Capitolo 2: La grigliata del venerdì
di
fexalox
genere
tradimenti
I tre giorni passarono nel modo in cui passano le cose che non vuoi pensare: lentissimi di giorno e brevissimi la notte. Lavoravo, rispondevo alle email, andavo a correre sul lungomare di Vietri prima dell'alba, quando la luce è ancora grigia e il mare sembra fatto di stagno. Facevo tutto quello che facevo sempre. Ma sotto la superficie ordinata delle mie giornate c'era un rumore costante, basso, come il ronzio di un elettrodomestico che non riesci a localizzare.
La voce di Chiara.
*La rassegnazione sì.*
*Noi non sentiamo più niente.*
*Ma almeno senti qualcosa.*
Me la portavo dietro come un acufene. Al supermercato mentre sceglievo la frutta. Sotto la doccia con l'acqua che scorreva sul viso. A letto, nel buio del mio appartamento da separato, con le persiane che filtravano la luce dei lampioni e il silenzio che a volte è più rumoroso di qualsiasi voce.
Il mercoledì sera presi il telefono per scrivere ad Andrea. Volevo inventare una scusa, un impegno di lavoro, un malessere credibile. Qualsiasi cosa che mi evitasse il venerdì. Scrissi il messaggio. Lo rilessi. Lo cancellai. Lo riscrissi. Lo cancellai di nuovo.
Non era Chiara che mi faceva paura. Era quello che avevo sentito guardandola. Quella precisione con cui i miei occhi erano caduti sui suoi piedi, sul suo collo, sulle sue spalle. Non era stato un caso, non era stato il vino, non era stata la solitudine. Era stato qualcosa di molto più antico, qualcosa che la separazione da Serena aveva semplicemente liberato, come una diga che cede e lascia passare un'acqua che era sempre stata lì, ferma, in attesa.
Il giovedì lavorai fino a tardi. Tradussi un contratto commerciale senza capire nemmeno una riga di quello che scrivevo. Quando alzai la testa dallo schermo erano le dieci di sera e la finestra dell'ufficio era diventata uno specchio nero in cui vedevo solo il mio riflesso: un uomo di trentotto anni, ancora in forma, ancora presentabile, con le occhiaie di chi dorme male e la postura di chi sta cercando di non pensare a qualcosa.
Il venerdì arrivò comunque.
Parcheggiai nello stesso punto. Il gelsomino era ancora lì, ma più forte, come se i tre giorni di sole lo avessero concentrato. Salii i gradini del rosmarino con due bottiglie stavolta, un Vermentino e un Fiano, perché Andrea il venerdì faceva la carne e con la carne il bianco non bastava.
Sentii la musica prima di arrivare al terrazzo. Andrea aveva messo Pino Daniele, il vinile, quello buono, e la voce di Pino arrivava graffiata e calda dalla porta aperta del soggiorno. L'odore del carbone e della carne era già nell'aria.
«Luca!» Andrea mi venne incontro con le pinze da grigliata in una mano e un bicchiere di birra nell'altra. Aveva il grembiule con la scritta "Il Re del Barbecue" che gli aveva regalato Chiara per il compleanno, e quella faccia larga da uomo contento che gli conoscevo da vent'anni. Mi abbracciò come si abbracciano gli amici veri, con le braccia intere, senza risparmiarsi. «Due bottiglie. Due. Quest'uomo è il mio fratello migliore.»
«Il tuo unico fratello.»
«A maggior ragione.»
Dentro di me qualcosa si contrasse. La parola *fratello* nella sua bocca aveva un peso che tre giorni prima non aveva. Ogni volta che Andrea mi dimostrava affetto, ogni volta che mi guardava con quell'apertura totale di chi non ha niente da nascondere, sentivo la crepa allargarsi. Non la crepa tra me e Chiara. La crepa tra me e me stesso.
Chiara apparve dalla cucina portando un vassoio di verdure grigliate. Si era vestita in modo diverso dal martedì. Niente vestito con le spalline sottili. Pantaloni di lino larghi, chiari, e una camicetta bianca con i bottoni, semplice, quasi severa. Come se avesse deciso di non concedere niente. Di rientrare nel ruolo. Di chiudere quella porta che aveva aperto tre sere prima.
