Valentin_3
di
H_B
genere
gay
Si rialzò e, allargandomi le gambe, mi si parò davanti. Mi rimisi seduto e gli levai la maglietta scoprendo ancora una volta il suo corpo atletico: le spalle larghe, il torace muscoloso, i peli che formavano una croce, più densi sotto i pettorali e nella parte centrale del torace, più radi altrove, le braccia vigorose. Il mio sguardo scese fino al ventre dove, complici i pantaloncini scivolati piuttosto in basso, faceva bella mostra di sé la fitta peluria del pube.
Le nostre labbra si sfiorarono, le nostre lingue si incrociarono: sentivo il sapore acidulo del mio sperma nel suo palato. Mi adoperai a lungo per restituirgli il favore fattomi mentre mi spogliava. Le mie mani, comprimevano i suoi pettorali d’acciaio mentre i pollici preferirono giocare coi capezzoli, usandoli come pulsanti.
Mugolò. Sospirò mentre avvicinava la sua testa alla mia.
Le mani, avide, presero a percorrere la linea dei suoi fianchi dove si apprestavano a levargli l’inutile, lasciandolo ancora una volta,con indosso i soli scarponcini da lavoro.
Lui mi fermò prontamente allontanandosi leggermente da me. Ebbi così modo di ammirare la perfezione di quel corpo prendendo a massaggiare la stoffa che racchiudeva il mio premio
L’idea di Valentin era come sempre un’altra e ciò che aveva in mente, se da un lato mi spaventò leggermente, dall’altro non fece che accrescere il mio stato d’eccitazione.
Mi bendò gli occhi con la cravatta, mi fece girare un paio di volte su me stesso e mi lasciò.
Avvertii un leggero senso di vertigine; poi protesi le mani verso il punto in cui credevo si trovasse. Mi accolse la sua bocca che succhiò le mie dita indicandomi la direzione da seguire. Le guidò a sfiorargli le labbra e il mento per poi lasciarle libere di spaziare lungo il collo, le spalle possenti, il torace, la linea degli addominali.
L’ispezione si concluse in corrispondenza del folto cespuglio nero del pube dove, come la volta precedente, agganciai l’elastico di pantaloni e mutande facendo scivolare all’interno l’intera mano impaziente che cominciò a masturbare una mazza già dura.
La lingua fece il resto percorrendo il petto villoso spostandosi ad insalivare e suggere i capezzoli. Seguendo l’esempio delle dita, riprese la strada verso il basso imbattendosi nella folta peluria del pube che leccò per benino. Il naso ne aspirò invece l’aroma selvaggio.
Mi arrestai all’altezza della cintola per sfilargli i pantaloni.
A quel punto Valentin si chinò su di me: mi sentii prendere le mani e spostarle dietro la schiena per legarle con qualcosa. Era la mia cintura. Ciò mi obbligava a liberarlo degli inutili slip come aveva fatto con me: addentandoli. Completata l’operazione (ci volle un po’ di tempo! Del resto la mia esperienza non era molta) feci per alzarmi e chiedere in premio un meritato bacio.
Con una leggera pressione Valentin mi fece rimanere in posizione.
Cominciò a schiaffeggiarmi con il suo manganello che si era fatto di puro acciaio. Evidentemente gli piaceva l’idea di far scontrare la parte sensibile della cappella con il mio leggero strato di barba per poi repentinamente infilarmelo fin dove la mia avida gola era in grado di accoglierlo. Ad ogni ingoio mi pareva che l’uccello si facesse sempre più duro; ed anche il mio non era indifferente al trattamento dal momento che l’erezione chiedeva impaziente di essere placata.
Accelerò il ritmo di scopata: credo stesse per venire. Fu così che mi fece alzare ed iniziò a sciabolare il suo cazzo contro il mio. Pochi colpi decisi; poi lo abbassò masturbandosi sul mio perineo.
“Vorrà farci venire in contemporanea…” mi sorpresi a pensare mentre il mio cazzo batteva contro la cortina degli addominali. Pregai a che ciò avvenisse in fretta: l’erezione si era fatta estremamente dolorosa ed il fiume di sborra era pronto a riversarsi sul ventre.
