Porno tra amiche

di
genere
confessioni

Era gennaio e fuori un feddo cane. Tirava anche vento.

Eravamo in quattro, come ogni venerdì da quando eravamo ragazze. Io, Giulia, Sara e Marta. Il divano era diventato troppo piccolo da un pezzo, così ci eravamo sistemate per terra sui cuscini, con le gambe incrociate e i calzini spessi, circondate da scatole di sushi mezzo vuote e bottiglie di vino.

Solo io ero fuori dal coro, l'unica che guardava le donne invece che i tizi su Instagram. Ma quella sera, come ogni sera, il confine si era sciolto come lo zucchero nel tè.

"Allora," aveva iniziato Sara, la voce già un po' impastata dal Pinot Grigio, "l'altro giorno sono uscita con quel tipo di Bumble, quello con la barba e il cane..."

"Quello col Labrador?" l'aveva interrotta Marta, le guance già accese.

"Esatto. Porca troia, ragazze." Sara si era portata una mano alla fronte, fingendo un malore. "Cazzo enorme. Enorme. Tipo... così." Aveva steso il braccio, il palmo aperto, e le altre avevano riso come bambine.

"Ma sapeva usarlo?" avevo chiesto io, versando altro vino nel bicchiere di Giulia.

"Questo è il problema," aveva sospirato Sara, crollando all'indietro sul cuscino. "Bellissimo, duro come il marmo, ma poi ci mancava la bussola. Tipo che cercava il buco come se stesse scavando per trovare l'acqua."

Avevamo riso fino alle lacrime, quella risata da donne sole che non devono competere con nessuno, quella risata che puzza di segreto e complicità.

Poi era toccato a Marta raccontare del suo capo, quello sposato che le mandava messaggi alle due di notte. "Mi ha scritto 'ti vorrei qui a pecorina sul mio tavolo'. Cioè, sul serio. Quarantacinque anni, due figli, e scrive 'a pecorina'. Ma che siamo, nel 2004?"

"E tu gli hai risposto?" aveva chiesto Giulia, curiosa.

"Gli ho detto che preferisco quando mi scopano invece che quando mi scrivono come mi scoperebbero," aveva risposto Marta con un sorriso da gatta, e avevamo applaudito, ubriache di approvazione.

Io le ascoltavo, annuivo, ridevo. Non provavo quella forma di desiderio, quella fame specifica per l'attrezzo maschile, ma amavo quelle donne nel loro modo di raccontare il sesso. Amavo la loro brutalità, la mancanza di filtri, il modo in cui il vino toglieva ogni residuo di vergogna.

"Tu invece," mi aveva guardato Giulia, "come va con le ragazze? Hai portato a casa qualcuna ultimamente?"

Avevo scrollato le spalle. "C'è una tipa al lavoro, marketing. Occhi verdi, cazzo. Ma è complicata."

"Gli occhi verdi sono il male," aveva convenuto Sara. "Ma almeno tu sai cosa vuole una donna. Noi dobbiamo insegnarlo a questi coglioni."

Avevamo parlato di linguaggio del desiderio, di come gli uomini spesso pensano che basti infilzarci per farci godere. Avevo spiegato loro, da lesbica con anni di pratica, l'anatomia del piacere femminile con parole che avrebbero fatto arrossire un marinaio. Loro ascoltavano, annuivano, prendevano appunti mentali.

"Ma seriamente," aveva detto Marta dopo un silenzio, "voi avete mai visto un film porno fatto bene? Tipo... non quella roba da uomini con le tette finte e i maschi che sbavano?"

Avevo guardato le mie amiche. Erano tre donne intelligenti, laureate, con i loro lavori, i loro fallimenti amorosi, le loro contraddizioni. E avevano voglia di qualcosa di vero.

"Ragazze," avevo detto, alzandomi per prendere il telecomando. "Vi faccio vedere una cosa."

Avevo aperto Netflix, poi mi ero fermata. No, Netflix non ce l'aveva. Avevo preso il laptop, l'avevo collegato alla TV. Il mio cuore batteva un po' più forte. Non sapevo come avrebbero reagito.

"Erika Lust," avevo detto, digitando sul browser. "Regista svedese. Fa porno, ma è diverso. È... come dire... porno da donne. Per donne. Con storie, con attori veri, con situazioni realistiche."

Le tre mi guardavano, sospettose ma incuriosite.

"Sei seria?" aveva chiesto Giulia.

"Certo. C'è un film che si chiama 'Cabaret Desire'. È... artistico. Ma hard. Molto hard."

Avevo guardato le loro espressioni. Sara si era sistemata meglio sul cuscino. Marta aveva preso il bicchiere vuoto e lo rigirava tra le dita. Giulia aveva un sorriso da bambina che sta per fare uno scherzo.

"Mettilo," aveva detto Giulia. "Tanto siamo tra donne."

Avevo premuto play.

I primi minuti erano stati di silenzio, solo il suono del jazz in sottofondo e le immagini di un cabaret parigino. Poi era arrivata la prima scena. Due donne, una bionda e una mora, su un divano di velluto rosso. Non c'era quella musica sintetica da film porno anni Novanta. C'era solo il respiro, il suono della pelle che si tocca, il fruscio dei vestiti che cadono.