Ma aveva i sandali. Sottili, con due strisce di cuoio che le attraversavano il dorso del piede e una fibbia alla caviglia. Quei sandali che si portano solo d'estate e solo in certi posti, quelli che lasciano il piede quasi interamente scoperto, che sono poco più di un'idea di scarpa. E ogni volta che faceva un passo il cinturino alla caviglia si tendeva e si allentava con un movimento minimo che mi ipnotizzava come il pendolo di un orologio.
«Ciao, Luca.»
Due parole. Nessun sorriso speciale, nessuno sguardo prolungato, nessuna inflessione segreta. Perfetta. La moglie dell'amico che ti saluta come ti ha sempre salutato.
«Ciao, Chiara. Come stai?»
«Bene. Tutto bene.»
Andrea era già tornato alla griglia, nel suo mondo di braci e temperature e tempi di cottura. Chiara posò il vassoio e sparì di nuovo in cucina. La seguii con lo sguardo per un istante, il tempo di vedere i suoi piedi attraversare il pavimento del terrazzo e poi la soglia della cucina, le piante chiare contro le piastrelle scure, quel contrasto che ormai era diventato un segnale nel mio sistema nervoso.
Mi sedetti. Aprii il Fiano. Versai un bicchiere ad Andrea e uno a me. Respirai.
Poteva andare bene. Poteva essere una serata normale. Forse il martedì era stato solo un momento, uno di quei varchi che si aprono nel tessuto delle relazioni e poi si richiudono come se niente fosse.
La cena cominciò nel giardino, su un tavolo di legno sotto il pergolato di bouganville che Andrea aveva piantato tre anni prima e che adesso copriva metà del cielo con i suoi fiori viola. Mangiammo costine, salsicce, peperoni arrostiti. Andrea parlava del progetto di Ravello con l'entusiasmo di un uomo che ama il proprio lavoro al punto da non accorgersi che il lavoro gli sta mangiando tutto il resto.
«Sai cosa mi ha detto il committente? Che vuole la terrazza panoramica orientata a sud-ovest. E io gli faccio: guardi, a sud-ovest c'è il Vesuvio. E lui: appunto. Vuole guardare il Vesuvio dalla vasca idromassaggio.» Rise di gusto. «Io questi clienti li adoro. Hanno soldi e visione. Non capita spesso.»
«E quando dormi?» chiese Chiara, tagliando un peperone con precisione chirurgica.
«Dormirò a settembre.»
«A settembre dirai ottobre. A ottobre Natale. A Natale il prossimo progetto.»
Lo disse senza rancore. Con la stanchezza di chi ha già fatto quel discorso cento volte e sa che non cambierà niente. Andrea le prese la mano e gliela baciò, un gesto teatrale e affettuoso.
«Hai ragione, amore mio. Ma quando avrò finito Ravello ti porto dieci giorni in Grecia. Solo noi due. Promesso.»
Chiara ritirò la mano con dolcezza, senza strappo, come si ritira un filo da un tessuto senza sfilacciarlo. «Me lo hai detto anche dopo Positano.»
Andrea mi guardò con aria complice. «Luca, tu che la conosci. Dille che sono un uomo di parola.»
Ero intrappolato. Tra il mio amico che mi chiedeva di difenderlo e sua moglie che sapeva che le sue promesse erano aria. Tra la lealtà e la verità. Scelsi la terza via, quella dei codardi e dei diplomatici.
«Sei un uomo di parola, Andrea. Solo che a volte le parole arrivano in ritardo.»
Chiara mi guardò. Un lampo negli occhi, velocissimo, che Andrea non colse perché stava già girando le salsicce con le pinze. In quello sguardo c'era gratitudine. Avevo detto la verità senza tradire nessuno. O forse avevo tradito entrambi allo stesso modo.
Dopo la seconda bottiglia Andrea si rilassò. Si appoggiò alla sedia, allungò le gambe sotto il tavolo, e cominciò a parlare di noi. Di quando ci eravamo conosciuti all'università, a Napoli, nel corridoio della facoltà di Architettura, il primo giorno del primo anno.
«Io entro e vedo questo qui» disse indicandomi col bicchiere «seduto per terra con un libro in mano. Non un libro di architettura, un romanzo. Il primo giorno di università e lui legge un romanzo.» Rise. «Gli chiedo: ma tu che fai qui? E lui alza la testa e dice, con quella faccia seria che ha ancora adesso: aspetto che cominci qualcosa di interessante.»
«E tu ti sei seduto accanto a me.»
«E non mi sono più alzato. Vent'anni, Luca. Vent'anni che non mi alzo da accanto a te.»
