Lorenzo e Beatrice

di
genere
orge

I miei racconti sono confessioni dei lettori o di qualcuno con cui sono in contatto, alcune sono fantasie mia realizzate altre storie realmente accadute ma inconfessabili.
Per contattarmi e raccontarmi le vostre storie da far diventare un racconto scrivete a caterina0126@libero.it

Mi chiamo Lorenzo, ho ventinove anni, lavoro come responsabile di magazzino in un’azienda di logistica alla periferia della città. Turni spezzati, camion che caricano e scaricano, radio sempre accesa, caffè cattivo dalla macchinetta. Beatrice ha ventisette anni, fa l’impiegata amministrativa in uno studio di commercialisti. Ci siamo conosciuti tre anni fa a una festa di amici comuni. Da due anni e mezzo viviamo insieme in un bilocale al quarto piano di un palazzo anni Settanta.
La sera in cui tutto è cominciato pioveva.
Eravamo sul divano, lei con le gambe accavallate sulle mie, io che le accarezzavo la coscia senza troppa fretta. Avevamo già scopato due volte quel weekend, ma lei sembrava ancora carica. A un certo punto ha spento la televisione, si è girata verso di me e ha detto:
«Ho una cosa da chiederti. Se ti fa schifo me lo dici e chiudiamo qui.»
Aveva la voce ferma, ma le dita le tremavano leggermente sul mio petto.
«Dimmi.»
Ha tirato un respiro.
«Voglio che mentre mi scopi mi racconti di un altro uomo. Non un ragazzo bello. Un uomo vecchio, grasso, brutto. Voglio che mi descrivi come me lo presti. Come lo guardi mentre mi usa. Come me lo fai subire. E voglio venire su quelle parole.»
Sono rimasto zitto qualche secondo. Il cazzo, che era solo mezzo interessato, ha dato un sobbalzo quasi immediato.
«Vecchio quanto?»
«Sessanta, forse di più. Panza, tette da uomo, puzzolente di sudore e di colonia economica. Mani grosse, callose. Cazzo non particolarmente bello, ma grosso e sempre duro perché gli piaccio.»
Ho sentito la bocca secca.
«E io cosa faccio in questa storia?»
«Tu stai lì. Guardi. A volte mi tieni ferma. A volte gli dici cosa farmi. A volte lo ringrazi perché ti sta scopando la tua ragazza. Voglio i dettagli. Più sono sporchi, meglio è.»
Quella notte abbiamo scopato tre volte.
Ogni volta le ho raccontato pezzi diversi.
La prima volta l’uomo si chiamava Giorgio, sessantadue anni, ex camionista, viveva in un monolocale sopra un’officina. Beatrice veniva forte, con un gemito lungo e rotto, mentre io le dicevo come Giorgio le apriva le gambe con le mani rudi e le sputava in faccia prima di entrare.
Dopo, sdraiati nel buio, lei mi ha accarezzato i capelli e ha detto solo:
«Grazie. Possiamo continuare?»
Da quella sera è diventata una cosa nostra.

Sono passate sei settimane.
Oggi è sabato.
Beatrice è tornata dalla palestra verso le undici, ancora sudata, i capelli raccolti in una coda alta, la canottiera grigia attillata. Io stavo scaricando la lavatrice. Mi ha guardato dalla soglia della cucina e ha detto:
«Stasera voglio la versione lunga. Quella in cui mi presti per un intero pomeriggio.»
Ho annuito.
Sapevo già come sarebbe andata.
Abbiamo pranzato in silenzio, un’insalata e del pollo. Poi lei è andata a farsi una doccia lunga. Quando è uscita aveva indosso solo una delle mie vecchie magliette grigie che le arriva a metà coscia. Niente sotto. Si è seduta sul divano e ha aperto le gambe appena quanto bastava perché io vedessi che era già un po’ bagnata.
«Vieni qui.»
Mi sono inginocchiato tra le sue cosce. Lei mi ha preso per i capelli e mi ha avvicinato al sesso.
«Lecca. Piano. E mentre lecchi inizia a raccontare.»
Ho passato la lingua tra le labbra. Sapeva di sapone e di lei. Beatrice ha tirato un respiro lungo.
«Lui è ancora Giorgio», ho cominciato, la bocca contro di lei. «oggi ti ho portato io a casa sua. Gli ho detto che eri disponibile dalle tre alle otto. Lui ha solo annuito e ti ha fatto entrare.»
Lei ha spinto leggermente il bacino in avanti.
«Descrivi la casa.»