Possibile che dai miei gemiti non capiva che stavo arrivando al capolinea?
Senza dire una parola si allontanò da me:
“Ecco finalmente…” credo che i miei lineamenti si distesero, certo che avremmo concluso anche quel round.
Invece no!
Mantenendomi bendato e legato mi condusse, tenendomi per l’uccello, nella sala riunioni.
Qui me lo fece appoggiare sul piano massiccio del tavolo in legno facendomi allargare le chiappe.
Il freddo contatto con il materiale accentuò ancora di più il dolore dell’erezione e la voglia di venire si stava facendo letteralmente incontenibile.
Per tutta risposta Valentin scivolò sotto il tavolo riprendendo a giocare con i miei coglioni ed il mio culo. I primi se li faceva ballonzolare tra le mani per poi infilarseli in gola uno alla volta succhiandoli, il secondo preferiva tormentarmelo con le mani che, riunitesi in corrispondenza del solco delle chiappe, presero a spalancarlo lasciando in bella mostra l’ano che pulsava impazzito.
“Valentin…” mormorai. Non riuscii ad aggiungere altro. Ero allo spasimo. Iniziai a contrarre e rilasciare i glutei freneticamente mentre in maniera altrettanto incontrollata il mio cazzo aveva iniziato ad inondare il tavolo con fiotti di sborra da record.
Lui si alzò e gentilmente mi guidò a leccare ogni singola goccia con cui avevo imbrattato il piano. Si sostituì a me, appoggiando le chiappe là dove prima avevo appoggiato il cazzo e con una pressione leggera e decisa mi fece inginocchiare davanti alla sua erezione.
Mi prese alla nuca spingendomi la testa verso la cappella che ingoiai fino a farmi entrare l’intera mazza in gola. Ebbi un conato: non riuscendo a vedere cosa e quanto stavo infilandomi in bocca, era difficile prendere bene le misure!
Un breve colpo di tosse, di nuovo in bocca tutto quel ben di dio e via di pompino!
La cecità indottami dal bendaggio e l’impossibilità di muovere le mani rimisero in moto la mia eccitazione. Inondavo di saliva l’uccello del mio uomo, sfilandolo giusto il tempo di far cadere qualche rivolo di saliva sul mio membro che non voleva starsene a riposo. Al contrario, si animò con la stessa velocità con cui succhiavo.
Valentin mugolava e sbuffava: mi sembrava un toro pronto alla carica. Immagino che per aumentare il suo piacere, non potendo io toccarlo, provvedesse da solo, magari titillandosi i capezzoli e arrivando ad accarezzarsi il ventre, mentre lo lavoravo ai piani bassi.
Sentivo la sua mazza pulsare e contrarsi all’interno della mia bocca, pronta ad offrirmi la sua ambrosia di lì a poco. Non mi sbagliai: mi afferrò nuovamente alla nuca imprimendo alla mia opera un ritmo sempre più serrato fino a che il suo piacere non mi esplose nella cavità orale.
Si abbassò per baciarmi e pulirmi le labbra di quanto mi ero lasciato colare.
Ci rialzammo. Mi slegò e mi sbendò. Entrambi eravamo sudati ma felici. Ci abbracciammo e ricominciammo a baciarci dolcemente.
Sentivo che il meglio doveva ancora arrivare e che Valentin, mettendo alla prova le reciproche resistenze, stava per regalarci qualcosa d’indimenticabile!
Come nel più classico dei film, squillò il telefono.
Corsi a rispondere: era il mio capo che voleva sapere dell’incontro. Lo informai di quanto era accaduto mentre continuavo a menarmi l’uccello per non fargli perdere vigore.
Riattaccai e mi diressi in bagno a recuperare i vestiti; tornai in sala riunioni.
Valentin aveva protetto con una coperta il prezioso tappeto persiano accanto al divano verde di cui aveva sistemato a terra due cuscini.
