La mia giovane Schiavetta
di
Impotente
genere
dominazione
Il sole del pomeriggio accarezzava il lungomare di Genova, tingendo l’acqua di riflessi dorati. Arrivasti ancheggiando sui tuoi tacchi a spillo rosa, la gonnellina nera a tubino che ti fasciava il culetto sodo, il giacchino di pelle rosso corto che lasciava intravedere il maglioncino rosa aderente sui tuoi capezzoli liberi. Non portavi mutandine, come ti era stato ordinato. Solo l’aria sul tuo sesso nudo ti faceva già sentire esposta, bagnata, pronta.
Quando lo raggiungesti, lui ti abbracciò forte. La sua mano grande scese sul tuo culetto e ti tirò contro di sé. Sentisti subito la sua erezione premere contro il tuo pancino. Il bacio divenne subito osceno, profondo, mentre i passanti vi guardavano scandalizzati. Ti piaceva da morire: la differenza d’età evidente, gli sguardi che ti etichettavano come “la troietta che va con i vecchi”. La tua figa pulsava già forte al pensiero di essere vista come la puttanella di un uomo molto più anziano.
La sua mano scivolò sotto la gonnellina e due dita rugose ti aprirono le grandi labbra fradice. Ti guardò negli occhi mentre ti penetrava lentamente. Il tuo sguardo si perse, le pupille si dilatarono. Eri già bagnatissima, umori caldi che ti colavano lungo le cosce. Ti piaceva sentirti presa in pubblico, sapendo che chiunque poteva intuire cosa stava succedendo sotto quella gonnellina corta.
Poi lui ti prese sottobraccio e iniziaste a passeggiare. Ogni tanto ti faceva andare avanti di tre passi solo per ammirarti. Tu sculettavi di più, consapevole che i tuoi fianchi ondeggiavano, che il culetto si muoveva sotto lo sguardo di tutti. Ti sentivi bella, desiderata, esposta.
Poco più avanti, seduti sui cordoli di marmo delle fioriere, c’erano quattro venditori ambulanti neri. Il tuo corpo giovane attirò subito i loro sguardi famelici. Il bruttarello tarchiato ti venne incontro con i braccialettini, sorridendo. Tu, gentile e un po’ impietosita, ti fermasti. Fu un errore bellissimo. In pochi secondi ti trovasti circondata dai tre più giovani: i due ragazzoni muscolosi da un lato e dall’altro, il tarchiato davanti. I loro corpi scuri e forti ti sfioravano, i loro odori maschi e intensi ti entravano nelle narici. Sentivi il calore della loro pelle, il gonfiore evidente nei pantaloni che premeva contro le tue cosce e contro il tuo fianco.
La tua figa reagì all’istante. Un fiotto caldo di umori ti bagnò le grandi labbra. Immaginasti tutto in un secondo: loro che ti prendevano per un braccio, ti portavano al furgone sgangherato poco distante, aprivano il portellone e ti buttavano dentro. Il più vecchio, il capo, sarebbe entrato per primo, tirandoti su la gonnellina e aprendoti le gambe senza pietà. Poi gli altri tre, uno dopo l’altro, rispettando la gerarchia, ti avrebbero montata selvaggiamente. Cazzi grossi, neri, venosi, che ti aprivano la figa stretta e ti riempivano la bocca, il culo, tutto. Sperma caldo e abbondante in ogni buco, mentre tu urlavi di piacere sotto gli occhi di chiunque passasse. L’idea di essere usata come una troia bianca in mezzo al lungomare, presa a turno da quattro africani, ti fece bagnare ancora di più. Le tue cosce tremavano, la figa pulsava, le mutandine inesistenti non nascondevano niente. Ti sentivi una puttana esibizionista, eccitata dal rischio, dal loro odore, dai loro sguardi che ti spogliavano.
Lui arrivò in quel momento, ti afferrò per la vita e ti tirò via con gesto possessivo. Ma il danno era fatto: la tua figa era fradicia, la fantasia già piantata nella tua testa di ninfomane.
Ti portò via, stringendoti forte. Poco distante scese una stradina fino a una piccola casina affacciata sul mare. La camera azzurra con il letto rotondo e il murales di barche vi accolse. Lui ti baciò, ti spogliò, ti fece succhiare il suo cazzo con tutta la devozione di cui eri capace. Tu lo prendesti fino in gola, sbavando, ingoiando ogni goccia quando venne.
Poi lui ti fece montare sulla sua faccia. Ti spalancò la figa e ti leccò con forza sporca, lingua dentro, dita che ti scopavano, bocca che succhiava il clitoride gonfio. Venisti urlando, squirtando sulla sua faccia mentre gli tenevi la testa schiacciata contro il tuo sesso.
