'O Pertuso 'e Famiglia Capitolo 7: O cazzo d' 'o nfame e 'a vendetta 'ncopp' 'o muro

di
genere
incesti

Il suono dei passi di Leo si era appena perso tra i rumori del vicolo. Nella bottega, l'aria era ancora densa, impregnata di quell'odore inconfondibile di sesso e sudore che Anna sentiva appiccicato addosso, sotto il vestitino a fiori.
Ale era rimasto fermo a pochi passi dall'ingresso. Le mani infilate nelle tasche dei jeans, le nocche bianche per lo sforzo di non esplodere.
«Dammi sulo 'nu minuto ca poso 'e sorde rint' 'a cassa,» disse Anna, con quella sua solita voce dolce, sistemandosi i ricci ribelli. Cercava di non guardarlo negli occhi. «Poi chiudo tutto e jamm' a fa' 'nu giro. Avimm' 'a parlà, Ale.»
Quella frase. Avimm' 'a parlà. Ale la conosceva bene. Era la mazzata finale. La santarella stava per scaricarlo. Ma questa volta, quella consapevolezza non lo fece sentire un ragazzino ferito. L'orrore che aveva spiato attraverso il vetro appannato, quell'immagine di Leo con la faccia in mezzo alle gambe di Anna, si stava mescolando a una rabbia nera, tossica. Un pensiero perverso, oscuro e violento iniziò a gonfiargli le vene e a indurirgli i pantaloni. Non era più una vittima.
Ale si voltò lentamente. Afferrò la chiave infilata nella toppa della porta a vetri e la girò. Clack. Clack. Due mandate. Poi tirò giù la tendina per oscurare del tutto la vetrina.
Anna si bloccò, con una mazzetta di banconote a mezz'aria. Il suo viso ingenuo si contrasse in un'espressione irritata. «Ma che cazzo faje, Ale? Pecché haje chiuso 'a chiave?»
Ale si avvicinò, il passo lento e pesante. «Tanto 'o saccio chello ca me vuò dicere. Me vuò lassà, overo? Hai fatto la sceneggiata e mo' te ne scappi.»
Anna sbuffò, sbattendo i soldi nel cassetto e chiudendo la cassa con un colpo secco. L'irritazione prese il sopravvento sulla prudenza. «E certo ca te voglio lassà! E che m'aggia tené a fa' uno comm' a te? Tu pienz' sulo a chiavà! Me staje sempe addosso, nun rispetti i miei tempi, nun rispetti i miei limiti! Si nun te la do, mi chiami zoccola. Ma pecché aggia stà cu tte?»
Ale si fermò a un metro da lei. Le sue labbra si piegarono in un sorriso sghembo, amaro e crudele. «'O rispetto, eh?» mormorò, scuotendo la testa. «Io so' l'unico fesso ca t'è ghiuto appriess' pe' mis', facenno 'o cane 'e pecora, preganno pe' tuccà mezza zizza, mentre tu faceve 'a vergine Maria ca teneva appaura 'e mammà...»
«Sì, e allor'?!» gli urlò lei, incrociando le braccia sotto il seno enorme che sussultò per la rabbia. «Il mio corpo è mio e decido io a chi darlo!»
«È overo,» sibilò Ale, annullando la distanza tra loro in un istante. Gli occhi gli brillavano di una follia lucida. «E famme capì 'na cosa, Annarè... 'o rispetto pe' te stessa e p' 'e limiti tuoje addò sta, quanno te faje alliccà 'a fessa da fràteto 'ncopp' 'a 'stu cazzo 'e bancone?!»
Il tempo in bottega si fermò. Tutto il sangue defluì dal viso di Anna in una frazione di secondo. Sbiancò come un lenzuolo. Le sue braccia caddero lungo i fianchi, la bocca si aprì ma non ne uscì alcun suono. Il cuore le si fermò nel petto.
«M-ma che cazzo rici...» balbettò infine, la voce ridotta a un sussurro tremante, mentre indietreggiava d'istinto. «Tu si' pazz'. Te l'haje sunnato...»
