Mio fratello

di
genere
incesti

Ho un fratello.
L’ho fatto conoscere a Marco.
Adesso sono anche una rovina famiglie.

Io sono la cagna di Marco. No, peggio: sono la sua figa, la sua bocca, due capezzoli da far impazzire, il culo per scaricarsi quando vuole. Sono cinquantaquattro chili da vendere a chiunque, a condizione che sia lui a decidere il prezzo e il compratore. Prima che Marco conoscesse mio fratello non ho mai avuto bisogno di ragionare sulla nostra «relazione». È un rapporto a senso unico, sono sua e basta, tutto il resto non mi interessava. E ovviamente non ne ho mai parlato con lui. Funzioniamo insieme come una perfetta macchina ben oliata: tutto succede perché deve succedere, senza discussioni, senza negoziati, senza quella noiosa parola che gli altri chiamano consenso e che a noi non serve. C’era, credevo, un patto tacito tra noi due: solo con sconosciuti. La cosa riguardava solo il mio corpo, la mia carne. Non mi sputtanava la vita. Non toccava i nomi, le storie, i legami che porto fuori dalla camera.

E quando ho visto Marco ridere con mio fratello mi son sentita mancare. In testa mi martellava una sua frase, come un metronomo: «L’unico tabù è la noia». Mi son sentita mancare come quando mi porta al boschetto, dietro la tangenziale, dove l’erba è alta e i cani fiutano e lui mi fa mettere a quattro zampe senza una parola. Mi son sentita mancare come quando mi lega al letto, in silenzio, con metodo e precisione, con la sua implacabile calma: prima le caviglie, poi i polsi, le cinghie tirate finché le articolazioni scricchiolano, la benda sugli occhi, il respiro che si fa corto e lui che aspetta, aspetta, aspetta. Mi son sentita mancare e ho capito che non avrei detto di no nemmeno questa volta.

Gabriele, mio fratello, è più giovane, ha ventiquattro anni, sei meno di me. Tra noi non è mai successo nulla di irreparabile, un bel rapporto e lui mi considera sua sorella maggiore, quella sveglia, perché a vent’anni sono andata via di casa per vivere col primo dei miei fallimenti. Poi ho fatto altri due tentativi, storie pietose, uomini che mi volevano tutta e io che non sapevo stare intera con nessuno. Gabriele mi ammira, sa che sono una che scopa in giro. Qualcosa gli racconto, anche perché nella mia compagnia c’è il fratello del suo amico, ho pochi segreti per Gabriele. Sa delle mie vacanze, delle mie feste, di chi mi porto a letto. Non credo di essere una figa, ma posso scegliermi chi avere tra le cosce, e questo a lui piace, lo fa sorridere come se fosse un po’ orgoglioso e un po’ invidioso. Ci vediamo poco io e mio fratello e sempre in famiglia. Lele dice che voglio star lontana da lui, ma non è vero. M’importa nulla di quel che succede tra noi negli ultimi anni. Sono cazzate, lo sappiamo entrambi. Con lui è diverso. Non so perché ma è diverso. Ora Lele ha una ragazza che studia in Inghilterra. Non sa nulla di Marco. Sa solo che esiste.

Ma Marco sa tutto.

Mi ha strappato il segreto. Manette, dildi, vibra, plug, ortaggi… e frustino, mollette d’acciaio e pungolo elettrico. Una lunga notte, una confessione liberatoria. È successo nel lockdown, gli confesso. Quelle settimane infinite in cui le strade erano vuote e le case piene di gente che non sapeva più cosa fare con le mani. Voglio che mi estirpi tutto il resto. Marco che non ha mai fretta con me, che mi tormenta con attese infinite, ha fretta. Ci va pesante. Me lo merito. È quello che merita una cagna.

