Mio figlio e il confronto sulle dimensioni con l amico
di
Melissa86
genere
confessioni
Ho quarant'anni e mio figlio ne ha diciotto. Viviamo insieme e il nostro rapporto è generalmente sereno. Negli ultimi anni il suo modo di vivere è cambiato parecchio, soprattutto perché è diventato maggiorenne e ha iniziato ad avere maggiore autonomia nelle decisioni, negli impegni e nelle amicizie. Mio figlio è un ragazzo abbastanza riservato in alcune cose, mentre in altre è molto socievole. Trascorre tempo con i suoi amici, li invita a casa e spesso passa con loro interi pomeriggi. Io conosco alcune delle persone che frequenta, mentre altre le conosco soltanto di vista. Non sento il bisogno di controllare continuamente le sue amicizie, perché a diciotto anni considero normale che abbia una vita sociale indipendente dalla famiglia.
Anche il rapporto tra noi è cambiato con la sua crescita. Quando era bambino ero molto più coinvolta nella sua quotidianità: sapevo quando aveva scuola, quali compiti doveva fare, dove andava e con chi. Ora molte di queste cose appartengono direttamente alla sua responsabilità. Io continuo a interessarmi a lui, naturalmente, ma cerco di distinguere l'interesse dal controllo. In casa abbiamo quindi abitudini abbastanza semplici. Quando è nella sua camera da solo, gli lascio tranquillamente il suo spazio. Se ha un amico con sé, generalmente non entro senza prima bussare. La sua camera è diventata nel tempo il luogo in cui può stare per conto proprio, ascoltare musica, parlare con gli amici o semplicemente rilassarsi.
Quel pomeriggio è proprio così. Mio figlio invita a casa un amico, anche lui maggiorenne, e i due si sistemano nella sua camera. L'amico è italiano, è nero e mio figlio lo conosce abbastanza bene da avere con lui un rapporto confidenziale. Quando arriva, lo saluto normalmente e li lascio andare nella camera. Non faccio domande su cosa abbiano intenzione di fare e non mi interessa controllare le loro conversazioni. Io ho alcune faccende da svolgere in cucina. Sistemo alcune cose, pulisco il piano di lavoro e penso a cosa preparare per cena. La casa è abbastanza tranquilla, anche se dalla camera arrivano periodicamente le voci dei due ragazzi. Ogni tanto sento una risata o qualche parola pronunciata più forte, ma non presto attenzione al contenuto.
A diciotto anni mio figlio ha ormai una sfera privata abbastanza definita. Ci sono argomenti dei quali parla tranquillamente con me e altri che preferisce discutere con gli amici. Per me questa distinzione è normale e non rappresenta un problema nel nostro rapporto. Anche quando gli amici vengono a casa, quindi, cerco di rispettare questa situazione. Non entro nella sua camera senza motivo, non ascolto intenzionalmente le conversazioni e non gli chiedo continuamente cosa stia facendo. Mi limito a lasciargli lo spazio necessario, intervenendo soltanto quando serve. Quel pomeriggio, mentre sono in cucina, le loro voci continuano ad arrivare dalla camera attraverso la porta chiusa. Io sto svolgendo le mie normali attività e inizialmente non presto alcuna attenzione a quello che stanno dicendo.
Quel pomeriggio, però, mi capita casualmente di sentire una parte della loro conversazione. Sto sistemando alcune cose in cucina quando dalla camera arriva una voce abbastanza forte da essere comprensibile anche con la porta chiusa. All'inizio non capisco le parole. Sento soltanto che stanno discutendo di una misura e che uno dei due sembra avere qualche difficoltà a leggere correttamente il valore. Poi sento parlare di uno strumento per misurare. Mi fermo per qualche secondo. Non è insolito che in una camera ci sia un righello o un metro. Potrebbero misurare qualsiasi cosa. Un mobile, un oggetto, qualcosa che hanno trovato in casa. Continuo quindi a fare quello che sto facendo.