«Puzza di fritto vecchio e di umidità. Tende chiuse. Un divano di finta pelle nera tutto screpolato. Giorgio era in canottiera bianca gialla di sudore, la pancia prominente che gli usciva sopra i pantaloni della tuta. Ti ha guardata da sopra in giù e ha detto: “Questa me la scoperò bene”».
Beatrice ha gemuto.
Ho spinto due dita dentro di lei mentre continuavo a leccarle il clitoride.
«Ti ha fatto spogliare nel corridoio. Quando sei rimasta nuda ti ha girata e ti ha dato uno schiaffo sul culo. Forte. Poi ti ha portato in camera. Il materasso affonda. Lui si è tolto la canottiera. È peloso, flaccido. Si è sdraiato e ti ha fatto montare sopra, ma al contrario, a sessantanove. Ti ha messo a novanta, la faccia sul suo cazzo.»
«Com’è il cazzo?» ha chiesto lei, la voce già rotta.
«Grosso. Non lunghissimo, ma spesso. La pelle un po’ flaccida intorno. Odore forte di uomo che non si lava bene. Ti ha afferrato i capelli e ti ha spinto giù. “Succhia, puttana. Tuo fidanzato ha detto che sei brava”».
Beatrice ha cominciato a muovere i fianchi contro la mia bocca. Le dita le ho piegate verso l’alto, cercando il punto giusto.
«Ti ho guardato da dietro», ho continuato. «Stavo sulla soglia. Giorgio ti scopava la bocca con movimenti lenti e profondi. Ogni tanto ti tirava su per i capelli e ti sputava in faccia. Tu tossivi e lui rideva. Poi ti ha rovesciata sulla schiena, ti ha aperto le gambe e si è messo tra di esse. Prima di entrare ti ha dato due schiaffi sulla fica. Forte. Hai gemuto. Lui ha detto: “Questa è già fradicia. Il tuo ragazzo ti ha preparata bene”».
Beatrice ha tirato un grido corto.
Le ho succhiato il clitoride con più insistenza.
«Quando è entrato ha fatto un verso grosso, da animale. Ti ha riempita tutta in una sola spinta. Poi ha cominciato a scoparti. Non c’era ritmo. Solo spinte pesanti, la panza che ti sbatteva contro il pube, il fiato corto che ti arrivava in faccia. Ti teneva le cosce aperte con le mani grosse e sudate. Io stavo seduto sulla sedia accanto al letto e ti guardavo. Ogni tanto Giorgio si girava verso di me e diceva: “Bella figa che hai, ragazzo. Me la godrò tutta”».
Beatrice ha venuto così, con un brivido lungo che le è partito dalla pancia e le è salito fino alla gola. Le gambe le hanno tremato intorno alla mia testa. Ho continuato a leccare piano finché non mi ha spinto via con una mano debole.
È rimasta distesa qualche minuto, respirando a bocca aperta. Poi ha detto:
«Adesso scopami. E continua la storia. Voglio arrivare fino alla fine.»
Mi sono alzato, mi sono tolto i pantaloni e le boxer. Il cazzo era duro da fare male. Mi sono messo tra le sue gambe e sono entrato con una sola spinta. Era caldissima e stretta dopo l’orgasmo. Beatrice ha chiuso gli occhi e ha allacciato le caviglie dietro la mia schiena.
«Riprendi da quando mi stava scopando», ha sussurrato.
Ho cominciato a muovermi dentro di lei, piano.
«Giorgio ti ha scopata così per quasi mezz’ora. Sudava. Gocce di sudore ti cadevano sul seno e sul viso. A un certo punto ti ha voltata a pecorina. Ti ha afferrato i fianchi con le mani che ti lasciavano i segni e ha ricominciato. Il suono era umido e volgare. Ogni tanto ti dava uno schiaffo sul culo e diceva: “Tieni duro, cagna. Ancora non ho finito”».
Beatrice muoveva i fianchi incontro alle mie spinte. Aveva gli occhi socchiusi, la bocca aperta.
«Io mi sono alzato», ho continuato, accelerando un poco. «Mi sono avvicinato al letto. Giorgio ha smesso di scoparti solo il tempo di guardarmi e dire: “Vuoi che te la riempia? O la vuoi pulita?”. Io gli ho risposto: “Riempila. È tua per oggi”. Lui ha sorriso con i denti gialli e ha ricominciato più forte. Ti ho tenuto i polsi dietro la schiena mentre lui ti sfondava. Tu piangevi quasi, ma non di dolore. Di troppa eccitazione.»
Beatrice ha gemuto il mio nome.
