Elena
di
b_bull_and_master
genere
saffico
Torno con un breve racconto, molto onirico e poco porno.
Le mie sfide personali sono nell’affrontare temi non facili, mai banali. Oggi, mentre stavo lavorando su un sito, ed ascoltando una canzone… mi è venuto in mente questo.
Buona lettura
Davide
Elena aveva cinquantadue anni e una vita che sembrava perfettamente calibrata, come un orologio svizzero. Ogni mattina si svegliava alle sei e mezzo, faceva la doccia con acqua tiepida per non svegliare troppo i sensi, si truccava con precisione chirurgica e indossava tailleur neutri che nascondevano i cambiamenti del corpo. I fianchi più larghi, il seno che tendeva verso il basso con un peso dolce e maturo, la pelle del ventre segnata da due gravidanze e da anni di cene di lavoro. Suo marito, Paolo, era spesso via per affari. I figli ormai vivevano per conto loro. La casa era silenziosa, ordinata, e lei era la padrona di un’esistenza in cui non c’era spazio per il disordine del desiderio.
Aveva venduto il mondo. O almeno, quella parte di sé che una volta tremava al minimo tocco, che si masturbava pensando a mani sconosciute, che diceva «sì» senza calcolare le conseguenze. Aveva scelto la stabilità. Il controllo. «Non ho mai perso il controllo» ripeteva a se stessa come un mantra, anche quando, la sera, sola nel letto matrimoniale, sentiva un vuoto caldo e umido tra le cosce che nessuno riempiva più.
Quella sera di novembre tornò a casa tardi. La riunione si era prolungata, il vino aveva scaldato il sangue, e quando chiuse la porta alle spalle sentì il silenzio della casa come un peso sul petto. Si versò un bicchiere di rosso corposo, si sfilò le scarpe con un sospiro e salì le scale verso la camera da letto. Lo specchio antico del corridoio la fermò. La cornice dorata, pesante, rifletteva la luce calda della lampada a muro. Elena si fermò davanti, il bicchiere in mano.
Si guardò. I capelli raccolti in uno chignon severo. La camicetta bianca sbottonata fino al terzo bottone. Il reggiseno nero che intravedeva. Si tolse lentamente la giacca del tailleur, poi la camicetta. Rimase in reggiseno e gonna. Il corpo che vedeva era ancora bello, ma era un corpo che aveva imparato a nascondere. Le mani le tremavano leggermente mentre si sfilava il reggiseno. I seni ricaddero con un movimento pesante e naturale, i capezzoli già un po’ gonfi per il freddo della stanza o per qualcos’altro.
Fu allora che lo vide.
O meglio, vide lei.
La donna nello specchio aveva la sua stessa faccia, ma più giovane: trentacinque anni forse, capelli sciolti sulle spalle, occhi verdi accesi da una fame che Elena aveva sepolto da tempo. Indossava solo una camicia sbottonata che lasciava intravedere la curva di un seno più sodo, più alto. Sorrise. Un sorriso lento, predatorio.
«Pensavi fossi morta» disse la versione più giovane, e la voce uscì dalle labbra di Elena come se fosse la sua stessa bocca a parlare. «Tanto tempo fa. Quando hai deciso che il piacere era un lusso che non potevi permetterti.»
Elena avrebbe dovuto gridare, scappare, chiamare qualcuno. Invece sentì il vino scaldarle lo stomaco e un’umidità improvvisa tra le gambe. La mano che teneva il bicchiere si abbassò sul mobile. La sua immagine riflessa fece lo stesso gesto, ma con lentezza deliberata.
La Elena giovane uscì dallo specchio.
Non come un fantasma: come qualcosa di solido, caldo, reale. Il suo corpo premette contro quello di Elena da dietro. I seni più giovani e sodi si schiacciarono contro la schiena nuda di Elena. Una mano scivolò sul suo ventre, scendendo sotto l’elastico della gonna.
«Hai venduto tutto» mormorò all’orecchio, le labbra che sfioravano il lobo. «Il tempo. La fame. Il diritto di venire gridando senza chiedere permesso.»
Le dita trovarono le mutandine di pizzo nero già bagnate. Elena gemette, un suono basso e vergognoso. La mano della sua gemella più giovane spinse il pizzo da parte e affondò due dita tra le labbra gonfie e calde. Erano scivolose, pronte. La Elena giovane le leccò il collo mentre muoveva le dita dentro di lei con una lentezza crudele, curvandole ogni volta che raggiungeva il punto più sensibile.
«Guardati» ordinò dolcemente. «Guardati mentre ti riprendi ciò che hai venduto.»
