Il regalo dell’ora in più

di
genere
comici

Mi chiamo Marco e quella notte d’ottobre imparai che il tempo può essere il più raffinato dei ruffiani… e il più crudele dei delatori.
Era l’ultima domenica di ottobre. Alle due di notte, mentre l’Italia intera obbediva al rito collettivo e riportava le lancette degli orologi indietro di sessanta minuti, io mi trovavo immerso tra le lenzuola di Laura, la mia amante da sette mesi. Suo marito Roberto, ingegnere aeronautico, era in trasferta a Dubai. O almeno così credevamo. Avevamo programmato ogni dettaglio con la precisione di due cospiratori: cena a lume di candela, vino Barolo invecchiato, musica jazz in sottofondo e la certezza assoluta che fino al lunedì sera nessuno avrebbe violato il nostro nido proibito.
Laura era una visione. Trentotto anni portati con la grazia di una dea pagana. Capelli castani lunghi e ondulati che le ricadevano sulle spalle nude come una cascata di seta scura. Pelle vellutata, leggermente abbronzata, che profumava di gelsomino e di quel calore intimo che solo il desiderio sa sprigionare. I suoi seni erano pieni e pesanti, con capezzoli scuri che si inturgidivano al minimo tocco. I fianchi larghi e generosi, le natiche rotonde e sode che invitavano le mani a stringerle con forza.
Ci spogliammo lentamente, assaporando ogni secondo. Quando la spinsi sul letto, il suo corpo si aprì per me come un fiore notturno. La baciai con avidità, scendendo dal collo alla gola, poi più giù, fino a catturare un capezzolo tra le labbra. Lo succhiai con forza, facendola gemere e inarcare la schiena. Le mie dita scivolarono tra le sue cosce, trovandola già bagnata, calda, pronta. La accarezzai con movimenti lenti e circolari sul clitoride, mentre lei ansimava e mi stringeva i capelli.
«Ti voglio dentro di me», sussurrò con voce roca, gli occhi velati di lussuria. «Adesso.»
Non me lo feci ripetere. Mi posizionai tra le sue gambe aperte e affondai in lei con un’unica spinta profonda. Laura emise un lungo gemito di piacere, le unghie che mi graffiavano la schiena. Il suo sesso era stretto, vellutato, pulsante intorno al mio membro. Cominciai a muovermi con ritmo crescente: prima lento e profondo, poi sempre più veloce, sentendo i suoi umori caldi bagnarmi le cosce a ogni affondo. I suoi seni sobbalzavano a ogni spinta, ipnotici. Le afferrai i fianchi con forza, penetrandola più a fondo, mentre lei sollevava il bacino per venirmi incontro.
«Più forte… sì, così… scopami», ansimava, la voce spezzata dal piacere. Il suono umido e osceno della nostra unione riempiva la stanza, mescolandosi ai suoi gemiti sempre più acuti. Cambiai posizione: la feci girare a quattro zampe, le mani strette sulle sue natiche generose. Da dietro la penetrai di nuovo, più selvaggiamente, guardando il mio membro scivolare dentro e fuori di lei, lucido dei suoi succhi. Le schiaffeggiai piano una natica, facendola gridare di piacere. Laura venne per la prima volta con un grido strozzato, il suo sesso che si contraeva ritmicamente intorno a me in spasmi violenti.
Non mi fermai. La girai di nuovo sulla schiena, le sollevai le gambe sulle mie spalle e affondai ancora, più brutalmente. I suoi seni ballavano a ogni colpo. Il secondo orgasmo la travolse mentre le mordevo piano il collo. Solo allora mi lasciai andare: esplosi dentro di lei con un ringhio basso, riversando il mio seme caldo nel suo ventre in potenti getti che mi lasciarono tremante e svuotato.
Restammo abbracciati, sudati, ansimanti, i corpi ancora uniti. Il lenzuolo era un groviglio bagnato sotto di noi. Guardai l’orologio sul comodino: segnava le 2:47. Sorrisi, baciandole la spalla. Avevamo ancora un’ora intera di buio e silenzio prima che l’alba ci separasse.