Dalla camera arriva il rumore di qualcosa che viene appoggiato su una superficie. Uno dei due dice che bisogna fare attenzione a prendere la misura correttamente. L'altro ride. Poi sento nuovamente parlare di centimetri. A quel punto comincio a capire che non stanno misurando un oggetto della camera. Non so ancora esattamente cosa stiano facendo, ma il tono della conversazione è abbastanza particolare. C'è imbarazzo, ci sono risate e soprattutto c'è quella curiosità che riconosco nei ragazzi quando stanno confrontando qualcosa di personale. Cerco di non ascoltare. Mi concentro sul rumore dell'acqua, sui piatti e sulle cose che sto sistemando.
Dopo qualche secondo, però, sento distintamente il primo valore.
«Venticinque centimetri.»
Rimango immobile. Non dico nulla. Poco dopo arriva il secondo.
«Dodici.»
Segue un breve silenzio. Poi uno dei due commenta ridendo.Questa volta non ho più dubbi sul fatto che si tratti di una questione intima. Non ho bisogno di vedere nulla. Il contesto è sufficiente. Mi trovo quindi davanti a una situazione piuttosto strana: ho capito perfettamente cosa stanno facendo, ma non voglio sapere altro.
La mia prima reazione è di sorpresa. Penso che sia una conversazione privata tra due ragazzi di diciotto anni. Sono amici, si sentono abbastanza a proprio agio da parlare anche di argomenti personali e probabilmente non si rendono nemmeno conto che dalla cucina si può sentire qualche parola. Per qualche istante mi viene spontaneo chiedermi perché abbiano deciso di confrontarsi. Poi lascio perdere. Non è necessario che io lo sappia. Mi allontano mentalmente dalla conversazione, anche se sono ancora nella stessa parte della casa. Continuo a sistemare la cucina.
Passano alcuni minuti. Ogni tanto arrivano dalla camera altre frasi, ma non cerco più di distinguere le parole. Ho già compreso il punto generale e non voglio trasformare un ascolto accidentale in qualcosa di volontario. Questa distinzione per me è importante. Una cosa è sentire per caso una frase mentre si è in un'altra stanza. Un'altra cosa sarebbe avvicinarsi alla porta, cercare di ascoltare meglio o tentare di vedere cosa stanno facendo. Non voglio farlo. Mi basta sapere che stanno parlando di qualcosa di personale.
A un certo punto decido di avvisarli che sto preparando la cena. Mi incammino verso il corridoio e mi fermo davanti alla porta chiusa. Prima di bussare sento ancora una breve discussione. Non distinguo tutte le parole, ma capisco che stanno verificando nuovamente una misura e commentando la differenza. Non ascolto oltre. Batto piano sulla porta. Le loro voci si interrompono immediatamente. Aspetto. Dico che tra poco è pronto da mangiare e che possono raggiungermi quando hanno finito. Dall'interno arriva una risposta breve. Mi allontano subito. Non faccio domande. Non dico che ho sentito i numeri. Non faccio battute.
Quando torno in cucina mi accorgo che sono ancora sorpresa. Non tanto perché due ragazzi della loro età possano parlare di una questione del genere, quanto perché sono proprio io ad averlo sentito per caso. Penso a mio figlio. A diciotto anni ha ormai una parte della propria vita che non appartiene più alla famiglia. È normale. In realtà è proprio quello che dovrebbe succedere. Una madre deve accompagnare il proprio figlio verso l'indipendenza, non cercare di mantenere il controllo su ogni aspetto della sua vita.
