Capitolo 3: Il libro di Pavese

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tradimenti

Il numero restò nel telefono per nove giorni senza che nessuno dei due lo usasse.

Lo sapevo perché li avevo contati. Nove giorni in cui aprivo la conversazione vuota almeno tre volte al giorno, guardavo lo spazio bianco dove non c'era ancora niente, e lo richiudevo. Nove giorni in cui avevo scritto e cancellato più messaggi di quanti ne avessi mai mandati in vita mia. *Ciao Chiara, il libro.* No. *Allora, questo Pavese.* No. *Ho pensato a quello che hai detto.* Assolutamente no.

Il problema di un canale aperto è che il silenzio, dentro un canale aperto, non è più silenzio. È attesa. Ogni ora che passava senza un messaggio era una dichiarazione. Chi avesse scritto per primo avrebbe ammesso qualcosa. E così restavamo tutti e due sulle nostre sponde, a guardare il ponte senza attraversarlo, sapendo che il solo fatto di non attraversarlo era già una forma di traversata.

Fu lei, alla fine. Ovviamente.

Il decimo giorno, un martedì, alle undici del mattino, il telefono vibrò sul tavolo dell'ufficio mentre traducevo l'ennesima clausola di un contratto che non mi interessava.

*«Il libro si intitola "La bella estate". Ma non te lo consiglio per il titolo. Te lo consiglio per una frase a pagina quaranta. C.»*

Quella C puntata. Nessun "ciao", nessun preambolo. Come se stessimo continuando una conversazione interrotta un attimo prima e non nove giorni prima. Rilessi il messaggio sei o sette volte, cercando in quelle poche parole tutto quello che non dicevano. *Non te lo consiglio per il titolo.* La bella estate. Naturalmente non era per il titolo. Niente, con Chiara, era mai per la ragione dichiarata.

Risposi dopo undici minuti. Volevo che sembrasse che stavo lavorando, che non ero rimasto a fissare lo schermo.

*«Quale frase a pagina quaranta?»*

I puntini apparvero subito. Stava aspettando anche lei.

*«Se te la dico io non conta. Devi trovarla da solo. Ce l'hai il libro?»*

*«No.»*

*«Allora hai un problema da risolvere.»*

Rimasi con il telefono in mano, e mi accorsi che stavo sorridendo come non sorridevo da mesi. Era così che funzionava. Non mi stava chiedendo di vederla. Mi stava dando una piccola missione, un pretesto che aveva la forma di un gioco letterario e la sostanza di un invito. Se avessi comprato il libro, se avessi cercato quella frase, sarei entrato nel gioco. E lei lo sapeva.

Uscii dall'ufficio a mezzogiorno. C'era una libreria in centro a Salerno, in via Mercanti, una di quelle vecchie con i pavimenti di legno che scricchiolano e un odore di carta che ti calma i nervi. La commessa trovò il libro in tre minuti. Un Einaudi tascabile, la copertina bianca con il titolo in rosso. *La bella estate.*

Lo pagai e uscii. Ma non andai a pagina quaranta subito. Non volevo. Volevo tornare a casa, farmi un caffè, sedermi con il libro come si fa con qualcosa di importante. C'era una cerimonia in tutto questo che non volevo sprecare.

Arrivai a casa. Feci il caffè. Mi sedetti sul divano, quello stesso divano dove nove giorni prima avevo fissato lo schermo del telefono al buio. Aprii il libro a pagina quaranta.

La lessi tutta, la pagina. Poi la rilessi cercando la frase. E la trovai, verso il fondo, isolata, come se qualcuno l'avesse messa lì apposta per me.

*"Il bello di quelle giornate era che tutto succedeva come di notte, in un sogno."*

La rilessi molte volte. Pensai a Chiara che aveva letto questo libro chissà quando, forse anni prima, forse in spiaggia come diceva Andrea, e che aveva segnato dentro di sé quella frase, e che adesso me la offriva come una chiave. *Tutto succedeva come di notte, in un sogno.* Era questo che stava cercando di dirmi. Che quello che stava accadendo tra noi apparteneva a una zona sospesa, fuori dalla luce del giorno, fuori dalle regole. Un sogno di cui non si è responsabili.

Presi il telefono.

*«Pagina quaranta. Tutto succedeva come di notte, in un sogno. È questa?»*

La risposta arrivò dopo un lungo minuto.

