Capitolo 1: La cena di giugno
di
fexalox
genere
tradimenti
Il gelsomino era la prima cosa che si sentiva, ancora prima di parcheggiare. Arrivava mescolato all'aria salata che risaliva dalla scogliera, e per un attimo — con il finestrino abbassato e il motore che si spegneva nel silenzio della sera — pensai che certi profumi non dovrebbero esistere. Appartengono troppo alla memoria. Ti raggiungono prima del pensiero, ti riportano in posti dove non dovresti tornare.
La casa di Andrea e Chiara stava aggrappata alla collina come tutte le case della costa sud. Pietre bianche, persiane turchesi, una scala di gradini irregolari che saliva tra i cespugli di rosmarino fino al terrazzo affacciato sul mare. Ci ero stato decine di volte. Cene estive, compleanni, quella capodanno in cui Andrea aveva esagerato con il limoncello e Chiara lo aveva messo a letto come si fa con un bambino, scuotendo la testa con quel sorriso che le conoscevo — paziente, leggermente stanco, affettuoso in un modo che non richiedeva più sforzo.
Salii i gradini con una bottiglia di Vermentino nella mano destra e la giacca di lino nell'altra. Giugno a Cetara era già estate, ma la sera portava un filo di brezza che giustificava il tessuto sulle spalle. O forse era solo la mia abitudine di separato di fresco: vestirsi bene era diventato un modo per sentirmi ancora intero, un'armatura sottile contro il disordine della vita che mi ero costruito negli ultimi mesi.
La porta era socchiusa. Bussai lo stesso.
«Luca! Entra, entra.»
La voce di Chiara arrivò dalla cucina prima di lei. Poi apparve sulla soglia del corridoio, asciugandosi le mani in uno strofinaccio a righe.
Era scalza.
Lo era quasi sempre in casa, lo sapevo — una di quelle abitudini che non avevo mai avuto ragione di notare prima. Ma quella sera il pavimento era di maiolica scura, le piastrelle fredde sotto la luce calda dell'ingresso, e i suoi piedi nudi su quel fondo — pallidi, con l'arco alto e le dita che si piegavano appena a ogni passo, come se stessero cercando aderenza — furono la prima cosa che vidi. Prima del vestito blu notte con le spalline sottili. Prima degli occhi che sorridevano. Prima di tutto.
Non dissi niente, ovviamente. Le porsi la bottiglia. Chiara la girò tra le mani e rise.
«Vermentino. Andrea sarà contento, dice che con il pesce non accetta altro.»
«Andrea ha ragione su molte cose.»
«Su alcune.»
Lo disse senza peso, come una battuta di coppia consumata dal tempo. Ma io registrai il tono — quella sfumatura appena più bassa, quel mezzo sorriso che non arrivava fino agli occhi. Erano dettagli che avevo cominciato a cogliere da quando vivevo solo: le inflessioni delle persone sposate, i micro-segnali di una stanchezza che non aveva ancora un nome.
Chiara mi guidò verso il terrazzo. Andrea era al telefono, la schiena appoggiata alla ringhiera, una mano che gesticolava verso il mare come se il suo interlocutore potesse vederlo. Alzò l'altra mano in un saluto silenzioso — *un attimo, arrivo* — e continuò a parlare di margini, di consegne, di un cliente che voleva tutto per lunedì.
Mi sedetti al tavolo apparecchiato. Tre piatti, tre bicchieri, un vassoio di alici marinate con limone e peperoncino. Le candele non erano ancora accese.
Chiara si sedette di fronte a me e incrociò le gambe sotto il tavolo. Il rumore del piede che sfiorava la gamba della sedia — un suono minimo, quasi impercettibile — mi arrivò come un battito.
«Da quanto non venivi?» chiese, versandomi dell'acqua.
«Marzo, credo. La cena per il tuo compleanno.»
«È vero. Ti ricordi che Andrea ha bruciato l'arrosto e abbiamo ordinato le pizze?»
«Mi ricordo che Serena ha detto che le pizze erano meglio dell'arrosto.»
Pronunciare il nome di mia moglie — mia ex moglie — non faceva più male. Faceva qualcos'altro, come toccare una cicatrice e scoprire che non sanguina ma non è nemmeno liscia. Un rilievo permanente.
Chiara mi guardò un istante più del necessario. «Come stai, Luca? Davvero.»
