Voglio essere usata

di
genere
confessioni

Ho 43 anni, vivo a Firenze e lavoro in una libreria. Sono lesbica dichiarata da vent'anni, insomma, mica una novellina. Però c'è una cosa che non confesso mai nemmeno alle mie amiche più intime, una scemenza che mi prende sempre quando sono negli spogliatoi della piscina, dove vado il martedì e il giovedì.
Stamani, per esempio. Stavo lì, seduta sulla panchina di legno, a togliermi il costume bagnato con quella sensazione appiccicosa sulla pelle, quando sono entrate in quattro signore insieme. Una aveva sui sessant'anni, due sui trenta, una ragazzina ventenne con i tatuaggi sulle cosce. Nel frattempo nello spogliatoio c'erano altre sei o sette donne.
E io, bam, mi sono immaginata una scena assurda, totale, che mi fa arrossire anche da sola.
Mi vedo stesa su quella panchina sudata, nuda come un animale, mentre quella decina di donne presenti mi circondano. Non sono gentili, eh. Sono cattive, affamate. Mi afterrano i peli della fica - che io ho folti, non mi depilo mica per nessuno - e me li tirano con forza, così che io grido e rido insieme perché fa male ma è bello, è bruttissimo e bellissimo.
Mi mordono i capezzoli, non con delicatezza, no. Con i denti, tirandomeli, allungandomeli, facendomi sentire come un oggetto, una cosa da usare. E io voglio essere quella cosa lì, quella troia di me stessa che non ammetto mai esista.
Poi una si mette sopra di me, si accovaccia sul mio viso, e io apro la bocca come una cretina affamata mentre lei mi piscia dentro, calda, salata, scandalosa. E un'altra prende il posto, e un'altra ancora, tutte a turno, finché non ne posso più e ho la bocca piena del gusto di tutte loro.
Nel frattempo sento le mani, oh le mani. Una dopo l'altra, mi infilano i pugni nella fica, mi aprono, mi dilatano, mi fanno sentire vuota e piena insieme. Mi allargano il buco del culo con le dita, poi con oggetti, poi con altre mani, finché non sono aperta come una specie di pozzo senza fondo.
E sto lì, sdraiata su quella panchina, con tutte quelle fiche sopra la mia faccia, una che mi schiaccia il naso, l'altra che mi strofina i peli sulle labbra, un'altra che mi costringe a leccare mentre mi dicono cose sporche, cose da puttana. Io sono la loro puttana, la loro troia da piscina, la lesbica quarantenne ridicola che si fa possedere da tutte, giovani e vecchie, grasse e magre, belle e brutte.
Poi mi passa, capisci? Mi vesto, mi asciugo i capelli, saluto le signore con un "ciao" educato, e vado a lavorare in libreria come se niente fosse. Però dentro, sotto la camicetta, sento ancora quel caldo ridicolo, quella voglia assurda di essere usata da tutte quante.
Sono scema, lo so. Però ogni martedì e giovedì, lì negli spogliatoi, ritorno a fantasticare su questa assurdità totale. E forse è per questo che continuo a pagare l'abbonamento, insomma. Per quella mezz'ora di scemenza erotica che mi porto dentro come un segreto buffo e sporco, tutto mio.
di
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2026-06-18
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