La corista
di
b_bull_and_master
genere
etero
Il sole di agosto pestava come un martello. Dentro la chiesa l’aria era ferma, densa, puzzava di cera, di fiori appassiti e di sudore. Io c’ero per il suono: microfoni, cavi, mixer, tutto quello che serviva ad amplificare il coro al funerale di don Vincenzo. Un prete vecchio, morto nel sonno. Niente di speciale. Solo caldo, tanta gente e quel coro di donne di mezza età che dovevano intonare i canti funebri.
Lei stava in seconda fila. Bionda, capelli raccolti in una coda bassa che le lasciava scoperto il collo sudato. Quarantina piena, corpo tirato, tette ancora alte sotto la camicetta bianca leggermente trasparente. La gonna nera le arrivava al ginocchio, ma quando si sedeva si tirava su e si vedeva la coscia soda. Non guardava nessuno. Cantava con la bocca semiaperta, e ogni tanto si passava la lingua sulle labbra perché aveva sete.
Io stavo dietro al mixer, in fondo a sinistra, e la guardavo. Mi era venuto duro quasi subito. Il caldo non aiutava. Avevo i pantaloni appiccicati alle cosce e il cazzo che premeva contro la zip.
A un certo punto, tra un “Agnus Dei” e l’altro, lei si è voltata. Mi ha visto. Non ha sorriso. Ha solo tenuto lo sguardo un secondo di troppo, poi ha abbassato gli occhi. Io ho capito.
Quando il prete ha iniziato l’omelia e il coro poteva sedersi, lei si è alzata piano e ha camminato verso il corridoio laterale, quello che porta alle sagrestie. Io ho lasciato il mixer e l’ho seguita. Nessuno ci guardava. Tutti erano concentrati sul feretro.
La seconda porta a destra era socchiusa. Un locale di servizio, scaffali con tovaglie, candelabri, una sedia sfondata. Odore di naftalina e di polvere. Lei era già dentro. Quando sono entrato ha chiuso la porta con la schiena e ha girato la chiave.
«Svelto», ha detto. Voce bassa, roca.
Non ci siamo presentati. Non c’era bisogno. Le ho messo le mani sui fianchi e l’ho spinta contro lo scaffale. Lei ha afferrato la mia cintura, l’ha aperta, mi ha tirato giù i pantaloni e i boxer in un colpo solo. Il cazzo è saltato fuori, già duro, la testa lucida di liquido. Lei ha guardato. Ha sorriso di lato, come se avesse fame.
Si è inginocchiata sul pavimento di pietra fredda. Le ginocchia nude. Ha preso il mio cazzo con una mano, l’ha pesato, poi ha aperto la bocca e l’ha infilato dentro tutto d’un fiato. Caldo. Umido. La lingua che girava intorno alla glande mentre le labbra scendevano fino alla radice. Ho sentito la gola chiudersi un attimo, poi si è rilassata e ha iniziato a succhiare sul serio.
Su e giù, lenta all’inizio, poi più veloce. La saliva le colava dagli angoli della bocca e le scendeva sul mento. Ogni tanto si fermava, tirava fuori il cazzo, lo guardava, ci sputava sopra e lo rimetteva in bocca fino in fondo. Faceva gorgoglii. Mi teneva i coglioni con l’altra mano, li stringeva piano, li massaggiava. Io le tenevo la testa, le dita conficcate nei capelli biondi, e la spingevo contro il mio cazzo. Lei non si tirava indietro. Anzi, apriva di più la gola e lasciava che le andassi a fondo.
«Più forte», ha mormorato tra un pompino e l’altro, la voce rovinata dalla saliva. «Voglio sentirlo pulsare.»
Le ho dato retta. Le ho fottuto la bocca. Spinte corte e profonde, il suono umido di carne contro carne che riempiva la stanza. Lei teneva gli occhi aperti e mi guardava. Le lacrime le uscivano dagli angoli per lo sforzo, ma non si fermava. La sua mano libera era scesa sotto la gonna. Si toccava. Le dita dentro le mutandine, si titillava la figa mentre mi succhiava.