«Davvero? Meglio. Non bene, ma meglio. La casa nuova aiuta. Avere uno spazio tutto mio aiuta. Cucinare per uno è deprimente, ma scegliere cosa mangiare senza negoziare è una forma sottovalutata di libertà.»
Rise. Una risata vera, non di cortesia. E in quel momento Andrea chiuse la telefonata e si unì a noi con la sua energia da uomo che ha sempre tre cose in sospeso.
«Luca! Scusa, un delirio. Quel progetto del resort a Ravello, lo sai, mi sta mangiando vivo.» Mi abbracciò con una mano, l'altra già afferrava la bottiglia di Vermentino. «Questo sì che è un uomo. Chiara, apriamo?»
---
La cena fu quello che erano sempre le cene con Andrea: rumorosa, generosa, piena di parentesi aperte che non si chiudevano. Andrea parlava di lavoro, di un amico comune che si era comprato una barca assurda, del documentario che aveva visto sulla pesca sostenibile — «giuro, Luca, è più avvincente di un thriller» — e io lo ascoltavo con quell'affetto che il tempo non scalfisce, quello che nasce nei corridoi dell'università e sopravvive a tutto il resto.
Chiara interveniva poco. Portava i piatti, riempiva i bicchieri, sorrideva nei momenti giusti. Ma quando parlava — e parlava sempre con frasi brevi, precise, come se avesse scelto ogni parola prima — diceva cose che restavano nell'aria dopo che si era alzata per prendere il dolce.
«Il problema non è il tempo» disse a un certo punto, mentre Andrea si lamentava di non riuscire a leggere. «Il problema è che leggi per finire, non per stare dentro. Se leggessi per il piacere della frase, non ti servirebbe un'ora. Ti basterebbero dieci minuti.»
Andrea rise. «Chiara legge Pavese in spiaggia e mi guarda come se io fossi il problema dell'umanità perché leggo il Corriere.»
«Non ti guardo così.»
«Sì che mi guardi così. Ma ti amo lo stesso.»
Le posò un bacio sulla tempia, distratto e affettuoso, di quelli che si danno per abitudine più che per desiderio. Chiara non reagì. Non si irrigidì, non sorrise, non si scostò. Semplicemente non reagì. E fu quello — quella non-reazione — che mi si piantò nella mente come un chiodo sottile.
Dopo la frutta Andrea ricevette un'altra chiamata. Si alzò con un gesto di scuse — «cinque minuti, giuro, poi stacco tutto» — e sparì dentro casa. Sentii la sua voce affievolirsi lungo il corridoio, poi una porta che si chiudeva.
Rimanemmo soli sul terrazzo.
Il mare era nero sotto di noi, visibile solo nel suono. Le candele erano accese ormai da un'ora e la cera colava sui piattini di ceramica azzurra che Chiara aveva comprato a Vietri. La luce tremolante le disegnava ombre mobili sul viso e sulle spalle nude, e per un momento — un momento che non avrei dovuto concedermi — la guardai come non la guardavo da anni. O forse come non l'avevo mai guardata.
Chiara aveva trentasei anni. Non era bella nel modo in cui lo sono le donne dei giornali — non aveva quella simmetria aggressiva, quella presenza che occupa lo spazio. Era bella come certe stanze: entravi, non capivi subito cosa ti attirava, poi notavi la luce, le proporzioni, la quiete. E non volevi più uscire.
Quella sera aveva i capelli raccolti con una molletta che non mollava, e una ciocca le cadeva di continuo dietro l'orecchio sinistro. Ogni volta la rimetteva a posto con un gesto che aveva qualcosa di intimo — come se si stesse ricomponendo continuamente, tenendo insieme qualcosa che tendeva a disfarsi.
«Cinque minuti» disse, guardando verso la porta da cui era sparito Andrea. «Lo conosci. Cinque minuti sono mezz'ora.»
«Lo conosco.»
«Lo conosci da più tempo di me.»
«Vent'anni. Tu solo dodici.»
«Solo dodici.» Sorrise in un modo che non seppi decifrare. «A volte mi sembra di più. A volte mi sembra che ci siamo appena conosciuti e non ho ancora capito niente.»