La visione che si presentò quando varcai la soglia mi tolse il respiro: sdraiato su un fianco, si teneva la testa con la mano il cui gomito affondava nel cuscino, una gamba piegata a triangolo e appoggiata a quella del fianco su cui era disteso. Il braccio libero accarezzava un cazzo così in tiro da arrivargli fino all’ombelico, la peluria che lo ricopriva risplendeva alla sole del tardo pomeriggio che ombreggiava egregiamente i più intimi dettagli di quella scultura greca.
“Ha detto che per oggi non rientrerà…” fu l’unica cosa che gli dissi prima di coricarmi accanto a lui con la pancia tra la coperta ed il cuscino.
Valentin sorrideva con gli occhi e con la bocca, e prese a seguire con una mano lungo le mie curve.
Il mio desiderio era bruciante, almeno quanto il suo.
Il mio sguardo si spostò verso il ventre e si fermò su quell’uccello che di lì a breve avrei accolto dentro me. Guardai la cappella rossastra, il candore dell’asta, la perfezione del disegno dei peli pubici e pensai:
“Tra non molto questo cazzo mi entrerà in culo. Adesso sono pronto. Sì, lo voglio. Voglio soddisfare quest’uomo, questo dio, con tutto me stesso”.
Il morso alla natica sinistra mi riportò alla meravigliosa realtà: infine lasciai che la testa si liberasse da ogni pensiero.
A strapparmi un gemito fu la sua lingua, che prese a scorrere decisa nell’incavo tra le natiche, premendo sull’ano, cercando di forzarlo com’era avvenuto quel pomeriggio nell’ufficio da basso. Non essendo compito suo, indugiava appena nel pertugio, poi si spostava verso l’alto, scendeva nuovamente per esplorare nuovi centimetri di pelle. Accarezzarli. Sfiorarli soavemente; poi erano nuovamente i denti a mordere decisi.
Non avrei saputo descrivere le mie sensazioni in quel momento. Sicuramente erano sensazioni forti, inusuali, inaspettate per quanto io fossi pronto ad accettare quel che stava per accadere... Del resto mai, prima di quel pomeriggio il mio corpo era stato nelle mani di un altro uomo.
Il desiderio premeva violento, ma Valentin non voleva cedere: voleva gustare, e farmi gustare, ogni attimo di quel rapporto.
Sapeva che stava per cogliere un frutto cui nessuno prima di lui era arrivato. E, credo volesse che anche per me quel momento fosse indimenticabile.
A lungo le sue mani, la sua lingua, le sue labbra accarezzarono, strinsero, solleticarono. Percepivo la sensazione che Valentin cercava di dominare il desiderio travolgente di penetrarmi, mentre i suoi attacchi annientavano le mie più che deboli difese: non opponevo resistenza alcuna, ero completamente, unicamente in sua balìa.
Venne il momento. Mi fece sistemare meglio alzandomi leggermente i fianchi ed abbassandomi le spalle.
Allargandomi i glutei con le mani, avvicinò la cappella allo sfintere. Lo sentii sputare ed immediatamente percepii la sua saliva colare lungo quel solco cui si era così a lungo dedicato: ora la distribuiva uniformemente attorno al mio ano per lubrificarlo prima della penetrazione. Altrettanto fece per lubrificare il suo membro.
Appoggiò appena la punta sull’apertura e lentamente, ma inesorabilmente, la introdusse. Il mio corpo non si tese, ma si afflosciò ancora di più, in un abbandono totale.
Lentamente Valentin avanzò, spingendo. La carne cedeva a fatica. Si arrestò dandomi una lieve carezza lungo la schiena. M’invitò a sollevarmi leggermente per voltarmi e baciarlo.
Nel momento in cui gli sfiorai le labbra, spinse a fondo.
Gemetti, ma il palo avanzava inarrestabile: il frutto cui tanto anelava venne infine colto.
A quel punto si ritrasse, estraendo quasi completamente l’uccello dal mio corpo, per poi riaffondarlo, sempre lentamente, come una spada che trafigge il cuore. Tornò ancora indietro, mentre io, incapace di accogliere un piacere incontenibile, iniziai a mordere il cuscino su cui poggiavo, soffocando i gemiti di piacere.
Spinse ancora più forte, penetrando più a fondo per poi tornare ancora una volta indietro, con lentezza, suscitando nuovi gemiti.
