Erasmus a Salamanca
di
Silly
genere
saffico
A ventidue anni andai a Salamanca per l'Erasmus. Volevo libertà, volevo scoprire chi ero lontana da casa, e questa città dorata mi accolse con le sue piazze piene di vita e le notti che sembravano non finire mai.
Dividevo un appartamento nei pressi del campus con due ragazze che all'inizio erano solo sconosciute e poi diventarono il mio punto di riferimento. C'era Floor, olandese di Groningen: alta quasi un metro e ottanta, fisico da pallavolista con spalle larghe e gambe interminabili, capelli biondi raccolti sempre in una coda disordinata. Aveva un carattere solare e diretto, rideva forte e non si faceva problemi a dire quello che pensava. Poi c'era Aisha, pakistana ma nata Londra: più bassa di me, corporatura minuta ma con curve morbide, pelle color caramello e occhi enormi da cerbiatto. Riservata all'inizio, ma una volta aperta rivelò un umorismo tagliente e una saggezza silenziosa che mi stupiva ogni giorno.
In poche settimane raggiungemmo un'inattesa confidenza, quel tipo di intimità che si costruisce quando si condivide uno spazio stretto e si superano le barriere delle convenzioni. Una sera, mentre cenavamo con un vino troppo economico, dichiarai senza drammi che ero lesbica precisando, con un sorriso, che ero però "innocua", per rassicurarle. Loro semplicemente annuirono, come se fosse la cosa più naturale del mondo, e in quel gesto sentii tutta l'emancipazione che in Italia tendiamo a dimenticare, quella che rende l'identità una semplice verità e non una dichiarazione di guerra. Da quel momento nacque tra noi una bella complicità tutta al femminile, senza competizioni né giudizi. Girovagavamo tranquillamente nude per casa, ognuna a proprio agio nel proprio corpo: Floor con il suo pube biondo e rado, curato in una striscia sottile che lasciava scoperte le labbra lisce; Aisha che invece preferiva la depilazione totale, con quella sua pelle scura e perfettamente liscia tra le gambe; io, col mio corpo già leggermente curvy, la pelle olivastra e la passera pelosa che creava una certa eterogeneità tra vagine. La glabra, la mohicana e la boscaglia. Quasi il titolo di un film con protagoniste tre fiche pistolere.
Ci scambiavamo vestiti senza formalità, i nostri armadi diventarono un unico guardaroba condiviso. Tutto in piena serenità come quando, se ad esempio una di noi si stava depilando le gambe in bagno, l'altra poteva entrare a lavarsi i denti o a cercare il mascara come se nulla fosse.
Eravamo un trio improbabile ma perfetto.
Dopo un paio di mesi di lezioni e serate smodate, decidemmo di fare una festa a casa nostra. Eravamo in sette: io, Floor, Aisha, poi vennero Giulia, un'italiana del corso di spagnolo, e Zara, ungherese, oltre a Marco e Leon, due ragazzi conosciuti alla facoltà.
La serata viaggiò tra bottiglie di vino, churros comprati al bar sotto casa, vodka lemon e il profumo dolciastro dell'erba che girava tra di noi. Aisha fumava poco, preferiva osservare con il suo sorriso enigmatico. Floor invece si stese sul divano ridendo a crepapelle per battute che solo noi capivamo.
A un certo punto qualcuno propose il gioco della bottiglia. Obbligo o verità. L'atmosfera si scaldò, le risate diventarono più acute. Ci spogliammo tutti un po' ma senza eccessi poi, una volta che toccò a me, scelsi obbligo e Floor mi sfidò a togliere il reggiseno, sapendo che l'avrei fatto. Lo feci con nonchalance e le mie tette morbide e naturali restarono libere sotto la maglietta. Poco dopo anche Zara, l'ungherese, si liberò del suo reggiseno rosa in pizzo, invisibile dalla canottiera scura che indossava.
Solo noi due avevamo quasi in bella mostra qualcosa di intimo anche perché i nostri capezzoli risaltavano abbastanza.
