Il vecchio porco capitolo 1
di
System
genere
corna
Il gioco dei quattro
Capitolo 1 — Il vecchio porco
Pino aveva sessantacinque anni, i capelli bianchi, la pancia un po' pronunciata, e uno sguardo che non era invecchiato di un giorno. Il martedì e il giovedì erano i suoi giorni preferiti della settimana, perché erano i giorni in cui andava a prendere Marta.
Marta aveva cinquantaquattro anni, ma il corpo non lo dimostrava affatto. Era ancora bella, soda, tonica — molto, molto più giovanile della sua età. Gambe lunghe e sode, un culo alto e rotondo, un seno pieno che non cedeva al tempo. Faceva le pulizie a casa di Pino e di sua moglie, Elena, che di anni ne aveva settantuno.
E Pino, ogni volta che andava a prenderla, cercava sempre un po' di buttare l'occhio.
Quando Marta saliva in macchina, con quella gonna un po' troppo corta, un po' troppo alzata, Pino guardava. Le cosce. L'attaccatura. Qualche centimetro di pelle liscia che non avrebbe dovuto vedere. E Marta lo sapeva. Ma non diceva nulla. A volte, anzi, allargava appena le gambe, quasi per fargli capire che non le dispiaceva essere guardata.
Poi c'era la camicetta. Sempre un po' sbottonata, sempre un paio di bottoni di troppo. Quando Marta si chinava, o si girava, il seno — maturo, pieno, con i capezzoli che premevano contro il tessuto — si offriva al suo sguardo. E lui guardava. Sempre.
E poi c'erano le scuse. La leva del cambio, quando cambiava marcia, la mano di Pino che "per sbaglio" sfiorava la coscia di Marta. Un oggetto caduto sul sedile, e lui si chinava a raccoglierlo, la mano che strisciava lungo il fianco di lei. Sempre un contatto. Sempre un pretesto. Sempre quella mano che cercava di salire, di scendere, di toccare — sia sul lato alto che su quello basso delle cosce.
Marta lasciava fare. Un po' perché non le dava fastidio. Un po' perché, in fondo, la faceva sentire desiderata. E a cinquantaquattro anni, sentirsi desiderata da un uomo che ti guarda come se fossi una ventenne scalda il sangue.
Ma Pino non si fermava alle occhiate.
In casa, c'era una stanza dove Marta si cambiava. Una stanza piccola, in fondo al corridoio, con una sedia e un attaccapanni. E in quella stanza, nascosta dietro una mensola, Pino aveva installato una telecamera. Piccola, invisibile, puntata dritta verso il punto dove Marta si spogliava.
E poi c'era il telefonino. Quando Marta si chinava per pulire, per lavare a terra, per spolverare sotto i mobili — il culo alzato, la gonna tesa — Pino la inquadrava di nascosto. Foto. Video. Ogni volta che poteva, senza farsi scoprire.
E poi si chiudeva in bagno. E si masturbava guardando quelle immagini.
Il momento più bello per lui era stato quando era riuscito a farle un video mentre si cambiava. Marta era rimasta in perizoma, china in avanti, e quel culo — Dio, quel culo — era uscito fuori in tutta la sua gloria, sodo, rotondo, con il perizoma che si infilava tra le natiche. Pino era andato in camera sua a guardarlo, eccitato come un ragazzino. Poi aveva deciso di andare in bagno.
Era convinto che Marta fosse dall'altra parte della casa. Non si era accorto del suo arrivo.
Quella mattina, Marta aveva finito di pulire la cucina e si era diretta verso il bagno. La porta era socchiusa. E attraverso la fessura, vide Pino.
Era in piedi davanti al lavandino, i pantaloni abbassati alle ginocchia, il cazzo in mano. E sul lavandino c'era il suo telefono, con il video di lei che si cambiava in perizoma. Marta lo vide masturbarsi, lo sentì gemere, lo vide irrigidirsi e schizzare — sperma dappertutto, sul lavandino, sulla parete. E vide il suo cazzo. Duro.
Marta avrebbe dovuto indignarsi. Avrebbe dovuto arrabbiarsi, gridare, minacciare.
Invece sentì qualcosa di completamente diverso. Un calore. Un'eccitazione che le saliva dal basso della pancia, che le inumidiva le mutandine, che le faceva battere il cuore. Guardare quel vecchio porco che si consumava per lei, che si masturbava sulle sue immagini, la faceva sentire potente. Desiderata. Viva.
Non disse nulla. Si ritirò in silenzio. Ma quella sensazione non la lasciò per tutto il giorno.
