Before the beginning. Piccolo bignami di filosofia

di
genere
sentimentali

Ieri notte ho lavorato un po’ a questi racconti, poi ho girato una canna e ho messo su un film di Gaspar Noé. Non ricordo se te ne ho parlato, ma ho un rapporto abbastanza difficile con il cinema. Tendo sempre a farmi coinvolgere troppo e finisco per soffrire in modo eccessivo anche per cose che non dovrebbero avere questo effetto. Quando ho scelto il film sapevo fin da subito che sarebbe stata un’esperienza intensa, ma questa consapevolezza non è bastata a evitare che davanti a Love restassi completamente disarmato. È cominciata come una sensazione di vulnerabilità generica, per quanto intensa, poi si è sviluppata. Ho cominciato a capire meglio che quelle che a cedere erano le difese che ci proteggono da quella componente delle nostre viscere che cerca allo stesso tempo e con la stessa intensità il sangue e la bellezza, che resiste ai nostri tentativi di separarne le due facce per restare unica, ambigua, ambivalente e - soprattutto - viva, di una vita splendente e inquietante.
Ci sono due cose che hanno condizionato il modo in cui ho visto il film e che ne hanno rafforzato l’effetto. La prima è che non fumavo da un paio di settimane, e l’erba è salita molto bene, come se fosse un’entità gentile che mi cullava in un abbraccio dolce ma fermo. La seconda è che questi sono giorni in cui mi piace pensarti, e lo faccio molto. Guardando Love ho avuto pensieri contrastanti riguardo a noi, al nostro incontro, alle cose che ti sto scrivendo e al pacco in cui forse le troverai. Sono pensieri per cui in questo momento non sono sicuro che troverai mai nessun pacco. Allo stesso tempo, Love mi ha fatto vedere la voglia che ho di te in modo intenso, vivo, vero. Era come se fossi davanti a noi, distesi e nudi sul mio letto sotto una luce rossastra e soffusa, con l’aria che vibra mentre il mio impianto suona Before the Beginning di Frusciante.
Abbiamo già fumato e stiamo continuando a farlo. Sotto di noi c’è un copriletto rosso porpora. È morbidissimo, ogni movimento dei corpi ci lascia una sensazione piacevole di tenerezza. Stiamo bene nudi, non fa freddo ma ci scaldiamo comunque col corpo dell’altro. Quando l’erba sale davvero siamo quasi catatonici, e allo stesso tempo completamente presenti. Non ci diciamo neanche una parola, non ce n’è bisogno.
Siamo uno di fronte all’altro, sdraiati di fianco. Ci abbracciamo mentre fumiamo dandoci a volte dei baci sottili. Tutto è rallentato: i movimenti con cui ci portiamo la canna alla bocca, i respiri, le carezze con cui ci sfioriamo. Before the Beginning dilata il tempo, ne cambia la consistenza rendendolo elastico. Mi viene da pensare a quegli esperimenti in cui si cerca di far visualizzare il concetto di gravità della teoria della relatività generale mettendo delle sfere su un piano di tessuto e osservando come questo venga deformato in base alla massa degli oggetti. Ci sentiamo come una di quelle sfere, e il tessuto elastico su cui siamo sembra non opporre nessuna resistenza al nostro sprofondare. Siamo densissimi, pesantissimi, la nostra massa è simile a quella di un buco nero mentre ci guardiamo negli occhi, consapevoli di scendere in una dimensione diversa, oppure nella stessa di sempre ma a una profondità abissale, una profondità in cui è possibile giocare un gioco che non abbia niente a che fare con tutti gli altri giochi, vivere pezzi di vita che non abbiano niente a che fare con tutto il resto della vita di cui fanno parte, toccare pezzi di mondo che ci sembra impossibile possano avere qualcosa a che fare con tutto ciò che viviamo di solito.
