. Guardai Federica. Lei mi sorrise, quel sorriso che conoscevo bene, e accennò un lento cenno del capo. Era fatta. Ero una di loro, ora, in un modo che andava oltre la semplice presenza. L’avevo voluto, l’avevo scelto, e l’avevo preso tutto.
Il mio corpo era un campo di battaglia dolente e glorioso. E sapevo, guardando la porta semiaperta, che non l’avrei usata. Non ancora.
Rimanemmo così per qualche minuto, senza fretta, mentre la musica continuava a suonare in sottofondo con una lontananza quasi irreale. La stanza, che fino a poco prima era stata piena di voci e movimento, aveva assunto una quiete inattesa, qualcosa di intimo che sembrava appartenere soltanto a noi.
Gaia si sedette accanto a me e mi passò una mano tra i capelli.
“Tutto bene?”
Annuii, anche se non sapevo se fosse davvero una risposta o soltanto l'unica che riuscissi a dare in quel momento.
Federica si avvicinò poco dopo, ormai rivestita, e mi porse la mia camicia senza dire nulla. La presi e la indossai lentamente, poi alzai gli occhi verso di lei e, per un istante, tornammo semplicemente a essere noi due: non la coppia che aveva attraversato quella notte, non le persone che avevano oltrepassato una soglia dalla quale forse non si torna indietro, ma soltanto Federica e io.
Lei mi sorrise, con un'espressione quasi timida.
“Sei felice?”
Ci pensai prima di rispondere.
“Sì.”
E quella volta era vero.
Fuori, oltre le finestre, la notte stava già cedendo alle prime luci dell'alba. Una striscia pallida cominciava a disegnarsi tra i palazzi, trasformando lentamente il buio in qualcosa di nuovo, mentre Roberto salutava e Gaia si preparava a seguirlo. Quando la porta si richiuse alle loro spalle, rimanemmo soltanto noi due.
Federica si appoggiò alla mia spalla e sentii il peso lieve della sua testa contro di me; rimasi immobile, quasi avessi paura che anche quel momento potesse svanire troppo presto.
“È stata una notte strana,” disse.
“Molto.”
Lei rise piano, e quel suono familiare mi fece sorridere.
Guardai ancora una volta il salotto: le luci basse, i bicchieri rimasti sul tavolo, qualche vestito abbandonato qua e là. Tra poche ore sarebbe tornato a essere soltanto il nostro salotto, la casa avrebbe ripreso il suo ordine, la luce del giorno avrebbe cancellato le ombre della notte e tutto sarebbe sembrato, almeno in apparenza, esattamente come prima.
Eppure, noi non saremmo stati esattamente gli stessi.
Forse era proprio questo a rendere quella notte così difficile da salutare, perché mentre la vivevamo avevamo avuto la sensazione che potesse durare per sempre e adesso, proprio nel momento in cui finiva, cominciavamo già a trasformarla in un ricordo.
Federica mi strinse la mano e io ricambiai, lasciando poi che la mia testa si appoggiasse alla sua mentre chiudevo gli occhi. Non sapevo cosa sarebbe successo il giorno dopo, né se quella notte sarebbe rimasta un'eccezione, un ricordo da custodire in silenzio oppure l'inizio di qualcosa che ancora non eravamo capaci di nominare; per il momento, però, non importava.
Restammo lì, insieme, mentre l'alba entrava lentamente dalla finestra e la stanza si riempiva di una luce sempre più chiara. Quando finalmente ci alzammo per andare a dormire, guardai ancora una volta quella porta che poco prima avevo pensato di attraversare per fuggire da tutto, e mi accorsi che non avevo più voglia di aprirla.
Non perché volessi tornare indietro, ma perché per quella notte avevo avuto tutto ciò che cercavo e, soprattutto, perché adesso ero esattamente dove volevo essere: accanto a lei, mentre il mondo fuori ricominciava lentamente a svegliarsi.
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BUONA LETTURA
Non avrei mai immaginato che quella sera sarebbe cominciata così.
Avevamo lasciato la macchina qualche strada più in là e percorso il resto del tragitto a piedi, senza fretta. L'aria era ancora calda, nonostante fosse ormai sera, e dalle finestre aperte delle case arrivavano voci, televisori accesi e qualche frammento di musica.
Gaia camminava accanto a me con quel sorriso che conoscevo bene. Non era il suo sorriso abituale. Era più lento, più complice. Il tipo di sorriso che compariva ogni volta che aveva in mente qualcosa che non aveva intenzione di rivelarmi fino all'ultimo momento.
“Sei ancora in tempo per tornare indietro,” disse.
La guardai, fingendo di non capire.
“Da cosa dovrei tornare indietro?”
Lei sollevò appena le sopracciglia.
“Lo sai benissimo.”