Zara era alta, magra ma con una struttura robusta, spalle larghe e fianchi stretti. Aveva capelli rossi tagliati corti, occhi verdi penetranti e un modo di muoversi leggiadro.
Aveva un carattere audace, parlava poco ma quando lo faceva le sue parole avevano peso. Mi confidò di essere bisessuale, di amare l'imprevedibilità del desiderio.
Eravamo sedute sul pavimento, io in maglietta con delle mutandine di cotone e lei in canottiera e slip rosa. I miei peli scuri spuntavano chiaramente dai bordi del mio intimo, folti e visibili. Notavo che Leon, uno dei due ragazzi, non riusciva a staccare gli occhi dal mio inguine, ma Floor lo afferrò per il colletto e lo trascinò verso di sé, iniziando a baciarlo per poi portandoselo sul divano.
Marco, l'altro ragazzo, era ormai crollato ubriaco sotto il tavolo, russando sommessamente. Giulia decise che era il momento di andarsene, salutò frettolosamente e sparí nella notte. Aisha, con la sua dolcezza abituale, si addormentò sulla poltrona, avvolta in una coperta ed un sorriso sognante sulle labbra.
Restammo solo io e Zara, con le tette quasi all'aria, a ridere della situazione. I nostri sguardi si incrociarono e c'era qualcosa di elettrico nell'aria, qualcosa che andava oltre l'alcool e l'erba.
"Sei bellissima," disse lei, la voce roca.
"Anche tu," risposi, sentendo il cuore accelerare.
Mi prese per mano senza aggiungere altro. Ci alzammo insieme, attraversiamo il soggiorno dove Floor stava praticamente montando Leon sul divano, e ci dirigiamo verso il bagno. Quando la vidi completamente nuda in piedi, scoprii che il suo corpo nascondeva sorprese: aveva un culo più grosso e prominente di quanto suggerisse la sua corporazione snella, due chiappe tonde e piene che si ergevano morbide. La sua fica era stretta, con le labbra interne rosa che spuntavano leggermente tra i lembi esterni, completamente depilata e liscia, in netto contrasto con la mia fica esageratamente pelosa. Il suo corpo era decorato da tatuaggi: una fenice che saliva lungo la schiena, un disegno geometrico sul fianco sinistro, e piccole scritte in giapponese lungo le costole. Sotto la doccia, con l'acqua calda che scorreva sulle nostre pelli, iniziammo a baciarci. I suoi baci erano insistenti, dominanti, la lingua che esplorava la mia bocca con decisione. Le mie mani scivolavano sul suo corpo snello, trovarono il suo clitoride turgido e iniziarono a stimolarlo con ritmo costante, sentendo i suoi gemiti riempire lo spazio ristretto.
"Andiamo in camera tua," sussurrò contro il mio collo.
Ci spostammo nel mio letto, ancora bagnate, lasciando macchie umide sulle lenzuola. Zara mi spinse sul materasso con una forza che mi sorprese, i suoi occhi verdi brillavano di un'intensità diversa. Si stese sopra di me, le sue tette piccole e sode premevano contro le mie più morbide.
"Voglio provare qualcosa," diceva, aprendo il cassetto del comodino dove conservavo alcuni oggetti. Trovò una mia cintura di pelle nera e un paio di miei calzini di cotone. "Ti fidi?"
"Of course!", il respiro già affannoso.
Zara mi legò i polsi alla testiera del letto con i calzini, stretti ma non dolorosi. Poi prese la cintura e la fece scorrere sul mio corpo, la pelle fredda che mi faceva sussultare. Iniziò a usare la cintura per colpire leggermente i miei fianchi, le mie cosce, aumentando gradualmente l'intensità. Ogni colpo era accompagnato da un bacio, da una carezza, da un dito che scivolava nella mia fica bagnata e pelosa.
"Sei così bella così," mormorava, osservandomi legata e completamente vulnerabile. "Voglio sentirti venire per me."