Fuori si sentiva ancora la voce del prete. Dentro c’era solo il rumore del mio cazzo che entrava e usciva da quella bocca sposata, calda, sudata, perversa.
Quando ho sentito che stavo per sborrare, le ho stretto i capelli più forte. «Sto per sparare», ho detto. Lei ha annuito con la bocca piena e ha aumentato la velocità. Ha preso tutto. Lo sperma è uscito a getti, uno dopo l’altro, caldo e denso. Ne ha inghiottito la maggior parte. Il resto le è colato dalle labbra, le è sceso sul collo e le ha macchiato il colletto bianco della camicetta. Lei ha continuato a succhiare piano, a pulire, a leccare l’ultima goccia dalla fessura.
Poi si è alzata. Si è sistemata la gonna, si è passata il dorso della mano sulla bocca, ha ripreso la chiave e ha aperto la porta. Prima di uscire mi ha guardato un’ultima volta.
«Mia marito è in prima fila», ha detto solo. «E tua moglie, immagino, non è qui.»
È uscita. Io mi sono rialzato i pantaloni, ho sistemato la cintura e sono tornato al mixer come se niente fosse. Il cuore mi batteva ancora forte. Il cazzo era ancora mezzo duro, appiccicato di saliva e di sperma.
Lei è tornata al suo posto nel coro. Ha ripreso a cantare come se non avesse appena avuto un cazzo in gola fino in fondo. Io l’ho guardata per tutto il resto della messa. Ogni tanto le nostre occhiate si incrociavano. Niente sorrisi. Solo quel sapore di peccato fresco ancora in bocca a entrambi.
Fuori, quando è finito tutto, il caldo era ancora più forte. Io ho caricato l’attrezzatura e me ne sono andato. Lei è salita in macchina con un uomo grigio, presumibilmente il marito. Non ci siamo più visti.
Solo quel pompino. Sporco, veloce, rubato in una stanza di chiesa durante un funerale. Due sposati che non si conoscevano e che per dieci minuti hanno deciso di fottersene di tutto.
Lei stava in seconda fila. Bionda, capelli raccolti in una coda bassa che le lasciava scoperto il collo sudato. Quarantina piena, corpo tirato, tette ancora alte sotto la camicetta bianca leggermente trasparente. La gonna nera le arrivava al ginocchio, ma quando si sedeva si tirava su e si vedeva la coscia soda. Non guardava nessuno. Cantava con la bocca semiaperta, e ogni tanto si passava la lingua sulle labbra perché aveva sete.
Io stavo dietro al mixer, in fondo a sinistra, e la guardavo. Mi era venuto duro quasi subito. Il caldo non aiutava. Avevo i pantaloni appiccicati alle cosce e il cazzo che premeva contro la zip.
A un certo punto, tra un “Agnus Dei” e l’altro, lei si è voltata. Mi ha visto. Non ha sorriso. Ha solo tenuto lo sguardo un secondo di troppo, poi ha abbassato gli occhi. Io ho capito.
Quando il prete ha iniziato l’omelia e il coro poteva sedersi, lei si è alzata piano e ha camminato verso il corridoio laterale, quello che porta alle sagrestie. Io ho lasciato il mixer e l’ho seguita. Nessuno ci guardava. Tutti erano concentrati sul feretro.
La seconda porta a destra era socchiusa. Un locale di servizio, scaffali con tovaglie, candelabri, una sedia sfondata. Odore di naftalina e di polvere. Lei era già dentro. Quando sono entrato ha chiuso la porta con la schiena e ha girato la chiave.
«Svelto», ha detto. Voce bassa, roca.
Non ci siamo presentati. Non c’era bisogno. Le ho messo le mani sui fianchi e l’ho spinta contro lo scaffale. Lei ha afferrato la mia cintura, l’ha aperta, mi ha tirato giù i pantaloni e i boxer in un colpo solo. Il cazzo è saltato fuori, già duro, la testa lucida di liquido. Lei ha guardato. Ha sorriso di lato, come se avesse fame.