“Mi hai detto che era una festa.”
“Infatti.”
“Una festa normale?”
Gaia scoppiò a ridere.
“Non ho mai detto questo.”
Quella risposta mi rimase in testa per tutto il resto della strada. Da giorni mi parlava di quella sera con una leggerezza che non riuscivo a interpretare. Ogni volta che cercavo di farle qualche domanda, cambiava discorso oppure mi sorrideva come se conoscesse già la risposta che io stavo cercando. E più si avvicinava il momento, più mi rendevo conto che una parte di me non voleva affatto conoscere quella risposta.
Quando arrivammo davanti alla casa, Gaia rallentò.
Le finestre del salotto erano illuminate. Da dentro arrivava una musica bassa, insieme a qualche risata indistinta. Sembrava una serata qualunque, eppure quella normalità mi fece sentire ancora più fuori posto.
Rimanemmo per qualche secondo sul marciapiede.
“Ultima possibilità” disse Gaia.
La guardai.
“Per cosa?”
“Per dirmi che non vuoi entrare.”
Questa volta non sorrisi. Inspirai lentamente e guardai la porta davanti a noi.
Pensai a Federica. A quanto mi conosceva bene. A tutte le volte in cui avevamo parlato, scherzato, immaginato cose che poi erano rimaste soltanto parole. Pensai anche a quella strana curiosità che, nonostante tutto, mi aveva portato fin lì.
“Entriamo.”
Gaia non rispose subito. Si limitò a sorridere. Poi salì i pochi gradini e si fermò davanti alla porta. Prima di aprire, si voltò verso di me.
“Qualunque cosa succeda là dentro,” disse sottovoce, “non fingere di non averla voluta.”
Sentii un brivido attraversarmi la schiena. Lei posò la mano sulla maniglia. Per un istante rimase immobile. Poi abbassò lentamente la maniglia. La porta si aprì sul casino del nostro salotto.
Federica era in piedi sul tappeto, la schiena contro il petto di Marco, le sue mani già sotto la sua canottiera mentre lei rideva, una risata bassa e sudata. Sul divano, Sofia guardava, gli occhi scuri fissi su di loro, le dita che già si muovevano lente sotto l’elastico dei suoi shorts. Gaia, accanto a me sulla soglia, mi afferrò il polso. Il suo respiro era caldo sulla mia nuca.
“Guarda,” sussurrò. “Federica non resiste mai.”
Era vero. Vedevo il modo in cui mia moglie si inarcava all’indietro, il collo offerto alle labbra di Marco, i suoi fianchi che già cercavano il movimento contro di lui. La sua gonna corta era ridotta a un drappeggio inutile sulla sua fica che già grondava di piacere. Sofia si alzò, silenziosa come un gatto, e si mise davanti a Federica. Le afferrò il viso tra le mani e la baciò. Una cosa profonda e vorace, mentre le mani di Marco continuavano a salirle sulla pancia, verso i seni.
“Ti aspettavamo,” disse Sofia, staccando le labbra da quelle di Federica per guardarmi. La sua voce era un fumo denso. “Gaia ti ha convinto?”
Gaia rise, una vibrazione che sentii attraverso la presa sul mio polso.
“Le ho solo detto che c’era una festa.”
Mi spinse dentro, chiudendo la porta con un colpo secco. L’aria era già carica di sudore e desiderio crudo.
Federica mi vide. I suoi occhi, lucidi e scuri, mi inchiodarono. Un sorriso lento le sfiorò le labbra gonfie.
“Finalmente,” disse, la voce roca.
Si svincolò da Marco e da Sofia con un movimento fluido, attraversando la stanza verso di me. La sua pelle emanava un calore che sentii a mezzo metro di distanza. Mi afferrò per i fianchi e mi attirò a sé, il suo corpo familiare; eppure, straniato dall’eccitazione altrui che gli pulsava addosso.
“Volevo che tu vedessi,” mormorò contro la mia bocca prima di prendermi la lingua.
Era il segnale.
Il mondo si restrinse alla sua lingua nella mia bocca, alle sue mani che mi spingevano la maglia verso l’alto, ai suoni umidi che riempirono la stanza. Sentii Gaia dietro di me, le sue dita fredde che sbottonavano i miei jeans e li facevano scivolare giù lungo le mie gambe.
Sentii Marco avvicinarsi, il calore del suo corpo alla mia schiena, la durezza del suo cazzo già evidente attraverso i pantaloni mentre premeva contro di me.
Federica mi guidò verso il divano, spingendomi giù sulla schiena. Sofia era già lì, in ginocchio sul pavimento, le mani sulle mie cosce per aprirle. Guardai in alto verso mia moglie mentre lei mi guardava fissamente, slacciandosi il reggiseno con gesti lenti e deliberati.