La spada infine trapassò il cuore senza pietà, spingendosi fino all’estremo limite.
Gridai stringendo il cuscino con una forza tale da rischiare di strapparne la stoffa.
Ora che aveva conquistato la postazione voluta, il gioco delle mani riprese senza sosta. Le sentivo dovunque: sulla schiena, sulle spalle, tra i peli pubici, mentre premevano sui coglioni nuovamente desiderosi di svuotarsi del loro contenuto, sul mio uccello teso all’inverosimile che, imperterrite masturbavano, e lungo l’addome fino ad arrivare ai capezzoli.
A lungo rimanemmo così; poi Valentin, senza uscire da me, si girò su un fianco accompagnandomi nel movimento e mantenendomi la gamba sinistra sollevata e piegata.
Incominciò a muovere il palo avanti e indietro nella carne che cedeva, mentre la sua mano non smetteva di dedicarsi all’uccello. La tensione nel mio corpo cresceva e regolò i suoi movimenti in modo che raggiungessimo insieme l’orgasmo.
Quando sentì che avevo superato il punto di non ritorno, spinse con forza, strappandomi un nuovo gemito ed insieme versammo il nostro seme, Valentin nelle mie viscere ed io sul mio petto.
Si rovesciò sul dorso, tenendomi stretto a sé, lasciandomi l’uccello dentro fino a che non tornò a riposo. Lo estrasse ancora bagnato e mi fece voltare verso di sé. Rimanemmo distesi e abbracciati a lungo, in un bagno di sudore e sperma mentre i nostri cuori lentamente riprendevano a battere con regolarità.
Sentivo Valentin rilassarsi mentre mi stringevo a lui. Gli abbracci si fecero più serrati e i baci più ardenti ma non andammo oltre le coccole: cominciava a fare buio e l’incantesimo stava per svanire. Io ero ospite a cena (e mi ci sarebbe voluto un po’ di tempo per rendermi presentabile) mentre lui era atteso a casa da moglie e figli.
Ancora una volta ognuno di noi sarebbe stato riassorbito dal vortice della propria quotidianità e chissà quanto tempo avrebbe dovuto trascorrere prima di poterci trovare di nuovo così vicini…
Le nostre labbra si sfiorarono, le nostre lingue si incrociarono: sentivo il sapore acidulo del mio sperma nel suo palato. Mi adoperai a lungo per restituirgli il favore fattomi mentre mi spogliava. Le mie mani, comprimevano i suoi pettorali d’acciaio mentre i pollici preferirono giocare coi capezzoli, usandoli come pulsanti.
Mugolò. Sospirò mentre avvicinava la sua testa alla mia.
Le mani, avide, presero a percorrere la linea dei suoi fianchi dove si apprestavano a levargli l’inutile, lasciandolo ancora una volta,con indosso i soli scarponcini da lavoro.
Lui mi fermò prontamente allontanandosi leggermente da me. Ebbi così modo di ammirare la perfezione di quel corpo prendendo a massaggiare la stoffa che racchiudeva il mio premio
L’idea di Valentin era come sempre un’altra e ciò che aveva in mente, se da un lato mi spaventò leggermente, dall’altro non fece che accrescere il mio stato d’eccitazione.
Mi bendò gli occhi con la cravatta, mi fece girare un paio di volte su me stesso e mi lasciò.
Avvertii un leggero senso di vertigine; poi protesi le mani verso il punto in cui credevo si trovasse. Mi accolse la sua bocca che succhiò le mie dita indicandomi la direzione da seguire. Le guidò a sfiorargli le labbra e il mento per poi lasciarle libere di spaziare lungo il collo, le spalle possenti, il torace, la linea degli addominali.
L’ispezione si concluse in corrispondenza del folto cespuglio nero del pube dove, come la volta precedente, agganciai l’elastico di pantaloni e mutande facendo scivolare all’interno l’intera mano impaziente che cominciò a masturbare una mazza già dura.