La sua voce si era fatta morbida, come succede quando il vino scioglie le difese degli uomini che normalmente non parlano di affetto. Mi guardò con quegli occhi da cane buono che mi conoscevano da prima di tutto: prima di Serena, prima di Chiara, prima dei figli che non avevo avuto e dei cantieri che lo consumavano. Andrea era la persona che mi aveva aiutato a traslocare quando Serena se n'era andata. Era venuto di sabato mattina con il furgone di un collega e aveva portato scatoloni per cinque ore senza fare una sola domanda. Alla fine mi aveva abbracciato nel mio appartamento vuoto e mi aveva detto: «Qualsiasi cosa ti serva. A qualsiasi ora. Io ci sono.»
E adesso io ero seduto al suo tavolo, nel suo giardino, sotto la sua bouganville, e guardavo i piedi di sua moglie.
«Sei il mio fratello, Luca. Lo sai, vero?»
«Lo so.»
Lo sapevo. E quel sapere era il coltello che girava nella ferita.
Chiara si alzò per portare i piatti in cucina. Andrea la seguì con lo sguardo, distrattamente, poi tornò a me.
«Senti, devo chiederti una cosa.»
Il mio stomaco si chiuse. «Dimmi.»
«Chiara ultimamente è... non so come dire. Lontana. Non arrabbiata, non triste. Lontana. Come se fosse qui ma pensasse a un altro posto. Tu che sei più bravo di me con le parole, con le persone... hai notato qualcosa? L'altra sera al telefono mi è sembrata strana dopo che te ne sei andato.»
Mi stava chiedendo di diagnosticare la malattia di cui io stesso ero il sintomo.
«Andrea, le donne a volte hanno bisogno di spazio. Non di un problema da risolvere. Di spazio.»
«Lo so, lo so. Ma io lo spazio glielo do. Non la soffoco.»
*Il problema non è che la soffochi*, pensai. *Il problema è che non la vedi.*
«Portala in Grecia» dissi. «Davvero. Non a settembre. Adesso.»
Mi guardò come se gli avessi chiesto di smettere di respirare. «Adesso? Con Ravello? È impossibile.»
«Allora il prossimo weekend portala a Capri. Un giorno. Una notte. Senza telefono.»
Ci pensò. «Forse hai ragione. Forse sì.» Poi il suo telefono vibrò sul tavolo e lui lo guardò con quel riflesso automatico che hanno le persone che non sanno più distinguere tra urgenza e abitudine. «Scusa. Un secondo. Solo un secondo.»
Si alzò e scomparve dentro casa col telefono all'orecchio.
Rimasi solo al tavolo. I piatti sporchi, le bottiglie vuote, il carbone della griglia che si spegneva in un bagliore arancione. I grilli avevano ricominciato. Sopra di me la bouganville era una macchia scura contro il cielo stellato.
Chiara tornò dalla cucina. Si fermò sulla soglia e mi guardò.
«Se n'è andato di nuovo?»
«Il telefono.»
Annuì, senza sorpresa. Poi attraversò il giardino e si sedette di fronte a me, nella sedia che Andrea aveva lasciato vuota. Si versò il fondo della bottiglia di Fiano nel bicchiere. Bevve un sorso lungo, con gli occhi chiusi.
Quando li riaprì, mi guardò in un modo che non era più quello della moglie dell'amico. Era uno sguardo pulito, senza filtro, senza ruolo. Lo sguardo di una donna che ha deciso di smettere di fingere, almeno per i minuti che le restano prima che suo marito torni.
«Mi ha chiesto di te» dissi. «Andrea.»
«Cosa ti ha chiesto?»
«Se avevo notato qualcosa. In te.»
Chiara abbassò il bicchiere. «E tu cosa gli hai detto?»
«Di portarti a Capri.»
Sorrise. Un sorriso amaro, sottile, che le cambiò il viso come una nuvola cambia un paesaggio. «Capri. Sì. Il solito weekend risolutore. Come mettere un cerotto su una frattura.»
Non risposi. Il silenzio tra noi era diventato un terzo commensale, qualcuno che occupava lo spazio senza bisogno di presentazioni.
Chiara si tolse i sandali. Lo fece con un gesto lento, quasi cerimoniale, slacciando prima la fibbia della caviglia destra, poi quella della sinistra, e posando i sandali accanto alla sedia con la cura che si riserva a un oggetto prezioso. I suoi piedi toccarono l'erba del giardino e la vidi chiudere gli occhi per un secondo, assorbendo il fresco dell'erba notturna sotto le piante.