Elena alzò gli occhi. Nello specchio c’erano due donne: una matura, tremante, con i capezzoli duri come pietre; l’altra più giovane, sicura, che le teneva aperta la gonna con una mano e la penetrava con l’altra. Il riflesso mostrava tutto: le dita lucide di umori che entravano e uscivano, il clitoride gonfio che veniva sfiorato dal pollice a ogni spinta.
Elena non resistette. Si girò, afferrò la faccia della sua versione più giovane e la baciò. Fu un bacio sporco, profondo, lingue che si cercavano, denti che mordevano. Le loro mani si muovevano frenetiche. Elena strappò via la camicia aperta dell’altra, affondò il viso tra quei seni più sodi e succhiò un capezzolo con avidità. La Elena giovane gemette — lo stesso suono gutturale che Elena faceva da ragazza — e le spinse una coscia tra le gambe.
Si spostarono verso il letto. Elena si ritrovò sdraiata sulla schiena, la gonna arrotolata in vita, le mutandine strappate via. La sua gemella più giovane si inginocchiò tra le sue cosce aperte. La lingua calda e bagnata leccò lentamente dalle natiche fino al clitoride, poi succhiò con forza. Elena inarcò la schiena, le mani nei capelli lunghi dell’altra.
«Più forte…» ansimò.
La Elena giovane obbedì. Leccò con foga, due dita che entravano in profondità, il pollice che massaggiava il clitoride gonfio e lucido. Elena veniva già dopo pochi minuti, un orgasmo violento che le fece contrarre le pareti intorno alle dita, fluido caldo che bagnava la bocca e il mento dell’altra. Ma non bastava. La Elena giovane non si fermò. Continuò a leccare mentre l’orgasmo la scuoteva, poi si alzò, si tolse i pantaloni e si posizionò sopra di lei, in un 69 lento e deliberato.
Le loro bocche si trovarono. Elena leccò il sesso più giovane e liscio della sua gemella, assaporando il sapore metallico e dolce del desiderio. Le loro lingue si muovevano in sincrono, succhiando clitoridi, penetrando con dita, gemendo una dentro l’altra. Elena venne di nuovo, più forte, le gambe che tremavano intorno alla testa dell’altra. La Elena giovane venne poco dopo, spingendo il bacino contro la sua bocca, inondandola di umori caldi.
Si baciarono di nuovo, condividendo il sapore delle loro eccitazioni. La Elena giovane prese un dildo dal cassetto del comodino — quello che Elena teneva nascosto e usava raramente — lo leccò lentamente davanti ai suoi occhi, poi lo spinse dentro di lei con calma, ruotandolo, mentre la sua bocca tornava sul clitoride. Elena gridava adesso, senza più controllo, le unghie che graffiavano la schiena dell’altra. Vennero insieme, corpi che si contorcevano, sudore che mescolava le pelli.
Quando l’orgasmo più intenso la lasciò senza fiato, Elena chiuse gli occhi per un secondo.
Quando li riaprì, era sola.
Il letto era disfatto. Il suo corpo era nudo, coperto di sudore, le cosce lucide di umori. Tra le gambe sentiva ancora il pulsare del piacere, il dildo abbandonato accanto a lei, ancora caldo. L’aria profumava di sesso. Nello specchio del corridoio, visibile dalla porta aperta della camera, c’era solo il suo riflesso: una donna di mezza età con i capelli sciolti, le labbra gonfie, i segni rossi delle dita sui seni e sulle cosce.
Si alzò lentamente. Camminò nuda fino allo specchio. Si guardò. Il corpo era lo stesso di sempre, eppure diverso. Qualcosa si era sciolto. O forse no.
Si toccò il clitoride ancora sensibile. Un brivido la percorse. Chiuse gli occhi e, per un istante, sentì di nuovo il peso di un corpo contro la schiena, un respiro caldo all’orecchio.
«Chi ha venduto cosa?» sussurrò alla sua immagine.
Non ottenne risposta. Solo il silenzio della casa e il battito del suo cuore, ancora accelerato.
Uscì dalla stanza, nuda, e scese le scale. Il bicchiere di vino era ancora sul mobile. Lo prese, lo finì in un sorso. Fuori dalla finestra, la città dormiva. Dentro di lei, qualcosa si muoveva ancora: desiderio, rimpianto, o forse solo la consapevolezza che il controllo era stato un’illusione costosa.
Non sapeva se l’aveva davvero incontrata.
Non sapeva se l’aveva perdonata.
Non sapeva se l’aveva venduta di nuovo, o se l’aveva ricomprata per sempre.
Sapeva solo che, per la prima volta da anni, non era sicura di chi fosse la donna che guardava dallo specchio.
