Il marito della collega

di
genere
tradimenti

Mi chiamo Karen. Sono colombiana, ho trentotto anni e faccio l’infermiera in un ospedale di provincia da quasi dieci. Turni lunghi, notti in bianco, mani che odorano sempre di disinfettante. Mio marito Paolo lavora in banca e, come sempre, non si fa quasi mai vedere. La mia vita gira intorno al reparto, a mio figlio e alle colleghe con cui condivido i caffè delle cinque del mattina.

Una di loro si chiama Elena. Ha quarant’anni, capelli castani sempre raccolti in una coda bassa, viso stanco ma ancora bello. Lavoriamo insieme da sei anni. È brava, precisa, parla poco di sé. Di suo marito ancora meno.

L’ho visto la prima volta un martedì di marzo, quasi per caso.

Avevo dimenticato la mia borsa termica in sala riposo. Conteneva il pranzo del giorno dopo e le chiavi di casa. Ero già nel parcheggio quando me ne sono accorta. Sono tornata indietro ancora in divisa: casacca bianca un po’ stropicciata, aperta sul collo, sotto una maglietta nera aderente che segnava il seno pieno. Pantaloni bianchi che seguivano i fianchi e il culo. Capelli raccolti in una coda alta, qualche ciocca sciolta sulla guancia. Elena stava uscendo proprio in quel momento. Accanto a lei c’era un uomo alto, quasi un metro e novanta. Indossava una giacca scura civile sopra una camicia grigio chiaro, pantaloni scuri ben tagliati, scarpe lisce. Capelli cortissimi, taglio netto. Portava ancora l’aria della caserma: schiena dritta, passo misurato, sguardo che controllava tutto in un secondo.

«Karen, ti presento mio marito», ha detto Elena con quel sorriso un po’ spento che le conoscevo.

Lui mi ha teso la mano. Grande, calda, callosa. La stretta è stata ferma, decisa.

«Piacere», ha detto. Voce bassa, controllata. «Elena parla spesso di te.»

«In bene spero.»

«In bene», ha confermato, e l’angolo della bocca si è alzato di un millimetro. Solo quello.

Elena mi ha passato la borsa. «L’avevo vista. Ti stavo portando le chiavi a casa, ma meglio così.»

Li ho salutati e sono tornata alla macchina. Mentre guidavo mi sono accorta che mi ero portata dietro il suo sguardo. Non era invadente. Era presente. Come se avesse registrato tutto: la divisa stropicciata, il modo in cui mi muovevo, la voce.

Due settimane dopo Elena mi ha invitata a cena. «Vieni sabato. Facciamo qualcosa di semplice. Lui è a casa, raramente capita.»

Sono andata con un vestito nero a maniche lunghe, scollo moderato che lasciava vedere solo l’inizio del seno, gonna che arrivava appena sopra il ginocchio. Capelli sciolti, un po’ di rossetto scuro. Paolo non ha fatto domande. Non le fa mai.

La casa era ordinata, quasi militare. Lui cucinava. Indossava una maglietta grigia aderente che segnava il petto largo e le braccia forti, pantaloni scuri, piedi scalzi. Quando mi ha aperto la porta ha sorriso di nuovo, quel sorriso minimo.

«Entra. Elena è in cucina. Io mi occupo della carne.»

A tavola la conversazione era leggera. Elena parlava del reparto, dei turni, di una paziente difficile. Lui ascoltava, interveniva poco, ma quando parlava lo faceva con quella calma misurata. A un certo punto, mentre Elena era distratta a servire il vino, ha detto, quasi tra sé ma abbastanza forte da farmelo sentire:

«In certi lavori impari che le cose vanno tenute al loro posto. Altrimenti si sfilano.»

Elena ha riso, pensando fosse una battuta sul servizio. Io ho sentito solo un leggero brivido lungo la schiena. Lui non ha aggiunto altro. Ha solo tagliato la carne con gesti precisi e ha cambiato discorso.

Dopo cena, mentre Elena preparava il caffè, siamo rimasti soli qualche minuto.

«Lavori sempre così tanto?»

«Sì. E tu?»

«La caserma non aspetta. Ma quando sono a casa cerco di esserci.» Ha fatto una pausa. «Elena dice che sei la più brava del reparto. E la più tranquilla.»

«Cerco di non farmi notare troppo.»

Lui ha inclinato appena la testa. «A volte è proprio quello che si nota di più.»