Poi fece qualcosa che fermò il mondo.
Allungò le gambe sotto il tavolo e il suo piede toccò il mio. La punta delle dita, fredda dall'erba, contro la mia caviglia, sopra il bordo della scarpa. Un contatto leggero, quasi impercettibile. Come se il piede si fosse posato lì per caso, cercando una posizione comoda.
Ma non si mosse.
E io non mi mossi.
Restammo così per un tempo che non seppi misurare. Il suo piede contro la mia caviglia, le dita fredde che lentamente diventavano calde al contatto con la mia pelle, e nessuna parola tra noi, nessuno sguardo. Solo quel punto di contatto sotto il tavolo, invisibile, negabile, ma più reale di qualsiasi frase mai pronunciata.
Sentii il mio battito nelle orecchie. Sentii il respiro che cambiava ritmo, che diventava più profondo, più consapevole. E sentii il piede di Chiara che si muoveva appena, un millimetro, in una carezza lentissima che seguiva la linea del mio malleolo come un dito segue il contorno di una frase in un libro.
Chiara beveva il suo vino con lo sguardo fisso sul giardino buio. Non mi guardava. Non aveva bisogno di guardarmi. Il suo piede stava dicendo tutto quello che i suoi occhi non potevano dire davanti alla porta da cui Andrea sarebbe potuto riapparire in qualsiasi momento.
Andrea riapparve.
Il piede di Chiara si ritirò con la stessa naturalezza con cui si era posato. Nessuno strappo, nessuna fretta. Una marea che si ritira secondo il proprio ritmo. Quando Andrea si sedette al tavolo, Chiara stava infilando i sandali come se non li avesse mai tolti.
«Scusate. L'ultimo, giuro. Ho staccato il telefono. Chiara, domani mattina ti porto a fare colazione a Maiori, che dici?»
«Dico che va bene.»
«Luca, tu che fai domani? Vieni con noi?»
«Domani non posso. Ma grazie.»
Non potevo. Non per impegni. Non potevo sedermi di fronte a loro due a fare colazione e fingere che il punto della mia caviglia dove il piede di Chiara si era posato non bruciasse ancora come un marchio.
Li salutai. L'abbraccio di Andrea fu lungo, forte, pieno di quel calore che ti fa sentire il peggior uomo del mondo. Chiara mi baciò sulla guancia, sfiorandomi l'orecchio con le labbra per un istante che durò meno di un secondo e più di un'ora. Il suo profumo era diverso da martedì. Più leggero, più fresco. Come se anche lei si fosse preparata per questa sera pur sapendo che non doveva.
Guidai verso casa con i finestrini chiusi questa volta. Non volevo il gelsomino. Non volevo profumi. Volevo il silenzio dell'abitacolo e il buio della strada costiera e il tempo di capire cosa stavo diventando.
Arrivai a casa. Posai le chiavi, mi tolsi le scarpe. Mi sedetti sul divano senza accendere la luce. L'appartamento era silenzioso con quel silenzio specifico degli spazi abitati da una persona sola, dove ogni rumore che fai ti torna indietro senza essere assorbito da nessun altro corpo.
Il telefono vibrò.
Andrea.
*«Senti, Chiara mi ha chiesto il tuo numero. Dice che voleva consigliarti quel libro di cui parlavate l'altra sera, quello di Pavese. Te lo passo, così vi organizzate. Buonanotte fratello.»*
Subito dopo, un secondo messaggio. Un numero che non conoscevo.
Rimasi a fissare lo schermo nel buio del salotto. Chiara aveva trovato il modo. Non aveva cercato il mio numero di nascosto, non aveva mandato un messaggio segreto, non aveva fatto niente che potesse sembrare sbagliato. Aveva chiesto al marito. Aveva usato un pretesto perfetto, credibile, innocuo. E Andrea gliel'aveva dato con la fiducia tranquilla di un uomo che non ha motivo di dubitare.
Era questo che mi spaventava più di tutto. Non che Chiara volesse qualcosa. Ma che sapesse esattamente come ottenerlo.
Posai il telefono sul tavolino senza rispondere. Mi sdraiai sul divano. Chiusi gli occhi.
Sulla mia caviglia sentivo ancora il fantasma delle sue dita. Fredde all'inizio, poi calde. Come qualcosa che arriva da lontano e piano piano diventa parte di te.