«Io so' pazz'?» ringhiò Ale. Con un passo deciso, la costrinse a indietreggiare ancora, finché la schiena di Anna non sbatté contro il muro freddo, proprio accanto allo specchio delle prove.
Ale tirò fuori il cellulare dalla tasca. Lo sbloccò con dita tremanti e le piazzò lo schermo a un palmo dal naso. Era un video. Girato da fuori, attraverso lo spiraglio della tenda. L'audio era ovattato, ma le immagini erano nitide. Si vedeva chiaramente Anna, con il vestitino alzato, le gambe spalancate sul legno, e Leo, suo fratello maggiore, col viso affondato tra le sue cosce. E si sentiva, seppur flebile, il gemito animale e sporco che lei aveva emesso al momento dell'orgasmo.
Anna sgranò gli occhi, terrorizzata. Il suo segreto più indicibile, la sua rovina totale, era racchiusa in quel fottuto schermo luminoso. Il terrore si trasformò in un istante in rabbia cieca e disperata. «Pezzo di merda!» urlò, cercando di strappargli il telefono di mano. «Infame schifoso! Cancella subbito 'sta strunzata! Cancella!»
Ma Ale fu più veloce. Con una mano allontanò il telefono, e con l'altra scattò in avanti. La afferrò. Non le prese il braccio, né la spalla. Le piantò la mano direttamente sul seno sinistro. Le dita di Ale affondarono nella carne morbida e abbondante di Anna attraverso il cotone leggero del vestito, stringendo con una prepotenza possessiva e violenta. Il contrasto era brutale: la morbidezza estrema della ragazza contro la durezza spietata del ricatto.
Anna sussultò per l'oltraggio, provando a spingerlo via, ma Ale aumentò la presa, massaggiando quella "zizzona" pesante che gli era stata negata per mesi e che ora sentiva appartenergli di diritto.
«Faje 'a brava, zoccola,» le sussurrò a un millimetro dalle labbra, il fiato caldo sul viso di lei, gli occhi ridotti a due fessure cariche di lussuria marcia. «O ti giuro su Dio ca 'stu video 'o manno 'ncopp' 'o gruppo d' 'a classe. Trenta sicondi e tutto 'o paese, compresa mammà toja, sape ca te faje chiavà da 'o sarto. E po' verimmo che succede.»
Le lacrime punsero gli occhi di Anna. Era in trappola. Rovinata. Ma il sangue dei vicoli le ribolliva ancora nelle vene. Non si voleva arrendere così. Raccolse la saliva in bocca e, guardandolo con disprezzo assoluto, gli sputò dritto in faccia. «Infame!» sibilò.
Ale chiuse gli occhi. Lentamente, con il dorso della mano libera, si pulì la guancia bagnata. Il suo respiro si fece pesante. Senza preavviso, la sua mano scattò e colpì il viso di Anna. Non fu un pugno, ma uno schiaffo a mano aperta. Secco, bruciante, umiliante. Un colpo non per ferirla a sangue, ma per distruggere definitivamente il suo orgoglio.
Il viso di Anna scattò di lato. Le lacrime di rabbia e terrore iniziarono a rigarle le guance. Il labbro le tremava, la spavalderia completamente spezzata.
Ale non le diede respiro. La mano che l'aveva schiaffeggiata scese rapida e le afferrò la mascella e il mento con una forza d'acciaio, costringendola a guardarlo, bloccandola contro il muro. «Faje 'a brava,» ringhiò lui, la voce che era un sibilo gelido, abbassandosi con l'altra mano la zip dei jeans per liberare la sua rabbia eretta e pulsante, sbattendogliela contro il viso come un marchio. «Io e te nun ce lassammo, Annarè. Mo' si' 'a mia.»
La mano di Ale stringeva ancora la mascella di Anna con una morsa d'acciaio. Senza darle il tempo di respirare, si avventò sulla sua bocca. Non ci fu nessuna dolcezza, nessuna traccia del ragazzo imbranato di un tempo: fu un bacio disturbante, violento, punitivo. Le forzò le labbra dischiuse e le infilò la lingua in gola, un'invasione prepotente che sapeva di fumo e di rivalsa.