I suoi seni caddero liberi, pesanti e familiari, i capezzoli già duri e scuri. Li conoscevo meglio del mio stesso corpo, ma vederli in quella luce, con il suo respiro affannato e gli occhi degli altri su di noi, li rendeva nuovi.
Mi chinai dal divano per prenderne uno in bocca, ma fu Sofia a fermarmi con una mano sul petto.
“No,” disse, la voce un comando basso. “Prima guarda.”
Federica si mise in ginocchio sul tappeto, di fronte a me, le gambe aperte. La sua gonna era ormai solo un nodo di stoffa intorno alla vita. Mi guardò dritto negli occhi mentre allargava le labbra della sua fica con due dita, mostrandomi il rosa umido e lucido all’interno. Era bagnatissima, il pelo corto e nero già appiccicoso. Un gemito basso le uscì dalla gola quando sfiorò il clitoride.
“Vedi?” Sussurrò. “Vedi come sono per te? Per tutti voi.”
Gaia si sedette sul bracciolo del divano, la mano nella mia capigliatura, costringendomi a guardare. Marco si era spostato dietro Federica, i pantaloni abbassati. Il suo cazzo era eretto, una curva pallida e spessa che premeva contro la nuda schiena di mia moglie. Lui non entrava, non ancora. Si limitava a strofinarsi lì, lasciando una striscia umida sulla sua pelle.
Sofia scivolò le mani sotto le mie natiche, sollevandomi leggermente per liberarmi completamente dai jeans e dalle mutandine rimaste impigliate alle caviglie. L’aria della stanza mi colpì la pelle nuda, ma il caldo era ovunque. Le sue dita, lunghe e abili, trovarono la mia fica senza esitazione. Feci un respiro acuto quando un dito scivolò dentro di me, già facile, già accolto dal mio stesso bagnato.
“Anche tu,” commentò Sofia, muovendo il dito lentamente, dentro e fuori. Un secondo dito si unì al primo, allargandomi. La sensazione di pienezza era intensa, diretta. Non c’era tenerezza nell’atto, solo una dichiarazione precisa di ciò che stava accadendo.
“Sei pronta.”
Federica si chinò in avanti, le sue labbra si sostituirono alle dita di Sofia sulla mia pelle. La sua bocca era calda, la lingua larga e insistente mentre mi leccava con lunghi colpi dalla periferia fino al centro. Gemetti, le mie dita che si conficcarono nei suoi capelli. Lei mi stava succhiando il clitoride con una pressione perfetta, rotta solo dai momenti in cui la sua lingua affondava dentro di me, sostituendosi alle dita.
Poi sentii uno spostamento. Federica si ritrasse di qualche centimetro. Aprii gli occhi, non rendendomi conto di averli chiusi. Marco era ora in piedi davanti a lei, il suo cazzo a pochi centimetri dal suo viso.
Lei non esitò.
Aprì la bocca e lo prese dentro, tutta la lunghezza, fino a far scomparire la base nel caldo della sua gola. Il suono era umido, soffocato. I suoi occhi mi guardavano mentre la testa si muoveva avanti e indietro, le sue mani che intanto tornavano ad aprirmi, a toccarmi.
Era troppo. Troppi punti di contatto, troppe sensazioni. Il dito di Sofia che continuava a muoversi dentro di me, la bocca di Federica che lavorava su Marco e le sue dita che mi torturavano il clitoride, il peso dello sguardo di Gaia su di me. Il mio corpo si irrigidì, l’onda che saliva dall’addome era inarrestabile.
“Sta per venire,” disse Gaia, la voce rivelando un piacere voyeuristico.
Federica staccò la bocca dal cazzo di Marco con un suono schioccante. “No,” ansimò. “Non ancora.” Le sue dita mi lasciarono bruscamente. Il vuoto fu una tortura. Sofia ritirò le sue. Fui lasciata sospesa, tremante sul bordo, il mio corpo che protestava per l’interruzione.
Federica si alzò in piedi, vacillando leggermente. Il suo volto era arrossato, la bocca gonfia. Mi guardò, poi guardò Marco.
“Adesso,” gli ordinò, la voce roca ma chiara. “Mettila a pecora. Voglio vederlo.”
Mi voltarono prima che potessi reagire. Le mani di Marco erano forti, non brutali, ma non c’era spazio per il rifiuto. Mi posizionai a quattro zampe sul tappeto spesso, il cuscino del divano sotto il mio petto. Sentii le sue ginocchia spingere le mie gambe più aperte. L’aria sulla mia pelle esposta mi fece rabbrividire.
Poi sentii Federica sdraiarsi sotto di me, scivolando sul tappeto finché il suo viso non fu proprio sotto la mia fica. Le sue mani mi afferrarono i fianchi.