Fu allora che la porta della camera da letto si aprì con un cigolio.
Roberto entrò, valigia in mano, cravatta allentata, espressione di stanchezza che in un istante si trasformò in puro, attonito orrore.
Per tre secondi calò un silenzio surreale.
Poi Laura urlò. Io balzai giù dal letto come una molla, completamente nudo, il membro ancora semi-eretto e lucido dei nostri umori che dondolava pesantemente nell’aria fredda della stanza. Roberto lasciò cadere la valigia. Il tonfo fu assordante.
«Ma che cazzo stai facendo?!» ruggì lui, gli occhi che saettavano tra me, sua moglie nuda e disfatta sul letto, e l’orologio sul comodino.
Laura, con il lenzuolo stretto inutilmente al petto, tentò una difesa disperata: «Amore… è il cambio dell’ora! Il tempo… il tempo si è ripetuto!»
Roberto scoppiò in una risata isterica, quasi folle. «Il tempo si è ripetuto? Ma sei impazzita? Tu ti sei ripetuta con questo… questo stronzo!»
Io, nel panico più assoluto, cercavo di recuperare i boxer finiti chissà dove sotto il letto. Riuscii solo a infilarmi la camicia… al contrario. Il mio sedere nudo era perfettamente visibile mentre caracollavo per la stanza come un ubriaco. Laura, nel tentativo di aiutarmi, scese dal letto e inciampò nel lenzuolo, finendo carponi sul pavimento proprio davanti a me. La posizione era inequivocabile: sembrava la continuazione della nostra performance di poco prima.
Roberto, invece di avventarsi su di noi, si piegò in due dalle risate. Rideva così forte che gli venivano le lacrime. «Guardatevi! Siete ridicoli! Il tradimento più patetico della storia… scoperto dall’ora solare! Un’ora in più regalata dal governo… e tu la usi per farti scopare da questo coglione!»
Nel tentativo di fuggire, corsi verso la porta. Inciampai nella valigia di Roberto e caddi lungo disteso, il sedere all’aria, proprio di fronte allo specchio dell’armadio a muro. Laura, ancora nuda, cercò di tirarmi su per un braccio, ma scivolò sul tappeto bagnato di sudore e finì di nuovo sopra di me in un groviglio di gambe e braccia. Il mio membro, traditore anche lui, ebbe un ultimo, ridicolo guizzo contro la sua coscia.
Roberto si asciugò le lacrime con la manica della giacca. «Domani lo sapranno tutti. Ve lo giuro. Il cambio dell’ora più memorabile della mia vita.»
La mattina dopo, la notizia era già su tutti i giornali.
«Tradimento scoperto grazie al cambio dell’ora: “L’amante è stato tradito dal tempo”» titolava La Repubblica in prima pagina, accompagnata da una foto sfocata scattata da un vicino impiccione: si vedeva chiaramente un uomo nudo con la camicia al contrario che fuggiva da un condominio di periferia.
Il Corriere della Sera fu più elegante: «L’ora in più che ha svelato l’infedeltà: quando il governo regala tempo… e corna».
Il Fatto Quotidiano non ebbe pietà: «Da oggi proponiamo di chiamare il cambio dell’ora “Operazione Cornuto”: un’ora extra per scoprire ciò che non si voleva sapere. Consigliamo di spostare gli orologi… e le amanti».
Laura e Roberto divorziarono nel giro di sei mesi, tra foto sui tabloid e interviste imbarazzanti. Io cambiai città, lavoro e numero di telefono.
E da allora, ogni ultima domenica di ottobre, quando sposto le lancette indietro di un’ora, non posso fare a meno di sorridere con un misto di nostalgia e terrore.
Il tempo è un traditore raffinato. A volte ti regala un’ora di passione selvaggia e sudata. Altre volte te la fa pagare cara, con gli interessi e la foto sul giornale.
E i giornali, quelli, non perdonano mai.
scritto il
2026-03-28
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