La lingua fece il resto percorrendo il petto villoso spostandosi ad insalivare e suggere i capezzoli. Seguendo l’esempio delle dita, riprese la strada verso il basso imbattendosi nella folta peluria del pube che leccò per benino. Il naso ne aspirò invece l’aroma selvaggio.
Mi arrestai all’altezza della cintola per sfilargli i pantaloni.
A quel punto Valentin si chinò su di me: mi sentii prendere le mani e spostarle dietro la schiena per legarle con qualcosa. Era la mia cintura. Ciò mi obbligava a liberarlo degli inutili slip come aveva fatto con me: addentandoli. Completata l’operazione (ci volle un po’ di tempo! Del resto la mia esperienza non era molta) feci per alzarmi e chiedere in premio un meritato bacio.
Con una leggera pressione Valentin mi fece rimanere in posizione.
Cominciò a schiaffeggiarmi con il suo manganello che si era fatto di puro acciaio. Evidentemente gli piaceva l’idea di far scontrare la parte sensibile della cappella con il mio leggero strato di barba per poi repentinamente infilarmelo fin dove la mia avida gola era in grado di accoglierlo. Ad ogni ingoio mi pareva che l’uccello si facesse sempre più duro; ed anche il mio non era indifferente al trattamento dal momento che l’erezione chiedeva impaziente di essere placata.
Accelerò il ritmo di scopata: credo stesse per venire. Fu così che mi fece alzare ed iniziò a sciabolare il suo cazzo contro il mio. Pochi colpi decisi; poi lo abbassò masturbandosi sul mio perineo.
“Vorrà farci venire in contemporanea…” mi sorpresi a pensare mentre il mio cazzo batteva contro la cortina degli addominali. Pregai a che ciò avvenisse in fretta: l’erezione si era fatta estremamente dolorosa ed il fiume di sborra era pronto a riversarsi sul ventre.
Possibile che dai miei gemiti non capiva che stavo arrivando al capolinea?
Senza dire una parola si allontanò da me:
“Ecco finalmente…” credo che i miei lineamenti si distesero, certo che avremmo concluso anche quel round.
Invece no!
Mantenendomi bendato e legato mi condusse, tenendomi per l’uccello, nella sala riunioni.
Qui me lo fece appoggiare sul piano massiccio del tavolo in legno facendomi allargare le chiappe.
Il freddo contatto con il materiale accentuò ancora di più il dolore dell’erezione e la voglia di venire si stava facendo letteralmente incontenibile.
Per tutta risposta Valentin scivolò sotto il tavolo riprendendo a giocare con i miei coglioni ed il mio culo. I primi se li faceva ballonzolare tra le mani per poi infilarseli in gola uno alla volta succhiandoli, il secondo preferiva tormentarmelo con le mani che, riunitesi in corrispondenza del solco delle chiappe, presero a spalancarlo lasciando in bella mostra l’ano che pulsava impazzito.
“Valentin…” mormorai. Non riuscii ad aggiungere altro. Ero allo spasimo. Iniziai a contrarre e rilasciare i glutei freneticamente mentre in maniera altrettanto incontrollata il mio cazzo aveva iniziato ad inondare il tavolo con fiotti di sborra da record.
Lui si alzò e gentilmente mi guidò a leccare ogni singola goccia con cui avevo imbrattato il piano. Si sostituì a me, appoggiando le chiappe là dove prima avevo appoggiato il cazzo e con una pressione leggera e decisa mi fece inginocchiare davanti alla sua erezione.
Mi prese alla nuca spingendomi la testa verso la cappella che ingoiai fino a farmi entrare l’intera mazza in gola. Ebbi un conato: non riuscendo a vedere cosa e quanto stavo infilandomi in bocca, era difficile prendere bene le misure!
Un breve colpo di tosse, di nuovo in bocca tutto quel ben di dio e via di pompino!
La cecità indottami dal bendaggio e l’impossibilità di muovere le mani rimisero in moto la mia eccitazione. Inondavo di saliva l’uccello del mio uomo, sfilandolo giusto il tempo di far cadere qualche rivolo di saliva sul mio membro che non voleva starsene a riposo. Al contrario, si animò con la stessa velocità con cui succhiavo.
