Valeintin_2
di
H_B
genere
gay
La torrida estate passò abbastanza velocemente cedendo il passo ad un mite e piacevole settembre.
Il lavoro in ufficio procedeva secondo gli schemi consueti: la crisi continuava a mietere impietosa le sue vittime e noi non costituivamo eccezione. Fortunatamente il pericolo di chiudere baracca e burattini venne scongiurato dalla possibilità di assicurarci un cliente importante.
Come sempre, mi toccò l’ingrato compito di sobbarcarmi quell’onere: dormendo una media di cinque-sei ore a notte, riuscii a preparare un contratto che mi pareva soddisfacente per tutte le parti coinvolte.
La sottoposi orgoglioso al mio capo che, serafico mi rispose:
“Sì, può andare… Il testo definitivo mi serve per questo pomeriggio alle 15.00…”
Mi cedettero le ginocchia: erano le 11.30 e, considerando il carico di stress e stanchezza accumulati, era già tanto se mi rimanevano forze a sufficienza per tornare a casa la sera.
“Ma lei ha detto che i clienti non sarebbero arrivati che settimana prossima!”
“Non è vero! Guarda l’ho scritto persino qui sull’agenda…”
“Peccato che ha omesso di comunicarmi la notizia…”
Senza dargli il tempo di ribattere scesi nel mio ufficio per cercare di riorganizzarmi le idee.
Non riuscii a combinare molto più di quanto avevo già fatto e me ne tornai a casa per il pranzo. Con il Dottore alla fine concordammo d’inventare qualche balla temporeggiando con i clienti nell’attesa di stilare il contratto definitivo.
Stanco e scoraggiato, tornai in ufficio vestito di tutto punto: io odio le giacche e odio ancor di più le cravatte… Se a questo si aggiungeva il fatto che durante l’incontro avrei dovuto arrampicarmi sui vetri per fornire una serie di motivazioni plausibili riguardo i nostri ritardi nel preparare quanto richiestoci, il mio stato d’animo non era sicuramente dei migliori!
A peggiorare le cose, squillò il telefono. Era il Dottore. M’informava che un impegno imprevisto l’avrebbe impossibilitato a prendere parte all’appuntamento:
“ Le puttane che ti scopi, adesso si chiamano imprevisti!” imprecai mentre andavo ad aprire la porta. Sulla soglia, con mia grande sorpresa, si presentò Valentin.
Non lo vedevo dal giorno in cui mi aggiustò la sedia.
“Il Dottore mi ha detto che devo riparare alcune cose nel suo ufficio…”
“Ma non è possibile – strepitai - Tra circa mezz’ora arriveranno dei clienti importanti per firmare un contratto che non è nemmeno pronto?”
Era decisamente la goccia che faceva traboccare il vaso: ci mancava Valentin ad animare un pomeriggio che già prometteva bene!
Incazzato come una iena, stavo per avere una crisi isterica.
Non so come, riuscii a calmarmi. Suonarono nuovamente alla porta. Questa volta erano i nostri clienti. Li feci accomodare al piano di sopra nella grande sala riunioni, un ambiente molto grande e luminoso, arredato con estremo buon gusto personalmente dal mio capo con mobili ed oggetti antichi che, credo, gli siano costati un piccolo patrimonio.
L’incontro si risolse brillantemente e, ancor meglio, velocemente.
I clienti, accompagnati dal loro avvocato, ebbero modo di esaminare con calma quanto avevo scritto. Ne chiesero una copia per apportare alcune modifiche non essenziali e chiusero la riunione in maniera entusiasta.
Di Valentin nemmeno l’ombra: il pericolo di dover giustificare in maniera imbarazzata i suoi continui passaggi con scale, chiodi, pennelli e chissà cos’altro era scongiurato.
“Bene. Direi che possiamo ritenerci soddisfatti. Ha fatto davvero un ottimo lavoro!”
“Grazie. Ne è valsa la pena, dati i benefici che il contratto apporterà a tutti quanti. Aspetto il file aggiornato con le indicazioni dell’avvocato. Poi chiedo gentilmente di lasciarmi un tempo ragionevole per sistemare gli ultimi dettagli. Se siete d’accordo farò in modo di predisporre tutto per la firma entro la fine della settimana prossima”.
“Ottimo!”
Ci alzammo e li accompagnai al piano di sotto per congedarli con una vigorosa stretta di mano.
Nel richiudermi la porta alle spalle, mi ci appoggiai tirando un sospiro di sollievo: avevo concluso un contratto favoloso e, ancora una volta, grazie alla superficialità del mio titolare me ne potevo prendere il merito esclusivo!