Anna non rispose. Rimase immobile contro il muro, le braccia lungo i fianchi, i muscoli tesi allo spasimo. Era letteralmente intussecata, avvelenata da una rabbia impotente e da un senso di schifo profondo. I suoi grandi occhi scuri rimasero aperti, fissando un punto vuoto oltre la spalla di lui, gelidi e carichi di disprezzo. Si limitava a subire, rifiutandosi di concedergli anche solo l'illusione di una partecipazione.
Quando Ale si staccò, aveva il respiro grosso. Con la mano libera afferrò lo scollo del vestitino a fiori di Anna e, con uno strappo ruvido che fece scricchiolare le cuciture, lo tirò giù. Le sue "zizzone" monumentali balzarono fuori, pesanti, con i capezzoli già turgidi.
Ale le fissò con una fame rabbiosa. «So' mise ca faccio 'o sango amaro pe' 'ste zizze... le aggio sunnate tutte le notti,» le sussurrò contro l'orecchio, la voce impastata. «E tu te le faceve ciuccià da chillu strunz' 'e fràteto.» Le afferrò entrambe con violenza, impastando la carne abbondante senza la minima grazia, quasi volesse farle male. Poi, raccolse la saliva in bocca e ci sputò sopra. La goccia scivolò lungo la pelle ambrata, e Ale la spalmò ruvidamente con il palmo della mano, prima di abbassarsi. Prese un capezzolo tra le labbra e iniziò a succhiarlo con foga animale, mordicchiandolo, leccandolo con una sfacciataggine che faceva tremare Anna di rabbia.
«Faje schifo...» sibilò lei, ostinandosi a guardare altrove. La sua voce tremava di collera e disgusto. «Si' sulo 'nu muorto 'e famme. Chillo ca nun puo' tené cu 'o core, t' 'o pigli cu 'o ricatto. Si' 'nu povero fallito, Ale.»
Ale rise, una risata cattiva e raschiante. «Parla, parla. Tanto mo' faje chello ca dico io.»
Mentre continuava a torturarle i seni, la mano destra di Ale scese lungo il fianco di lei, sollevando l'orlo del vestitino. Le dita scivolarono sicure oltre l'elastico delle mutandine e affondarono direttamente nella sua intimità. La trovò spalancata e fradicia
Ale si bloccò per un secondo. Un ghigno perverso e oscuro gli deformò il viso. «Maronna mij', comm' staje nfosa...» mormorò, muovendo due dita dentro di lei, sentendo il calore umido stringerlo. «Si' bagnata fradicia. Che d'è, t'arrapa 'sta situazione? T'eccita ca te tratto comm' a 'na zoccola o staje ancora penzanno a 'o fratellino tuojo?»
Quella provocazione fu una coltellata al fegato. L'orgoglio dei vicoli esplose nel petto di Anna. «Liev' 'ste mmane a cuollo, strunz'!» gridò, dimenandosi e cercando di spingerlo via con un colpo sul petto. «Lassa sta' a fràtemo!»
Ma Ale aveva smesso di essere il ragazzo che si faceva comandare a bacchetta. L'adrenalina e la vendetta lo rendevano una roccia. Bloccò il tentativo di ribellione di Anna schiacciandola con tutto il suo peso contro il muro e afferrandole una manciata di ricci scuri, tirandole la testa all'indietro per placarla. «Zitta!» le ordinò, con una freddezza che la terrorizzò. «Tu t'haje a stà zitta. Pienzia a 'o video prima de fa' 'a guappa.»
La dominazione fu totale. Con una spinta forte e decisa sulle spalle, la costrinse a piegare le ginocchia. Anna scivolò contro la parete, arrendendosi al peso della situazione, fino a ritrovarsi in ginocchio sul pavimento polveroso della sartoria, esattamente ai piedi del suo carnefice.
Era la sottomissione definitiva. Anna alzò lo sguardo, le lacrime di rabbia che le lucidavano gli occhi grandi. Il vestitino era ancora abbassato, lasciando i suoi seni enormi esposti, lucidi della saliva di lui, sollevandosi a scatti per il respiro affannato.