Si è inginocchiata sul pavimento di pietra fredda. Le ginocchia nude. Ha preso il mio cazzo con una mano, l’ha pesato, poi ha aperto la bocca e l’ha infilato dentro tutto d’un fiato. Caldo. Umido. La lingua che girava intorno alla glande mentre le labbra scendevano fino alla radice. Ho sentito la gola chiudersi un attimo, poi si è rilassata e ha iniziato a succhiare sul serio.
Su e giù, lenta all’inizio, poi più veloce. La saliva le colava dagli angoli della bocca e le scendeva sul mento. Ogni tanto si fermava, tirava fuori il cazzo, lo guardava, ci sputava sopra e lo rimetteva in bocca fino in fondo. Faceva gorgoglii. Mi teneva i coglioni con l’altra mano, li stringeva piano, li massaggiava. Io le tenevo la testa, le dita conficcate nei capelli biondi, e la spingevo contro il mio cazzo. Lei non si tirava indietro. Anzi, apriva di più la gola e lasciava che le andassi a fondo.
«Più forte», ha mormorato tra un pompino e l’altro, la voce rovinata dalla saliva. «Voglio sentirlo pulsare.»
Le ho dato retta. Le ho fottuto la bocca. Spinte corte e profonde, il suono umido di carne contro carne che riempiva la stanza. Lei teneva gli occhi aperti e mi guardava. Le lacrime le uscivano dagli angoli per lo sforzo, ma non si fermava. La sua mano libera era scesa sotto la gonna. Si toccava. Le dita dentro le mutandine, si titillava la figa mentre mi succhiava.
Fuori si sentiva ancora la voce del prete. Dentro c’era solo il rumore del mio cazzo che entrava e usciva da quella bocca sposata, calda, sudata, perversa.
Quando ho sentito che stavo per sborrare, le ho stretto i capelli più forte. «Sto per sparare», ho detto. Lei ha annuito con la bocca piena e ha aumentato la velocità. Ha preso tutto. Lo sperma è uscito a getti, uno dopo l’altro, caldo e denso. Ne ha inghiottito la maggior parte. Il resto le è colato dalle labbra, le è sceso sul collo e le ha macchiato il colletto bianco della camicetta. Lei ha continuato a succhiare piano, a pulire, a leccare l’ultima goccia dalla fessura.
Poi si è alzata. Si è sistemata la gonna, si è passata il dorso della mano sulla bocca, ha ripreso la chiave e ha aperto la porta. Prima di uscire mi ha guardato un’ultima volta.
«Mia marito è in prima fila», ha detto solo. «E tua moglie, immagino, non è qui.»
È uscita. Io mi sono rialzato i pantaloni, ho sistemato la cintura e sono tornato al mixer come se niente fosse. Il cuore mi batteva ancora forte. Il cazzo era ancora mezzo duro, appiccicato di saliva e di sperma.
Lei è tornata al suo posto nel coro. Ha ripreso a cantare come se non avesse appena avuto un cazzo in gola fino in fondo. Io l’ho guardata per tutto il resto della messa. Ogni tanto le nostre occhiate si incrociavano. Niente sorrisi. Solo quel sapore di peccato fresco ancora in bocca a entrambi.
Fuori, quando è finito tutto, il caldo era ancora più forte. Io ho caricato l’attrezzatura e me ne sono andato. Lei è salita in macchina con un uomo grigio, presumibilmente il marito. Non ci siamo più visti.
Solo quel pompino. Sporco, veloce, rubato in una stanza di chiesa durante un funerale. Due sposati che non si conoscevano e che per dieci minuti hanno deciso di fottersene di tutto.
2
voti
voti
valutazione
7.5
7.5
Continua a leggere racconti dello stesso autore
racconto precedente
Elena
Commenti dei lettori al racconto erotico