Continuava a stimolarmi con due dita che entravano e uscivano con precisione. I colpi della cintura si facevano più decisi, lasciando segni rossi sulla mia pelle che bruciavano in modo eccitante. Ero completamente in suo potere, e questa sensazione di abbandono misto a fiducia mi faceva impazzire.
Quando sentii l'orgasmo avvicinarsi, lei aumentò il ritmo, le dita che martellavano dentro di me, il pollice che premeva sul mio clitoride. Venni con forza, in un fiume di liquido che inondò le sue dita e le lenzuola, i muscoli che si contraevano, un gemito strozzato che uscí dalla mia gola mentre lei continuava a muovere le dita, spremendo ogni ultima goccia del mio piacere.
Appena i miei polsi vennero liberati, mi fiondai su di lei con una fame improvvisa. Scesi lungo il suo corpo, baciando la fenice tatuata sulla schiena, i fianchi, fino ad affondare il viso tra le sue gambe. La leccavo con avidità, il suo sapore dolciastro e metallico mi riempiva la bocca, un nettare denso e intenso che mi eccitava ancora di più. Il suo clitoride era gonfio e pulsante sotto la mia lingua, le sue labbra lisce e umide si aprivano per me.
Poi lei si girò, si mise a quattro zampe sul letto, sollevò il bacino e si allargò le natiche con entrambe le mani. Il suo buco del culo si presentava a me, rosa scuro e già usato, per niente vergine, leggermente aperto in attesa. Era un invito chiaro, esplicito, eccitante.
"Accetto l'invito," sussurrai, posizionandomi dietro di lei.
Con una mano le raggiungevo il clitoride da sotto, stimolandolo con movimenti circolari, mentre con la lingua iniziavo a leccare intorno al suo ano, sentendo i brividi che la percorrevano. Poi affondai la lingua dentro di lei, penetrando quel buco già esperto, sentendo i suoi gemiti diventare più acuti e rochi.
Usavo i suoi umori, misti ai miei ancora sulle mie dita, per lubrificarla. Entravo con due dita, poi aggiungevo una terza, sentendo la sua carne calda e morbida che mi accoglieva. Lei si muoveva contro di me, spingendo indietro per prendere di più.
Sul comodino vedi il mio deodorante spray, quello con la classica forma cilindrica e liscia. Lo presi, lo mostrai a Zara oltre la sua spalla. Lei si girò, guardò l'oggetto, sorrise con malizia e annuí.
Poggiai il deodorante sul letto ed usai entrambi i miei indici per allargare al massimo il suo ano, ci fu un gemito di dolore che uscí dalle sue labbra, ma era un dolore che lei desiderava. "Let's go," disse con voce roca con il suo accento ungherese a rendere tutto più eccitante.
Raccolsi altri umori suoi, misti ai miei ancora sulle mie dita e sulla mia fica, riempii il suo buco di saliva, lubrificando bene. Poi presi il deodorante e lentamente, con estrema lentezza, la penetrai. Lei gemeva, un suono gutturale che usciva dalla gola, mentre l'oggetto cilindrico entrava nel suo corpo.
Andavo su e giù, controllando il ritmo, mentre con l'altra mano continuavo a masturbarla, il clitoride che pulsava sotto le mie dita. Il deodorante scorreva dentro di lei, io acceleravo il ritmo, i suoi gemiti si facevano urla soffocate nel cuscino.
Dopo un po', sentii la mia mano inondata di un liquido caldo che spruzzava con forza. Per un attimo pensai che fosse pipì, ma il liquido era leggermente più vischioso, denso, e continuava a venire in getti potenti. Stava squirtando, allagando il mio letto in una pozza calda che si espandeva sotto di noi. Lei urlava, un grido liberatorio che riempiva la stanza, il corpo che si contorceva in spasmi incontrollabili.
Estrassi delicatamente il deodorante, ci lasciammo cadere entrambe sul letto, sopra il suo liquido caldo che ci bagnava la pelle. Restammo stese fianco a fianco, i nostri corpi nudi e ancora tremanti, a fissare il soffitto. Poi ci guardammo negli occhi, e ci demmo un bacio leggero, dolce, un sigillo silenzioso su quello che era appena successo.