“Scopala,” disse a Marco, e la sua voce era un brivido contro la mia pelle.
Marco non si fece ripetere l’invito. Sentii la punta larga e calda del suo cazzo premere contro di me. Non c’era lentezza esplorativa, solo un’attesa carica di tensione. Poi spinse.
Entrò nel mio culo con un unico movimento profondo, riempendomi completamente, quasi a voler sfondare l’intero pertugio. Un grido mi strappò dalla gola, un suono grezzo di shock e piacere. Era enorme, la sensazione di essere spalancata, occupata. Federica immediatamente alzò il viso e mi leccò il clitoride proprio mentre Marco iniziava a muoversi.
Il ritmo che stabilì era implacabile. Partenze lente e profonde, ritiri quasi completi, poi un’altra spinta poderosa che mi fece scivolare in avanti sulle ginocchia. Ogni suo movimento mi strofinava contro la bocca avidissima di Federica. La sua lingua era ovunque, veloce, concentrata, martellante sul punto giusto in perfetta sincronia con le spinte di Marco.
Guardai di lato. Sofia si era spogliata, nuda accanto a noi, una mano tra le sue cosce mentre si masturbava guardando, gli occhi fissi sul punto in cui il cazzo di Marco scompariva dentro di me. Gaia la guardava, le dita che accarezzavano il suo collo.
Il suono nella stanza era primitivo. Il respiro affannoso di Marco, i gemiti umidi di Federica contro di me, il rumore bagnato e schioccante della penetrazione, i miei lamenti inarticolati. La tensione che era stata interrotta prima tornò a montare, più veloce, più potente. Non potevo fermarla anche se avessi voluto.
“Sto per…” riuscii a gemere, la voce spezzata.
“Vieni,” ringhiò Federica, la sua presa sui miei fianchi che si stringeva. “Vieni mentre quel porco ti scopa. Fallo vedere a tutti.”
Fu l’ultima goccia. L’orgasmo mi spezzò in due, una serie di scosse elettriche che partirono dal punto in cui la lingua di Federica mi martellava e si diffusero in ogni fibra. Strillai, il mio corpo che si contraeva violentemente intorno al cazzo di Marco, le onde di piacere così intense che vidi lampi bianchi.
Marco emise un ruggito basso, le sue spinte divennero selvagge, fuori controllo per qualche secondo prima che lui si bloccasse, profondo dentro di me, e sentii il getto caldo della sua sborra mentre veniva a sua volta.
Rimase immobile, il peso di lui su di me, il suo respiro affannoso nella mia schiena. Federica finalmente rallentò, le sue leccate divennero lente, indulgenti, prolungando le mie contrazioni fino a farmi tremare. Poi si fermò, posando la guancia sulla mia coscia.
Per un momento, nessuno parlò. L’unico suono era il respiro pesante di tutti nella stanza calda e odorosa di sesso.
Marco si ritirò lentamente. Sentii la sua sborra ancora bollente colarmi lungo le mie cosce. Mi lasciai cadere sul fianco, sul tappeto, incapace di reggermi. Federica si arrampicò verso di me, avvolgendo il mio corpo sudato con il suo. Mi baciò, e sulla mia lingua sentii il sapore salato della sborra di Marco mischiato al sapore dolciastro di me stessa.
“Bene,” mormorò contro le mie labbra. Il suo sguardo era soddisfatto, scuro. “Adesso tocca agli altri.”
La porta si spalancò ed entrò. Era con due uomini sconosciuti, i loro cazzi già duri mentre osservavano la scena con occhi famelici, pronti a unirsi.
Gaia si alzò dal divano con un sorriso largo.
"Perfetto. Siete in orario."
Federica si staccò dal mio bacio, ma la sua mano rimase possessiva sul mio seno. Mi aiutò a sedermi. Ero ancora stordita, tremante, con le cosce umide e il corpo che pulsava. I due uomini erano più giovani di Marco, forse poco più che ventenni. Uno era magro e teso, con i capelli scuri tagliati corti. L'altro aveva spalle da nuotatore e uno sguardo diretto che mi percorse dalla testa ai piedi senza vergogna.
"Lei è Elena," disse Gaia, presentandomi con un gesto della mano come fossi un quadro. "E ha appena iniziato la serata."
Il più magro si leccò le labbra. Il più robusto si accarezzò il cazzo attraverso i pantaloni, una lunga forma curva che premeva contro la stoffa.
Sofia si avvicinò, ancora nuda, il suo corpo brillante di sudore. "Chi prima?"
"Tutti e due," rispose Federica, la voce arrivò come un comando basso. Si alzò in piedi, dominando la scena nonostante la nudità.
"Elena è ancora calda e aperta. Sarebbe un peccato sprecare l'opportunità."