Quando i due ragazzi escono dalla camera, noto una certa esitazione. Mio figlio mi guarda per un momento, quasi cercando di capire se ho sentito qualcosa. Io faccio finta di nulla. Gli chiedo soltanto di aiutarmi a portare alcune cose a tavola. Il suo amico si mette a parlare di un argomento completamente diverso. La situazione torna normale. Durante la cena non viene pronunciata una parola sull'episodio. Io continuo a comportarmi come sempre.Quando la cena finisce, i due ragazzi tornano a parlare per conto loro. Io rimango in cucina a sistemare. Questa volta, quando sento le loro voci dalla camera, non provo nemmeno a capire cosa dicano. So già abbastanza. La mia curiosità non sparisce completamente, ma scelgo di non seguirla.
Anche il rapporto tra noi è cambiato con la sua crescita. Quando era bambino ero molto più coinvolta nella sua quotidianità: sapevo quando aveva scuola, quali compiti doveva fare, dove andava e con chi. Ora molte di queste cose appartengono direttamente alla sua responsabilità. Io continuo a interessarmi a lui, naturalmente, ma cerco di distinguere l'interesse dal controllo. In casa abbiamo quindi abitudini abbastanza semplici. Quando è nella sua camera da solo, gli lascio tranquillamente il suo spazio. Se ha un amico con sé, generalmente non entro senza prima bussare. La sua camera è diventata nel tempo il luogo in cui può stare per conto proprio, ascoltare musica, parlare con gli amici o semplicemente rilassarsi.
Quel pomeriggio è proprio così. Mio figlio invita a casa un amico, anche lui maggiorenne, e i due si sistemano nella sua camera. L'amico è italiano, è nero e mio figlio lo conosce abbastanza bene da avere con lui un rapporto confidenziale. Quando arriva, lo saluto normalmente e li lascio andare nella camera. Non faccio domande su cosa abbiano intenzione di fare e non mi interessa controllare le loro conversazioni. Io ho alcune faccende da svolgere in cucina. Sistemo alcune cose, pulisco il piano di lavoro e penso a cosa preparare per cena. La casa è abbastanza tranquilla, anche se dalla camera arrivano periodicamente le voci dei due ragazzi. Ogni tanto sento una risata o qualche parola pronunciata più forte, ma non presto attenzione al contenuto.
A diciotto anni mio figlio ha ormai una sfera privata abbastanza definita. Ci sono argomenti dei quali parla tranquillamente con me e altri che preferisce discutere con gli amici. Per me questa distinzione è normale e non rappresenta un problema nel nostro rapporto. Anche quando gli amici vengono a casa, quindi, cerco di rispettare questa situazione. Non entro nella sua camera senza motivo, non ascolto intenzionalmente le conversazioni e non gli chiedo continuamente cosa stia facendo. Mi limito a lasciargli lo spazio necessario, intervenendo soltanto quando serve. Quel pomeriggio, mentre sono in cucina, le loro voci continuano ad arrivare dalla camera attraverso la porta chiusa. Io sto svolgendo le mie normali attività e inizialmente non presto alcuna attenzione a quello che stanno dicendo.
Quel pomeriggio, però, mi capita casualmente di sentire una parte della loro conversazione. Sto sistemando alcune cose in cucina quando dalla camera arriva una voce abbastanza forte da essere comprensibile anche con la porta chiusa. All'inizio non capisco le parole. Sento soltanto che stanno discutendo di una misura e che uno dei due sembra avere qualche difficoltà a leggere correttamente il valore. Poi sento parlare di uno strumento per misurare. Mi fermo per qualche secondo. Non è insolito che in una camera ci sia un righello o un metro. Potrebbero misurare qualsiasi cosa. Un mobile, un oggetto, qualcosa che hanno trovato in casa. Continuo quindi a fare quello che sto facendo.
Dalla camera arriva il rumore di qualcosa che viene appoggiato su una superficie. Uno dei due dice che bisogna fare attenzione a prendere la misura correttamente. L'altro ride. Poi sento nuovamente parlare di centimetri. A quel punto comincio a capire che non stanno misurando un oggetto della camera. Non so ancora esattamente cosa stiano facendo, ma il tono della conversazione è abbastanza particolare. C'è imbarazzo, ci sono risate e soprattutto c'è quella curiosità che riconosco nei ragazzi quando stanno confrontando qualcosa di personale. Cerco di non ascoltare. Mi concentro sul rumore dell'acqua, sui piatti e sulle cose che sto sistemando.