Dividevo un appartamento nei pressi del campus con due ragazze che all'inizio erano solo sconosciute e poi diventarono il mio punto di riferimento. C'era Floor, olandese di Groningen: alta quasi un metro e ottanta, fisico da pallavolista con spalle larghe e gambe interminabili, capelli biondi raccolti sempre in una coda disordinata. Aveva un carattere solare e diretto, rideva forte e non si faceva problemi a dire quello che pensava. Poi c'era Aisha, pakistana ma nata Londra: più bassa di me, corporatura minuta ma con curve morbide, pelle color caramello e occhi enormi da cerbiatto. Riservata all'inizio, ma una volta aperta rivelò un umorismo tagliente e una saggezza silenziosa che mi stupiva ogni giorno.
In poche settimane raggiungemmo un'inattesa confidenza, quel tipo di intimità che si costruisce quando si condivide uno spazio stretto e si superano le barriere delle convenzioni. Una sera, mentre cenavamo con un vino troppo economico, dichiarai senza drammi che ero lesbica precisando, con un sorriso, che ero però "innocua", per rassicurarle. Loro semplicemente annuirono, come se fosse la cosa più naturale del mondo, e in quel gesto sentii tutta l'emancipazione che in Italia tendiamo a dimenticare, quella che rende l'identità una semplice verità e non una dichiarazione di guerra. Da quel momento nacque tra noi una bella complicità tutta al femminile, senza competizioni né giudizi. Girovagavamo tranquillamente nude per casa, ognuna a proprio agio nel proprio corpo: Floor con il suo pube biondo e rado, curato in una striscia sottile che lasciava scoperte le labbra lisce; Aisha che invece preferiva la depilazione totale, con quella sua pelle scura e perfettamente liscia tra le gambe; io, col mio corpo già leggermente curvy, la pelle olivastra e la passera pelosa che creava una certa eterogeneità tra vagine. La glabra, la mohicana e la boscaglia. Quasi il titolo di un film con protagoniste tre fiche pistolere.
Ci scambiavamo vestiti senza formalità, i nostri armadi diventarono un unico guardaroba condiviso. Tutto in piena serenità come quando, se ad esempio una di noi si stava depilando le gambe in bagno, l'altra poteva entrare a lavarsi i denti o a cercare il mascara come se nulla fosse.
Eravamo un trio improbabile ma perfetto.
Dopo un paio di mesi di lezioni e serate smodate, decidemmo di fare una festa a casa nostra. Eravamo in sette: io, Floor, Aisha, poi vennero Giulia, un'italiana del corso di spagnolo, e Zara, ungherese, oltre a Marco e Leon, due ragazzi conosciuti alla facoltà.
La serata viaggiò tra bottiglie di vino, churros comprati al bar sotto casa, vodka lemon e il profumo dolciastro dell'erba che girava tra di noi. Aisha fumava poco, preferiva osservare con il suo sorriso enigmatico. Floor invece si stese sul divano ridendo a crepapelle per battute che solo noi capivamo.
A un certo punto qualcuno propose il gioco della bottiglia. Obbligo o verità. L'atmosfera si scaldò, le risate diventarono più acute. Ci spogliammo tutti un po' ma senza eccessi poi, una volta che toccò a me, scelsi obbligo e Floor mi sfidò a togliere il reggiseno, sapendo che l'avrei fatto. Lo feci con nonchalance e le mie tette morbide e naturali restarono libere sotto la maglietta. Poco dopo anche Zara, l'ungherese, si liberò del suo reggiseno rosa in pizzo, invisibile dalla canottiera scura che indossava.
Solo noi due avevamo quasi in bella mostra qualcosa di intimo anche perché i nostri capezzoli risaltavano abbastanza.
Zara era alta, magra ma con una struttura robusta, spalle larghe e fianchi stretti. Aveva capelli rossi tagliati corti, occhi verdi penetranti e un modo di muoversi leggiadro.