L’euforia lasciò nuovamente il posto ad un senso di torpore e stanchezza: guardai l’orologio. Era un po’ troppo presto per tornare a casa. In ufficio non c’era un’anima.
“Ma sì, chissenefrega! Per una volta non succederà nulla!” mi dissi, per giustificare ciò che stavo per fare.
Risalii velocemente le scale, tolsi le scarpe e mi sdraiai sul divano verde.
Avvertivo un leggero mal di testa e sentivo le palpebre pesanti. Le tempie pulsavano. Me le massaggiai, respirando profondamente continuando a focalizzare i momenti di quella gloriosa giornata.
Decisi di darmi una rinfrescata utilizzando l’elegantissimo bagno del capo.
L’acqua che scendeva leggera dal prezioso rubinetto dorato mi dava una piacevole sensazione di benessere. Mantenendo gli occhi chiusi continuai ad inumidirmi le tempie che avevano smesso di pulsare.
Percepii come un leggero spostamento d’aria: sollevai le palpebre e lo vidi riflesso nello specchio dietro di me.
Mi guardava sorridente e compiaciuto. Aveva nello sguardo la stessa luce birichina del nostro primo incontro. Una luce che significava che voleva qualcosa. Qualcosa che la volta precedente non era riuscito ad ottenere.
“Valentin…” richiusi gli occhi.
Due mani forti mi sfilarono la giacca gettandola a terra.
“Giornata pesante oggi…”
Dopo avermi slacciato i polsini, il mio uomo iniziò a dedicarsi agli altri bottoni, ed in un lampo mi scoprì addome e torace lasciando penzolare la cravatta.
“Che eleganza!” ironizzò.
Le mani grosse, presero a vellicare i peli del mio petto per poi strizzarmi i pettorali cercando di avvicinare i capezzoli che s’inturgidirono in un istante.
Sentii la sua bocca sul suo collo, il morso leggero e poi la carezza della lingua, che scorreva fino alla linea dei capelli, per scivolare verso un orecchio, vi si incuneava, ripassava all’esterno, poi spariva lasciando il posto ai denti che mordicchiavano il lobo.
Il pizzicore che, il passaggio della barba di qualche giorno provocava sulla mia pelle, accompagnando l’azione, non faceva che accrescere i brividi di piacere che iniziavano a pervadermi.
La camicia scivolò via leggera dalle mie braccia e, insieme alla cravatta, raggiunse la giacca.
Se è vero che ad azione corrisponde reazione, anche le parti basse cominciarono ad animarsi. Quelle di Valentin erano già a metà dell’opera, almeno a quanto mi era dato di sentire dalla pressione praticata a livello dei glutei.
Riaprii gli occhi per godermi lo spettacolo ma il suo viso era scomparso: vedevo solo le sue mani che allentavano la mia cintura, abbassavano la zip e slacciavano i pantaloni.
L’azione della sua lingua e delle labbra si stava infatti concentrando sulle scapole correndo lungo la schiena ad aiutare le mani che, conclusa l’opera di svestizione, si divertivano a palparmi il cazzo attraverso la stoffa dello slip, allentando e stringendo la presa per farmelo rizzare ulteriormente.
Il gioco era solo iniziato. Valentin, che mi aveva lasciato in mutande, si stava dedicando ad una scena degna del miglior film porno: abbassarne lentamente l’elastico usando i denti.
Dovetti afferrarmi con forza al piano del lavandino: mi sentivo vacillare, preso com’ero da quel vortice di piacere in cui ero finito.
La mia erezione si era nel frattempo fatta imponente grazie alla mano che (letteralmente) lui mi stava dando. La cappella implorava di essere liberata dal supplizio del tessuto che la imprigionava. Valentin non fu di quell’avviso. Completata l’azione sugli slip (diciamo che me li sentivo a metà chiappa), aveva preso a lavorarmi i peli del culo, insinuandosi con la lingua a solleticare il buchetto di carne che, fuori da ogni mio controllo, si contraeva come un cuore impazzito. Le sue mani, ora negli slip, continuavano rudemente a massaggiarmi il cazzo e i coglioni.
Il gioco durò alcuni minuti. Mantenni i miei occhi chiusi fino a quando non mi sentii afferrare per i fianchi e voltarmi. Guardai in basso.
La lingua di Valentin aveva iniziato a leccarmi le mutande nella zona della cappella. La sua saliva si mischiava al liquido pre-spermatico che producevo copiosamente disegnando una macchia che si allargava a vista d’occhio. Le pulsazioni s’intensificavano: non sarei riuscito a contenermi ancora.
