Noemi

di
genere
esibizionismo

Mi piace raccogliere confessioni, fantasie, esperienze dei lettori o da persone con cui sono in contatto e trasformarle in racconti.
Se siete interessati scrivete a caterina0126@libero.it

Mi chiamo Noemi, ho trent’anni, e questa è la prima volta che racconto per intero quello che è successo quell’estate.
Lavoro in un ufficio di contabilità in una città del nord. Vita ordinaria, fidanzato ordinariissimo che si chiama Matteo e che da due anni mi scopa sempre allo stesso modo, al buio, sotto le coperte. Io non mi sono mai lamentata. Non gli ho mai detto che quando chiudo gli occhi immagino tutt’altro. Immago di essere nuda dove tutti possono vedermi. Immago di essere usata mentre occhi sconosciuti mi guardano le tette, il culo, la fica aperta. Immago di sembrare una troia e di venire proprio per quello.
Quel giugno ho chiesto ferie e sono partita da sola.
Destinazione: un’isola greca piccola, vento caldo, mare chiaro, e una spiaggia nudista nascosta dietro una scogliera che i turisti normali non raggiungono. L’avevo trovata su un forum. Foto scure, recensioni scritte da gente che sapeva cosa cercava. Ho prenotato una stanza in una pensione a tre chilometri. Ho detto a Matteo che avevo bisogno di stare un po’ da sola. Lui ha annuito e mi ha accompagnato in aeroporto con la solita faccia tranquilla.
Il primo pomeriggio sulla spiaggia l’ho passato ancora con il costume.
Bikini nero a fascia, quello che mi stringe bene le tette. Le ho sempre avute grosse, pesanti, con i capezzoli scuri e larghi. Il culo è ancora sodo, le cosce piene ma ferme. La pelle, dopo tre giorni di sole, era diventata ambrata, calda, lucida di olio. Capelli scuri raccolti in una coda alta, occhi scuri. Mi guardavano già così, anche vestita. Uomini e qualche donna. Sguardi che scendevano sul mio seno e restavano lì un secondo di troppo.
Il secondo giorno ho deciso.
Sono arrivata verso le undici. La spiaggia non era affollata: una quarantina di persone sparse, la maggior parte già nude. Ho steso il telo scuro vicino a una roccia bassa, abbastanza in vista. Mi sono tolta la maglietta. Poi i pantaloncini. Sono rimasta in costume ancora un minuto, il cuore che mi batteva in gola. Poi ho sfilato la fascia del reggiseno. Le tette sono uscite pesanti, i capezzoli già un po’ duri per il vento. Ho sentito almeno sei paia di occhi puntarmi addosso. Ho esitato solo un secondo, poi ho calato anche lo slip.
Restai nuda.
L’aria mi ha toccato tutto. Il pube rasato da due giorni, le labbra della fica, il culo. Mi sono sdraiata a pancia in su, le braccia lungo i fianchi, le gambe leggermente aperte. Chiudevo gli occhi e li riaprivo. Ogni volta trovavo qualcuno che mi guardava. Un uomo sulla cinquantina, panza, cazzo molle che però si muoveva mentre mi fissava il seno. Una coppia più giovane: lei gli parlava all’orecchio e lui non staccava gli occhi dalle mie tette. Un altro, magro, seduto a dieci metri, si stava già toccando sopra l’asciugamano.
Mi sono sentita una troia.
E mi sono bagnata immediatamente.
Ho passato quasi un’ora così, ferma, offrendomi allo sguardo. Ogni tanto mi alzavo sulla schiena, facevo finta di sistemare i capelli, e le tette si muovevano. Sapevo cosa stavano guardando. A un certo punto mi sono girata a pancia in giù, ho piegato un ginocchio e ho alzato leggermente il bacino. Sapevo che da dietro si vedeva tutto: il culo aperto, la fica in mezzo. Ho contato fino a sessanta. Poi sono tornata a pancia in su.
Un uomo si è avvicinato.