«Quando è venuto ha spinto fino in fondo e ha ruggito. L’ho sentito scaricarsi dentro di te a ondate. È rimasto conficcato ancora un po’, poi è uscito. La sua sborra ti è colato subito fuori, spessa e bianco, mescolata ai tuoi liquidi. Giorgio ti ha dato un’ultima pacca sul culo e ha detto: “Brava puttana. La prossima volta ti prendo anche il culo”. Poi si è allontanato per andare in bagno.»
Beatrice ha venuto di nuovo.
Questa volta più forte. Le unghie mi sono entrate nella schiena. Io ho tenuto il ritmo, non ho accelerato, le ho lasciato finire l’onda completa.
Quando ha riaperto gli occhi aveva le pupille dilavate.
«Non fermarti», ha detto. «Finisci tu. E dimmi cosa hai fatto dopo.»
Ho ricominciato a scoparla con spinte più profonde.
«Quando Giorgio è andato in bagno io mi sono chinato su di te. Ti ho aperto le labbra della fica con le dita e ho guardato la sborra che ti usciva. Poi ti ho leccata. Piano. Ho preso in bocca quello che lui ti aveva lasciato dentro. Tu tremavi. Ti ho detto: “Brava. L’hai presa tutta”. Poi ti ho baciato in bocca perché sentissi lo stesso sapore.»
Beatrice ha chiuso gli occhi di nuovo.
Io sentivo l’orgasmo arrivare. Ho accelerato.
«Poi ti ho rimesso a pecorina e ti ho scopata io. Dentro al suo sperma. Era caldo e scivoloso. Ti sono venuto dentro dopo poche spinte, mescolando la mia sborra alla sua. E mentre venivo ti ho detto all’orecchio: “Adesso sei piena di tutti e due. La mia puttana prestata”».
Sono venuto così, con un gemito basso, spingendo fino in fondo. Beatrice ha stretto le gambe intorno a me e ha tenuto la posizione finché non ho finito di scaricarmi.
Siamo rimasti immobili a lungo.
Il sole del pomeriggio entrava obliquo dalle tapparelle mezze chiuse. Si sentiva solo il nostro respiro.
Alla fine lei mi ha accarezzato i capelli bagnati di sudore e ha detto, con voce rauca:
«La prossima volta voglio la versione in cui mi presti per un’intera notte. E in cui lui mi usa anche il culo.»
Ho annuito contro il suo collo.
«Va bene.»
Fuori aveva smesso di piovere.
Dentro al bilocale, sul divano umido di noi due, la storia di Giorgio era già diventata più reale di molte cose vere.

Sono passati undici giorni dall’ultima volta.
Beatrice ha aspettato il sabato in cui entrambi eravamo liberi. Al mattino è andata in palestra, è tornata, ha fatto colazione in silenzio e poi mi ha guardato da sopra la tazza del caffè.
«Stasera voglio la versione completa. Non un pomeriggio. Una notte intera. E non solo Giorgio. Voglio che ce ne siano altri.»
Ho posato la tazza.
«Quanti?»
«Quattro. Tutti vecchi. Tutti grassi. Tutti brutti. Uno di loro deve essere ancora più schifoso degli altri. Voglio il bukkake finale. Voglio che mi racconti tutto mentre mi scopi. Senza saltare i dettagli.»
Ho annuito.
Sapevo già che sarebbe stata una di quelle sere in cui la voce mi si sarebbe roca prima del cazzo.

Alle nove e mezzo eravamo già nudi sul letto.
La stanza odorava di lei, di sapone e di quella tensione particolare che arriva solo quando stiamo per entrare in una delle sue storie. Beatrice era sdraiata sulla schiena, le cosce aperte, le ginocchia piegate. Io ero in ginocchio tra le sue gambe, il cazzo già duro, ma non ancora dentro. Le stavo accarezzando il sesso con due dita, piano, solo per tenerla sul filo.
«Inizia», ha detto. «Dalla porta di casa loro.»
Ho tirato un respiro e ho cominciato.
«Ti ho portata io. Erano le nove di sera. L’indirizzo era in una zona di capannoni fuori città, un villino basso con le tapparelle tutte chiuse. Ho suonato. Ha aperto Giorgio. Stessa canottiera gialla di sudore, stessa panza, stessi pantaloni della tuta. Dietro di lui, nel corridoio, c’erano gli altri tre.»
Beatrice ha spinto il bacino contro le mie dita.
«Descrivilo.»
