Sola in camera d'albergo
di
Silly
genere
confessioni
Ho quarantatré anni, sono una donna con le curve, quelle che la vita mi ha regalato, lesbica dichiarata da sempre, e il mio lavoro mi porta a girare l'Italia e l'Europa in un tour perpetuo di alberghi a quattro e cinque stelle. Lavoro in un settore dominato dagli uomini, quindi ho imparato a giocare con l'armatura: gonne a tubino classiche, calze velate, tacchi a spillo che fanno rumore sui marmi delle hall, camicette immacolate e giacche tagliate su misura. Trucco leggero, quasi invisibile, ma lo smalto è sempre scuro, bordeaux o nero.
Ma c'è un momento, ogni volta, in cui cado. Appena chiudo la porta della camera d'albergo, quella porta che scatta con un suono elegante e definitivo, qualcosa dentro di me si spezza e si ricompone in un'altra forma. La stanza è sempre bellissima, profumata, il letto immacolato, il bagno spazioso spesso con la vasca da sogno. E io, che ho passato la giornata a comandare riunioni e a stringere mani di uomini in giacca e cravatta, divento qualcosa di primordiale.
Mi guardo allo specchio dell'ingresso. Gli occhi sono ancora quelli della professionista, ma il respiro è già diverso. Inizio a spogliarmi con calma metodica, come se ogni capo di vestiario fosse un velo da strappare. La giacca vola sulla sedia. La camicetta si apre, bottoni che si liberano uno a uno. La gonna scivola giù, un silenzio di seta che accarezza le gambe. Le calze, le tolgo lentamente, arrotolandole. I tacchi, con un calcio, finiscono in un angolo.
Resto in lingerie un attimo, guardandomi. Poi via anche quella. Sono nuda, completamente, davanti allo specchio del bagno. La mia figa è pelosa, nera, folta, un triangolo scuro che non rasco mai, un segno di femminilità selvaggia che contrasta con l'immagine impeccabile di poche ore fa. Mi avvicino allo specchio e apro le gambe per guardarmi meglio: le grandi labbra esterne sono carnose, spesse, di un rosa scuro che spunta dal pelo nero. Le piccole labbra sono visibili solo se le spalmo con le dita, rosa più chiaro, aperte leggermente, umide già. Il clitoride è gonfio, sporge dal cappuccio, una piccola protuberanza dura tra i peli.
Apro l'acqua della vasca, calda quasi al limite del sopportabile. Dal minibar prendo una bottiglia di vino rosso, la stappo con i denti quasi, e ne verso un bicchiere che porto con me in bagno. Bevo un sorso, poi ne verso un altro direttamente nell'acqua che sta salendo, un rituale strano. Poi la vodka, quella pericolosa bottiglia trasparente da 75cl. Riempio metà bicchiere e me la porto dietro.
Entro nell'acqua. Il calore mi avvolge e sospiro, chiudendo gli occhi. Bevo la vodka a sorsi veloci, sentendo il bruciore scendere e accendere tutto. L'alcol fa il suo lavoro, allenta le inibizioni che già sono sottili. Le mani iniziano a muoversi da sole. Mi tocco il seno, i fianchi, le cosce. Poi scivolano verso il centro. Apro le gambe larghe, i piedi appoggiati sui bordi della vasca, e guardo giù: il pelo nero galleggia intorno alla fica come alghe sott'acqua. Le grandi labbra gonfie sporgono, visibili attraverso l'acqua chiara. Lascio andare la pipì: esce calda, gialla, dal buco della fica, si mescola all'acqua della vasca creando un filo dorato che si dissolve. Piscio lentamente, godendo del calore che si espande intorno a me. Finisco, ma il piacere rimane.
In quella vasca, da sola, divento esploratrice di me stessa. Non ho dildo in bagno, ma ho le dita, e ho tutto ciò che la stanza offre. Spalmo le grandi labbra con le dita, mostrando l'apertura rosa, il buco umido che si contrae. Prendo il bagnoschiuma, la bottiglia cilindrica, e la faccio scivolare dentro di me, lentamente, sentendo la pressione riempirmi. Mi muovo contro di essa, l'acqua sporca di pipì schizza fuori. Tiro fuori la bottiglia e la faccio rientrare, forte, sentendo le pareti della fica che si espandono e stringono.
Esco dalla vasca quando la pelle è rugosa e il cervello è già nel limbo dell'ubriachezza leggera. Non mi asciugo del tutto, lascio gocce d'acqua che mi scendono lungo la schiena, i fianchi, tra le gambe. Prendo l'asciugamano solo per tamponarmi i capelli, poi lo lascio cadere.
Sono nuda, completamente nuda, e la stanza è il mio tempio. A volte mi stendo sul letto, quello grande e bianco, altre volte su una poltrona, o sul divano se c'è. Oggi scelgo la poltrona vicino alla finestra, quella con i braccioli robusti.