"Porca miseria," aveva sussurrato Sara.

"Guarda come la guarda," aveva aggiunto Marta. "Cazzo, guarda come la guarda. Questo è vero."

La scena si era fatta più esplicita. Lingua che scorre sulla pelle, dita che affondano, corpi che si muovono senza quella frenesia meccanica che avevamo visto tutte in qualche momento della nostra vita. C'era tempo. C'era desiderio. C'era la voglia di vedere l'altra persona godere.

"Questa," avevo detto io, sentendo il vino che mi scaldava le vene, "è la differenza. Non è 'scopami perché devo venire'. È 'ti voglio sentire'."

"E quella li," aveva puntato il dito Giulia, indicando lo schermo dove una delle attrici stava gemendo con la testa gettata all'indietro, "non sta fingendo. Guarda come le tremano le gambe."

"È proprio quello che pensavo io," aveva detto Marta, la voce più bassa. "Che le altre cose sono tutte finte. Questa... questa sembra vera."

Eravamo tutte fissate allo schermo. Io ero accanto a Giulia, e sentivo il suo braccio che sfiorava il mio. C'era un'atmosfera nuova nella stanza, qualcosa di elettrico che non aveva nulla a che fare con la tensione sessuale tra noi quattro, ma con la liberazione di poter finalmente dire: sì, questo è quello che vogliamo, questo è quello che ci piace.

Poi era arrivata la scena con l'uomo e la donna nel bagno. Lui che le slacciava i jeans con calma, che le baciava la schiena mentre si chinava sul lavandino. Non c'era quell'idea del "prendere" o del "possedere". C'era collaborazione. C'era lo sguardo nello specchio che si incontrava.

"Il cazzo di lui," aveva commentato Sara con la voce roca, "è bello. Cioè, è un cazzo, ma è bello. Non è quella cosa viola e gonfia che sembra un'arma."

"E guarda come la tocca," aveva aggiunto Giulia. "Non è 'prendi e spingi'. È... carezza prima. Sempre."

Avevo annuito, sentendo un nodo alla gola. "Erika Lust dice che il porno può essere educativo se fatto bene. Che possiamo imparare a chiedere quello che vogliamo vedendo altri che lo fanno."

"Quella posizione," Marta aveva indicato lo schermo, dove la coppia si era spostata sul pavimento, lei sopra di lui che guidava il ritmo, "quella posizione è quella che voglio io. Io sopra. Io che decido."

"Il problema," aveva detto Sara, "è trovare uno che te lo faccia fare senza sentirsi minacciato."

Avevamo riso, ma era una risata diversa. Più roca. Più intima.

Il film continuava, scena dopo scena. Una coppia lesbica in una biblioteca, che faceva l'amore tra gli scaffali di libri antichi. L'avevo guardata con particolare attenzione, sentendo il mio desiderio che si risvegliava in modo concreto, fisico.

"Quella," aveva detto Giulia indicando l'attrice con i capelli corti, "è proprio il tuo tipo, eh?"

"Silenzio," avevo sorriso, arrossendo.

"Ma seriamente," aveva insistito Marta, "come fate voi? Cioè, senza... senza quello?"

Avevo girato la testa verso di lei. "Senza cosa? Il cazzo?"

"Sì."

"Ci sono mille modi," avevo risposto, sentendo che il vino mi dava coraggio. "Dita, lingua, giocattoli. Ma soprattutto... ascolto. Ascolto il suo respiro, i suoi suoni, come si muove. Non c'è un obiettivo finale tipo 'devo venire'. C'è il viaggio."

"Sembra migliore," aveva mormorato Sara.

"Lo è," avevo confermato.

Sullo schermo, una scena di gruppo. Tre persone, due uomini e una donna, ma gestita con una delicatezza che toglieva ogni volgarità. C'era dialogo. C'era un racconto.

"Questo," aveva detto Giulia, "questo mi fa venire voglia. Non quella roba che mi ha fatto vedere il mio ex dove la tipa sembrava un manichino di plastica."

"Esatto," avevano convenuto le altre.

Eravamo arrivate alla fine del film con le guance accese e un silenzio diverso nella stanza. Non c'era imbarazzo. C'era consapevolezza.

"Lo vorrei," aveva detto Marta alla fine, spezzando il silenzio. "Una serata così. Con qualcuno che mi guarda come quella rossa guardava l'altra."

"Lo meriti," avevo risposto io.

"Lo meritiamo tutte," aveva aggiunto Sara.

Avevamo spento la TV. Fuori il vento ululava ancora, ma dentro c'era qualcosa di nuovo. Un patto. Una promessa che domani avremmo chiesto di più. Che non ci saremmo accontentate.

"Altro vino?" avevo chiesto, alzandomi.

"E dopo," aveva sorriso Giulia, "mettiamo l'altro. Quello con la scena in cucina."

Avevo riso, prendendo la bottiglia. "Sei insaziabile."

"Siamo donne," aveva risposto lei. "È normale."

E aveva ragione. Eravamo donne, eravamo amiche, eravamo desiderio senza vergogna. E quella sera, nel caldo del mio salotto mentre il gelo picchiava fuori, avevamo imparato che il piacere è nostro, e che possiamo guardarlo in faccia senza scusarci mai più.
di
scritto il
2026-07-23
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