E che, forse, non lo sarebbe mai più stata.
Le mie sfide personali sono nell’affrontare temi non facili, mai banali. Oggi, mentre stavo lavorando su un sito, ed ascoltando una canzone… mi è venuto in mente questo.
Buona lettura
Davide
Elena aveva cinquantadue anni e una vita che sembrava perfettamente calibrata, come un orologio svizzero. Ogni mattina si svegliava alle sei e mezzo, faceva la doccia con acqua tiepida per non svegliare troppo i sensi, si truccava con precisione chirurgica e indossava tailleur neutri che nascondevano i cambiamenti del corpo. I fianchi più larghi, il seno che tendeva verso il basso con un peso dolce e maturo, la pelle del ventre segnata da due gravidanze e da anni di cene di lavoro. Suo marito, Paolo, era spesso via per affari. I figli ormai vivevano per conto loro. La casa era silenziosa, ordinata, e lei era la padrona di un’esistenza in cui non c’era spazio per il disordine del desiderio.
Aveva venduto il mondo. O almeno, quella parte di sé che una volta tremava al minimo tocco, che si masturbava pensando a mani sconosciute, che diceva «sì» senza calcolare le conseguenze. Aveva scelto la stabilità. Il controllo. «Non ho mai perso il controllo» ripeteva a se stessa come un mantra, anche quando, la sera, sola nel letto matrimoniale, sentiva un vuoto caldo e umido tra le cosce che nessuno riempiva più.
Quella sera di novembre tornò a casa tardi. La riunione si era prolungata, il vino aveva scaldato il sangue, e quando chiuse la porta alle spalle sentì il silenzio della casa come un peso sul petto. Si versò un bicchiere di rosso corposo, si sfilò le scarpe con un sospiro e salì le scale verso la camera da letto. Lo specchio antico del corridoio la fermò. La cornice dorata, pesante, rifletteva la luce calda della lampada a muro. Elena si fermò davanti, il bicchiere in mano.
Si guardò. I capelli raccolti in uno chignon severo. La camicetta bianca sbottonata fino al terzo bottone. Il reggiseno nero che intravedeva. Si tolse lentamente la giacca del tailleur, poi la camicetta. Rimase in reggiseno e gonna. Il corpo che vedeva era ancora bello, ma era un corpo che aveva imparato a nascondere. Le mani le tremavano leggermente mentre si sfilava il reggiseno. I seni ricaddero con un movimento pesante e naturale, i capezzoli già un po’ gonfi per il freddo della stanza o per qualcos’altro.
Fu allora che lo vide.
O meglio, vide lei.
La donna nello specchio aveva la sua stessa faccia, ma più giovane: trentacinque anni forse, capelli sciolti sulle spalle, occhi verdi accesi da una fame che Elena aveva sepolto da tempo. Indossava solo una camicia sbottonata che lasciava intravedere la curva di un seno più sodo, più alto. Sorrise. Un sorriso lento, predatorio.
«Pensavi fossi morta» disse la versione più giovane, e la voce uscì dalle labbra di Elena come se fosse la sua stessa bocca a parlare. «Tanto tempo fa. Quando hai deciso che il piacere era un lusso che non potevi permetterti.»
Elena avrebbe dovuto gridare, scappare, chiamare qualcuno. Invece sentì il vino scaldarle lo stomaco e un’umidità improvvisa tra le gambe. La mano che teneva il bicchiere si abbassò sul mobile. La sua immagine riflessa fece lo stesso gesto, ma con lentezza deliberata.
La Elena giovane uscì dallo specchio.
Non come un fantasma: come qualcosa di solido, caldo, reale. Il suo corpo premette contro quello di Elena da dietro. I seni più giovani e sodi si schiacciarono contro la schiena nuda di Elena. Una mano scivolò sul suo ventre, scendendo sotto l’elastico della gonna.
«Hai venduto tutto» mormorò all’orecchio, le labbra che sfioravano il lobo. «Il tempo. La fame. Il diritto di venire gridando senza chiedere permesso.»
Le dita trovarono le mutandine di pizzo nero già bagnate. Elena gemette, un suono basso e vergognoso. La mano della sua gemella più giovane spinse il pizzo da parte e affondò due dita tra le labbra gonfie e calde. Erano scivolose, pronte. La Elena giovane le leccò il collo mentre muoveva le dita dentro di lei con una lentezza crudele, curvandole ogni volta che raggiungeva il punto più sensibile.
«Guardati» ordinò dolcemente. «Guardati mentre ti riprendi ciò che hai venduto.»