Valentin mugolava e sbuffava: mi sembrava un toro pronto alla carica. Immagino che per aumentare il suo piacere, non potendo io toccarlo, provvedesse da solo, magari titillandosi i capezzoli e arrivando ad accarezzarsi il ventre, mentre lo lavoravo ai piani bassi.
Sentivo la sua mazza pulsare e contrarsi all’interno della mia bocca, pronta ad offrirmi la sua ambrosia di lì a poco. Non mi sbagliai: mi afferrò nuovamente alla nuca imprimendo alla mia opera un ritmo sempre più serrato fino a che il suo piacere non mi esplose nella cavità orale.
Si abbassò per baciarmi e pulirmi le labbra di quanto mi ero lasciato colare.
Ci rialzammo. Mi slegò e mi sbendò. Entrambi eravamo sudati ma felici. Ci abbracciammo e ricominciammo a baciarci dolcemente.
Sentivo che il meglio doveva ancora arrivare e che Valentin, mettendo alla prova le reciproche resistenze, stava per regalarci qualcosa d’indimenticabile!
Come nel più classico dei film, squillò il telefono.
Corsi a rispondere: era il mio capo che voleva sapere dell’incontro. Lo informai di quanto era accaduto mentre continuavo a menarmi l’uccello per non fargli perdere vigore.
Riattaccai e mi diressi in bagno a recuperare i vestiti; tornai in sala riunioni.
Valentin aveva protetto con una coperta il prezioso tappeto persiano accanto al divano verde di cui aveva sistemato a terra due cuscini.
La visione che si presentò quando varcai la soglia mi tolse il respiro: sdraiato su un fianco, si teneva la testa con la mano il cui gomito affondava nel cuscino, una gamba piegata a triangolo e appoggiata a quella del fianco su cui era disteso. Il braccio libero accarezzava un cazzo così in tiro da arrivargli fino all’ombelico, la peluria che lo ricopriva risplendeva alla sole del tardo pomeriggio che ombreggiava egregiamente i più intimi dettagli di quella scultura greca.
“Ha detto che per oggi non rientrerà…” fu l’unica cosa che gli dissi prima di coricarmi accanto a lui con la pancia tra la coperta ed il cuscino.
Valentin sorrideva con gli occhi e con la bocca, e prese a seguire con una mano lungo le mie curve.
Il mio desiderio era bruciante, almeno quanto il suo.
Il mio sguardo si spostò verso il ventre e si fermò su quell’uccello che di lì a breve avrei accolto dentro me. Guardai la cappella rossastra, il candore dell’asta, la perfezione del disegno dei peli pubici e pensai:
“Tra non molto questo cazzo mi entrerà in culo. Adesso sono pronto. Sì, lo voglio. Voglio soddisfare quest’uomo, questo dio, con tutto me stesso”.
Il morso alla natica sinistra mi riportò alla meravigliosa realtà: infine lasciai che la testa si liberasse da ogni pensiero.
A strapparmi un gemito fu la sua lingua, che prese a scorrere decisa nell’incavo tra le natiche, premendo sull’ano, cercando di forzarlo com’era avvenuto quel pomeriggio nell’ufficio da basso. Non essendo compito suo, indugiava appena nel pertugio, poi si spostava verso l’alto, scendeva nuovamente per esplorare nuovi centimetri di pelle. Accarezzarli. Sfiorarli soavemente; poi erano nuovamente i denti a mordere decisi.
Non avrei saputo descrivere le mie sensazioni in quel momento. Sicuramente erano sensazioni forti, inusuali, inaspettate per quanto io fossi pronto ad accettare quel che stava per accadere... Del resto mai, prima di quel pomeriggio il mio corpo era stato nelle mani di un altro uomo.
Il desiderio premeva violento, ma Valentin non voleva cedere: voleva gustare, e farmi gustare, ogni attimo di quel rapporto.
Sapeva che stava per cogliere un frutto cui nessuno prima di lui era arrivato. E, credo volesse che anche per me quel momento fosse indimenticabile.