Marco, che si stava rivestendo in un angolo, annuì in silenzio, osservando.
Un brivido mi attraversò. Non era paura. Era eccitazione grezza, il tipo che ti fa sentire il sapore del metallo in bocca. Il mio corpo era ancora ipersensibile, ogni movimento dell'aria sulla pelle era un messaggio. Annusai. La stanza odorava di noi, di sesso consumato, e l'arrivo di quegli estranei aggiunse una nota nuova: il profumo di doccia fredda e di attesa nervosa.
Gaia si avvicinò al più magro. Gli sbottonò i pantaloni con gesti rapidi. Lui trattenne il respiro quando i pantaloni gli caddero ai piedi, rivelando un cazzo lungo e sottile, la pelle tirata e lucida. L'altro uomo non aspettò. Si spogliò da solo, liberando un cazzo più corto ma spesso, con un glande bulboso e scuro.
"Pavimento," ordinò Federica, indicando lo spazio davanti a me dove poco prima Marco mi aveva scopata.
Mi guardai intorno. Sofia era tornata a masturbarsi, appoggiata al divano. Gaia osservava con le braccia conserte, un'espressione di puro godimento sul viso. Federica mi spinse gentilmente ma con fermezza, finché non fui di nuovo a quattro zampe. Il tappeto era ruvido sotto le mie ginocchia, ancora caldo.
Sentii il più giovane, quello magro, inginocchiarsi dietro di me. Le sue mani, più fredde di quelle di Marco, mi presero i fianchi. Sentii la punta del suo cazzo, più piccola, cercare l'entrata. La trovò facilmente. Ero ancora bagnata, aperta, e lui scivolò dentro con un gemito soffocato. Non era una riempitura potente come quella di Marco, era una penetrazione precisa, che raggiungeva angoli diversi.
Non ebbi il tempo di abituarmi. Il secondo uomo si mise davanti a me, il suo cazzo spesso a pochi centimetri dal mio viso.
"Succhialo," disse Gaia con un tono che non lasciava spazio a contestazioni.
Aprii la bocca. Lui non fu gentile. Mi afferrò la nuca e spinse in avanti, riempiendomi la bocca con quella carne dura e salata.
Impazzii. Era troppo. Il cazzo nella mia fica che iniziava a muoversi con scatti rapidi e nervosi, il cazzo nella mia gola che premeva, il sapore di pelle e il precum sulla mia lingua. Gemetti, il suono soffocato del cazzo in bocca.
Federica si inginocchiò di lato, la sua mano che trovò il mio clitoride di nuovo sensibile e gonfio.
"Sì," sussurrò. "Così. Prendili tutti."
La sua stimolazione era il fulcro, il punto da cui tutto il piacere esplodeva. Il ragazzo dietro di me aumentò il ritmo, i suoi colpi diventarono più profondi, il suo respiro affannoso si unì al mio. Quello davanti a me teneva il mio capo fermo, muovendo i fianchi, sfregando il suo cazzo contro la mia lingua, il mio palato. Sentivo il nodo della sua eccitazione stringersi, le sue palle che si contraevano contro il mio mento.
Sofia si avvicinò, si mise in ginocchio davanti a Federica.
"Fammi vedere," ansimò. Federica le rivolse un sorriso malizioso e poi chinò la testa, leccando il clitoride di Sofia mentre continuava a massaggiare il mio.
Il groviglio di sensazioni era caotico, sovrastimolante. Non riuscivo a pensare, potevo solo sentire. Il suono di tre corpi che si muovevano, i gemiti, gli schiocchi umidi, il respiro roco dell'uomo nella mia bocca che diventava sempre più veloce. Il ragazzo nella mia fica cambiò angolo, e all'improvviso colpì un punto che mi fece urlare attorno al cazzo che mi riempiva la bocca.
"Sta per venire di nuovo," gridò Federica, la voce questa volta trionfante.
Fu il segnale. L'uomo davanti a me ringhiò, un suono animale, e spingendo in fondo alla mia gola, sentii il primo getto caldo e amaro della sua sborra.
Lo ingoiai per istinto, i conati soffocati dal mio piacere in arrivo. Nel momento in cui lui veniva, il ragazzo dietro di me affondò fino alle palle e si bloccò, le sue dita che mi affondavano nei fianchi. Sentii il caldo del suo orgasmo scorrere dentro di me, mescolandosi ai residui di sborra che Marco aveva lasciato.
Quel doppio riempimento, quella resa simultanea, fu la miccia. Il mio terzo orgasmo della sera mi colpì come un treno. Non fu un'onda, fu un'esplosione silenziosa e totale che mi paralizzò. Il mio corpo si irrigidì in un arco perfetto, la mia fica si strinse violentemente intorno al cazzo che ancora mi riempiva, un lungo, interminabile gemito mi uscì dalla gola mentre tutto diventava bianco e caldo.