Non risposi. C'erano cose che sapevo di non dover commentare — le confessioni laterali delle mogli degli amici, quei mezzi pensieri che ti offrono come per sbaglio e che dovresti restituire senza aprire. Ma qualcosa nel tono di Chiara — o forse nel Vermentino, o forse nella luce delle candele, o forse nella mia solitudine recente che aveva reso porosa ogni mia difesa — mi impedì di cambiare argomento.
«Cosa non hai capito?»
Mi guardò. «Se è così che deve essere.»
«Cosa?»
«Tutto questo.» Fece un gesto vago che comprendeva il terrazzo, la casa, il mare, Andrea che parlava al telefono in un'altra stanza. «Questa... tranquillità.»
La parola la pronunciò come se le bruciasse.
Bevvi un sorso di vino. Pensai a Serena, a come anche noi avevamo avuto la nostra tranquillità — e a come la tranquillità può essere il nome elegante che diamo alla distanza.
«La tranquillità non è un problema, Chiara. La rassegnazione sì.»
Fu come se avessi aperto una porta che lei stava spingendo dall'altra parte. I suoi occhi si allargarono — non di sorpresa, ma di riconoscimento. Qualcuno aveva detto la parola che lei non si permetteva.
Per un lungo momento non parlò. Si limitò a tirare le gambe su, sedendosi con i piedi sulla sedia, le ginocchia al petto. Era un gesto da ragazzina — scomposto, vulnerabile — che mi sorprese in una donna sempre così composta. I piedi nudi, visti da vicino, avevano una pelle chiara con un segno di abbronzatura dove il cinturino del sandalo li aveva divisi durante il giorno. Le unghie erano corte, senza smalto, curate con quella naturalezza che non cerca di essere notata. L'arco del piede destro formava una curva tesa, quasi nervosa, come se i muscoli stessero trattenendo qualcosa che il resto del corpo cercava di nascondere.
Distolsi lo sguardo. Ma non abbastanza in fretta.
«Sai cosa ho pensato quando Serena se n'è andata?» disse Chiara, appoggiando il mento sulle ginocchia.
«Dimmi.»
«Ho pensato: lui adesso è libero. E non intendevo libero per rifarti una vita. Intendevo libero... di sentire.»
«Sentire cosa?»
«Tutto. Il dolore, il vuoto, la paura, la possibilità. Noi...» — e con quel *noi* non intendeva lei e Andrea, intendeva chi resta nella tranquillità — «...noi non sentiamo più niente. Siamo coperti. Siamo al sicuro. E il sicuro, dopo un po', diventa una forma di anestesia.»
La brezza dal mare mosse la fiamma delle candele. Un'ombra le attraversò il viso come un pensiero che passa.
«Non è come credi» dissi. «Il dolore non ti libera. Ti spacca e basta. Poi devi raccogliere i pezzi, e non combaciano più come prima.»
«Ma almeno senti qualcosa.»
Lo disse con una fame che mi fece paura.
---
Andrea tornò dopo ventidue minuti. Lo so perché avevo controllato l'orologio — non per impazienza, ma per un motivo che non avrei saputo spiegare. Come se avessi bisogno di sapere per quanto tempo ero stato solo con sua moglie. Come se quel tempo andasse misurato, contenuto, registrato.
Quando riapparve sulla soglia del terrazzo aveva gli occhi stanchi e il telefono ancora in mano.
«Scusate. Scusate davvero. Quel maledetto cantiere di Ravello. Chiara, amore, abbiamo ancora del limoncello?»
Chiara tolse i piedi dalla sedia con un movimento fluido — le gambe che si distendevano, le piante che toccavano il pavimento freddo del terrazzo con un suono lieve, quasi un sospiro — e si alzò senza rispondere. Passò accanto ad Andrea, che le sfiorò il fianco con la mano, e sparì in cucina.
Bevemmo il limoncello parlando di cose leggere. Andrea mi raccontò del kayak che voleva comprare, della partita del Napoli, di un ristorante nuovo ad Amalfi dove secondo lui facevano la migliore parmigiana della costa. Ridevo, annuivo, intervenivo nei momenti giusti. Ma una parte di me era rimasta indietro — era ancora seduta di fronte a Chiara nel silenzio del terrazzo, a guardare la curva tesa del suo piede destro e a sentire la parola *anestesia* che vibrava nell'aria come il suono di un bicchiere colpito.
Verso le undici mi alzai per andare.
«Già?» disse Andrea.
«Domani lavoro presto. Il Vermentino era troppo buono, se resto bevo ancora.»