Ale la sovrastava, inebriato da quel potere assoluto. Il cazzo era turgido, rosso, pulsante, gonfio di una lussuria cattiva.
Fece mezzo passo in avanti. Con un movimento secco, le sbatté l'asta bollente contro il viso. Schiaff. La carne dura colpì la guancia e l'angolo della bocca di Anna. Il profumo muschiato dell'eccitazione di lui, forte e pungente, le invase le narici. Ale le rimise la mano sotto il mento, costringendola a tenere la testa ferma, premendo la cappella lucida direttamente contro le sue labbra serrate e tremanti.
«Arapre 'a vocca,» sibilò Ale, guardandola dall'alto in basso, con gli occhi neri di un padrone spietato. «E famme veré si si' brava a alliccà comm' a 'o sarto.»
Anna strinse i denti fino a fargli male alle gengive. La cappella bollente e premuta contro le sue labbra era un marchio umiliante. Le sue lacrime scendevano silenziose, pulendole le guancia sporche di rabbia. «No,» sibilò, il suono soffocato dalla carne di lui.
«No?» Ale rise, un suono secco, privo di gioia. La mano che le teneva il mento si strinse, le nocche bianche contro la sua mascella. Con l'altra mano, tirò fuori il cellulare, sbloccò lo schermo e glielo mostrò di nuovo, a pochi centimetri dagli occhi. «Daje, Anna. Ricordate 'o video? Vuò ca lo ved' ' tutt' a scol? 'Ndo sta 'a vergine Maria mo'?»
La minaccia la colpì più di uno schiaffo. Le spalle di Anna crollarono. Era finita. Vinta. Con un respiro tremulo e un'ultima lacrima che le rigò il viso, aprì la bocca. Il gesto non era di accettazione, ma di resa.
Ale non si fece pregare. Spingendosi leggermente in avanti, fece scivolare la punta dentro il caldo umido della sua bocca. Anna si ritrasse istintivamente, la lingua retratta, la guancia contratta in una smorfia di schifo.
«Aje 'e spugne?» le chiese Ale, guardandola dall'alto. «Muovilla. Lecca.»
Lei esitava, immobile, un corpo strumento di dolore e umiliazione. Ale si spazientì. Con una spinta secca, le spinse qualche centimetro di carne in più in bocca. La sensazione fu un'esplosione disgustosa. Il sapore salato, la consistenza vellutata ma dura, il modo in cui le riempiva la bocca. Chiuse gli occhi, una lacrima scappò e le si mischiò con la saliva, mentre con una lingua impaurita e goffa cominciava a tastare quella invasione.
Ale gemette, un suono profondo che le vibrò sul cranio. «Maronna, sì... così.»
Anna obbedì, muovendo la lingua in modo incerto, seguendo le istruzioni sussurrate di lui. « 'a punta. Lecca 'a fessura.» La sua inesperienza era palpabile. I suoi movimenti erano timidi, irregolari, più simili a un tentativo di allontanarlo che di soddisfarlo. Ogni tanto, un dente la incontrava, sfiorando la sua pelle sensibile.
«Ah, puttan'!» maledisse Ale, arretrando di colpo. Colpì Anna sul lato della testa con un schiaffo sonoro. Non forte, ma umiliante. «T spaccoi e rient se nun stai accort! m vuò taglia 'o cazz?»
Anna si scosse, la paura che le gelava il sangue. Si sforzò di stare più attenta, aprendo la bocca il più possibile, coprendo i denti con le labbra, cercando di usare solo la lingua e il palato. La saliva le colava lungo il mento, un rivolo caldo e umiliante che si mischiava alle lacrime.
«Meglio,» ringhiò Ale, spingendosi di nuovo in bocca a lei. «Assaje meglio.»
Questa volta, Anna si impegnò di più. Non per piacergli, ma per paura. Iniziò a succhiare con un ritmo lento e goffo, sentendo il sesso di lui indurirsi ulteriormente nella sua bocca. La sensazione era strana, un misto di repulsione e una sorta di potere distante nel sentire il suo gemito.