«Il più grosso si chiama Franco. Sessantotto anni, quasi due quintali, tette cadenti, collo scomparso, fiato che puzza di cipolla e di denti non lavati. Quello magro e peloso è Sergio, sessantacinque, braccia lunghe, cazzo sottile ma lungo, occhiali spessi e sguardo da cane randagio. L’ultimo è Enzo. Il più schifoso. Sessantuno anni, basso, pancia molle, porri sulle spalle, mani sempre sudate, e un cazzo corto e grosso che gli resta a metà anche quando è eccitato. Giorgio ti ha fatto entrare e ha chiuso la porta a chiave.»
Ho piegato le dita dentro di lei e ho cercato il punto. Beatrice ha gemuto basso.
«Ti hanno fatta spogliare nel soggiorno. Quattro paia di occhi sopra di te. Franco ha detto: “Questa me la scoperò finché non piange”. Sergio ti ha girato intorno e ti ha dato uno schiaffo sul culo. Enzo si è limitato a guardarti la fica e a leccarsi i denti. Giorgio ti ha presa per un braccio e ti ha portata in camera da letto. Un materasso basso, lenzuola scure, odore di chiuso e di uomo.»
Sono entrato in lei con una spinta lenta. Era già molto bagnata. Ho restato fermo fino in fondo e ho continuato a parlare.
«Ti hanno messa al centro del letto. Giorgio ti ha aperto le gambe e si è messo tra di esse per primo. È entrato senza preliminari, con una spinta sola. Tu hai fatto un verso e lui ha riso. Ha cominciato a scoparti con quei movimenti pesanti che conosci. Franco nel frattempo si era tolto la canottiera e si stava segando guardandoti. Sergio ti ha preso i polsi e te li ha tenuti sopra la testa. Enzo si è avvicinato al tuo viso con il cazzo già in mano e te l’ha battuto sulle labbra. “Apri”, ha detto. Hai aperto. Te l’ha cacciato in bocca. Sapeva di piscio vecchio e di formaggio.»
Beatrice ha stretto le cosce intorno ai miei fianchi. Io ho cominciato a muovermi, piano, profondamente.
«Giorgio ti ha scopata per un pezzo. Poi si è tirato fuori e ha detto a Franco: “Provala pure”. Franco è salito sul letto facendo scricchiolare tutto. Ti ha montato a cavallo al contrario, la schiena contro il suo petto flaccido, e ti ha infilato il cazzo grosso e corto da dietro mentre ti teneva le tette con le mani enormi. Sergio nel frattempo ti ha messo il cazzo in bocca. Enzo ti sputava in faccia e ti diceva: “Brava troia, prendili tutti”.»
Ho accelerato un poco. Beatrice ansimava.
«Franco ti ha venuto dentro dopo pochi minuti, con un ruggito. Quando è uscito la sborra ti è colato subito lungo la coscia. Giorgio ha detto: “Non la pulire. La prossima la prende così”. Poi è toccato a Sergio. Ti ha messo a pecorina, ti ha afferrato i fianchi e ha cominciato a scoparti con spinte lunghe e precise. Enzo ti teneva la testa e ti scopava la bocca nello stesso ritmo. Io stavo seduto sulla sedia in un angolo, con il cazzo fuori, e vi guardavo. Ogni tanto Giorgio veniva vicino a me e mi diceva: “Bella troia che hai portato, ragazzo. Stasera la rovinamo”».
Beatrice è venuta la prima volta così.
Un orgasmo lungo, silenzioso, che le ha fatto tremare tutta la pancia. Io ho tenuto il ritmo costante, senza fermarmi, e ho continuato a parlare sopra i suoi gemiti.
«Quando Sergio ha finito ti ha tirato fuori e ti ha sparato lo sperma sulla schiena. Enzo ha voluto la fica. Ti ha rovesciata, ti ha aperto le gambe con le ginocchia e ci si è cacciato dentro. Il suo cazzo corto ti faceva un male particolare, tipo che non arrivava dove volevi ma ti riempiva lo stesso. Ti scopava con rabbia, ti schiaffeggiava le tette, ti tirava i capelli. Giorgio nel frattempo ti aveva messo di nuovo il cazzo in bocca. Franco si stava già risegando guardandoti.»
Ho sollevato le sue gambe e le ho messe sulle mie spalle. Sono andato più in profondità. Beatrice ha gettato la testa all’indietro.
«A un certo punto ti hanno messa in ginocchio per terra. I quattro si sono disposti intorno a te. Giorgio, Franco, Sergio ed Enzo. Tutti con il cazzo in mano. Ti hanno detto di tenere la bocca aperta e gli occhi aperti. Hanno cominciato a segarsi sopra il tuo viso. Il primo a venire è stato Enzo. Ti ha sparato in fronte e su un occhio. Poi Franco, più abbondante, ti ha coperto labbra e mento. Sergio ti ha preso per i capelli e ti ha sparato direttamente in gola. Giorgio per ultimo. Ti ha mirato la lingua e ci ha scaricato tutto. Quando hanno finito avevi il viso lucido, lo sperma che ti colava sul collo e sul seno. Giorgio ha detto: “Leccalo. Tutto. Non sprecare”».
