Racconti sotto l’ombrellone: il vucumprà

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genere
corna

Racconti scritti sotto l’ombrellone, in vacanza, tanto per divertirmi, o per cazzeggio, lontani dal mio stile solito. Se volete scrivermi, sapete come trovarmi.

La spiaggia di Lerici a metà agosto era un forno. Sabbia che scottava, mare piatto come l’olio, ombrelloni tutti uguali. Marta aveva quarantadue anni, milanese doc, sposata da quindici con un commercialista che anche in vacanza stava chiuso in albergo col portatile. Lei scendeva ogni mattina col costume intero nero che le stringeva le tette ancora sode e il culo alto, si stendeva a pancia in giù e fingeva di leggere.
Il vucumprà si chiamava Moussa. Senegalese, trentacinque anni, un metro e novanta di muscoli neri lucidi di sudore, braccia scavate dal portare tutto il giorno la borsa piena di merce falsa. Pelle scura, sorriso lento, cazzo che già da flaccido faceva una piega impressa nei pantaloncini. Passava tra gli ombrelloni con la solita cantilena, ma quando arrivò davanti a Marta si fermò più del dovuto. Gli occhi le scesero sul décolleté, poi sul culo. «Signora milanese… troppo bella per stare da sola», disse solo.
Il giorno dopo tornò. Poi quello dopo. Ogni volta più vicino, più diretto. Il quarto giorno Marta aveva già il bikini minuscolo. Quando lui passò lei era a pancia in su, gambe leggermente aperte. Moussa si chinò e le sussurrò: «Stasera tuo marito lavora ancora? Dietro i scogli, dopo le nove. Ti aspetto».
Ci andò. Il cuore le batteva come una troia al primo appuntamento. Dietro i grandi scogli neri Moussa l’aspettava già senza maglietta. Il petto largo, i pettorali lucidi, i pantaloncini calati fino a metà coscia. Il cazzo nero le uscì spesso, venoso, la testa larga già lucida di liquido. Marta non disse niente. Si inginocchiò sulla sabbia e se lo mise in bocca. La saliva le colò subito. Moussa le tenne la testa e cominciò a spingere, lento, poi più fondo, fino a farle battere il naso contro il pube. «Succhia bene, signora… così tuo marito non sa». Lei gorgogliava, gli occhi pieni di lacrime, ma non si tirava indietro.
Quando la tirò su la voltò, le calò il costume e se la infilò tutta d’un colpo. Il gemito di Marta si perse nel rumore del mare. Moussa la scopava con spinte lunghe e pesanti, le mani enormi che le stringevano i fianchi fino a lasciarle i segni. Ogni botta le faceva rimbalzare le tette. «Figa bianca… stretta… ma adesso la allargo io». Le diede uno schiaffo sul culo, poi un altro. Marta venne la prima volta stringendo i denti. Lui non si fermò. La sollevò come se non pesasse niente e la scoperò in piedi, con le gambe di lei avvolte intorno alla vita. Quando sparò lo fece dentro, profondo. Marta sentì i getti caldi riempirla. Lo sperma le colò subito lungo le cosce, bianco contro la pelle chiara.
«Domani stessa ora», disse solo. E sparì.
Il giorno dopo Marta tornò. E quello dopo ancora. Ogni sera, dopo cena, inventava una scusa e spariva dietro gli scogli. Moussa la usava come voleva: le faceva succhiare a lungo fino a farle male la mascella, le scopava il culo la prima volta solo con la saliva, lento e profondo, mentre lei piangeva e veniva lo stesso. Una sera, mentre lei era in ginocchio a pulirgli il cazzo con la lingua, lui le disse: «Domani porto due amici. Vuoi?».
Marta alzò gli occhi. Aveva la bocca piena di sperma. Annuì.
La sera dopo erano in tre. Moussa e due senegalesi più giovani, entrambi alti, muscolosi, cazzi già duri fuori dai pantaloni. Marta non ebbe tempo di spaventarsi. La spinsero in ginocchio sulla sabbia e le riempirono la bocca a turno. Uno le teneva i capelli mentre l’altro le apriva la gola. Il terzo le si mise dietro, le aprì le chiappe e se la infilò nella figa già bagnata. Marta gorgogliava, la saliva e lo sperma le colavano dal mento. Quando il primo le sparò in gola lei inghiottì tutto. Il secondo la voltò e se la prese nel culo senza pietà, spingendo fino in fondo mentre Moussa le teneva la testa e le diceva: «Apri bene, milanese… adesso sei la nostra troia».