Mi lega al letto con la stessa precisione di sempre, ma stasera c’è qualcosa di diverso nella sua calma. Le caviglie prima, poi i polsi, le cinghie tirate finché le spalle bruciano. La benda. Il silenzio. Poi inizia. Mi infila il vibra in figa, lo accende al minimo, e mi lascia lì, a sentire solo quel ronzio debole che non basta a farmi venire e non basta a lasciarmi in pace. Aspetta. Aspetta tanto. Quando finalmente parla, la voce è bassa, quasi gentile.

«Raccontami.»

Gli do il corpo e gli racconto che sapore ha lo sperma di mio fratello. Con Marco non mento e non esagero. Nella noia di quelle settimane segavo mio fratello in ogni momento. Ha un bel cazzo, vuole sapere. Duro, caldo, un po’ ricurvo, la pelle sottile che scorre sotto le dita. Gli racconto le mattine in cui Lele entrava nella mia stanza in mutande, gli occhi ancora gonfi di sonno, e io che gli chiudevo la porta alle spalle e gli mettevo la mano dentro. Gli racconto le sere in cui la televisione parlava di contagi e noi ci masturbavamo uno di fronte all’altra sul divano, senza parlarci, solo il respiro e il rumore umido.

Ma non basta. Marco alza il vibra di un gradino. Mi mette le mollette sui capezzoli, le stringe piano, poi più forte. Il dolore arriva netto, pulito.

«Di più.»

Allora gli dico dei pompini. Come li facevo. Mi inginocchiavo sul tappeto della sua stanza, lui seduto sul bordo del letto, le gambe divaricate. Gli leccavo prima i coglioni, piano, con la lingua piatta, poi saliva su per la venatura fino alla testa. Lo prendevo in bocca tutto intero, fino a sentire la gola chiudersi e gli occhi lacrimare. Lui mi teneva i capelli, ma non spingeva mai troppo. Mi lasciava fare. Gli piaceva guardarmi mentre gli succhiavo, e io sapevo di essere brava, sapeva che gli facevo venire più in fretta degli altri. A volte mi faceva venire in bocca e me lo tenevo finché non mi diceva di deglutire. Altre volte mi tirava fuori all’ultimo e mi veniva sulla faccia, sulle tette, e io restavo ferma a lasciarlo guardare.

Marco ascolta in silenzio. Poi mi gira sulla pancia, mi apre le natiche e mi infila il plug. Freddo all’inizio, poi caldo. Il vibra continua a ronzare.

«E come ti toccava?»

Gli racconto. Lele aveva le mani grandi, un po’ ruvide. Mi toccava i seni da sopra la maglietta, prima, come se avesse paura. Poi sotto. Mi pizzicava i capezzoli finché non si indurivano, poi scendeva. Mi apriva le cosce con le ginocchia e mi sfiorava la figa con due dita, solo la fessura, su e giù, senza entrare. Aspettava che io gli dicessi di sì con un gemito o spingendo il bacino contro la sua mano. Allora mi apriva le labbra e mi strofinava il clitoride con il pollice, lento, circolare, mentre le altre dita entravano. Due, a volte tre. Mi scopava con la mano finché non venivo, e solo dopo mi lasciava toccarlo.

Marco alza ancora il vibra. Mi frusta le cosce, leggero, poi più forte. Il bruciore si somma al resto.

«Ti è entrato in culo?»

Solo col vibra a piena potenza e il suo cazzo già dentro di me gli dico che sì. Mi distrugge per sapere come, quando, quante volte. Gli racconto la prima volta: eravamo sul divano, io a pancia in giù, lui sopra. Avevo paura che facesse male. Mi ha messo tanta saliva, poi il preservativo, poi è entrato piano, un centimetro alla volta, fermandosi ogni volta che io stringevo. Quando è stato tutto dentro ha aspettato, e io sentivo solo il peso e il battito del suo cuore contro la schiena. Poi ha iniziato a muoversi. Lentamente all’inizio, poi più forte. Mi teneva i fianchi e mi tirava indietro contro di lui. Sono venuta così, con il viso premuto contro il cuscino e le unghie conficcate nel tessuto.