Voglio toccarti, carezzarti l’interno coscia in modo quasi distratto mentre fumi, guardarti fare un tiro e avvicinare la mia bocca alla tua chiedendoti il fumo, poi aspirarlo e baciarti lentamente per poi farlo ancora. Poi voglio salire con le dita, sfiorarti le grandi labbra e passarci l’indice dentro percorrendole da un’estremità a un’altra e tornando indietro, poi farlo ancora e ancora, toccarti così, sempre con i movimenti lenti che sembrano gli unici possibili nella dimensione in cui siamo, e a un certo punto sentire che ti bagni mentre chiudi gli occhi e continui a fumare. Il volume è alto, i bassi ci avvolgono e la chitarra disegna nello spazio delle linee simili a tracce fluo incastonate nella retina. Mi cerchi, senti che sono duro e mi masturbi lentamente mentre le mie dita entrano più a fondo in te. Non smettiamo di passarci il fumo dalla bocca, ci guardiamo come se attraverso i nostri sguardi dovessero comunicare due entità che sono in noi ma che sono più profonde, più vere, più sostanziali di ciò che siamo quando ci parliamo in altri modi.
Ogni tocco è amplificato dal fumo che riempie l’aria. Toccarsi adesso, in questa dimensione profondissima, è come se valesse di più. Allo stesso tempo non pensiamo a quanto valga il nostro toccarci, al fatto di essere in una dimensione particolare, a come ne siamo entrati e a quando ne usciremo. Come diceva Wittgenstein parlando della possibilità di descrivere il concetto di mondo come totalità delle cose, una mosca intrappolata in una bottiglia per vederla deve uscirne. Noi siamo dentro questo spazio, immersi in un qui ed ora completo, nell’ora che si trova nelle cose che per un momento sono più grandi di tutti i prima e tutti i dopo.
Le nostre labbra si stringono in un bacio lento, vischioso, di una densità che ci sembra nuova. Sentiamo nella bocca dell’altro il sapore del fumo mischiarsi con quello delle nostre salive, ci stringiamo continuando a toccarci. Con la mia mano libera ti tengo la testa, mi piace sentire le dita affondarti tra i capelli per tirarti verso di me. Non vogliamo che questo bacio finisca, vogliamo che sia il più lungo tra quelli che ci siamo mai dati, che la sensazione delle labbra dell’altro ci lasci addosso il segno. L’incastro dei nostri corpi ora è simmetrico, armonioso. Sarebbe bellissimo avere uno specchio sul soffitto, ma allo stesso tempo è come se non avessimo bisogno di vederci per sapere esattamente come siamo, per averne un’immagine precisa che ricorderemo.
Quando mi stacco è solo per continuare lo stesso bacio, ma su altre tue labbra. Voglio che anche tu mi abbia in bocca, e senza che ti muova mi sdraio sempre di fianco, ma in direzione opposta, in modo da avere il tuo ventre davanti alla faccia. Sollevi leggermente una gamba perché possa averti meglio e ci prendiamo in bocca nello stesso momento. È come se i nostri movimenti fossero connessi, guidati dalla stessa lentezza e diretti allo stesso piacere. Ci piace sentire gli odori e i nostri sapori unirsi a quello del fumo, sentire l’altro vibrare sotto la nostra pelle e goderci ogni movimento come se ne avessimo fame. La nostra lentezza ora non significa tenerezza. Ci stiamo divorando senza farci male. La mia lingua ti scava dentro come se cercasse qualcosa mentre i tuoi umori mi riempiono le labbra e ne bevo; sento la tua bocca scorrere su di me, e poi le tue labbra chiudersi e prendermi sempre più a fondo in te, ancora lentamente ma inesorabilmente. Mi prendi la testa tra le mani, te la spingi forte tra le gambe. Ti seguo, mi spingo ancor più verso di te, finché non sei tu a stringermi la testa tra le gambe e girarti montando sulla mia faccia. Riprendi in mano la canna, ti sento riaccenderla mentre ti bacio con la stessa lentezza ma con più intensità, mentre immerso nella botta dell’erba sento quasi di ubriacarmi bevendo da te, e in questo tempo dilatato penso che tutto sia giusto così come è. Gemi, ti godi la sensazione fino all’ultimo fino a sentir crescere la voglia di avermi dentro in un altro modo. Ti alzi, vieni verso di me respirando a fondo ed è bello vedere il tuo petto gonfiarsi illuminato da una luce soffusa che mi sembra quasi capace di riflettere. Porti le labbra alle mie, ma non le unisci. Sento la tua lingua umida posarsi su un’estremità e leccarle fino all’altro lato; in questo percorso il tempo sembra dilatarsi ancora di più. Ti prendo tra le braccia e ti tiro verso il materasso, quando ti lasci andare ti abbraccio da dietro perché possiamo essere entrambi sdraiati di fianco. Sento il tuo corpo chiamarmi a sé. Ti sposto i capelli di lato e ti bacio il collo, senti la mia saliva su di te, poi mi senti strusciare sulle grandi labbra per entrarti dentro. I movimenti sono lenti, pieni. È come se ogni gesto fosse completamente saturo, riempito di significato dalle sensazioni che provoca. Mi sembra di impiegare un tempo infinito per entrarti dentro del tutto, come se anche quel tragitto di attrito tra i nostri corpi si espandesse. È bellissimo ripeterlo ancora e ancora. Voglio sentire l’odore della tua testa, riempirmene i polmoni mentre tu accendi ancora la canna e riprendi a fumare tra i respiri che crescono. Ti tengo stretta mentre ti penetro, mi sembra di far caso più di sempre al modo in cui le mie mani e i tuoi fianchi sono complementari. Sotto le mia dita sei calda, e mi godo questo calore con la stessa lentezza con cui siamo esistendo.