La frase è rimasta sospesa. Elena è tornata e tutto è tornato leggero. Ma qualcosa si era depositato sotto la pelle.

L’incontro al supermercato è arrivato una settimana dopo. Io ero in jeans e maglia nera ampia, capelli sciolti. Lui in tuta sportiva scura, borsa della palestra. Ci siamo quasi scontrati nel corridoio delle domestiche. Stava guardando uno scaffale: cinture di cuoio, corde per tendaggi, fascette nere.

«Fai bricolage?» ho chiesto, cercando di sorridere naturalmente.

Ha preso una cintura nera larga tra le mani, l’ha fatta scorrere lentamente tra le dita. «A volte. Certi oggetti servono a tenere le cose ferme. O a farle stare esattamente dove devono stare.»

Ha rimesso la cintura a posto e ha aggiunto, senza alzare la voce: «Tu, per esempio… sembri una che sa stare ferma quando serve.»

Una signora con il carrello si è avvicinata. Ci siamo separati con un semplice cenno. Ma per tutto il resto della spesa ho avuto le cosce strette e quella cintura che mi girava in testa.

Qualche giorno dopo l’ho rivisto in ospedale. Era venuto a prendere Elena, ma lei era ancora in riunione. Io stavo finendo il turno, ancora in divisa, casacca aperta sul collo, capelli un po’ disordinati. Lui mi aspettava nel corridoio, camicia chiara, pantaloni scuri.

«Elena esce tra dieci minuti», ha detto. «Resto qui.»

Abbiamo parlato del tempo, dei turni, di quanto fossero lunghe le notti. Poi, a voce più bassa:

«L’altra sera al supermercato… hai sorriso in un modo strano.»

«Tu parlavi di tenere le cose al loro posto.»

«E tu non sei scappata.» Ha fatto un passo appena più vicino. «A volte chi sa restare fermo è proprio quello che poi… si muove meglio. Quando gli viene chiesto.»

Stavo per rispondere quando la porta si è aperta e Elena è uscita, stanca, borsa a tracolla.

«Scusate, mi hanno tenuta. Andiamo?»

Lui ha fatto un piccolo cenno verso di me. «A presto, Karen.»

Il «a presto» è suonato leggero, quasi banale. Ma mi è rimasto addosso.

La cena di reparto è arrivata due settimane dopo. Ristorante fuori città, tavolate lunghe, colleghi, mariti e mogli. Elena mi aveva scritto: «Vieni, anche solo un’ora. Luca viene. Paolo riesce?»

Paolo non voleva. Io ero in fine turno, ancora in divisa sotto il cappotto leggero: casacca bianca stropicciata, maglietta nera sotto che segnava il seno, pantaloni bianchi. Capelli raccolti in fretta, qualche ciocca sciolta. Avevo deciso di passare solo a salutare.

Quando sono arrivata nel parcheggio erano già le nove e mezza. L’aria odorava di erba bagnata e di asfalto ancora caldo. Stavo chiudendo la macchina quando l’ho visto uscire. Elena era stata richiamata per un turno improvviso. Lui stava andando via. Camicia scura a maniche lunghe rimboccata fino ai gomiti, pantaloni neri, cintura scura. Capelli cortissimi, schiena dritta.

I nostri sguardi si sono incrociati sotto la luce gialla dei lampioni.

«Karen.»

«Elena è già andata?»

«Sì. Io stavo andando via.» Ha guardato la mia divisa, il cappotto aperto, i capelli un po’ disordinati. «Tu arrivi adesso.»

«Fine turno. Paolo non voleva venire. Passavo solo un momento.»

Ha fatto un passo più vicino. Dalle finestre aperte del ristorante arrivavano le voci: una collega che rideva forte, un marito che raccontava qualcosa a voce alta, il tintinnio delle posate, qualcuno che chiamava il cameriere.

«Non entrare», ha detto a voce bassa. «Resta qui un attimo.»

«Perché?»

«Perché se entri adesso, con quella divisa e i capelli così, io dovrei stare a un tavolo a fingere di essere solo il marito di Elena. E non sono sicuro di riuscirci.»

Il tono era calmo, quasi leggero. Ma gli occhi no.

«Spostiamoci solo un po’», ha aggiunto. «Là. Non lontano. Si sentono ancora le voci.»