Dopo qualche secondo, però, sento distintamente il primo valore.
«Venticinque centimetri.»
Rimango immobile. Non dico nulla. Poco dopo arriva il secondo.
«Dodici.»
Segue un breve silenzio. Poi uno dei due commenta ridendo.Questa volta non ho più dubbi sul fatto che si tratti di una questione intima. Non ho bisogno di vedere nulla. Il contesto è sufficiente. Mi trovo quindi davanti a una situazione piuttosto strana: ho capito perfettamente cosa stanno facendo, ma non voglio sapere altro.
La mia prima reazione è di sorpresa. Penso che sia una conversazione privata tra due ragazzi di diciotto anni. Sono amici, si sentono abbastanza a proprio agio da parlare anche di argomenti personali e probabilmente non si rendono nemmeno conto che dalla cucina si può sentire qualche parola. Per qualche istante mi viene spontaneo chiedermi perché abbiano deciso di confrontarsi. Poi lascio perdere. Non è necessario che io lo sappia. Mi allontano mentalmente dalla conversazione, anche se sono ancora nella stessa parte della casa. Continuo a sistemare la cucina.
Passano alcuni minuti. Ogni tanto arrivano dalla camera altre frasi, ma non cerco più di distinguere le parole. Ho già compreso il punto generale e non voglio trasformare un ascolto accidentale in qualcosa di volontario. Questa distinzione per me è importante. Una cosa è sentire per caso una frase mentre si è in un'altra stanza. Un'altra cosa sarebbe avvicinarsi alla porta, cercare di ascoltare meglio o tentare di vedere cosa stanno facendo. Non voglio farlo. Mi basta sapere che stanno parlando di qualcosa di personale.
A un certo punto decido di avvisarli che sto preparando la cena. Mi incammino verso il corridoio e mi fermo davanti alla porta chiusa. Prima di bussare sento ancora una breve discussione. Non distinguo tutte le parole, ma capisco che stanno verificando nuovamente una misura e commentando la differenza. Non ascolto oltre. Batto piano sulla porta. Le loro voci si interrompono immediatamente. Aspetto. Dico che tra poco è pronto da mangiare e che possono raggiungermi quando hanno finito. Dall'interno arriva una risposta breve. Mi allontano subito. Non faccio domande. Non dico che ho sentito i numeri. Non faccio battute.
Quando torno in cucina mi accorgo che sono ancora sorpresa. Non tanto perché due ragazzi della loro età possano parlare di una questione del genere, quanto perché sono proprio io ad averlo sentito per caso. Penso a mio figlio. A diciotto anni ha ormai una parte della propria vita che non appartiene più alla famiglia. È normale. In realtà è proprio quello che dovrebbe succedere. Una madre deve accompagnare il proprio figlio verso l'indipendenza, non cercare di mantenere il controllo su ogni aspetto della sua vita.
Quando i due ragazzi escono dalla camera, noto una certa esitazione. Mio figlio mi guarda per un momento, quasi cercando di capire se ho sentito qualcosa. Io faccio finta di nulla. Gli chiedo soltanto di aiutarmi a portare alcune cose a tavola. Il suo amico si mette a parlare di un argomento completamente diverso. La situazione torna normale. Durante la cena non viene pronunciata una parola sull'episodio. Io continuo a comportarmi come sempre.Quando la cena finisce, i due ragazzi tornano a parlare per conto loro. Io rimango in cucina a sistemare. Questa volta, quando sento le loro voci dalla camera, non provo nemmeno a capire cosa dicano. So già abbastanza. La mia curiosità non sparisce completamente, ma scelgo di non seguirla.
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