Lui lo capì. Usando rigorosamente i denti, mi liberò definitivamente dalla sofferenza. Contemporaneamente m’invitò a sedermi sul piano di preziosissimo marmo bianco del lavandino. Mi spalancò le gambe e con la lingua prese a percorrere la distanza tra la mia cappella e l’ano. Con la sola punta solleticò soprattutto la zona del frenulo per poi accarezzarla integralmente con un rapido passaggio dei denti. Come un equilibrista passeggiò lungo l’asta tesa all’esasperazione scendendo fino allo scroto che s’infilò in bocca succhiandolo come si fa con una ciliegia matura. Insalivò tutto il perineo e, giunto alla meta, soffiò delicatamente all’interno dell’ano. Un bacio e ripetè il percorso inverso.
Il piacere prodotto da quel trattamento, per un momento mi fece vacillare: fui costretto a puntellarmi con i gomiti al piano di marmo per non cadergli malamente addosso.
Alla fine trovai una posizione ancora più appagante: gli serrai saldamente la testa tra le cosce per fargli capire che il mio piacere era pronto a riversarsi ovunque ritenesse opportuno. E il desiderio chiedeva di essere soddisfatto immediatamente.
Lui non fece altro che appoggiare le labbra sulla cappella facendo scomparire l’uccello in bocca. La lingua tornò a roteare vorticosamente sulla cappella picchiettando sulla zona del frenulo ed introducendosi con dolcezza nell’orifizio mentre la testa si alzava e abbassava con movimenti ritmici.
Le mie resistenze erano pronte a cedere piuttosto rapidamente.
Uno, due, mille gemiti di piacere ed un senso di vertigine, di smarrimento mi presero nel sentire il liquido denso e cremoso riversarsi nella sua bocca. Non deglutì. Preferì invece spalmarmelo sull’asta che lentamente tornava in posizione di riposo.
La vertigine, lo smarrimento, mi svuotarono di ogni forza. Ma era davvero smarrimento? O era desiderio? Perché il mio corpo, stremato ed ansimante, si preparava ad accendersi nuovamente immaginando quel che sarebbe seguito: nulla avrebbe potuto fermare Valentin e comunque non avevo nessuna intenzione di ostacolarlo…
Non potei indugiare oltre nei miei pensieri: Valentin reclamava la sua ricompensa.
Il lavoro in ufficio procedeva secondo gli schemi consueti: la crisi continuava a mietere impietosa le sue vittime e noi non costituivamo eccezione. Fortunatamente il pericolo di chiudere baracca e burattini venne scongiurato dalla possibilità di assicurarci un cliente importante.
Come sempre, mi toccò l’ingrato compito di sobbarcarmi quell’onere: dormendo una media di cinque-sei ore a notte, riuscii a preparare un contratto che mi pareva soddisfacente per tutte le parti coinvolte.
La sottoposi orgoglioso al mio capo che, serafico mi rispose:
“Sì, può andare… Il testo definitivo mi serve per questo pomeriggio alle 15.00…”
Mi cedettero le ginocchia: erano le 11.30 e, considerando il carico di stress e stanchezza accumulati, era già tanto se mi rimanevano forze a sufficienza per tornare a casa la sera.
“Ma lei ha detto che i clienti non sarebbero arrivati che settimana prossima!”
“Non è vero! Guarda l’ho scritto persino qui sull’agenda…”
“Peccato che ha omesso di comunicarmi la notizia…”
Senza dargli il tempo di ribattere scesi nel mio ufficio per cercare di riorganizzarmi le idee.
Non riuscii a combinare molto più di quanto avevo già fatto e me ne tornai a casa per il pranzo. Con il Dottore alla fine concordammo d’inventare qualche balla temporeggiando con i clienti nell’attesa di stilare il contratto definitivo.
Stanco e scoraggiato, tornai in ufficio vestito di tutto punto: io odio le giacche e odio ancor di più le cravatte… Se a questo si aggiungeva il fatto che durante l’incontro avrei dovuto arrampicarmi sui vetri per fornire una serie di motivazioni plausibili riguardo i nostri ritardi nel preparare quanto richiestoci, il mio stato d’animo non era sicuramente dei migliori!
A peggiorare le cose, squillò il telefono. Era il Dottore. M’informava che un impegno imprevisto l’avrebbe impossibilitato a prendere parte all’appuntamento:
“ Le puttane che ti scopi, adesso si chiamano imprevisti!” imprecai mentre andavo ad aprire la porta. Sulla soglia, con mia grande sorpresa, si presentò Valentin.