Il telefono restò muto per tutta la notte. Chiara non scrisse. Non aveva bisogno di farlo. Il numero era lì. Il canale era aperto. Il ponte era stato costruito sotto gli occhi dell'uomo che avrebbe dovuto sorvegliare il confine.
E il confine, ormai, non era più dove lo ricordavo.
*continua*
La voce di Chiara.
*La rassegnazione sì.*
*Noi non sentiamo più niente.*
*Ma almeno senti qualcosa.*
Me la portavo dietro come un acufene. Al supermercato mentre sceglievo la frutta. Sotto la doccia con l'acqua che scorreva sul viso. A letto, nel buio del mio appartamento da separato, con le persiane che filtravano la luce dei lampioni e il silenzio che a volte è più rumoroso di qualsiasi voce.
Il mercoledì sera presi il telefono per scrivere ad Andrea. Volevo inventare una scusa, un impegno di lavoro, un malessere credibile. Qualsiasi cosa che mi evitasse il venerdì. Scrissi il messaggio. Lo rilessi. Lo cancellai. Lo riscrissi. Lo cancellai di nuovo.
Non era Chiara che mi faceva paura. Era quello che avevo sentito guardandola. Quella precisione con cui i miei occhi erano caduti sui suoi piedi, sul suo collo, sulle sue spalle. Non era stato un caso, non era stato il vino, non era stata la solitudine. Era stato qualcosa di molto più antico, qualcosa che la separazione da Serena aveva semplicemente liberato, come una diga che cede e lascia passare un'acqua che era sempre stata lì, ferma, in attesa.
Il giovedì lavorai fino a tardi. Tradussi un contratto commerciale senza capire nemmeno una riga di quello che scrivevo. Quando alzai la testa dallo schermo erano le dieci di sera e la finestra dell'ufficio era diventata uno specchio nero in cui vedevo solo il mio riflesso: un uomo di trentotto anni, ancora in forma, ancora presentabile, con le occhiaie di chi dorme male e la postura di chi sta cercando di non pensare a qualcosa.
Il venerdì arrivò comunque.
Parcheggiai nello stesso punto. Il gelsomino era ancora lì, ma più forte, come se i tre giorni di sole lo avessero concentrato. Salii i gradini del rosmarino con due bottiglie stavolta, un Vermentino e un Fiano, perché Andrea il venerdì faceva la carne e con la carne il bianco non bastava.
Sentii la musica prima di arrivare al terrazzo. Andrea aveva messo Pino Daniele, il vinile, quello buono, e la voce di Pino arrivava graffiata e calda dalla porta aperta del soggiorno. L'odore del carbone e della carne era già nell'aria.
«Luca!» Andrea mi venne incontro con le pinze da grigliata in una mano e un bicchiere di birra nell'altra. Aveva il grembiule con la scritta "Il Re del Barbecue" che gli aveva regalato Chiara per il compleanno, e quella faccia larga da uomo contento che gli conoscevo da vent'anni. Mi abbracciò come si abbracciano gli amici veri, con le braccia intere, senza risparmiarsi. «Due bottiglie. Due. Quest'uomo è il mio fratello migliore.»
«Il tuo unico fratello.»
«A maggior ragione.»
Dentro di me qualcosa si contrasse. La parola *fratello* nella sua bocca aveva un peso che tre giorni prima non aveva. Ogni volta che Andrea mi dimostrava affetto, ogni volta che mi guardava con quell'apertura totale di chi non ha niente da nascondere, sentivo la crepa allargarsi. Non la crepa tra me e Chiara. La crepa tra me e me stesso.
Chiara apparve dalla cucina portando un vassoio di verdure grigliate. Si era vestita in modo diverso dal martedì. Niente vestito con le spalline sottili. Pantaloni di lino larghi, chiari, e una camicetta bianca con i bottoni, semplice, quasi severa. Come se avesse deciso di non concedere niente. Di rientrare nel ruolo. Di chiudere quella porta che aveva aperto tre sere prima.
Ma aveva i sandali. Sottili, con due strisce di cuoio che le attraversavano il dorso del piede e una fibbia alla caviglia. Quei sandali che si portano solo d'estate e solo in certi posti, quelli che lasciano il piede quasi interamente scoperto, che sono poco più di un'idea di scarpa. E ogni volta che faceva un passo il cinturino alla caviglia si tendeva e si allentava con un movimento minimo che mi ipnotizzava come il pendolo di un orologio.
«Ciao, Luca.»