«Almeno ci rivediamo presto. Venerdì? Chiara, venerdì facciamo la grigliata?»
Chiara stava raccogliendo i piatti. Si fermò con una pila di ceramica tra le mani e mi guardò.
«Venerdì va benissimo» disse. E in quella frase non c'era nulla — nulla — che non fosse normale. Eppure la sua voce aveva una consistenza diversa, come un tessuto che al tatto rivela un filo che non dovrebbe esserci.
Andrea mi accompagnò alla macchina. Mi abbracciò, mi diede una pacca sulla schiena, mi disse che ero dimagrito e che dovevo mangiare di più. Lo guardai salire i gradini di rosmarino verso la porta illuminata dove Chiara aspettava con un braccio appoggiato allo stipite.
Accesi il motore. La strada costiera era vuota, il mare invisibile oltre la ringhiera di guardia. Guidai lentamente, con i finestrini abbassati e il profumo del gelsomino che entrava e usciva come un'onda.
A metà della discesa verso Vietri, il telefono vibrò nella tasca della giacca.
Accostai. Lo presi.
Era un messaggio di Andrea.
*«Grande serata fratello. Ci voleva. Chiara dice che sei sempre il solito — fa il duro ma è il più sensibile di tutti. A venerdì!»*
Rilessi la frase. *Chiara dice che sei sempre il solito.*
Chiara aveva parlato di me. Dopo che me n'ero andato, nel tempo che le era servito a sparecchiare e a togliersi il vestito blu notte e a lavarsi i denti, aveva detto qualcosa su di me a suo marito, a letto, nel buio della loro stanza.
Rimasi fermo con il telefono in mano per un tempo che non seppi calcolare. Poi digitai:
*«Certo. A venerdì.»*
Ripartii.
Ma sapevo — con quella lucidità che arriva solo quando è troppo tardi per fingere — che qualcosa si era spostato. Non rotto, non ancora. Spostato. Come un vetro che ha preso un colpo e non si è frantumato, ma ha quella crepa sottile, quasi invisibile, che cambia il modo in cui la luce ci passa attraverso.
E sapevo un'altra cosa, che mi faceva più paura della prima.
Non era stato un incidente. Chiara non aveva lasciato cadere quelle parole per caso. Non era il vino, non era la sera, non era la mia solitudine che l'aveva fatta parlare.
Era stata una scelta.
E venerdì era fra tre giorni.
*continua*
La casa di Andrea e Chiara stava aggrappata alla collina come tutte le case della costa sud. Pietre bianche, persiane turchesi, una scala di gradini irregolari che saliva tra i cespugli di rosmarino fino al terrazzo affacciato sul mare. Ci ero stato decine di volte. Cene estive, compleanni, quella capodanno in cui Andrea aveva esagerato con il limoncello e Chiara lo aveva messo a letto come si fa con un bambino, scuotendo la testa con quel sorriso che le conoscevo — paziente, leggermente stanco, affettuoso in un modo che non richiedeva più sforzo.
Salii i gradini con una bottiglia di Vermentino nella mano destra e la giacca di lino nell'altra. Giugno a Cetara era già estate, ma la sera portava un filo di brezza che giustificava il tessuto sulle spalle. O forse era solo la mia abitudine di separato di fresco: vestirsi bene era diventato un modo per sentirmi ancora intero, un'armatura sottile contro il disordine della vita che mi ero costruito negli ultimi mesi.
La porta era socchiusa. Bussai lo stesso.
«Luca! Entra, entra.»
La voce di Chiara arrivò dalla cucina prima di lei. Poi apparve sulla soglia del corridoio, asciugandosi le mani in uno strofinaccio a righe.
Era scalza.
Lo era quasi sempre in casa, lo sapevo — una di quelle abitudini che non avevo mai avuto ragione di notare prima. Ma quella sera il pavimento era di maiolica scura, le piastrelle fredde sotto la luce calda dell'ingresso, e i suoi piedi nudi su quel fondo — pallidi, con l'arco alto e le dita che si piegavano appena a ogni passo, come se stessero cercando aderenza — furono la prima cosa che vidi. Prima del vestito blu notte con le spalline sottili. Prima degli occhi che sorridevano. Prima di tutto.
Non dissi niente, ovviamente. Le porsi la bottiglia. Chiara la girò tra le mani e rise.