Apro la mia borsa, quella che porto sempre con me, la piccola pochette nera che nessuno immagina cosa contenga. Il succhiaclitoride, rosa e piccolo, ma potente. Il plug anale, nero e liscio, del diametro giusto per farmi sentire piena. E poi le pinze. Non sono pinze da lavoro, sono quelle che ho comprato online, specifiche per questo gioco, con le punte rivestite in gomma ma la pressione forte, molto forte.
Inizio con i capezzoli. Sono già turgidi, sensibili. Attacco la prima pinza e il dolore è immediato, acuto, bellissimo. Un gemito mi esce dalla gola, non trattenuto. La seconda pinza sull'altro capezzolo, e ora sono prigioniera di me stessa, legata da questa sensazione che confonde dolore e piacere.
Bevo un altro sorso di vodka, diretta dalla bottiglia ormai. L'alcol brucia e amplifica tutto. Prendo una pinza, quella che ha mollato un capezzolo, e la faccio scivolare giù. La posiziono sul clitoride, quel piccolo bottone gonfio, e chiudo. Il dolore è elettrico, un lampo che mi percorre la spina dorsale. Gemo forte, non mi frega più niente dei vicini di stanza. Stringo, tiro, sento il pulsare del sangue.
Poi sposto la pinza sulle grandi labbra, quelle esterne, carnose. Le prendo tra le punte, tiro, strizzo. Il dolore si mescola all'umidità che non ha mai smesso di fluire. Con l'altra mano inizio a tirare i peli della mia fica, uno a uno, a ciocche, non per strapparli davvero, ma per sentire quel filo di dolore acuto che si mescola al piacere, una linea sottile che percorro con dita ormai avide.
Il plug è lì, sul tavolino. Lo prendo, lo lubrifico con la saliva e con i miei umori, e poi mi piego sulla poltrona, a gambe aperte, e me lo infilo nell'ano. La pressione è intensa, il riempimento totale. Ora ho il succhiaclitoride che pulsa tra le gambe, le pinze che ancora stringono un capezzolo, e il plug che mi espande.
Sono ubriaca, ormai. La vodka ha fatto il suo lavoro, il vino ha aperto la porta. Mi muovo contro la poltrona, cercando attrito, cercando più dolore, più piacere. Mi schiaffeggio le cosce, mi pizzico la pancia, mi tiro i peli più forte, fino a quando gli occhi si riempiono di lacrime che non sono solo di dolore.
Vengo così, in quella camera d'albergo lussuosa, con le ginocchia divaricate e il corpo che trema, con il sapore di vodka sulle labbra e il dolore che mi fa sentire viva, finalmente viva, dopo giorni di maschere e convenevoli. Sono sola, sono nuda, sono mia. E nessuno, fuori da quella porta, potrebbe mai immaginare cosa succede qui dentro.
Ma c'è un momento, ogni volta, in cui cado. Appena chiudo la porta della camera d'albergo, quella porta che scatta con un suono elegante e definitivo, qualcosa dentro di me si spezza e si ricompone in un'altra forma. La stanza è sempre bellissima, profumata, il letto immacolato, il bagno spazioso spesso con la vasca da sogno. E io, che ho passato la giornata a comandare riunioni e a stringere mani di uomini in giacca e cravatta, divento qualcosa di primordiale.
Mi guardo allo specchio dell'ingresso. Gli occhi sono ancora quelli della professionista, ma il respiro è già diverso. Inizio a spogliarmi con calma metodica, come se ogni capo di vestiario fosse un velo da strappare. La giacca vola sulla sedia. La camicetta si apre, bottoni che si liberano uno a uno. La gonna scivola giù, un silenzio di seta che accarezza le gambe. Le calze, le tolgo lentamente, arrotolandole. I tacchi, con un calcio, finiscono in un angolo.
Resto in lingerie un attimo, guardandomi. Poi via anche quella. Sono nuda, completamente, davanti allo specchio del bagno. La mia figa è pelosa, nera, folta, un triangolo scuro che non rasco mai, un segno di femminilità selvaggia che contrasta con l'immagine impeccabile di poche ore fa. Mi avvicino allo specchio e apro le gambe per guardarmi meglio: le grandi labbra esterne sono carnose, spesse, di un rosa scuro che spunta dal pelo nero. Le piccole labbra sono visibili solo se le spalmo con le dita, rosa più chiaro, aperte leggermente, umide già. Il clitoride è gonfio, sporge dal cappuccio, una piccola protuberanza dura tra i peli.
Apro l'acqua della vasca, calda quasi al limite del sopportabile. Dal minibar prendo una bottiglia di vino rosso, la stappo con i denti quasi, e ne verso un bicchiere che porto con me in bagno. Bevo un sorso, poi ne verso un altro direttamente nell'acqua che sta salendo, un rituale strano. Poi la vodka, quella pericolosa bottiglia trasparente da 75cl. Riempio metà bicchiere e me la porto dietro.