Due parole. Nessun sorriso speciale, nessuno sguardo prolungato, nessuna inflessione segreta. Perfetta. La moglie dell'amico che ti saluta come ti ha sempre salutato.
«Ciao, Chiara. Come stai?»
«Bene. Tutto bene.»
Andrea era già tornato alla griglia, nel suo mondo di braci e temperature e tempi di cottura. Chiara posò il vassoio e sparì di nuovo in cucina. La seguii con lo sguardo per un istante, il tempo di vedere i suoi piedi attraversare il pavimento del terrazzo e poi la soglia della cucina, le piante chiare contro le piastrelle scure, quel contrasto che ormai era diventato un segnale nel mio sistema nervoso.
Mi sedetti. Aprii il Fiano. Versai un bicchiere ad Andrea e uno a me. Respirai.
Poteva andare bene. Poteva essere una serata normale. Forse il martedì era stato solo un momento, uno di quei varchi che si aprono nel tessuto delle relazioni e poi si richiudono come se niente fosse.
La cena cominciò nel giardino, su un tavolo di legno sotto il pergolato di bouganville che Andrea aveva piantato tre anni prima e che adesso copriva metà del cielo con i suoi fiori viola. Mangiammo costine, salsicce, peperoni arrostiti. Andrea parlava del progetto di Ravello con l'entusiasmo di un uomo che ama il proprio lavoro al punto da non accorgersi che il lavoro gli sta mangiando tutto il resto.
«Sai cosa mi ha detto il committente? Che vuole la terrazza panoramica orientata a sud-ovest. E io gli faccio: guardi, a sud-ovest c'è il Vesuvio. E lui: appunto. Vuole guardare il Vesuvio dalla vasca idromassaggio.» Rise di gusto. «Io questi clienti li adoro. Hanno soldi e visione. Non capita spesso.»
«E quando dormi?» chiese Chiara, tagliando un peperone con precisione chirurgica.
«Dormirò a settembre.»
«A settembre dirai ottobre. A ottobre Natale. A Natale il prossimo progetto.»
Lo disse senza rancore. Con la stanchezza di chi ha già fatto quel discorso cento volte e sa che non cambierà niente. Andrea le prese la mano e gliela baciò, un gesto teatrale e affettuoso.
«Hai ragione, amore mio. Ma quando avrò finito Ravello ti porto dieci giorni in Grecia. Solo noi due. Promesso.»
Chiara ritirò la mano con dolcezza, senza strappo, come si ritira un filo da un tessuto senza sfilacciarlo. «Me lo hai detto anche dopo Positano.»
Andrea mi guardò con aria complice. «Luca, tu che la conosci. Dille che sono un uomo di parola.»
Ero intrappolato. Tra il mio amico che mi chiedeva di difenderlo e sua moglie che sapeva che le sue promesse erano aria. Tra la lealtà e la verità. Scelsi la terza via, quella dei codardi e dei diplomatici.
«Sei un uomo di parola, Andrea. Solo che a volte le parole arrivano in ritardo.»
Chiara mi guardò. Un lampo negli occhi, velocissimo, che Andrea non colse perché stava già girando le salsicce con le pinze. In quello sguardo c'era gratitudine. Avevo detto la verità senza tradire nessuno. O forse avevo tradito entrambi allo stesso modo.
Dopo la seconda bottiglia Andrea si rilassò. Si appoggiò alla sedia, allungò le gambe sotto il tavolo, e cominciò a parlare di noi. Di quando ci eravamo conosciuti all'università, a Napoli, nel corridoio della facoltà di Architettura, il primo giorno del primo anno.
«Io entro e vedo questo qui» disse indicandomi col bicchiere «seduto per terra con un libro in mano. Non un libro di architettura, un romanzo. Il primo giorno di università e lui legge un romanzo.» Rise. «Gli chiedo: ma tu che fai qui? E lui alza la testa e dice, con quella faccia seria che ha ancora adesso: aspetto che cominci qualcosa di interessante.»
«E tu ti sei seduto accanto a me.»
«E non mi sono più alzato. Vent'anni, Luca. Vent'anni che non mi alzo da accanto a te.»