*«È questa.»*

Poi, subito dopo:

*«Andrea è a Ravello fino a venerdì. Cantiere. Dorme lì. Io giovedì pomeriggio sono sola. Se vuoi restituirmi il libro.»*

Guardai quelle parole per un tempo lunghissimo. *Se vuoi restituirmi il libro.* Un altro pretesto, perfetto come il primo. Nessuno, leggendo quei messaggi, avrebbe potuto dire che c'era qualcosa di sbagliato. Una donna presta un libro a un amico di famiglia, l'amico lo legge, glielo riporta. Tutto limpido. Tutto negabile.

Eppure sotto ogni parola c'era l'altra cosa. *Andrea dorme lì. Io sono sola. Se vuoi.*

Avrei dovuto scrivere di no. Avrei dovuto dire che glielo restituivo alla prossima cena, tutti e tre insieme, alla luce, con Andrea che girava le salsicce. Avrei dovuto chiudere il canale con una frase gentile e definitiva. Lo sapevo con la stessa lucidità con cui sapevo che non l'avrei fatto.

*«Giovedì va bene.»*

Tre parole. Le mandai e appoggiai il telefono a faccia in giù sul tavolo, come si copre qualcosa che non si vuole più vedere.


Giovedì il cielo era carico. Uno di quei pomeriggi di fine giugno in cui l'afa si accumula e il mare diventa piatto e metallico in attesa del temporale che forse arriverà e forse no. Guidai verso la costa con il libro sul sedile del passeggero, e per tutto il tragitto ebbi la sensazione di essere due persone: quella che guidava, calma, con le mani ferme sul volante, e quella che la guardava guidare, incredula, chiedendosi fino a che punto sarebbe arrivata.

Parcheggiai nel solito punto. Non c'era la macchina di Andrea. Solo la piccola utilitaria di Chiara sotto il fico. Il gelsomino, con l'afa, era quasi insopportabile, denso, zuccheroso.

Salii i gradini del rosmarino. La porta era socchiusa, come la prima sera. Ma non c'era musica, non c'erano odori di cucina, non c'era la voce di Andrea. C'era solo il silenzio della casa e il ronzio delle cicale dal giardino.

Bussai lo stesso.

«Sono di sopra» arrivò la sua voce. «Sali pure.»

Salii. La scala interna portava a un piccolo studio con le pareti coperte di libri, una scrivania sotto la finestra, una poltrona di vimini vicino al vetro. Chiara era lì, in piedi davanti alla libreria, con un libro in mano che rimise a posto quando entrai.

Indossava un vestito di cotone leggero, a fiori piccoli, di quelli che sembrano fatti per stare in casa nei pomeriggi d'estate. I capelli sciolti, per la prima volta da quando avevo cominciato a guardarla in quel modo. E i piedi nudi, naturalmente, sul parquet chiaro dello studio.

«Hai trovato la frase» disse. Non era una domanda.

«L'ho trovata.»

«E cosa ne pensi?»

Posai il libro sulla scrivania. «Penso che sia una frase pericolosa.»

Sorrise. Fece un passo verso di me. «Perché?»

«Perché dice che le cose che succedono come in un sogno non contano. E non è vero. Contano lo stesso. Contano di più, forse, proprio perché fingi che siano un sogno.»

Il sorriso le si spense, ma non in modo triste. In modo serio, attento. Fece un altro passo. Ora era vicina, abbastanza vicina che sentivo il suo profumo sopra quello del gelsomino che entrava dalla finestra aperta.

«Non sto fingendo niente, Luca» disse piano. «Questo è il problema. Ho passato dodici anni a fingere. Che andava tutto bene. Che la tranquillità mi bastava. Che non mi mancava niente. Con te, l'altra sera, sul terrazzo, per la prima volta ho smesso di fingere. E adesso non so più come si torna indietro.»

Eravamo a trenta centimetri l'uno dall'altra. Fuori, lontano, un tuono rotolò sulle colline, basso, senza pioggia.

«Chiara.» La mia voce era roca. «Se facciamo questo, non c'è più un dopo in cui non l'abbiamo fatto. Andrea è il mio migliore amico. Tu sei sua moglie. Non è un sogno. È la nostra vita.»

«Lo so.» I suoi occhi erano fermi nei miei. «Lo so meglio di te. Ci ho pensato per dieci giorni. Ho contato i giorni, sai? Come una ragazzina.»

«Anch'io.»