«Vermentino. Andrea sarà contento, dice che con il pesce non accetta altro.»
«Andrea ha ragione su molte cose.»
«Su alcune.»
Lo disse senza peso, come una battuta di coppia consumata dal tempo. Ma io registrai il tono — quella sfumatura appena più bassa, quel mezzo sorriso che non arrivava fino agli occhi. Erano dettagli che avevo cominciato a cogliere da quando vivevo solo: le inflessioni delle persone sposate, i micro-segnali di una stanchezza che non aveva ancora un nome.
Chiara mi guidò verso il terrazzo. Andrea era al telefono, la schiena appoggiata alla ringhiera, una mano che gesticolava verso il mare come se il suo interlocutore potesse vederlo. Alzò l'altra mano in un saluto silenzioso — *un attimo, arrivo* — e continuò a parlare di margini, di consegne, di un cliente che voleva tutto per lunedì.
Mi sedetti al tavolo apparecchiato. Tre piatti, tre bicchieri, un vassoio di alici marinate con limone e peperoncino. Le candele non erano ancora accese.
Chiara si sedette di fronte a me e incrociò le gambe sotto il tavolo. Il rumore del piede che sfiorava la gamba della sedia — un suono minimo, quasi impercettibile — mi arrivò come un battito.
«Da quanto non venivi?» chiese, versandomi dell'acqua.
«Marzo, credo. La cena per il tuo compleanno.»
«È vero. Ti ricordi che Andrea ha bruciato l'arrosto e abbiamo ordinato le pizze?»
«Mi ricordo che Serena ha detto che le pizze erano meglio dell'arrosto.»
Pronunciare il nome di mia moglie — mia ex moglie — non faceva più male. Faceva qualcos'altro, come toccare una cicatrice e scoprire che non sanguina ma non è nemmeno liscia. Un rilievo permanente.
Chiara mi guardò un istante più del necessario. «Come stai, Luca? Davvero.»
«Davvero? Meglio. Non bene, ma meglio. La casa nuova aiuta. Avere uno spazio tutto mio aiuta. Cucinare per uno è deprimente, ma scegliere cosa mangiare senza negoziare è una forma sottovalutata di libertà.»
Rise. Una risata vera, non di cortesia. E in quel momento Andrea chiuse la telefonata e si unì a noi con la sua energia da uomo che ha sempre tre cose in sospeso.
«Luca! Scusa, un delirio. Quel progetto del resort a Ravello, lo sai, mi sta mangiando vivo.» Mi abbracciò con una mano, l'altra già afferrava la bottiglia di Vermentino. «Questo sì che è un uomo. Chiara, apriamo?»
---
La cena fu quello che erano sempre le cene con Andrea: rumorosa, generosa, piena di parentesi aperte che non si chiudevano. Andrea parlava di lavoro, di un amico comune che si era comprato una barca assurda, del documentario che aveva visto sulla pesca sostenibile — «giuro, Luca, è più avvincente di un thriller» — e io lo ascoltavo con quell'affetto che il tempo non scalfisce, quello che nasce nei corridoi dell'università e sopravvive a tutto il resto.
Chiara interveniva poco. Portava i piatti, riempiva i bicchieri, sorrideva nei momenti giusti. Ma quando parlava — e parlava sempre con frasi brevi, precise, come se avesse scelto ogni parola prima — diceva cose che restavano nell'aria dopo che si era alzata per prendere il dolce.
«Il problema non è il tempo» disse a un certo punto, mentre Andrea si lamentava di non riuscire a leggere. «Il problema è che leggi per finire, non per stare dentro. Se leggessi per il piacere della frase, non ti servirebbe un'ora. Ti basterebbero dieci minuti.»
Andrea rise. «Chiara legge Pavese in spiaggia e mi guarda come se io fossi il problema dell'umanità perché leggo il Corriere.»
«Non ti guardo così.»
«Sì che mi guardi così. Ma ti amo lo stesso.»
Le posò un bacio sulla tempia, distratto e affettuoso, di quelli che si danno per abitudine più che per desiderio. Chiara non reagì. Non si irrigidì, non sorrise, non si scostò. Semplicemente non reagì. E fu quello — quella non-reazione — che mi si piantò nella mente come un chiodo sottile.