Aveva un carattere audace, parlava poco ma quando lo faceva le sue parole avevano peso. Mi confidò di essere bisessuale, di amare l'imprevedibilità del desiderio.
Eravamo sedute sul pavimento, io in maglietta con delle mutandine di cotone e lei in canottiera e slip rosa. I miei peli scuri spuntavano chiaramente dai bordi del mio intimo, folti e visibili. Notavo che Leon, uno dei due ragazzi, non riusciva a staccare gli occhi dal mio inguine, ma Floor lo afferrò per il colletto e lo trascinò verso di sé, iniziando a baciarlo per poi portandoselo sul divano.
Marco, l'altro ragazzo, era ormai crollato ubriaco sotto il tavolo, russando sommessamente. Giulia decise che era il momento di andarsene, salutò frettolosamente e sparí nella notte. Aisha, con la sua dolcezza abituale, si addormentò sulla poltrona, avvolta in una coperta ed un sorriso sognante sulle labbra.
Restammo solo io e Zara, con le tette quasi all'aria, a ridere della situazione. I nostri sguardi si incrociarono e c'era qualcosa di elettrico nell'aria, qualcosa che andava oltre l'alcool e l'erba.
"Sei bellissima," disse lei, la voce roca.
"Anche tu," risposi, sentendo il cuore accelerare.
Mi prese per mano senza aggiungere altro. Ci alzammo insieme, attraversiamo il soggiorno dove Floor stava praticamente montando Leon sul divano, e ci dirigiamo verso il bagno. Quando la vidi completamente nuda in piedi, scoprii che il suo corpo nascondeva sorprese: aveva un culo più grosso e prominente di quanto suggerisse la sua corporazione snella, due chiappe tonde e piene che si ergevano morbide. La sua fica era stretta, con le labbra interne rosa che spuntavano leggermente tra i lembi esterni, completamente depilata e liscia, in netto contrasto con la mia fica esageratamente pelosa. Il suo corpo era decorato da tatuaggi: una fenice che saliva lungo la schiena, un disegno geometrico sul fianco sinistro, e piccole scritte in giapponese lungo le costole. Sotto la doccia, con l'acqua calda che scorreva sulle nostre pelli, iniziammo a baciarci. I suoi baci erano insistenti, dominanti, la lingua che esplorava la mia bocca con decisione. Le mie mani scivolavano sul suo corpo snello, trovarono il suo clitoride turgido e iniziarono a stimolarlo con ritmo costante, sentendo i suoi gemiti riempire lo spazio ristretto.
"Andiamo in camera tua," sussurrò contro il mio collo.
Ci spostammo nel mio letto, ancora bagnate, lasciando macchie umide sulle lenzuola. Zara mi spinse sul materasso con una forza che mi sorprese, i suoi occhi verdi brillavano di un'intensità diversa. Si stese sopra di me, le sue tette piccole e sode premevano contro le mie più morbide.
"Voglio provare qualcosa," diceva, aprendo il cassetto del comodino dove conservavo alcuni oggetti. Trovò una mia cintura di pelle nera e un paio di miei calzini di cotone. "Ti fidi?"
"Of course!", il respiro già affannoso.
Zara mi legò i polsi alla testiera del letto con i calzini, stretti ma non dolorosi. Poi prese la cintura e la fece scorrere sul mio corpo, la pelle fredda che mi faceva sussultare. Iniziò a usare la cintura per colpire leggermente i miei fianchi, le mie cosce, aumentando gradualmente l'intensità. Ogni colpo era accompagnato da un bacio, da una carezza, da un dito che scivolava nella mia fica bagnata e pelosa.
"Sei così bella così," mormorava, osservandomi legata e completamente vulnerabile. "Voglio sentirti venire per me."
Continuava a stimolarmi con due dita che entravano e uscivano con precisione. I colpi della cintura si facevano più decisi, lasciando segni rossi sulla mia pelle che bruciavano in modo eccitante. Ero completamente in suo potere, e questa sensazione di abbandono misto a fiducia mi faceva impazzire.