Entro nell'acqua. Il calore mi avvolge e sospiro, chiudendo gli occhi. Bevo la vodka a sorsi veloci, sentendo il bruciore scendere e accendere tutto. L'alcol fa il suo lavoro, allenta le inibizioni che già sono sottili. Le mani iniziano a muoversi da sole. Mi tocco il seno, i fianchi, le cosce. Poi scivolano verso il centro. Apro le gambe larghe, i piedi appoggiati sui bordi della vasca, e guardo giù: il pelo nero galleggia intorno alla fica come alghe sott'acqua. Le grandi labbra gonfie sporgono, visibili attraverso l'acqua chiara. Lascio andare la pipì: esce calda, gialla, dal buco della fica, si mescola all'acqua della vasca creando un filo dorato che si dissolve. Piscio lentamente, godendo del calore che si espande intorno a me. Finisco, ma il piacere rimane.
In quella vasca, da sola, divento esploratrice di me stessa. Non ho dildo in bagno, ma ho le dita, e ho tutto ciò che la stanza offre. Spalmo le grandi labbra con le dita, mostrando l'apertura rosa, il buco umido che si contrae. Prendo il bagnoschiuma, la bottiglia cilindrica, e la faccio scivolare dentro di me, lentamente, sentendo la pressione riempirmi. Mi muovo contro di essa, l'acqua sporca di pipì schizza fuori. Tiro fuori la bottiglia e la faccio rientrare, forte, sentendo le pareti della fica che si espandono e stringono.
Esco dalla vasca quando la pelle è rugosa e il cervello è già nel limbo dell'ubriachezza leggera. Non mi asciugo del tutto, lascio gocce d'acqua che mi scendono lungo la schiena, i fianchi, tra le gambe. Prendo l'asciugamano solo per tamponarmi i capelli, poi lo lascio cadere.
Sono nuda, completamente nuda, e la stanza è il mio tempio. A volte mi stendo sul letto, quello grande e bianco, altre volte su una poltrona, o sul divano se c'è. Oggi scelgo la poltrona vicino alla finestra, quella con i braccioli robusti.
Apro la mia borsa, quella che porto sempre con me, la piccola pochette nera che nessuno immagina cosa contenga. Il succhiaclitoride, rosa e piccolo, ma potente. Il plug anale, nero e liscio, del diametro giusto per farmi sentire piena. E poi le pinze. Non sono pinze da lavoro, sono quelle che ho comprato online, specifiche per questo gioco, con le punte rivestite in gomma ma la pressione forte, molto forte.
Inizio con i capezzoli. Sono già turgidi, sensibili. Attacco la prima pinza e il dolore è immediato, acuto, bellissimo. Un gemito mi esce dalla gola, non trattenuto. La seconda pinza sull'altro capezzolo, e ora sono prigioniera di me stessa, legata da questa sensazione che confonde dolore e piacere.
Bevo un altro sorso di vodka, diretta dalla bottiglia ormai. L'alcol brucia e amplifica tutto. Prendo una pinza, quella che ha mollato un capezzolo, e la faccio scivolare giù. La posiziono sul clitoride, quel piccolo bottone gonfio, e chiudo. Il dolore è elettrico, un lampo che mi percorre la spina dorsale. Gemo forte, non mi frega più niente dei vicini di stanza. Stringo, tiro, sento il pulsare del sangue.
Poi sposto la pinza sulle grandi labbra, quelle esterne, carnose. Le prendo tra le punte, tiro, strizzo. Il dolore si mescola all'umidità che non ha mai smesso di fluire. Con l'altra mano inizio a tirare i peli della mia fica, uno a uno, a ciocche, non per strapparli davvero, ma per sentire quel filo di dolore acuto che si mescola al piacere, una linea sottile che percorro con dita ormai avide.
Il plug è lì, sul tavolino. Lo prendo, lo lubrifico con la saliva e con i miei umori, e poi mi piego sulla poltrona, a gambe aperte, e me lo infilo nell'ano. La pressione è intensa, il riempimento totale. Ora ho il succhiaclitoride che pulsa tra le gambe, le pinze che ancora stringono un capezzolo, e il plug che mi espande.
Sono ubriaca, ormai. La vodka ha fatto il suo lavoro, il vino ha aperto la porta. Mi muovo contro la poltrona, cercando attrito, cercando più dolore, più piacere. Mi schiaffeggio le cosce, mi pizzico la pancia, mi tiro i peli più forte, fino a quando gli occhi si riempiono di lacrime che non sono solo di dolore.
Vengo così, in quella camera d'albergo lussuosa, con le ginocchia divaricate e il corpo che trema, con il sapore di vodka sulle labbra e il dolore che mi fa sentire viva, finalmente viva, dopo giorni di maschere e convenevoli. Sono sola, sono nuda, sono mia. E nessuno, fuori da quella porta, potrebbe mai immaginare cosa succede qui dentro.
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