Dopo la frutta Andrea ricevette un'altra chiamata. Si alzò con un gesto di scuse — «cinque minuti, giuro, poi stacco tutto» — e sparì dentro casa. Sentii la sua voce affievolirsi lungo il corridoio, poi una porta che si chiudeva.
Rimanemmo soli sul terrazzo.
Il mare era nero sotto di noi, visibile solo nel suono. Le candele erano accese ormai da un'ora e la cera colava sui piattini di ceramica azzurra che Chiara aveva comprato a Vietri. La luce tremolante le disegnava ombre mobili sul viso e sulle spalle nude, e per un momento — un momento che non avrei dovuto concedermi — la guardai come non la guardavo da anni. O forse come non l'avevo mai guardata.
Chiara aveva trentasei anni. Non era bella nel modo in cui lo sono le donne dei giornali — non aveva quella simmetria aggressiva, quella presenza che occupa lo spazio. Era bella come certe stanze: entravi, non capivi subito cosa ti attirava, poi notavi la luce, le proporzioni, la quiete. E non volevi più uscire.
Quella sera aveva i capelli raccolti con una molletta che non mollava, e una ciocca le cadeva di continuo dietro l'orecchio sinistro. Ogni volta la rimetteva a posto con un gesto che aveva qualcosa di intimo — come se si stesse ricomponendo continuamente, tenendo insieme qualcosa che tendeva a disfarsi.
«Cinque minuti» disse, guardando verso la porta da cui era sparito Andrea. «Lo conosci. Cinque minuti sono mezz'ora.»
«Lo conosco.»
«Lo conosci da più tempo di me.»
«Vent'anni. Tu solo dodici.»
«Solo dodici.» Sorrise in un modo che non seppi decifrare. «A volte mi sembra di più. A volte mi sembra che ci siamo appena conosciuti e non ho ancora capito niente.»
Non risposi. C'erano cose che sapevo di non dover commentare — le confessioni laterali delle mogli degli amici, quei mezzi pensieri che ti offrono come per sbaglio e che dovresti restituire senza aprire. Ma qualcosa nel tono di Chiara — o forse nel Vermentino, o forse nella luce delle candele, o forse nella mia solitudine recente che aveva reso porosa ogni mia difesa — mi impedì di cambiare argomento.
«Cosa non hai capito?»
Mi guardò. «Se è così che deve essere.»
«Cosa?»
«Tutto questo.» Fece un gesto vago che comprendeva il terrazzo, la casa, il mare, Andrea che parlava al telefono in un'altra stanza. «Questa... tranquillità.»
La parola la pronunciò come se le bruciasse.
Bevvi un sorso di vino. Pensai a Serena, a come anche noi avevamo avuto la nostra tranquillità — e a come la tranquillità può essere il nome elegante che diamo alla distanza.
«La tranquillità non è un problema, Chiara. La rassegnazione sì.»
Fu come se avessi aperto una porta che lei stava spingendo dall'altra parte. I suoi occhi si allargarono — non di sorpresa, ma di riconoscimento. Qualcuno aveva detto la parola che lei non si permetteva.
Per un lungo momento non parlò. Si limitò a tirare le gambe su, sedendosi con i piedi sulla sedia, le ginocchia al petto. Era un gesto da ragazzina — scomposto, vulnerabile — che mi sorprese in una donna sempre così composta. I piedi nudi, visti da vicino, avevano una pelle chiara con un segno di abbronzatura dove il cinturino del sandalo li aveva divisi durante il giorno. Le unghie erano corte, senza smalto, curate con quella naturalezza che non cerca di essere notata. L'arco del piede destro formava una curva tesa, quasi nervosa, come se i muscoli stessero trattenendo qualcosa che il resto del corpo cercava di nascondere.
Distolsi lo sguardo. Ma non abbastanza in fretta.
«Sai cosa ho pensato quando Serena se n'è andata?» disse Chiara, appoggiando il mento sulle ginocchia.
«Dimmi.»
«Ho pensato: lui adesso è libero. E non intendevo libero per rifarti una vita. Intendevo libero... di sentire.»
«Sentire cosa?»
«Tutto. Il dolore, il vuoto, la paura, la possibilità. Noi...» — e con quel *noi* non intendeva lei e Andrea, intendeva chi resta nella tranquillità — «...noi non sentiamo più niente. Siamo coperti. Siamo al sicuro. E il sicuro, dopo un po', diventa una forma di anestesia.»