Alto, forse quarantacinque anni, pelle bruciata dal sole, cazzo già mezzo duro. Si è seduto a due metri dal mio telo, senza chiedere permesso. Mi ha guardata dritto nelle tette e ha detto in un inglese stentato:
«Beautiful. Very beautiful tits.»
Ho sorriso. Non ho coperto niente.
«You can look», ho risposto. La voce mi è uscita più roca del solito.
Lui ha annuito e ha continuato a guardare. Dopo un po’ ha tirato fuori il cazzo e ha cominciato a segarselo piano, senza nascondersi. Io l’ho lasciato fare. Anzi, mi sono seduta, ho piegato le ginocchia e ho aperto un po’ di più le cosce. Lui ha accelerato il movimento della mano. Io sentivo il vento sulla fica bagnata e gli occhi di almeno altre cinque persone sopra di me.
È stato il momento in cui ho capito che non sarei tornata indietro.
Nel pomeriggio la spiaggia si è riempita di più.
Io restavo nuda. Mi alzavo, andavo in acqua, tornavo, l’acqua mi scorreva tra le tette e sul pube. Ogni passo era uno spettacolo. Le tette rimbalzavano. Il culo si muoveva. Sapevo di essere la più guardata. Una donna più grande mi ha sorriso e mi ha detto in italiano: «Hai un corpo da far peccare i santi». Io ho riso e non ho risposto. Mi sono solo stesa di nuovo con le gambe più aperte di prima.
Verso le sei, quando il sole cominciava a scendere, un altro uomo si è avvicinato. Più giovane del primo, forse trentotto, fisico da chi lavora ancora con il corpo, cazzo già duro. Si è accovacciato vicino al mio telo e ha parlato piano, in inglese:
«You like when people watch?»
Ho girato la testa verso di lui.
«Yes.»
«You want more?»
Ho guardato intorno. C’erano ancora una ventina di persone. Alcune chiacchieravano, altre prendevano il sole, ma almeno otto o nove ci stavano già osservando. Il cuore mi batteva così forte che sentivo il sangue nelle orecchie.
«Yes», ho ripetuto.
Lui ha sorriso e si è chinato. Mi ha preso una tetta in mano, pesante, e se l’è portata alla bocca. Ha succhiato il capezzolo forte, davanti a tutti. Io ho gettato la testa all’indietro e ho gemuto. Non piano. Abbastanza perché chi era vicino sentisse. Lui ha passato la lingua sull’altro seno, poi è sceso con la bocca sul mio ventre. Quando ha raggiunto la fica l’ha leccata apertamente, tenendomi le cosce aperte con le mani. Io guardavo gli altri. Un uomo si stava segando senza più nascondersi. Una donna teneva la mano tra le gambe della sua compagna mentre entrambe mi fissavano.
Mi sono sentita esattamente come volevo: una troia in mostra.
Lui si è alzato in ginocchio, ha afferrato il cazzo e me l’ha messo davanti alla bocca. Ho aperto e l’ho preso. L’ho succhiato guardando di lato, verso le persone che ci osservavano. Ogni tanto tiravo fuori il cazzo e lo leccavo piano, solo per far vedere. Lui mi teneva i capelli e spingeva. Io sentivo gli sguardi sul mio viso, sulle mie tette che dondolavano, sulla mia bocca piena.
Dopo un po’ mi ha fatto girare a pecorina sul telo.
Mi ha aperto il culo con le mani e mi è entrato nella fica con una spinta sola. Ho gridato. Non di dolore. Di pure eccitazione. Lui ha cominciato a scoparmi forte, tenendomi i fianchi. Le tette rimbalzavano a ogni botta. Sapevo che da dietro si vedeva tutto: il cazzo che entrava e usciva, il mio culo aperto, forse anche il buco del culo. A un certo punto ha allargato di più le mie chiappe e ha sputato lì in mezzo, solo per farlo vedere.
«Look at her», ha detto a voce alta, rivolto a chi stava intorno. «Look at this slut.»
Qualcuno ha risposto qualcosa in una lingua che non ho capito. Un altro uomo si è avvicinato e si è messo a segarsi a un metro dal mio viso. Io l’ho guardato dritto negli occhi mentre venivo. Il primo orgasmo mi ha scosso così forte che ho dovuto affondare le mani nella sabbia per non cadere in avanti. Lui ha continuato a scoparmi attraverso tutto, senza rallentare.