Quando sentii l'orgasmo avvicinarsi, lei aumentò il ritmo, le dita che martellavano dentro di me, il pollice che premeva sul mio clitoride. Venni con forza, in un fiume di liquido che inondò le sue dita e le lenzuola, i muscoli che si contraevano, un gemito strozzato che uscí dalla mia gola mentre lei continuava a muovere le dita, spremendo ogni ultima goccia del mio piacere.
Appena i miei polsi vennero liberati, mi fiondai su di lei con una fame improvvisa. Scesi lungo il suo corpo, baciando la fenice tatuata sulla schiena, i fianchi, fino ad affondare il viso tra le sue gambe. La leccavo con avidità, il suo sapore dolciastro e metallico mi riempiva la bocca, un nettare denso e intenso che mi eccitava ancora di più. Il suo clitoride era gonfio e pulsante sotto la mia lingua, le sue labbra lisce e umide si aprivano per me.
Poi lei si girò, si mise a quattro zampe sul letto, sollevò il bacino e si allargò le natiche con entrambe le mani. Il suo buco del culo si presentava a me, rosa scuro e già usato, per niente vergine, leggermente aperto in attesa. Era un invito chiaro, esplicito, eccitante.
"Accetto l'invito," sussurrai, posizionandomi dietro di lei.
Con una mano le raggiungevo il clitoride da sotto, stimolandolo con movimenti circolari, mentre con la lingua iniziavo a leccare intorno al suo ano, sentendo i brividi che la percorrevano. Poi affondai la lingua dentro di lei, penetrando quel buco già esperto, sentendo i suoi gemiti diventare più acuti e rochi.
Usavo i suoi umori, misti ai miei ancora sulle mie dita, per lubrificarla. Entravo con due dita, poi aggiungevo una terza, sentendo la sua carne calda e morbida che mi accoglieva. Lei si muoveva contro di me, spingendo indietro per prendere di più.
Sul comodino vedi il mio deodorante spray, quello con la classica forma cilindrica e liscia. Lo presi, lo mostrai a Zara oltre la sua spalla. Lei si girò, guardò l'oggetto, sorrise con malizia e annuí.
Poggiai il deodorante sul letto ed usai entrambi i miei indici per allargare al massimo il suo ano, ci fu un gemito di dolore che uscí dalle sue labbra, ma era un dolore che lei desiderava. "Let's go," disse con voce roca con il suo accento ungherese a rendere tutto più eccitante.
Raccolsi altri umori suoi, misti ai miei ancora sulle mie dita e sulla mia fica, riempii il suo buco di saliva, lubrificando bene. Poi presi il deodorante e lentamente, con estrema lentezza, la penetrai. Lei gemeva, un suono gutturale che usciva dalla gola, mentre l'oggetto cilindrico entrava nel suo corpo.
Andavo su e giù, controllando il ritmo, mentre con l'altra mano continuavo a masturbarla, il clitoride che pulsava sotto le mie dita. Il deodorante scorreva dentro di lei, io acceleravo il ritmo, i suoi gemiti si facevano urla soffocate nel cuscino.
Dopo un po', sentii la mia mano inondata di un liquido caldo che spruzzava con forza. Per un attimo pensai che fosse pipì, ma il liquido era leggermente più vischioso, denso, e continuava a venire in getti potenti. Stava squirtando, allagando il mio letto in una pozza calda che si espandeva sotto di noi. Lei urlava, un grido liberatorio che riempiva la stanza, il corpo che si contorceva in spasmi incontrollabili.
Estrassi delicatamente il deodorante, ci lasciammo cadere entrambe sul letto, sopra il suo liquido caldo che ci bagnava la pelle. Restammo stese fianco a fianco, i nostri corpi nudi e ancora tremanti, a fissare il soffitto. Poi ci guardammo negli occhi, e ci demmo un bacio leggero, dolce, un sigillo silenzioso su quello che era appena successo.
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