Ma ce n’è un’altra, peggiore, migliore, non so. Una sera, prima di cena. Eravamo nella sua cameretta. La porta chiusa a chiave, la televisione dei genitori che si sentiva già accesa in soggiorno. Lele mi ha spinta sul letto a pancia in giù, mi ha abbassato i pantaloni e le mutandine fino alle ginocchia, mi ha aperto le natiche con le mani e mi ha inculato di brutto. Niente premure quella volta. È entrato tutto d’un colpo, mi ha riempito, mi ha scopato forte, veloce, con quelle spinte secche che mi facevano battere la fronte contro il cuscino. Mi teneva i fianchi così stretto che mi ha lasciato i segni delle dita. Quando è venuto mi ha tenuto premuta contro di sé ancora qualche secondo, poi è uscito di scatto. Mi ha tirato su i pantaloni, mi ha sistemato la maglietta, mi ha sbloccato la porta.

Cinque minuti dopo eravamo a tavola. Mamma e papà davanti alla televisione, il telegiornale che parlava di morti e di zone rosse. Io seduta di fronte a Lele, le cosce chiuse, il culo ancora aperto e caldo, pieno del suo cazzo che mi sembrava di sentire ancora lì dentro, che pulsava. Lui mi guardava ogni tanto, serio, come se niente fosse. Poi, mentre mamma alzava il volume perché non sentiva bene, Lele ha allungato il piede sotto il tavolo e mi ha toccato. Prima la caviglia, poi più su, lungo il polpaccio, fino alla coscia. Mi ha aperto le gambe con il ginocchio e mi ha messo la mano tra le cosce, sopra i pantaloni, premendo esattamente dove ancora bruciavo. Io tenevo la forchetta ferma, guardavo lo schermo, annuivo a qualcosa che diceva papà. Sentivo il suo seme che cominciava a colare, lento, e la sua mano che non si muoveva, solo premeva, come per ricordarmi che c’era stato, che c’era ancora.

No, non ci siamo mai baciati. Questo lo delude.

Si scarica e se ne va in cucina.

Sto male, non voglio deluderlo, ho paura di stancarlo di me. L’unico tabù è la noia. Ha spento anche il vibra. Sono bendata. Legata al letto. Non mi tranquillizza nemmeno sentire il suo seme colare, lo spingo fuori dall’ano e mi sento persa. Lo chiamo. Cerco di eccitarlo, gli urlo che me lo facevo mettere in culo da mio fratello, che gli succhiavo il cazzo finché non mi veniva in gola, che mi lasciavo toccare come una puttana, che godevo quando mi sfregava il clitoride con le dita ancora sporche del suo sapore, che una sera mi ha inculato di brutto nella cameretta e cinque minuti dopo eravamo a cena con i genitori e lui mi toccava sotto il tavolo mentre io sentivo ancora il suo cazzo dentro. Ma lui lo sa già. Sono disperata, voglio che torni da me.

Torna dopo un’eternità.
Sento la sua voce implacabile.
«Voglio conoscerlo.»
«Che intenzioni hai?!»
«Deve vederti così.»

Sono nuda, pancia in giù, legata ai quattro angoli del letto. Non posso toccarmi. L’orgasmo parte dalla punta dei piedi, sale lungo i polpacci, mi attraversa le cosce, mi arriva al pube aperto come un’onda che non sa dove andare. Soffro come una cagna, mi implode dentro, compresso, slogandomi braccia e gambe. Credo di morire. Di una bella morte.

La mano di Marco mi tocca. Prima le natiche, poi scende, mi apre, infila due dita nella figa ancora piena del suo seme e del mio. Ho quasi imbarazzo, provo immensa gratitudine per lui, sono fradicia, sporca, il plug ancora dentro, le mollette che bruciano, ma lui non ha schifo di me. Muove le dita. Lente, precise. Poi più veloci.

E l’orgasmo mi esplode fuori, lungo, sporco, senza fine, mentre nella testa continua a martellare la stessa frase: l’unico tabù è la noia. E io non voglio essere noiosa. Non voglio. Non voglio.
scritto il
2026-09-25
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