La sua voce si era fatta morbida, come succede quando il vino scioglie le difese degli uomini che normalmente non parlano di affetto. Mi guardò con quegli occhi da cane buono che mi conoscevano da prima di tutto: prima di Serena, prima di Chiara, prima dei figli che non avevo avuto e dei cantieri che lo consumavano. Andrea era la persona che mi aveva aiutato a traslocare quando Serena se n'era andata. Era venuto di sabato mattina con il furgone di un collega e aveva portato scatoloni per cinque ore senza fare una sola domanda. Alla fine mi aveva abbracciato nel mio appartamento vuoto e mi aveva detto: «Qualsiasi cosa ti serva. A qualsiasi ora. Io ci sono.»
E adesso io ero seduto al suo tavolo, nel suo giardino, sotto la sua bouganville, e guardavo i piedi di sua moglie.
«Sei il mio fratello, Luca. Lo sai, vero?»
«Lo so.»
Lo sapevo. E quel sapere era il coltello che girava nella ferita.
Chiara si alzò per portare i piatti in cucina. Andrea la seguì con lo sguardo, distrattamente, poi tornò a me.
«Senti, devo chiederti una cosa.»
Il mio stomaco si chiuse. «Dimmi.»
«Chiara ultimamente è... non so come dire. Lontana. Non arrabbiata, non triste. Lontana. Come se fosse qui ma pensasse a un altro posto. Tu che sei più bravo di me con le parole, con le persone... hai notato qualcosa? L'altra sera al telefono mi è sembrata strana dopo che te ne sei andato.»
Mi stava chiedendo di diagnosticare la malattia di cui io stesso ero il sintomo.
«Andrea, le donne a volte hanno bisogno di spazio. Non di un problema da risolvere. Di spazio.»
«Lo so, lo so. Ma io lo spazio glielo do. Non la soffoco.»
*Il problema non è che la soffochi*, pensai. *Il problema è che non la vedi.*
«Portala in Grecia» dissi. «Davvero. Non a settembre. Adesso.»
Mi guardò come se gli avessi chiesto di smettere di respirare. «Adesso? Con Ravello? È impossibile.»
«Allora il prossimo weekend portala a Capri. Un giorno. Una notte. Senza telefono.»
Ci pensò. «Forse hai ragione. Forse sì.» Poi il suo telefono vibrò sul tavolo e lui lo guardò con quel riflesso automatico che hanno le persone che non sanno più distinguere tra urgenza e abitudine. «Scusa. Un secondo. Solo un secondo.»
Si alzò e scomparve dentro casa col telefono all'orecchio.
Rimasi solo al tavolo. I piatti sporchi, le bottiglie vuote, il carbone della griglia che si spegneva in un bagliore arancione. I grilli avevano ricominciato. Sopra di me la bouganville era una macchia scura contro il cielo stellato.
Chiara tornò dalla cucina. Si fermò sulla soglia e mi guardò.
«Se n'è andato di nuovo?»
«Il telefono.»
Annuì, senza sorpresa. Poi attraversò il giardino e si sedette di fronte a me, nella sedia che Andrea aveva lasciato vuota. Si versò il fondo della bottiglia di Fiano nel bicchiere. Bevve un sorso lungo, con gli occhi chiusi.
Quando li riaprì, mi guardò in un modo che non era più quello della moglie dell'amico. Era uno sguardo pulito, senza filtro, senza ruolo. Lo sguardo di una donna che ha deciso di smettere di fingere, almeno per i minuti che le restano prima che suo marito torni.
«Mi ha chiesto di te» dissi. «Andrea.»
«Cosa ti ha chiesto?»
«Se avevo notato qualcosa. In te.»
Chiara abbassò il bicchiere. «E tu cosa gli hai detto?»
«Di portarti a Capri.»
Sorrise. Un sorriso amaro, sottile, che le cambiò il viso come una nuvola cambia un paesaggio. «Capri. Sì. Il solito weekend risolutore. Come mettere un cerotto su una frattura.»
Non risposi. Il silenzio tra noi era diventato un terzo commensale, qualcuno che occupava lo spazio senza bisogno di presentazioni.
Chiara si tolse i sandali. Lo fece con un gesto lento, quasi cerimoniale, slacciando prima la fibbia della caviglia destra, poi quella della sinistra, e posando i sandali accanto alla sedia con la cura che si riserva a un oggetto prezioso. I suoi piedi toccarono l'erba del giardino e la vidi chiudere gli occhi per un secondo, assorbendo il fresco dell'erba notturna sotto le piante.
Poi fece qualcosa che fermò il mondo.
Allungò le gambe sotto il tavolo e il suo piede toccò il mio. La punta delle dita, fredda dall'erba, contro la mia caviglia, sopra il bordo della scarpa. Un contatto leggero, quasi impercettibile. Come se il piede si fosse posato lì per caso, cercando una posizione comoda.