Non lo vedevo dal giorno in cui mi aggiustò la sedia.
“Il Dottore mi ha detto che devo riparare alcune cose nel suo ufficio…”
“Ma non è possibile – strepitai - Tra circa mezz’ora arriveranno dei clienti importanti per firmare un contratto che non è nemmeno pronto?”
Era decisamente la goccia che faceva traboccare il vaso: ci mancava Valentin ad animare un pomeriggio che già prometteva bene!
Incazzato come una iena, stavo per avere una crisi isterica.
Non so come, riuscii a calmarmi. Suonarono nuovamente alla porta. Questa volta erano i nostri clienti. Li feci accomodare al piano di sopra nella grande sala riunioni, un ambiente molto grande e luminoso, arredato con estremo buon gusto personalmente dal mio capo con mobili ed oggetti antichi che, credo, gli siano costati un piccolo patrimonio.
L’incontro si risolse brillantemente e, ancor meglio, velocemente.
I clienti, accompagnati dal loro avvocato, ebbero modo di esaminare con calma quanto avevo scritto. Ne chiesero una copia per apportare alcune modifiche non essenziali e chiusero la riunione in maniera entusiasta.
Di Valentin nemmeno l’ombra: il pericolo di dover giustificare in maniera imbarazzata i suoi continui passaggi con scale, chiodi, pennelli e chissà cos’altro era scongiurato.
“Bene. Direi che possiamo ritenerci soddisfatti. Ha fatto davvero un ottimo lavoro!”
“Grazie. Ne è valsa la pena, dati i benefici che il contratto apporterà a tutti quanti. Aspetto il file aggiornato con le indicazioni dell’avvocato. Poi chiedo gentilmente di lasciarmi un tempo ragionevole per sistemare gli ultimi dettagli. Se siete d’accordo farò in modo di predisporre tutto per la firma entro la fine della settimana prossima”.
“Ottimo!”
Ci alzammo e li accompagnai al piano di sotto per congedarli con una vigorosa stretta di mano.
Nel richiudermi la porta alle spalle, mi ci appoggiai tirando un sospiro di sollievo: avevo concluso un contratto favoloso e, ancora una volta, grazie alla superficialità del mio titolare me ne potevo prendere il merito esclusivo!
L’euforia lasciò nuovamente il posto ad un senso di torpore e stanchezza: guardai l’orologio. Era un po’ troppo presto per tornare a casa. In ufficio non c’era un’anima.
“Ma sì, chissenefrega! Per una volta non succederà nulla!” mi dissi, per giustificare ciò che stavo per fare.
Risalii velocemente le scale, tolsi le scarpe e mi sdraiai sul divano verde.
Avvertivo un leggero mal di testa e sentivo le palpebre pesanti. Le tempie pulsavano. Me le massaggiai, respirando profondamente continuando a focalizzare i momenti di quella gloriosa giornata.
Decisi di darmi una rinfrescata utilizzando l’elegantissimo bagno del capo.
L’acqua che scendeva leggera dal prezioso rubinetto dorato mi dava una piacevole sensazione di benessere. Mantenendo gli occhi chiusi continuai ad inumidirmi le tempie che avevano smesso di pulsare.
Percepii come un leggero spostamento d’aria: sollevai le palpebre e lo vidi riflesso nello specchio dietro di me.
Mi guardava sorridente e compiaciuto. Aveva nello sguardo la stessa luce birichina del nostro primo incontro. Una luce che significava che voleva qualcosa. Qualcosa che la volta precedente non era riuscito ad ottenere.
“Valentin…” richiusi gli occhi.
Due mani forti mi sfilarono la giacca gettandola a terra.
“Giornata pesante oggi…”
Dopo avermi slacciato i polsini, il mio uomo iniziò a dedicarsi agli altri bottoni, ed in un lampo mi scoprì addome e torace lasciando penzolare la cravatta.
“Che eleganza!” ironizzò.
Le mani grosse, presero a vellicare i peli del mio petto per poi strizzarmi i pettorali cercando di avvicinare i capezzoli che s’inturgidirono in un istante.
Sentii la sua bocca sul suo collo, il morso leggero e poi la carezza della lingua, che scorreva fino alla linea dei capelli, per scivolare verso un orecchio, vi si incuneava, ripassava all’esterno, poi spariva lasciando il posto ai denti che mordicchiavano il lobo.
Il pizzicore che, il passaggio della barba di qualche giorno provocava sulla mia pelle, accompagnando l’azione, non faceva che accrescere i brividi di piacere che iniziavano a pervadermi.