È pretenzioso metterla così - dovresti sapere già che mi piace esagerare - ma del resto è il modo giusto per dirlo: in questo spazio i nostri corpi che scopano sono eterni, nel senso in cui in filosofia si parla di cose eterne. L’eternità non è una durata temporale che non ha fine o inizio; l’eternità è l’estraneità dal tempo. È un’idea che viene dalla filosofia medievale, dal problema di come possa Dio essere il creatore di tutte le cose, tra cui il tempo. Come può un’entità creare qualcosa che necessariamente ha una forma di esistenza precedente a quella di qualsiasi altra cosa? La soluzione che hanno trovato i cristiani è proprio quella di immaginare che qualcosa - Dio - possa essere fuori dal tempo. Così, in un modo molto più profano, i nostri corpi complementari e nudi che si mescolano sul letto non sono anelli di una infinita catena di cause ed effetti. Non siamo qui perché ci sono degli eventi che ci hanno portato e perché ce ne saranno altri che nasceranno da qui. Qui, in questa dimensione assurda e abissale non c’è spazio per prima e dopo. È così che voglio incontrarti, in un incontro assoluto, anche stavolta nel senso in cui se ne parla in filosofia: un incontro sciolto da vincoli di spazio, tempo, rapporti causa-effetto; in un ritaglio di mondo e di vita che non ha niente a che fare con il resto del mondo e della vita.
Mentre ti metto due dita in bocca cerco la tua lingua continuando a spingerti dentro. Secondo Wittgenstein non può esserci un gioco assoluto, libero da tutte le altre forme di vita; tutti i giochi si richiamano con delle somiglianze. Scopare tra di noi richiama tutte le scopate che abbiamo fatto con altri; abbiamo già vissuto la posizione in cui siamo, qualcuno ha giocato con la tua lingua come io ho giocato con altre. Eppure non solo è come se questi gesti fossero nuovi per entrambi: lo sono. Per Wittgenstein non esiste una verità assoluta, ma solo verità contestuali: la verità o falsità di un enunciato dipende dalle regole del gioco di cui questo enunciato fa parte. Il fatto che il nostro scopare non possa essere libero da tutti i nostri vissuti e dal tempo che ci aspetta può essere vero in filosofia, ma nel gioco che stiamo giocando, alle profondità abissali a cui ci stiamo abituando non abbiamo le regole della logica, solo quelle di un piacere più grande di noi. E questo piacere ci colma, non lascia spazio a verità esterne, al prima, al dopo, mentre il tempo continua a dilatarsi come un campo aperto allontanando da noi allo stesso modo l’inizio e la fine di ciò che stiamo vivendo.