Ma non si mosse.
E io non mi mossi.
Restammo così per un tempo che non seppi misurare. Il suo piede contro la mia caviglia, le dita fredde che lentamente diventavano calde al contatto con la mia pelle, e nessuna parola tra noi, nessuno sguardo. Solo quel punto di contatto sotto il tavolo, invisibile, negabile, ma più reale di qualsiasi frase mai pronunciata.
Sentii il mio battito nelle orecchie. Sentii il respiro che cambiava ritmo, che diventava più profondo, più consapevole. E sentii il piede di Chiara che si muoveva appena, un millimetro, in una carezza lentissima che seguiva la linea del mio malleolo come un dito segue il contorno di una frase in un libro.
Chiara beveva il suo vino con lo sguardo fisso sul giardino buio. Non mi guardava. Non aveva bisogno di guardarmi. Il suo piede stava dicendo tutto quello che i suoi occhi non potevano dire davanti alla porta da cui Andrea sarebbe potuto riapparire in qualsiasi momento.
Andrea riapparve.
Il piede di Chiara si ritirò con la stessa naturalezza con cui si era posato. Nessuno strappo, nessuna fretta. Una marea che si ritira secondo il proprio ritmo. Quando Andrea si sedette al tavolo, Chiara stava infilando i sandali come se non li avesse mai tolti.
«Scusate. L'ultimo, giuro. Ho staccato il telefono. Chiara, domani mattina ti porto a fare colazione a Maiori, che dici?»
«Dico che va bene.»
«Luca, tu che fai domani? Vieni con noi?»
«Domani non posso. Ma grazie.»
Non potevo. Non per impegni. Non potevo sedermi di fronte a loro due a fare colazione e fingere che il punto della mia caviglia dove il piede di Chiara si era posato non bruciasse ancora come un marchio.
Li salutai. L'abbraccio di Andrea fu lungo, forte, pieno di quel calore che ti fa sentire il peggior uomo del mondo. Chiara mi baciò sulla guancia, sfiorandomi l'orecchio con le labbra per un istante che durò meno di un secondo e più di un'ora. Il suo profumo era diverso da martedì. Più leggero, più fresco. Come se anche lei si fosse preparata per questa sera pur sapendo che non doveva.
Guidai verso casa con i finestrini chiusi questa volta. Non volevo il gelsomino. Non volevo profumi. Volevo il silenzio dell'abitacolo e il buio della strada costiera e il tempo di capire cosa stavo diventando.
Arrivai a casa. Posai le chiavi, mi tolsi le scarpe. Mi sedetti sul divano senza accendere la luce. L'appartamento era silenzioso con quel silenzio specifico degli spazi abitati da una persona sola, dove ogni rumore che fai ti torna indietro senza essere assorbito da nessun altro corpo.
Il telefono vibrò.
Andrea.
*«Senti, Chiara mi ha chiesto il tuo numero. Dice che voleva consigliarti quel libro di cui parlavate l'altra sera, quello di Pavese. Te lo passo, così vi organizzate. Buonanotte fratello.»*
Subito dopo, un secondo messaggio. Un numero che non conoscevo.
Rimasi a fissare lo schermo nel buio del salotto. Chiara aveva trovato il modo. Non aveva cercato il mio numero di nascosto, non aveva mandato un messaggio segreto, non aveva fatto niente che potesse sembrare sbagliato. Aveva chiesto al marito. Aveva usato un pretesto perfetto, credibile, innocuo. E Andrea gliel'aveva dato con la fiducia tranquilla di un uomo che non ha motivo di dubitare.
Era questo che mi spaventava più di tutto. Non che Chiara volesse qualcosa. Ma che sapesse esattamente come ottenerlo.
Posai il telefono sul tavolino senza rispondere. Mi sdraiai sul divano. Chiusi gli occhi.
Sulla mia caviglia sentivo ancora il fantasma delle sue dita. Fredde all'inizio, poi calde. Come qualcosa che arriva da lontano e piano piano diventa parte di te.
Il telefono restò muto per tutta la notte. Chiara non scrisse. Non aveva bisogno di farlo. Il numero era lì. Il canale era aperto. Il ponte era stato costruito sotto gli occhi dell'uomo che avrebbe dovuto sorvegliare il confine.
E il confine, ormai, non era più dove lo ricordavo.
*continua*
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