Quando mi ha volta di nuovo a pancia in su, le mie gambe erano aperte verso il mare e verso le persone. Lui mi teneva le cosce e mi sfondava. Io mi tenevo le tette con le mani, le stringevo, le offrivo. Qualcun altro si era avvicinato. Un terzo uomo. Più grande, panza, cazzo grosso e scuro. Si è messo in ginocchio vicino alla mia testa e me l’ha cacciato in bocca senza chiedere. Io l’ho preso. Ora avevo un cazzo nella fica e uno in gola, e almeno dieci persone che guardavano. Qualcuna si toccava. Qualcuno filmava forse, non lo so e non mi importava.
Mi sono sentita il corpo intero come una cosa esposta.
Le tette grosse che rimbalzavano, la bocca piena, la fica che faceva rumore a ogni spinta, gli occhi di tutti sopra di me. Ero una troia da spiaggia. Ero esattamente quello che avevo immaginato per anni mentre Matteo mi scopava al buio.
Il secondo uomo è venuto in bocca. Me l’ha sparato sulla lingua e sulle labbra e io l’ho tenuto lì, a bocca aperta, perché gli altri vedessero. Il primo ha accelerato e mi ha venuto dentro con un gemito basso. Quando è uscito lo sborro mi è colato subito fuori. Non mi sono chiusa. Sono rimasta con le gambe aperte, la fica che perdeva, il viso sporco, le tette al sole.
Qualcun altro ha chiesto qualcosa.
Io ho solo annuito.
Il terzo è entrato. Poi un quarto.
Non ricordo i volti. Ricordo solo le mani sulle mie tette, i cazzi che mi entravano, gli sguardi. A un certo punto ero di nuovo a pecorina e qualcuno mi scopava mentre un altro mi teneva la testa e mi usava la bocca. Qualcuno mi ha schiaffeggiato le tette. Qualcuno mi ha sputato sulla schiena. Io venivo. Continuavo a venire. Ogni orgasmo era più sporco del precedente perché sapevo che mi stavano guardando mentre lo facevo.
Quando il sole era quasi calato mi hanno lasciata sul telo.
Ero piena. Sborra sulla pancia, sulle tette, tra le gambe, un po’ sulla guancia. Mi sono alzata in ginocchio, ho guardato intorno e ho sorriso. Qualcuno ha battuto le mani piano, quasi per scherzo. Io ho riso. Poi mi sono alzata, ho raccolto le cose senza rivestirmi e ho camminato nuda fino al sentiero che portava via dalla spiaggia. Solo lì, quando nessuno poteva più vedermi, mi sono messa la maglietta e i pantaloncini.
Ho camminato i tre chilometri fino alla pensione con lo sborro che ancora mi colava lungo la coscia.
In camera mi sono guardata allo specchio.
Capelli scuri scarmigliati, occhi scuri lucidi, bocca gonfia, tette segnate da dita, il resto del corpo lucido di sudore e di altro. Sembravo esattamente una troia che aveva passato il pomeriggio a farsi usare in pubblico.
Mi sono seduta sul bordo del letto e ho pianto.
Non di vergogna.
Di quanto fossi eccitata ancora.
Di quanto volessi già tornare domani.
E ci sono tornata.
Ogni giorno, fino alla fine della settimana.
A volte solo per stendermi nuda e farmi guardare.
A volte per di più.
Quando sono rientrata a casa, Matteo mi ha abbracciata all’aeroporto e mi ha detto che ero più abbronzata e più bella. Io ho sorriso e ho detto grazie.
Quella notte mi ha scopata al buio, sotto le coperte, come sempre.
Io ho chiuso gli occhi e ho rivisto tutti quegli sguardi sulle mie tette, sulla mia fica aperta, sul mio viso sporco.
Sono venuta in silenzio, stringendolo forte.
E ho già cominciato a pensare a dove andrò l’estate prossima.
scritto il
2026-09-30
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