Siamo andati verso la sua macchina, parcheggiata più in fondo, dove le luci dei lampioni erano più deboli ma le risate e le chiacchiere del ristorante arrivavano ancora distinte. Ha aperto lo sportello del passeggero. Sono salita. L’interno odorava di pelle e di un leggero aftershave pulito. Lui è entrato dal lato guida, ha chiuso lo sportello, ha abbassato appena il finestrino. Le voci continuavano: una donna che raccontava di un figlio, un uomo che rideva, il suono di una bottiglia che veniva stappata.

Per un po’ non ha parlato. Mi ha solo guardata. Poi ha allungato una mano e ha tolto con due dita una ciocca di capelli che mi era caduta sulla guancia. Il contatto è stato leggero, quasi casuale.

«Hai lavorato fino a adesso.»

«Sì.»

«Sei stanca?»

«Un po’.»

«Eppure sei venuta lo stesso.» Ha lasciato scorrere le dita lungo la mia guancia, poi più in basso, sul collo, fermandosi un attimo sulla clavicola. «Sai che da settimane, ogni volta che ti vedo in divisa, penso a quanto sarebbe facile… sbottonarla?»

Ho deglutito. Non ho risposto. Lui ha sorriso appena, quel sorriso minimo, e ha iniziato a sbottonare la casacca. Uno, due, tre bottoni. Piano. Come se avesse tutto il tempo del mondo. Quando è rimasta aperta, ha afferrato l’orlo della maglietta nera e l’ha tirata su lentamente, facendomi alzare le braccia. Sono rimasta a torso nudo. L’aria fresca del finestrino mi ha toccato la pelle. I seni erano pesanti, pieni, i capezzoli scuri già contratti.

Lui li ha guardati a lungo, senza toccarli subito. Poi ha posato entrambe le mani sotto di essi, li ha sollevati, ne ha sentito il peso. I pollici hanno cominciato a girare sui capezzoli, lenti, circolari, poi un po’ più decisi. Ho chiuso gli occhi e ho emesso un suono basso.

«Guardami», ha detto piano.

Ho riaperto gli occhi. Lui continuava a massaggiarmi i seni, a stringerli, a pizzicare i capezzoli tra dito e pollice fino a farmeli pulsare. Fuori una risata forte è scoppiata dal ristorante, seguita da applausi leggeri, come se qualcuno avesse finito di raccontare una storia.

«Da quanto tempo non ti tocca qualcuno così?»

«Da… tanto.»

«Paolo non lo fa.»

Non era una domanda. Ho scosso la testa. Lui ha abbassato una mano, ha aperto i miei pantaloni della divisa, ha fatto scorrere la cerniera con calma. Le dita sono entrate sotto l’elastico delle mutandine. Ha trovato la figa già bagnata e ha emesso un suono basso, quasi di approvazione.

«Così. Solo perché ti ho sbottonato e ti ho toccato i seni.»

Due dita sono entrate dentro di me, lente, profonde, curvandole. Il pollice ha cominciato a girare sul clitoride. L’altra mano restava sul mio seno sinistro, stringendo, controllando. Le voci fuori continuavano: qualcuno che ordinava altro vino, una donna che diceva «non esagerare».

«Non venire ancora», ha mormorato. «Non finché non te lo dico. Guardami.»

Il piacere saliva lento, pesante, come un’onda che non voleva spezzarsi. La pelle mi bruciava. I capezzoli pulsavano tra le sue dita. Quando ero già al limite, tremante, bagnata fino alla coscia, ha ritirato le mani. Ho gemuto per la mancanza.

«Togliti i pantaloni. E le mutandine.»

Ho fatto fatica nello spazio stretto dell’auto, ma ci sono riuscita. Sono rimasta nuda dal petto in giù, solo le scarpe ancora ai piedi. Lui ha aperto la propria cintura con gesti precisi, ha sbottonato i pantaloni e ha tirato fuori il cazzo. Era duro, spesso, le vene in rilievo, la glande già lucida. L’ha fatto scorrere tra le mie labbra bagnate, su e giù, senza entrare, spalmando i miei succhi.

«Chiedilo.»

La voce era ancora calma, ma più bassa.

«Scopami.»

«Meglio. Chiedilo come si chiede quando si vuole davvero.»

«Per favore… scopami.»

Ha sorriso, piccolo, e mi ha afferrato per i fianchi. Mi ha fatta salire a cavalcioni sopra di lui e mi ha fatta scendere piano, centimetro dopo centimetro, fino a sentirlo tutto dentro. Ho gettato la testa all’indietro. Lui ha preso i miei seni con entrambe le mani e ha cominciato a muovere il bacino dal basso, spinte profonde, controllate, regolari.