A lungo le sue mani, la sua lingua, le sue labbra accarezzarono, strinsero, solleticarono. Percepivo la sensazione che Valentin cercava di dominare il desiderio travolgente di penetrarmi, mentre i suoi attacchi annientavano le mie più che deboli difese: non opponevo resistenza alcuna, ero completamente, unicamente in sua balìa.
Venne il momento. Mi fece sistemare meglio alzandomi leggermente i fianchi ed abbassandomi le spalle.
Allargandomi i glutei con le mani, avvicinò la cappella allo sfintere. Lo sentii sputare ed immediatamente percepii la sua saliva colare lungo quel solco cui si era così a lungo dedicato: ora la distribuiva uniformemente attorno al mio ano per lubrificarlo prima della penetrazione. Altrettanto fece per lubrificare il suo membro.
Appoggiò appena la punta sull’apertura e lentamente, ma inesorabilmente, la introdusse. Il mio corpo non si tese, ma si afflosciò ancora di più, in un abbandono totale.
Lentamente Valentin avanzò, spingendo. La carne cedeva a fatica. Si arrestò dandomi una lieve carezza lungo la schiena. M’invitò a sollevarmi leggermente per voltarmi e baciarlo.
Nel momento in cui gli sfiorai le labbra, spinse a fondo.
Gemetti, ma il palo avanzava inarrestabile: il frutto cui tanto anelava venne infine colto.
A quel punto si ritrasse, estraendo quasi completamente l’uccello dal mio corpo, per poi riaffondarlo, sempre lentamente, come una spada che trafigge il cuore. Tornò ancora indietro, mentre io, incapace di accogliere un piacere incontenibile, iniziai a mordere il cuscino su cui poggiavo, soffocando i gemiti di piacere.
Spinse ancora più forte, penetrando più a fondo per poi tornare ancora una volta indietro, con lentezza, suscitando nuovi gemiti.
La spada infine trapassò il cuore senza pietà, spingendosi fino all’estremo limite.
Gridai stringendo il cuscino con una forza tale da rischiare di strapparne la stoffa.
Ora che aveva conquistato la postazione voluta, il gioco delle mani riprese senza sosta. Le sentivo dovunque: sulla schiena, sulle spalle, tra i peli pubici, mentre premevano sui coglioni nuovamente desiderosi di svuotarsi del loro contenuto, sul mio uccello teso all’inverosimile che, imperterrite masturbavano, e lungo l’addome fino ad arrivare ai capezzoli.
A lungo rimanemmo così; poi Valentin, senza uscire da me, si girò su un fianco accompagnandomi nel movimento e mantenendomi la gamba sinistra sollevata e piegata.
Incominciò a muovere il palo avanti e indietro nella carne che cedeva, mentre la sua mano non smetteva di dedicarsi all’uccello. La tensione nel mio corpo cresceva e regolò i suoi movimenti in modo che raggiungessimo insieme l’orgasmo.
Quando sentì che avevo superato il punto di non ritorno, spinse con forza, strappandomi un nuovo gemito ed insieme versammo il nostro seme, Valentin nelle mie viscere ed io sul mio petto.
Si rovesciò sul dorso, tenendomi stretto a sé, lasciandomi l’uccello dentro fino a che non tornò a riposo. Lo estrasse ancora bagnato e mi fece voltare verso di sé. Rimanemmo distesi e abbracciati a lungo, in un bagno di sudore e sperma mentre i nostri cuori lentamente riprendevano a battere con regolarità.
Sentivo Valentin rilassarsi mentre mi stringevo a lui. Gli abbracci si fecero più serrati e i baci più ardenti ma non andammo oltre le coccole: cominciava a fare buio e l’incantesimo stava per svanire. Io ero ospite a cena (e mi ci sarebbe voluto un po’ di tempo per rendermi presentabile) mentre lui era atteso a casa da moglie e figli.
Ancora una volta ognuno di noi sarebbe stato riassorbito dal vortice della propria quotidianità e chissà quanto tempo avrebbe dovuto trascorrere prima di poterci trovare di nuovo così vicini…
2
voti
voti
valutazione
1
1
Continua a leggere racconti dello stesso autore
racconto precedente
Valeintin_2
Commenti dei lettori al racconto erotico