Beatrice ha venuto di nuovo.
Questa volta ha gridato. Le unghie mi sono entrate nei glutei. Io ho dovuto stringere i denti per non venire subito.
«Ti hanno lasciata così per un po’, in ginocchio, a leccarti le labbra. Poi Giorgio ti ha rialzata e ti ha riportata a letto. Ha detto: “Adesso il culo”. Ti hanno messo a pancia in giù, con un cuscino sotto i fianchi. Franco ti ha tenuto le chiappe aperte. Sergio ti ha sputato sul buco del culo e ci ha cacciato dentro due dita. Tu hai pianto. Non di dolore vero, ma di quella cosa che ti viene quando è troppo. Poi Giorgio ci ha messo il cazzo. Piano all’inizio, poi sempre più a fondo. Ti ha scopato il culo mentre Enzo ti teneva la testa e ti faceva di nuovo leccare il cazzo sporco. Franco e Sergio si segavano guardandoti.»
Stavo scopando Beatrice con spinte lunghe e pesanti. Lei piangeva quasi, ma era il pianto buono, quello che conosco.
«Giorgio ti è venuto nel culo. Quando è uscito lo sperma ti è colato dietro, denso. Poi ci è andato Franco. Il suo cazzo grosso ti ha fatto gridare. Ti ha scopata da dietro con tutta la sua panza che ti batteva sul bacino. Sergio nel frattempo ti aveva messo di nuovo il cazzo in bocca. Io mi sono alzato dalla sedia e mi sono avvicinato. Giorgio mi ha passato una mano sulla spalla e mi ha detto: “Alla fine la ripulisci tu, vero?”. Io ho annuito.»
Beatrice scuoteva la testa da una parte all’altra, gli occhi chiusi, la bocca aperta.
«Quando Franco ha finito nel tuo culo, ti hanno voltata di nuovo. Eri un disastro. Sborra sul viso, sborra nella fica, sborra nel culo, tutto mescolato. Sergio è entrato nella fica ancora piena e ti ha dato le ultime spinte. Poi si sono tutti e quattro messi in piedi intorno al letto e ti si sono segati di nuovo sopra. Secondo giro. Meno abbondante, ma abbastanza da ricoprirti il seno e la pancia. Alla fine eri lucida da testa a vita.»
Sentivo l’orgasmo arrivare. Beatrice pure. Le gambe le tremavano sulle mie spalle.
«Quando se ne sono andati in bagno a pulirsi, io sono salito sul letto. Ti ho aperto le gambe. Ho guardato tutto quello che ti usciva. Poi ti ho leccata. Prima la fica, poi ti ho girata e ti ho leccato il culo. Ho preso in bocca quello che avevano lasciato. Tu tremavi e piangevi e mi dicevi grazie. Alla fine ti ho messo il cazzo dentro, nella fica ancora piena di loro, e ti ho scopata piano. Mentre ti venivo dentro ti ho detto all’orecchio: “Adesso sei piena di cinque uomini. Quattro vecchi e il tuo ragazzo. La mia puttana di una notte intera”».
Siamo venuti insieme.
Beatrice con un grido rotto, io con un gemito basso e lungo, spingendo fino in fondo mentre le sparavo tutto dentro. Siamo rimasti bloccati l’uno nell’altra per quasi un minuto, sudati, tremante, il cuore che batteva a martello.
Poi sono uscito piano e mi sono sdraiato di fianco.
Beatrice aveva il viso bagnato di lacrime e di sudore. Respirava ancora a scatti. Dopo un pezzo ha girato la testa verso di me e ha parlato con voce rauca, quasi distrutta:
«La prossima volta voglio che uno di loro mi pisci addosso mentre gli altri mi scopano.»
Ho tirato su con il naso e le ho accarezzato i capelli appiccicati alla fronte.
«Va bene», ho risposto. «La prossima volta.»
Fuori dalla finestra la città faceva il suo rumore lontano.
Dentro al nostro letto, Beatrice si è avvicinata e ha posato la testa sul mio petto.
Era finita per stanotte.
Ma sapevamo entrambi che Giorgio, Franco, Sergio ed Enzo non erano ancora andati via del tutto.
Restavano lì, da qualche parte tra le nostre parole e il suo corpo ancora caldo
scritto il
2026-09-30
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