«Guarda fuori», ha detto. «Guarda il parcheggio. Si sentono le voci dei tuoi colleghi. Se qualcuno esce adesso, vede una donna nuda in macchina. E quella donna sei tu.»

Le spinte sono diventate un po’ più forti. Una mano è scesa a stringermi un gluteo, le dita che affondavano nella carne. L’altra restava sul seno, a torcere il capezzolo. Fuori qualcuno ha alzato la voce per fare un brindisi, seguito da risate.

«Sei la collega di mia moglie», ha continuato, la voce ancora misurata. «Sei sposata. E stai prendendo il cazzo del marito di Elena mentre fuori loro mangiano e ridono. Dimmi quanto ti piace.»

«Mi piace…»

«Più chiaro.»

«Mi piace… essere presa così…»

Solo allora qualcosa è cambiato. La sua mano nei miei capelli si è fatta più ferma, tirandomi appena la testa indietro. Le spinte sono diventate più rudi, più profonde, il bacino che batteva contro di me con un ritmo che non lasciava scampo. La voce è scesa ancora, più roca, più sicura, da uomo abituato a dare ordini e a essere ascoltato.

«Allora ascolta bene. Stai ferma. Lasciati usare. Non muovere il bacino se non te lo dico. Sei qui per prendere quello che ti do, quando te lo do. Capito?»

«Sì…»

«Sì, cosa?»

«Sì… come vuoi tu.»

Ha accelerato. Il suono della pelle contro la pelle riempiva l’abitacolo, mescolato alle risate e alle voci lontane. Io ero completamente aperta, i seni che rimbalzavano tra le sue mani grosse, il clitoride che sfregava contro il suo pube a ogni spinta. Lui mi teneva esattamente dove voleva, una mano nei capelli, l’altra sull’anca, controllando ogni movimento. Quando non riuscivo più a trattenermi mi ha detto all’orecchio, con la voce bassa e precisa di chi dà l’ultimo ordine:

«Vieni. Adesso. Sul mio cazzo. E non fare rumore. Non voglio che ti sentano da là dentro.»

Il corpo ha obbedito prima della mente. L’orgasmo è arrivato lungo, violento, a ondate che mi hanno fatto stringere intorno a lui mentre continuava a scoparmi attraverso di esso, senza rallentare. Solo quando ho smesso di contrarmi ha accelerato fino in fondo, le anche che battevano forti, e si è venuto dentro di me con un gemito basso e controllato, tenendomi i fianchi con forza, scaricando tutto mentre mi teneva premuta contro di lui. Ho sentito ogni pulsazione, ogni getto caldo che mi riempiva.

Siamo rimasti così per diversi minuti. Lui ancora dentro, il respiro caldo contro il mio collo, la sborra che cominciava a colare lenta tra di noi, lungo le cosce. Fuori le voci continuavano, indifferenti: qualcuno che chiedeva il conto, una donna che rideva ancora, il rumore di sedie che venivano spostate.

Alla fine ha parlato, la voce di nuovo perfettamente calma:

«La prossima volta non sarà in macchina. E resterai più a lungo. Farai esattamente quello che ti dico. Tutto. Capito?»

«Sì.»

«Sì, cosa?»

«Sì… come vuoi tu.»

Ha annuito, soddisfatto. Mi ha lasciato rivestirmi da sola, guardandomi farlo in silenzio. Quando ho aperto lo sportello e sono scesa, le gambe ancora tremanti, mi ha detto solo:

«Guida attenta, Karen. E non lavarti troppo quando arrivi a casa. Voglio che tu senta ancora tutto.»

Sono tornata alla mia macchina. L’odore di lui mi era rimasto addosso, tra le cosce, sui seni segnati dalle sue dita. E per tutta la strada verso casa, mentre Paolo sicuramente stava ancora guardando la partita, non sono riuscita a smettere di sentire le sue mani, la sua voce, e il modo in cui, solo alla fine, era diventato esattamente quello che avevo immaginato: un uomo che sa comandare, e che sa farsi obbedire.

---
per commenti , racconti , recezioni contattarmi a karen90x@libero.it
scritto il
2026-10-03
442
visite
5
voti
valutazione
5.4
il tuo voto

Continua a leggere racconti dello stesso autore

racconto precedente

L’allenatore di mio figlio

Commenti dei lettori al racconto erotico

cookies policy Per una migliore navigazione questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti. Proseguendo la navigazione ne accetti l'utilizzo.