Capitolo 1 — Il vecchio porco
Pino aveva sessantacinque anni, i capelli bianchi, la pancia un po' pronunciata, e uno sguardo che non era invecchiato di un giorno. Il martedì e il giovedì erano i suoi giorni preferiti della settimana, perché erano i giorni in cui andava a prendere Marta.
Marta aveva cinquantaquattro anni, ma il corpo non lo dimostrava affatto. Era ancora bella, soda, tonica — molto, molto più giovanile della sua età. Gambe lunghe e sode, un culo alto e rotondo, un seno pieno che non cedeva al tempo. Faceva le pulizie a casa di Pino e di sua moglie, Elena, che di anni ne aveva settantuno.
E Pino, ogni volta che andava a prenderla, cercava sempre un po' di buttare l'occhio.
Quando Marta saliva in macchina, con quella gonna un po' troppo corta, un po' troppo alzata, Pino guardava. Le cosce. L'attaccatura. Qualche centimetro di pelle liscia che non avrebbe dovuto vedere. E Marta lo sapeva. Ma non diceva nulla. A volte, anzi, allargava appena le gambe, quasi per fargli capire che non le dispiaceva essere guardata.
Poi c'era la camicetta. Sempre un po' sbottonata, sempre un paio di bottoni di troppo. Quando Marta si chinava, o si girava, il seno — maturo, pieno, con i capezzoli che premevano contro il tessuto — si offriva al suo sguardo. E lui guardava. Sempre.
E poi c'erano le scuse. La leva del cambio, quando cambiava marcia, la mano di Pino che "per sbaglio" sfiorava la coscia di Marta. Un oggetto caduto sul sedile, e lui si chinava a raccoglierlo, la mano che strisciava lungo il fianco di lei. Sempre un contatto. Sempre un pretesto. Sempre quella mano che cercava di salire, di scendere, di toccare — sia sul lato alto che su quello basso delle cosce.
Marta lasciava fare. Un po' perché non le dava fastidio. Un po' perché, in fondo, la faceva sentire desiderata. E a cinquantaquattro anni, sentirsi desiderata da un uomo che ti guarda come se fossi una ventenne scalda il sangue.
Ma Pino non si fermava alle occhiate.
In casa, c'era una stanza dove Marta si cambiava. Una stanza piccola, in fondo al corridoio, con una sedia e un attaccapanni. E in quella stanza, nascosta dietro una mensola, Pino aveva installato una telecamera. Piccola, invisibile, puntata dritta verso il punto dove Marta si spogliava.
E poi c'era il telefonino. Quando Marta si chinava per pulire, per lavare a terra, per spolverare sotto i mobili — il culo alzato, la gonna tesa — Pino la inquadrava di nascosto. Foto. Video. Ogni volta che poteva, senza farsi scoprire.
E poi si chiudeva in bagno. E si masturbava guardando quelle immagini.
Il momento più bello per lui era stato quando era riuscito a farle un video mentre si cambiava. Marta era rimasta in perizoma, china in avanti, e quel culo — Dio, quel culo — era uscito fuori in tutta la sua gloria, sodo, rotondo, con il perizoma che si infilava tra le natiche. Pino era andato in camera sua a guardarlo, eccitato come un ragazzino. Poi aveva deciso di andare in bagno.
Era convinto che Marta fosse dall'altra parte della casa. Non si era accorto del suo arrivo.
Quella mattina, Marta aveva finito di pulire la cucina e si era diretta verso il bagno. La porta era socchiusa. E attraverso la fessura, vide Pino.
Era in piedi davanti al lavandino, i pantaloni abbassati alle ginocchia, il cazzo in mano. E sul lavandino c'era il suo telefono, con il video di lei che si cambiava in perizoma. Marta lo vide masturbarsi, lo sentì gemere, lo vide irrigidirsi e schizzare — sperma dappertutto, sul lavandino, sulla parete. E vide il suo cazzo. Duro.
Marta avrebbe dovuto indignarsi. Avrebbe dovuto arrabbiarsi, gridare, minacciare.
Invece sentì qualcosa di completamente diverso. Un calore. Un'eccitazione che le saliva dal basso della pancia, che le inumidiva le mutandine, che le faceva battere il cuore. Guardare quel vecchio porco che si consumava per lei, che si masturbava sulle sue immagini, la faceva sentire potente. Desiderata. Viva.
Non disse nulla. Si ritirò in silenzio. Ma quella sensazione non la lasciò per tutto il giorno.
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