La brezza dal mare mosse la fiamma delle candele. Un'ombra le attraversò il viso come un pensiero che passa.
«Non è come credi» dissi. «Il dolore non ti libera. Ti spacca e basta. Poi devi raccogliere i pezzi, e non combaciano più come prima.»
«Ma almeno senti qualcosa.»
Lo disse con una fame che mi fece paura.
---
Andrea tornò dopo ventidue minuti. Lo so perché avevo controllato l'orologio — non per impazienza, ma per un motivo che non avrei saputo spiegare. Come se avessi bisogno di sapere per quanto tempo ero stato solo con sua moglie. Come se quel tempo andasse misurato, contenuto, registrato.
Quando riapparve sulla soglia del terrazzo aveva gli occhi stanchi e il telefono ancora in mano.
«Scusate. Scusate davvero. Quel maledetto cantiere di Ravello. Chiara, amore, abbiamo ancora del limoncello?»
Chiara tolse i piedi dalla sedia con un movimento fluido — le gambe che si distendevano, le piante che toccavano il pavimento freddo del terrazzo con un suono lieve, quasi un sospiro — e si alzò senza rispondere. Passò accanto ad Andrea, che le sfiorò il fianco con la mano, e sparì in cucina.
Bevemmo il limoncello parlando di cose leggere. Andrea mi raccontò del kayak che voleva comprare, della partita del Napoli, di un ristorante nuovo ad Amalfi dove secondo lui facevano la migliore parmigiana della costa. Ridevo, annuivo, intervenivo nei momenti giusti. Ma una parte di me era rimasta indietro — era ancora seduta di fronte a Chiara nel silenzio del terrazzo, a guardare la curva tesa del suo piede destro e a sentire la parola *anestesia* che vibrava nell'aria come il suono di un bicchiere colpito.
Verso le undici mi alzai per andare.
«Già?» disse Andrea.
«Domani lavoro presto. Il Vermentino era troppo buono, se resto bevo ancora.»
«Almeno ci rivediamo presto. Venerdì? Chiara, venerdì facciamo la grigliata?»
Chiara stava raccogliendo i piatti. Si fermò con una pila di ceramica tra le mani e mi guardò.
«Venerdì va benissimo» disse. E in quella frase non c'era nulla — nulla — che non fosse normale. Eppure la sua voce aveva una consistenza diversa, come un tessuto che al tatto rivela un filo che non dovrebbe esserci.
Andrea mi accompagnò alla macchina. Mi abbracciò, mi diede una pacca sulla schiena, mi disse che ero dimagrito e che dovevo mangiare di più. Lo guardai salire i gradini di rosmarino verso la porta illuminata dove Chiara aspettava con un braccio appoggiato allo stipite.
Accesi il motore. La strada costiera era vuota, il mare invisibile oltre la ringhiera di guardia. Guidai lentamente, con i finestrini abbassati e il profumo del gelsomino che entrava e usciva come un'onda.
A metà della discesa verso Vietri, il telefono vibrò nella tasca della giacca.
Accostai. Lo presi.
Era un messaggio di Andrea.
*«Grande serata fratello. Ci voleva. Chiara dice che sei sempre il solito — fa il duro ma è il più sensibile di tutti. A venerdì!»*
Rilessi la frase. *Chiara dice che sei sempre il solito.*
Chiara aveva parlato di me. Dopo che me n'ero andato, nel tempo che le era servito a sparecchiare e a togliersi il vestito blu notte e a lavarsi i denti, aveva detto qualcosa su di me a suo marito, a letto, nel buio della loro stanza.
Rimasi fermo con il telefono in mano per un tempo che non seppi calcolare. Poi digitai:
*«Certo. A venerdì.»*
Ripartii.
Ma sapevo — con quella lucidità che arriva solo quando è troppo tardi per fingere — che qualcosa si era spostato. Non rotto, non ancora. Spostato. Come un vetro che ha preso un colpo e non si è frantumato, ma ha quella crepa sottile, quasi invisibile, che cambia il modo in cui la luce ci passa attraverso.
E sapevo un'altra cosa, che mi faceva più paura della prima.
Non era stato un incidente. Chiara non aveva lasciato cadere quelle parole per caso. Non era il vino, non era la sera, non era la mia solitudine che l'aveva fatta parlare.
Era stata una scelta.
E venerdì era fra tre giorni.
*continua*
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