«Allora sappiamo tutti e due cosa stiamo facendo.» Alzò una mano e la posò sul mio petto, all'altezza del cuore, che batteva così forte che dovette sentirlo sotto il palmo. «Non ti sto chiedendo di amarmi, Luca. Non ti sto chiedendo di rovinare niente. Ti sto chiedendo un pomeriggio. Un pomeriggio in cui siamo veri. Poi decideremo cosa siamo capaci di sopportare.»

Le presi la mano che avevo sul petto. La girai. Le baciai il palmo, lentamente, e la sentii trattenere il respiro. Fu quel respiro trattenuto a spezzare l'ultimo argine. Non un bacio, non una parola. Un respiro.

La baciai. E lei mi baciò, con una fame che aveva aspettato dieci giorni, o dodici anni, o forse tutta una vita di tranquillità scambiata per pace. Le sue mani mi cercavano il collo, i capelli, la schiena, e le mie erano sui suoi fianchi, sulla vita, sul cotone sottile del vestito che sotto le dita rivelava tutto il corpo che nascondeva.

Ci separammo solo per respirare. Aveva le guance in fiamme e gli occhi lucidi.

«Non qui» disse. «Non in questo studio. Vieni.»

Mi prese per mano e mi guidò fuori, lungo il corridoio, con i suoi piedi nudi che precedevano i miei sul parquet, silenziosi, sicuri. Ma non verso la camera da letto in fondo, quella che divideva con Andrea. Si fermò a una porta prima, la aprì. Una stanza degli ospiti, piccola, con un letto di ferro battuto e una finestra che dava sul mare metallico.

«Non nel vostro letto» dissi. Non era una domanda nemmeno la mia.

«No.» Si voltò verso di me sulla soglia. «Nel nostro letto dormo con lui. Qui non dorme nessuno. Qui possiamo essere solo noi.»

Capii, in quel momento, che Chiara aveva pensato anche a questo. A dove. Che niente di quel pomeriggio era improvvisato. Aveva scelto la stanza come aveva scelto la frase, come aveva scelto il pretesto del libro, come aveva chiesto il mio numero al marito. Ogni cosa costruita con una cura che avrebbe dovuto spaventarmi e invece mi commuoveva, perché sotto quella cura c'era una donna che aveva pianificato l'unico atto libero di dodici anni.

Entrammo. Fuori il tuono tornò, più vicino. La luce nella stanza era grigia, densa, la luce di prima del temporale.

La feci sedere sul bordo del letto di ferro. Mi inginocchiai davanti a lei, sul pavimento, e lei mi guardò dall'alto con un'espressione che non le avevo mai visto: sorpresa, quasi timida, come se non si aspettasse quel gesto. Le presi un piede tra le mani. Era caldo, la pianta liscia, l'arco alto e teso come lo avevo immaginato per settimane. Premetti il pollice sotto le dita e la sentii inspirare.

«Cosa fai» sussurrò. Non era una protesta.

«Quello che volevo fare dalla prima sera.»

Portai il piede alla bocca. Baciai l'arco, lentamente, seguendo con le labbra la curva tesa che avevo guardato di nascosto sotto il tavolo del terrazzo. Chiara emise un suono basso, sorpreso, e si lasciò cadere all'indietro sui gomiti, la testa rovesciata, i capelli sparsi sul copriletto. Baciai la caviglia dove il cinturino del sandalo aveva lasciato il suo segno tante volte, e poi risalii, piano, lungo il polpaccio, dietro il ginocchio, mentre il vestito a fiori scivolava indietro rivelando la pelle delle cosce.

Fuori il temporale si decise. La pioggia arrivò tutta insieme, fitta, battendo sui vetri e sulle foglie del fico in giardino, riempiendo la stanza di un rumore d'acqua che copriva ogni altro suono, che ci chiudeva dentro, che rendeva quel pomeriggio ancora più separato dal resto del mondo.

Chiara si tirò su, mi prese il viso tra le mani, mi baciò. E in quel bacio non c'era più esitazione, non c'era più il pretesto del libro, non c'era più la moglie dell'amico. C'era solo una donna che aveva deciso di sentire di nuovo qualcosa, e un uomo che aveva smesso di combattere contro l'unica cosa che desiderava davvero.

Il libro di Pavese era rimasto sulla scrivania dello studio, dall'altra parte del corridoio, con la sua frase a pagina quaranta.

E fuori pioveva come piove nei sogni, quando tutto succede come di notte, e nessuno è responsabile di niente.

*continua*
scritto il
2026-07-04
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