Ancora scossa, ti mise a quattro zampe. Ti applicò le pinzette sui capezzoli, stringendo le viti piano: ogni giro ti faceva gemere di dolore e piacere insieme. Poi ti leccò l’ano stretto e rugoso, ti fece succhiare il plug metallico e te lo infilò lentamente nel culo, allargandoti fino a farti sentire completamente piena.
Ti posizionò sul bordo del letto, usò la catenella come redini e ti penetrò con un colpo solo fino in fondo. La tua figa lo accolse avida, il plug nel culo ti faceva sentire doppiamente dilatata. Lui ti montò forte, tirando la catenella, e tu venisti violentemente, lasciandoti cadere in avanti, offrendo il culo ancora più in alto. Ogni spinta ti faceva sentire usata, sottomessa, ma anche libera: più godevi, più capivi che eri tu a comandare davvero quel piacere. Lui era solo lo strumento della tua libidine profonda.
La scopata durò a lungo. Tu venivi e venivi, la figa che stringeva il suo cazzo, il plug che amplificava ogni sensazione. Quando lui venne dentro di te con un urlo rauco, il suo seme caldo ti riempì fino in fondo, facendoti sentire fecondata, marchiata, posseduta.
Crollaste di lato, abbracciati in posizione fetale, corpi sudati e intrecciati. Respiri ansimanti che lentamente si calmavano. In quel momento lui ti sussurrò «Ti amo», ma non era possesso: era riconoscimento. Due anime che si erano trovate.
Tu rispondesti dolcemente: «Ti amo anch’io…»
Restaste così, accarezzandovi piano, baciandovi la schiena, persi in quel tempo senza tempo. Il piacere forte e condiviso aveva toccato le vostre anime. Vi lasciaste sopraffare dolcemente dal riposo, addormentandovi uniti in quell’abbraccio meraviglioso.
Un amore impossibile ma denso, forte, sporco e vissuto. Saremmo tornati alle nostre vite più liberi, più ricchi di quell’esperienza intensa che avremmo portato per sempre dentro di noi. Perché chiudendo gli occhi avremmo sempre potuto risentire quel battere dei nostri cuori all’unisono. Due anime perse che ogni tanto si trovano, libere di essere se stesse senza tabù, senza paure, senza giudizi.
L’amore deve essere sempre libero. Libertà di donarsi, libertà di prendere, ma sempre nell’equilibrio sottile del dare.
Alla donna che, oltre a essere una giovane che ama sentirsi schiava, è una forte Padrona della mia anima.
Una Musa dei sensi e dei sentimenti.
Per contatti impotente@proton.me
Quando lo raggiungesti, lui ti abbracciò forte. La sua mano grande scese sul tuo culetto e ti tirò contro di sé. Sentisti subito la sua erezione premere contro il tuo pancino. Il bacio divenne subito osceno, profondo, mentre i passanti vi guardavano scandalizzati. Ti piaceva da morire: la differenza d’età evidente, gli sguardi che ti etichettavano come “la troietta che va con i vecchi”. La tua figa pulsava già forte al pensiero di essere vista come la puttanella di un uomo molto più anziano.
La sua mano scivolò sotto la gonnellina e due dita rugose ti aprirono le grandi labbra fradice. Ti guardò negli occhi mentre ti penetrava lentamente. Il tuo sguardo si perse, le pupille si dilatarono. Eri già bagnatissima, umori caldi che ti colavano lungo le cosce. Ti piaceva sentirti presa in pubblico, sapendo che chiunque poteva intuire cosa stava succedendo sotto quella gonnellina corta.
Poi lui ti prese sottobraccio e iniziaste a passeggiare. Ogni tanto ti faceva andare avanti di tre passi solo per ammirarti. Tu sculettavi di più, consapevole che i tuoi fianchi ondeggiavano, che il culetto si muoveva sotto lo sguardo di tutti. Ti sentivi bella, desiderata, esposta.
Poco più avanti, seduti sui cordoli di marmo delle fioriere, c’erano quattro venditori ambulanti neri. Il tuo corpo giovane attirò subito i loro sguardi famelici. Il bruttarello tarchiato ti venne incontro con i braccialettini, sorridendo. Tu, gentile e un po’ impietosita, ti fermasti. Fu un errore bellissimo. In pochi secondi ti trovasti circondata dai tre più giovani: i due ragazzoni muscolosi da un lato e dall’altro, il tarchiato davanti. I loro corpi scuri e forti ti sfioravano, i loro odori maschi e intensi ti entravano nelle narici. Sentivi il calore della loro pelle, il gonfiore evidente nei pantaloni che premeva contro le tue cosce e contro il tuo fianco.