Elena alzò gli occhi. Nello specchio c’erano due donne: una matura, tremante, con i capezzoli duri come pietre; l’altra più giovane, sicura, che le teneva aperta la gonna con una mano e la penetrava con l’altra. Il riflesso mostrava tutto: le dita lucide di umori che entravano e uscivano, il clitoride gonfio che veniva sfiorato dal pollice a ogni spinta.
Elena non resistette. Si girò, afferrò la faccia della sua versione più giovane e la baciò. Fu un bacio sporco, profondo, lingue che si cercavano, denti che mordevano. Le loro mani si muovevano frenetiche. Elena strappò via la camicia aperta dell’altra, affondò il viso tra quei seni più sodi e succhiò un capezzolo con avidità. La Elena giovane gemette — lo stesso suono gutturale che Elena faceva da ragazza — e le spinse una coscia tra le gambe.
Si spostarono verso il letto. Elena si ritrovò sdraiata sulla schiena, la gonna arrotolata in vita, le mutandine strappate via. La sua gemella più giovane si inginocchiò tra le sue cosce aperte. La lingua calda e bagnata leccò lentamente dalle natiche fino al clitoride, poi succhiò con forza. Elena inarcò la schiena, le mani nei capelli lunghi dell’altra.
«Più forte…» ansimò.
La Elena giovane obbedì. Leccò con foga, due dita che entravano in profondità, il pollice che massaggiava il clitoride gonfio e lucido. Elena veniva già dopo pochi minuti, un orgasmo violento che le fece contrarre le pareti intorno alle dita, fluido caldo che bagnava la bocca e il mento dell’altra. Ma non bastava. La Elena giovane non si fermò. Continuò a leccare mentre l’orgasmo la scuoteva, poi si alzò, si tolse i pantaloni e si posizionò sopra di lei, in un 69 lento e deliberato.
Le loro bocche si trovarono. Elena leccò il sesso più giovane e liscio della sua gemella, assaporando il sapore metallico e dolce del desiderio. Le loro lingue si muovevano in sincrono, succhiando clitoridi, penetrando con dita, gemendo una dentro l’altra. Elena venne di nuovo, più forte, le gambe che tremavano intorno alla testa dell’altra. La Elena giovane venne poco dopo, spingendo il bacino contro la sua bocca, inondandola di umori caldi.
Si baciarono di nuovo, condividendo il sapore delle loro eccitazioni. La Elena giovane prese un dildo dal cassetto del comodino — quello che Elena teneva nascosto e usava raramente — lo leccò lentamente davanti ai suoi occhi, poi lo spinse dentro di lei con calma, ruotandolo, mentre la sua bocca tornava sul clitoride. Elena gridava adesso, senza più controllo, le unghie che graffiavano la schiena dell’altra. Vennero insieme, corpi che si contorcevano, sudore che mescolava le pelli.
Quando l’orgasmo più intenso la lasciò senza fiato, Elena chiuse gli occhi per un secondo.
Quando li riaprì, era sola.
Il letto era disfatto. Il suo corpo era nudo, coperto di sudore, le cosce lucide di umori. Tra le gambe sentiva ancora il pulsare del piacere, il dildo abbandonato accanto a lei, ancora caldo. L’aria profumava di sesso. Nello specchio del corridoio, visibile dalla porta aperta della camera, c’era solo il suo riflesso: una donna di mezza età con i capelli sciolti, le labbra gonfie, i segni rossi delle dita sui seni e sulle cosce.
Si alzò lentamente. Camminò nuda fino allo specchio. Si guardò. Il corpo era lo stesso di sempre, eppure diverso. Qualcosa si era sciolto. O forse no.
Si toccò il clitoride ancora sensibile. Un brivido la percorse. Chiuse gli occhi e, per un istante, sentì di nuovo il peso di un corpo contro la schiena, un respiro caldo all’orecchio.
«Chi ha venduto cosa?» sussurrò alla sua immagine.
Non ottenne risposta. Solo il silenzio della casa e il battito del suo cuore, ancora accelerato.
Uscì dalla stanza, nuda, e scese le scale. Il bicchiere di vino era ancora sul mobile. Lo prese, lo finì in un sorso. Fuori dalla finestra, la città dormiva. Dentro di lei, qualcosa si muoveva ancora: desiderio, rimpianto, o forse solo la consapevolezza che il controllo era stato un’illusione costosa.
Non sapeva se l’aveva davvero incontrata.
Non sapeva se l’aveva perdonata.
Non sapeva se l’aveva venduta di nuovo, o se l’aveva ricomprata per sempre.
Sapeva solo che, per la prima volta da anni, non era sicura di chi fosse la donna che guardava dallo specchio.
E che, forse, non lo sarebbe mai più stata.
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