La camicia scivolò via leggera dalle mie braccia e, insieme alla cravatta, raggiunse la giacca.
Se è vero che ad azione corrisponde reazione, anche le parti basse cominciarono ad animarsi. Quelle di Valentin erano già a metà dell’opera, almeno a quanto mi era dato di sentire dalla pressione praticata a livello dei glutei.
Riaprii gli occhi per godermi lo spettacolo ma il suo viso era scomparso: vedevo solo le sue mani che allentavano la mia cintura, abbassavano la zip e slacciavano i pantaloni.
L’azione della sua lingua e delle labbra si stava infatti concentrando sulle scapole correndo lungo la schiena ad aiutare le mani che, conclusa l’opera di svestizione, si divertivano a palparmi il cazzo attraverso la stoffa dello slip, allentando e stringendo la presa per farmelo rizzare ulteriormente.
Il gioco era solo iniziato. Valentin, che mi aveva lasciato in mutande, si stava dedicando ad una scena degna del miglior film porno: abbassarne lentamente l’elastico usando i denti.
Dovetti afferrarmi con forza al piano del lavandino: mi sentivo vacillare, preso com’ero da quel vortice di piacere in cui ero finito.
La mia erezione si era nel frattempo fatta imponente grazie alla mano che (letteralmente) lui mi stava dando. La cappella implorava di essere liberata dal supplizio del tessuto che la imprigionava. Valentin non fu di quell’avviso. Completata l’azione sugli slip (diciamo che me li sentivo a metà chiappa), aveva preso a lavorarmi i peli del culo, insinuandosi con la lingua a solleticare il buchetto di carne che, fuori da ogni mio controllo, si contraeva come un cuore impazzito. Le sue mani, ora negli slip, continuavano rudemente a massaggiarmi il cazzo e i coglioni.
Il gioco durò alcuni minuti. Mantenni i miei occhi chiusi fino a quando non mi sentii afferrare per i fianchi e voltarmi. Guardai in basso.
La lingua di Valentin aveva iniziato a leccarmi le mutande nella zona della cappella. La sua saliva si mischiava al liquido pre-spermatico che producevo copiosamente disegnando una macchia che si allargava a vista d’occhio. Le pulsazioni s’intensificavano: non sarei riuscito a contenermi ancora.
Lui lo capì. Usando rigorosamente i denti, mi liberò definitivamente dalla sofferenza. Contemporaneamente m’invitò a sedermi sul piano di preziosissimo marmo bianco del lavandino. Mi spalancò le gambe e con la lingua prese a percorrere la distanza tra la mia cappella e l’ano. Con la sola punta solleticò soprattutto la zona del frenulo per poi accarezzarla integralmente con un rapido passaggio dei denti. Come un equilibrista passeggiò lungo l’asta tesa all’esasperazione scendendo fino allo scroto che s’infilò in bocca succhiandolo come si fa con una ciliegia matura. Insalivò tutto il perineo e, giunto alla meta, soffiò delicatamente all’interno dell’ano. Un bacio e ripetè il percorso inverso.
Il piacere prodotto da quel trattamento, per un momento mi fece vacillare: fui costretto a puntellarmi con i gomiti al piano di marmo per non cadergli malamente addosso.
Alla fine trovai una posizione ancora più appagante: gli serrai saldamente la testa tra le cosce per fargli capire che il mio piacere era pronto a riversarsi ovunque ritenesse opportuno. E il desiderio chiedeva di essere soddisfatto immediatamente.
Lui non fece altro che appoggiare le labbra sulla cappella facendo scomparire l’uccello in bocca. La lingua tornò a roteare vorticosamente sulla cappella picchiettando sulla zona del frenulo ed introducendosi con dolcezza nell’orifizio mentre la testa si alzava e abbassava con movimenti ritmici.
Le mie resistenze erano pronte a cedere piuttosto rapidamente.
Uno, due, mille gemiti di piacere ed un senso di vertigine, di smarrimento mi presero nel sentire il liquido denso e cremoso riversarsi nella sua bocca. Non deglutì. Preferì invece spalmarmelo sull’asta che lentamente tornava in posizione di riposo.
La vertigine, lo smarrimento, mi svuotarono di ogni forza. Ma era davvero smarrimento? O era desiderio? Perché il mio corpo, stremato ed ansimante, si preparava ad accendersi nuovamente immaginando quel che sarebbe seguito: nulla avrebbe potuto fermare Valentin e comunque non avevo nessuna intenzione di ostacolarlo…
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