La tua figa reagì all’istante. Un fiotto caldo di umori ti bagnò le grandi labbra. Immaginasti tutto in un secondo: loro che ti prendevano per un braccio, ti portavano al furgone sgangherato poco distante, aprivano il portellone e ti buttavano dentro. Il più vecchio, il capo, sarebbe entrato per primo, tirandoti su la gonnellina e aprendoti le gambe senza pietà. Poi gli altri tre, uno dopo l’altro, rispettando la gerarchia, ti avrebbero montata selvaggiamente. Cazzi grossi, neri, venosi, che ti aprivano la figa stretta e ti riempivano la bocca, il culo, tutto. Sperma caldo e abbondante in ogni buco, mentre tu urlavi di piacere sotto gli occhi di chiunque passasse. L’idea di essere usata come una troia bianca in mezzo al lungomare, presa a turno da quattro africani, ti fece bagnare ancora di più. Le tue cosce tremavano, la figa pulsava, le mutandine inesistenti non nascondevano niente. Ti sentivi una puttana esibizionista, eccitata dal rischio, dal loro odore, dai loro sguardi che ti spogliavano.
Lui arrivò in quel momento, ti afferrò per la vita e ti tirò via con gesto possessivo. Ma il danno era fatto: la tua figa era fradicia, la fantasia già piantata nella tua testa di ninfomane.
Ti portò via, stringendoti forte. Poco distante scese una stradina fino a una piccola casina affacciata sul mare. La camera azzurra con il letto rotondo e il murales di barche vi accolse. Lui ti baciò, ti spogliò, ti fece succhiare il suo cazzo con tutta la devozione di cui eri capace. Tu lo prendesti fino in gola, sbavando, ingoiando ogni goccia quando venne.
Poi lui ti fece montare sulla sua faccia. Ti spalancò la figa e ti leccò con forza sporca, lingua dentro, dita che ti scopavano, bocca che succhiava il clitoride gonfio. Venisti urlando, squirtando sulla sua faccia mentre gli tenevi la testa schiacciata contro il tuo sesso.
Ancora scossa, ti mise a quattro zampe. Ti applicò le pinzette sui capezzoli, stringendo le viti piano: ogni giro ti faceva gemere di dolore e piacere insieme. Poi ti leccò l’ano stretto e rugoso, ti fece succhiare il plug metallico e te lo infilò lentamente nel culo, allargandoti fino a farti sentire completamente piena.
Ti posizionò sul bordo del letto, usò la catenella come redini e ti penetrò con un colpo solo fino in fondo. La tua figa lo accolse avida, il plug nel culo ti faceva sentire doppiamente dilatata. Lui ti montò forte, tirando la catenella, e tu venisti violentemente, lasciandoti cadere in avanti, offrendo il culo ancora più in alto. Ogni spinta ti faceva sentire usata, sottomessa, ma anche libera: più godevi, più capivi che eri tu a comandare davvero quel piacere. Lui era solo lo strumento della tua libidine profonda.
La scopata durò a lungo. Tu venivi e venivi, la figa che stringeva il suo cazzo, il plug che amplificava ogni sensazione. Quando lui venne dentro di te con un urlo rauco, il suo seme caldo ti riempì fino in fondo, facendoti sentire fecondata, marchiata, posseduta.
Crollaste di lato, abbracciati in posizione fetale, corpi sudati e intrecciati. Respiri ansimanti che lentamente si calmavano. In quel momento lui ti sussurrò «Ti amo», ma non era possesso: era riconoscimento. Due anime che si erano trovate.
Tu rispondesti dolcemente: «Ti amo anch’io…»
Restaste così, accarezzandovi piano, baciandovi la schiena, persi in quel tempo senza tempo. Il piacere forte e condiviso aveva toccato le vostre anime. Vi lasciaste sopraffare dolcemente dal riposo, addormentandovi uniti in quell’abbraccio meraviglioso.
Un amore impossibile ma denso, forte, sporco e vissuto. Saremmo tornati alle nostre vite più liberi, più ricchi di quell’esperienza intensa che avremmo portato per sempre dentro di noi. Perché chiudendo gli occhi avremmo sempre potuto risentire quel battere dei nostri cuori all’unisono. Due anime perse che ogni tanto si trovano, libere di essere se stesse senza tabù, senza paure, senza giudizi.
L’amore deve essere sempre libero. Libertà di donarsi, libertà di prendere, ma sempre nell’equilibrio sottile del dare.
Alla donna che, oltre a essere una giovane che ama sentirsi schiava, è una forte Padrona della mia anima.
Una Musa dei sensi e dei sentimenti.
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