Quella notte tornò in albergo con lo sperma di tre uomini diversi che le colava da tutti i buchi. Il marito era ancora al computer. Lei si stese a letto senza lavarsi. Quando lui finalmente la toccò, era ancora aperta, scivolosa, puzzolente di sesso nero. Lui non notò niente. Lei venne stringendo gli occhi, pensando ai tre cazzi che l’avevano appena usata.
Da quel momento l’escalation fu rapida. Moussa cominciò a portarla in posti diversi: dietro un capanno dei bagnini, in una macchina parcheggiata al buio, addirittura una volta in un cantiere abbandonato sopra la collina. Gli amici aumentarono. Prima tre, poi quattro, poi cinque. Marta non diceva più di no. Si faceva mettere in mezzo, un cazzo in figa e uno in culo contemporaneamente, mentre un terzo le riempiva la bocca. Urlava con la voce rotta, veniva una volta dopo l’altra, lo sperma le colava ovunque. A volte la lasciavano in ginocchio a leccare i cazzi ancora semi-duri, a pulire lo sperma che le colava dalle labbra. Altre volte la facevano strisciare a quattro zampe sulla sabbia mentre se la passavano l’uno all’altro.
Una sera, a pochi giorni dalla fine delle vacanze, Moussa le disse: «Stasera veniamo tutti. Sette. Vuoi essere la nostra puttana fino in fondo?».
Marta era già nuda dietro gli scogli, la figa e il culo ancora aperti dalla sera prima. Annuì.
Arrivarono in sette. Tutti senegalesi, tutti con il cazzo già fuori. La spinsero a terra. Due le tennero le braccia, un altro le aprì le gambe a forza. Il primo se la infilò in figa fino in fondo. Il secondo le aprì la bocca e cominciò a scopargliela. Il terzo le spinse il cazzo nel culo senza lubrificante, solo con lo sperma di quelli di prima. Marta urlò, ma non era un urlo di dolore. Era di godimento puro e sporco. La usarono a turno, poi in contemporanea. Due in figa e culo, uno in bocca, altri due che le strofinavano i cazzi sulle tette e sul viso. Lo sperma le arrivò a ondate: in gola, in faccia, sui capelli, dentro la figa, dentro il culo. Quando uno finiva, un altro prendeva il suo posto. Marta non riusciva più a chiudere le gambe. Era un buco aperto, bagnato, pieno. Veniva continuamente, il corpo che tremava, la voce roca che non riusciva più a formare parole.
Alla fine, dopo quasi due ore, la lasciarono stesa sulla sabbia. Nuda, piena, lo sperma che le colava da bocca, figa e culo e le faceva un pozzetto bianco sotto le chiappe. Moussa si chinò, le aprì la bocca con due dita e le sputò dentro. «Ingoia», ordinò. Lei ingoiò. Poi le disse: «Adesso torna da tuo marito così. Non lavarti. Fagli leccare. Fagli sentire quanti cazzi neri ti hanno riempito stasera».
Marta si alzò tremante. Si infilò il vestitino sopra il corpo ancora grondante. Camminò fino all’albergo con lo sperma che le scendeva lungo le cosce e le macchiava i sandali. Il marito era a letto, quasi addormentato. Lei si stese accanto a lui, gli aprì i pantaloni del pigiama e gli mise la figa piena in faccia.
«Lecca», sussurrò. «Lecca quello che mi hanno lasciato dentro».
Lui, mezzo assonnato, cominciò a leccare. Il sapore era acre, salato, denso. Marta gli tenne la testa tra le cosce e lo costrinse a pulirla tutta, a succhiare lo sperma di sette uomini diversi dalla sua figa e dal suo culo. Mentre lui leccava, lei si segava il clitoride e veniva un’ultima volta, guardandolo negli occhi.
«Da oggi sei il mio cornuto ufficiale», gli disse con la voce ancora roca. «E io sono la troia dei neri di Lerici. Ogni estate tornerò. E ogni estate mi farò riempire così».
Il marito non rispose. Continuò a leccare, il cazzo ormai duro contro il materasso. Marta sorrise. Sentiva ancora i buchi aperti, lo sperma che continuava a colare, e sapeva che da quella notte non sarebbe più stata la stessa donna.
scritto il
2026-08-04
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