Ti volti lentamente fino a farmi uscire da te, guardarti i seni è quasi ipnotico. Quando li bacio mi stringi la testa al petto con una mano e apri appena le gambe per farti mettere due dita dentro. Una tua mano torna a prendermi e ricomincia a masturbarmi mentre ti stringo le labbra intorno alle aureole e succhio come se dovessi berne qualcosa; nel modo in cui ti bacio il corpo porto in quella dimensione la stessa sete di te che sento adesso che siamo lontani ma che ancora ricordo il tuo odore. Non ci chiediamo neanche se Before the Beginning sia in loop o se ancora debba finire per la prima volta, ma qui e ora non ha importanza. Sappiamo solo che non vorremmo essere accompagnati da nient'altro mentre i nostri gemiti crescono e il modo in cui ci tocchiamo si fa più intenso. Ora poggiamo le labbra l’uno su quelle dell’altro, e sentiamo il respiro dell’altro in bocca mentre ci scambiamo dei piccoli baci. Faccio uscire le dita da dentro di te, le metto nello spazio lasciato dall’incastro delle nostre bocche. Anche tu smetti di masturbarmi e metti la tua mano umida dei miei umori tra di noi. Le lecchiamo insieme, i nostri sapori si mescolano nelle bocche insieme alla saliva che ci scambiamo. È un modo nuovo di baciarci, le nostre dita si intrecciano e giocano con le nostre lingue. Gli occhi non smettono di scavare in quelli dell’altro, e trovano una versione diversa, abissale e più vera di ciò che siamo.
Ricominciamo a masturbarci, ma non più a vicenda. Siamo uno di fronte all’altra, adesso in ginocchio sulle coperte. La musica continua ad avvolgerci, quasi ipnotica, e la stanza è più calda. Ci tocchiamo, leggermente staccati, e ci guardiamo. La luce rossa ci scalda e fa delle ombre morbide sui nostri corpi. Le mani con cui non ci tocchiamo si sfiorano, poi le dita si intrecciano. Poggiamo la fronte su quella dell’altro mentre il piacere cresce. E’ come se ci stessimo sostenendo nello stesso collasso e sentiamo che l’altro sta per venire esattamente come sentiamo i nostri stessi orgasmi arrivare.
Quando i nostri respiri si interrompono all’unisono il tempo si immobilizza completamente. Senti il mio sperma caldo schizzarti il ventre, arrivare fino ai seni e colare sulla mano con cui ti masturbi, come se dovesse lubrificarti di più. Il tuo corpo vibra a frequenze sempre più alte fino ad esplodere, poi sento la voce con cui godi imprimersi nella mia memoria.
Nelle nostre geometrie fisiche eravamo legati allo stesso piacere. Le mani che si stringevano non si sono lasciate, la musica continua mentre la struttura dei nostri corpi collassa, facendoci crollare sul letto stretti in un abbraccio che durerà quanto il sonno infinito che ci aspetta, da cui ci sveglieremo infinite volte per scopare ancora in infiniti modi.
Postilla
Kundera pensa la lentezza come una condizione essenziale per la memoria. Il mondo ci abitua a stimoli sempre più veloci che non possono lasciare traccia in noi. Sono stimoli effimeri, eppure violenti nella loro inessenzialità; stimoli che non superano la superficie e per questo restano incapaci di scalfire veramente la memoria. Ne parla ne La lentezza, uno dei miei libri preferiti, anche quando dice che «Dar forma a una durata è l’esigenza della bellezza, ma è anche quella della memoria». Credo che lo sappiamo bene entrambi: il ricordo nasce anche dall’intensità, e certe intensità non hanno bisogno di lentezza. La lentezza non è una condizione necessaria per la memoria, ma un terreno fertile per il ricordo.
Che non ci sia stato assolutamente niente nei nostri incontri o che ci sia stato tutto, comunque uno voglia raccontarsela è impossibile negare che quel tutto o quel niente sia stato di una velocità travolgente. Se ho seguito certe immagini e scritto questo racconto è stato perché mi sono chiesto se fosse possibile per noi, con la nostra intensità, stare nella lentezza. La risposta era sì, e quando mi sono trovato nella dimensione abissale in cui ciò era possibile ho voluto restarci e viverla. Tutto in me sembra fatto perché io odi la lentezza e ami la velocità come una forma di bisogno, ma non è così; mi piace godere della lentezza e sentire la vita che vibra e fiorisce al suo interno. Questo racconto non è solo un modo per dirtelo, è un modo per farlo. Anche se niente di tutto questo è successo, è come se potessi ricordarlo.
scritto il
2026-09-25
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