Quando tornai in me, erano tutti fermi. L'uomo davanti a me si era ritirato, il suo cazzo ancora semiduro grondante di saliva e sborra. Quello dietro di me si era allontanato, lasciandomi vuota e colando. Caddi in avanti, le braccia che non mi reggevano più, il fianco che toccò il tappeto umido.
Federica mi accarezzò i capelli.
"Brava," mormorò. Il suo tono era soddisfatto, quasi orgoglioso.
Gaia applaudì, un battito lento e ironico.
"Benvenuti, ragazzi. Lo spettacolo è solo all'inizio."
I due uomini ansimavano, guardandomi con un misto di stupore e avidità non ancora spenta. Il più robusto si pulì il cazzo con le dita, poi si leccò via il mio gusto misto al suo.
Sofia si avvicinò, si sdraiò accanto a me.
"Sei magnifica," sussurrò, baciandomi la spalla. La sua pelle era caldissima.
Guardai la porta, semiaperta. Fuori c'era il corridoio buio, la via di fuga. Poi guardai le facce intorno a me, gli occhi brillanti, i corpi ancora carichi di desiderio. Federica mi guardava, in attesa.
Tirai un respiro profondo, sentendo il mio corpo dolente e ipersensibile, ogni muscolo che pulsava. Il sapore della sborra era ancora in fondo alla mia gola.
"E adesso?" Chiesi, la voce roca, spezzata.
Federica sorrise. Un sorriso che prometteva molto di più.
"Adesso," disse, "ci riposiamo cinque minuti. Poi tocca a te scegliere il prossimo."
Il mio sguardo si spostò dal corridoio buio ai corpi che mi circondavano. Il riposo di cinque minuti era una promessa vuota, lo sentivo nell'aria stagnante e carica di sudore. Il mio corpo era un unico brivido ipersensibile, ma sotto la fatica si agitava una fame più profonda, una curiosità perversa che non si era placata con tre orgasmi.
Guardai l’uomo più robusto, quello che si era leccato le dita. Era seduto sul bordo del divano basso, il suo cazzo semiduro ancora impressionante per spessore, appoggiato su una coscia massiccia. Lo osservai mentre parlava sottovoce con Gaia, i muscoli del torace che si tendevano con ogni piccolo movimento.
"E adesso tocca a te scegliere," aveva detto Federica.
Le parole mi uscirono prima che potessi pensarci, con uno sguardo sfinito ma famelico. Indicai il cazzo semiduro dell'uomo più robusto.
"Voglio quello in culo," sussurrai, la voce così roca che sembrava uno strofinio. Poi mi voltai verso Federica, i suoi occhi scuri già fissi su di me. "Mentre Federica mi lecca la fica."
Un silenzio carico di sorpresa, poi di approvazione, calò nella stanza. Gaia emise un risolino basso. L’uomo robusto, Roberto, sollevò un sopracciglio, un sorriso lento che gli allargò le labbra.
Federica non batté ciglio.
"Ambiziosa," commentò, semplicemente. Poi si alzò, le sue gambe lunghe che si stagliavano contro la luce fioca.
"Va bene. In posizione."
Mi trascinai su, le ginocchia che protestavano, e mi misi ancora a quattro zampe. Il tappeto era ormai un disastro umido sotto di me.
Sentii Roberto avvicinarsi da dietro, il suo calore diverso, più ampio. Le sue mani, grandi e ruvide, mi presero i fianchi con una presa che prometteva controllo.
"Non sei mai stata presa qui, vero?" La sua voce era un brontolio profondo.
Scossi la testa, negando. Un misto di paura e anticipazione mi serrò lo stomaco.
Vidi Federica stendersi sul tappeto davanti a me, scivolare sotto il mio ventre con la grazia di un gatto. Il suo viso finì tra le mie cosce. Sentii il suo alito caldo sulla mia pelle sensibile, sul mio clitoride gonfio e scoperto. Un brivido mi percorse tutta la schiena.
"Lentamente," ordinò Federica, a Roberto. "E bagna bene."
L’uomo non rispose. Sentii un movimento, il rumore di una bottiglia d'olio che si apriva, poi il gocciolio liquido e fresco sulla mia fessura più stretta.
Trasalii.
Le sue dita, unte, si posero lì, massaggiando l’esterno con una pressione circolare, insistente. Una delle dita si insinuò appena, un’intrusione graduale che mi fece contrarre tutti i muscoli.
"Rilassati," mormorò Federica. Poi la sua lingua toccò la mia fica, un colpo lungo e piatto che mi fece gemere.
Fu quella doppia sensazione, la lingua calda e abile di Federica che riaccendeva ogni mio nervo, e la pressione costante, inesorabile del dito di Roberto sul mio ano, a farmi cedere. Espirai, lasciando che i muscoli si abbandonassero.
Roberto colse l’attimo. La punta del suo cazzo, ora ben oliata e dura come il diamante lavorato, premeva contro l’entrata stretta. La pressione era immensa, un dolore acuto e bruciante che mi tolse il respiro. Gridai, il suono soffocato nel tappeto.
Federica rispose succhiando il mio clitoride, avvolgendo la punta con le labbra e tirando. Un’ondata di piacere immediato e accecante contrastò il dolore. Era uno scontro diretto nel mio sistema nervoso.
"Così," ansimò Federica, la sua voce vibrava contro la mia pelle. "Prendilo."
Roberto spinse. Lentamente, inesorabilmente, il suo glande bulboso superò la resistenza e si insinuò dentro di me. Un gemito strozzato mi uscì dalla gola. Era una sensazione di pienezza radicale, diversa da qualsiasi altra, un allungamento bruciante e profondo che riempiva uno spazio che non sapevo di avere.
Poi si fermò, lasciandomi assaggiare quella nuova, cruda verità del mio corpo. Ero impalata su di lui, spalancata in un modo primitivo.
Federica non mi diede tregua. La sua lingua si fece più precisa, veloce, picchiettando sul clitoride prima di succhiarlo di nuovo. Il piacere si riaccendeva, una fiamma che cresceva nonostante il dolore, o forse alimentata da esso.
L’uomo iniziò a muoversi. Una ritirata lenta, poi una spinta in avanti, un pollice più profondo. Il bruciore iniziò a trasformarsi, a mescolarsi con una sensazione di pienezza intensa, di essere riempita fino all’inverosimile. Ogni sua spinta mi spingeva anche contro la bocca di Federica, e ogni colpo di lingua di lei sembrava guidare il mio respiro.
"Porca troia, è stretta," ringhiò Roberto, le sue dita che mi affondavano nei fianchi. Il suo ritmo aumentò, diventando più regolare, più sicuro. Lo sentivo scivolare dentro e fuori, il suono umido e schifoso dell’olio e dei nostri corpi che diventava il ritmo della stanza.
Io non riuscivo a pensare, potevo solo sentire. Il cazzo di Roberto che mi apriva il culo, la lingua di Federica che mi strappava un orgasmo dopo l’altro, solo abbozzati, trattenuti sull’orlo. Ero un groviglio di sensazioni contrastanti, ogni nervo urlava. Sudavo, gemevo ininterrottamente, una litania di suoni senza senso.
"Ti piace?" Ansimò Federica, sollevando il viso lucido per un attimo. "Sentirti riempire in due buchi insieme?"
"Si," riuscii a biascicare. "Cazzo, si, è tutto quello che ho sempre desiderato."
Roberto diede una serie di spinte più violente, il suo ventre che sbatteva contro le mie natiche con uno schiaffo umido. Il dolore era quasi sparito, sostituito da una pressione elettrica, da un bisogno animalesco di essere sfondata. Federica lo sentì, e tornò alla mia fica con rinnovata ferocia, le dita che si unirono alla sua lingua, penetrandomi mentre Roberto mi prendeva da dietro.
Era troppo. Il doppio riempimento, il movimento sincopato, la lingua veloce. Sentii l’orgasmo costruire non come un’onda, ma come una crepa che si allargava in tutto il mio corpo, partendo dal punto in cui la lingua di Federica incontrava il cazzo di Roberto. Un tremito mi prese le gambe.
"Sta venendo," gridò Federica, la voce trionfante.
L’uomo imprecò, il suo ritmo diventò selvaggio, incontrollato.
"Dove?" Ululò sempre più dilaniato dal piacere.
"Vieni dentro," gemetti io, spingendo indietro contro di lui. "Sborrami dentro al culo, brutto porco!"
Quelle parole furono il suo permesso. Con un ruggito, Roberto si piantò in fondo, così profondamente che vidi le stelle. Sentii il suo cazzo pulsare violentemente dentro il mio ano, poi la sborra calda l che mi riempiva, una sensazione strana e primordiale di essere marchiata internamente, per la seconda volta in quella indimenticabile giornata. Quella sensazione di calore che si espandeva, unita alle dita e alla lingua di Federica che non mollavano, mi fece esplodere.
Il mio orgasmo fu muto, totale. Il mio corpo si irrigidì in un arco spezzato, la mia fica si strinse a vuoto attorno alle dita di Federica, le contrazioni violente che sembravano propagarsi attraverso le mie viscere fino al punto in cui l’uomo era ancora piantato. Un fiume di piacere mi travolse, cancellando ogni pensiero, ogni suono, lasciando solo una luce bianca e pulsante.
Quando riemersi, Roberto si era già ritirato, lasciandomi una sensazione di vuoto bruciante e di calore che mi colava lungo le cosce. Crollai di lato, sfuggendo alla bocca di Federica, incapace di sopportare ancora un solo secondo di stimolazione.
Ero a pezzi. Ansimavo sul tappeto, il viso premuto contro la lana umida, il mio culo che pulsava a ritmo con il cuore.
Federica si sedette, si pulì il mento con il dorso della mano. I suoi occhi erano scuri, soddisfatti.
Roberto si stava vestendo, lento, metodico. Mi lanciò un’occhiata.
"Roba forte," disse, come a sé stesso.
Gaia si avvicinò, mi offrì un bicchiere d’acqua. Lo presi con mani tremanti e bevvi, l’acqua fresca che sembrava la cosa più buona del mondo.
Nessuno parlò. Il silenzio era greve, appagato. Guardai Federica. Lei mi sorrise, quel sorriso che conoscevo bene, e accennò un lento cenno del capo. Era fatta. Ero una di loro, ora, in un modo che andava oltre la semplice presenza. L’avevo voluto, l’avevo scelto, e l’avevo preso tutto.
Il mio corpo era un campo di battaglia dolente e glorioso. E sapevo, guardando la porta semiaperta, che non l’avrei usata. Non ancora.
Rimanemmo così per qualche minuto, senza fretta, mentre la musica continuava a suonare in sottofondo con una lontananza quasi irreale. La stanza, che fino a poco prima era stata piena di voci e movimento, aveva assunto una quiete inattesa, qualcosa di intimo che sembrava appartenere soltanto a noi.
Gaia si sedette accanto a me e mi passò una mano tra i capelli.
“Tutto bene?”
Annuii, anche se non sapevo se fosse davvero una risposta o soltanto l'unica che riuscissi a dare in quel momento.
Federica si avvicinò poco dopo, ormai rivestita, e mi porse la mia camicia senza dire nulla. La presi e la indossai lentamente, poi alzai gli occhi verso di lei e, per un istante, tornammo semplicemente a essere noi due: non la coppia che aveva attraversato quella notte, non le persone che avevano oltrepassato una soglia dalla quale forse non si torna indietro, ma soltanto Federica e io.
Lei mi sorrise, con un'espressione quasi timida.
“Sei felice?”
Ci pensai prima di rispondere.
“Sì.”
E quella volta era vero.
Fuori, oltre le finestre, la notte stava già cedendo alle prime luci dell'alba. Una striscia pallida cominciava a disegnarsi tra i palazzi, trasformando lentamente il buio in qualcosa di nuovo, mentre Roberto salutava e Gaia si preparava a seguirlo. Quando la porta si richiuse alle loro spalle, rimanemmo soltanto noi due.
Federica si appoggiò alla mia spalla e sentii il peso lieve della sua testa contro di me; rimasi immobile, quasi avessi paura che anche quel momento potesse svanire troppo presto.
“È stata una notte strana,” disse.
“Molto.”
Lei rise piano, e quel suono familiare mi fece sorridere.
Guardai ancora una volta il salotto: le luci basse, i bicchieri rimasti sul tavolo, qualche vestito abbandonato qua e là. Tra poche ore sarebbe tornato a essere soltanto il nostro salotto, la casa avrebbe ripreso il suo ordine, la luce del giorno avrebbe cancellato le ombre della notte e tutto sarebbe sembrato, almeno in apparenza, esattamente come prima.
Eppure, noi non saremmo stati esattamente gli stessi.
Forse era proprio questo a rendere quella notte così difficile da salutare, perché mentre la vivevamo avevamo avuto la sensazione che potesse durare per sempre e adesso, proprio nel momento in cui finiva, cominciavamo già a trasformarla in un ricordo.
Federica mi strinse la mano e io ricambiai, lasciando poi che la mia testa si appoggiasse alla sua mentre chiudevo gli occhi. Non sapevo cosa sarebbe successo il giorno dopo, né se quella notte sarebbe rimasta un'eccezione, un ricordo da custodire in silenzio oppure l'inizio di qualcosa che ancora non eravamo capaci di nominare; per il momento, però, non importava.
Restammo lì, insieme, mentre l'alba entrava lentamente dalla finestra e la stanza si riempiva di una luce sempre più chiara. Quando finalmente ci alzammo per andare a dormire, guardai ancora una volta quella porta che poco prima avevo pensato di attraversare per fuggire da tutto, e mi accorsi che non avevo più voglia di aprirla.
Non perché volessi tornare indietro, ma perché per quella notte avevo avuto tutto ciò che cercavo e, soprattutto, perché adesso ero esattamente dove volevo essere: accanto a lei, mentre il mondo fuori ricominciava lentamente a svegliarsi.
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