«Oh sì...» sospirò Ale. «Continua così... Vengo, vengo...»
Anna accelerò il ritmo, sperando di portarlo rapidamente alla fine e liberarsene. Ma Ale non era d'accordo. All'improvviso, si fermò. Anna si sentì svuotare, confusa.
«No così,» disse lui, la voce profonda e carica di lussuria. «Così non va.»
Senza altro preavviso, afferrò una ciocca dei suoi ricci scuri e tirò. Un urlo soffocato le uscì dalla gola. Ale la costrinse a inclinare la testa all'indietro, esponendole il collo, mentre con l'altra mano guidava il suo sesso, di nuovo duro, verso le sue labbra. Anna non aveva modo di opporsi.
«Aprimi bene,» ordinò lui. «Tutto.»
Con la mano nei capelli, Ale iniziò a governare i suoi movimenti. Spinse, si ritirò, spinse di nuovo, con un ritmo sempre più veloce e profondo. Anna soffocava, gli occhi sbarrati per lo stupore e la paura. Sentiva la punta di lui batterle contro il palato, quasi toccarle la gola. Il respiro le veniva meno, il naso colante. Cerca di respingerlo con le mani, ma lui la blocca facilmente, schiacciandole i polsi contro il muro con il ginocchio.
«Resta ferma,» ringhiò lui, senza mai smettere di muoversi. «Prendilo tutto.»
Anna era un'isola di panico in un oceano di violenza. Il suo corpo reagiva, la bocca si allargava per accogliere l'invasione, la saliva scorreva abbondante, ma la sua mente era un grido silenzioso di aiuto. Non respirava più. Sentiva solo il sesso di Ale riempirla, il sapore salato che le inondava le papille, la sensazione di impotenza assoluta. I suoni che uscivano da lei erano gemiti soffocati, rantoli disperati, sputi involontari.
«Sì... così...» sospirò Ale, la sua voce un sibilo carico di desiderio. «Ti piace, eh? Ti piace fare la troia con me, adesso?»
Anna scosse la testa, ma il movimento era debole, impotente. Non riusciva a parlare, a obiettare. Era solo un oggetto, un buco caldo e umido da usare e poi gettare via.
«Te lo stai godendo, lo sento,» insisteva lui, la sua eccitazione che saliva a ondate, le mani che le stringevano i capelli sempre più forte, i colpi che diventavano sempre più profondi e rapidi. «Oh sì... Anna...»
Il suo corpo si tese all'improvviso. Anna sentì la carne di lei pulsare contro la sua lingua. Poi, un getto caldo e denso le colpì il palato. Le tolse il fiato. Non se l'aspettava. Non era preparata. Si ritrasse di colpo, un riflesso involontario, mentre un secondo getto più potente le colpì il viso, gli occhi, i capelli.
Anna crollò. Come una bambola di stracci, si accasciò sul pavimento, il corpo esausto, la mente vuota. Le lacrime finalmente scesero a fiumi, liberando un'angoscia che non poteva più contenere. Si strusciò contro il muro freddo, cercando un contatto che la tenesse ancorata alla realtà.
Anna giaceva sul pavimento freddo, un cumolo di carne umiliata. Le lacrime le scendevano copiose, lasciando righe lucide sul viso sporco di sperma e fatica. Non riusciva a smettere di tremare.
Ale la guardava dall'alto, il cazzo ancora semi-eretto, una vena che pulsava sul collo. «Levate 'e 'mmerda,» le sibilò, calciandola leggermente con la punta della scarpa su un fianco. Anna si raggomitolò su se stessa, un gemito soffocato le uscì dalle labbra gonfie.
«Non ho sentito,» disse Ale, dandole un altro calcio, questa volta più deciso, sul polpaccio. «Levate. 'O fatto 'a regina co' 'o frate e mo' te ne staje pe' terra comme 'na schiava? Levate e mettite a genocchi, Anna.»
Un'ondata di rabbia pura scacciò per un istante il terrore nel cuore di Anna. Con un urlo strozzato, si lanciò verso di lui, le dunte aguzze, pronta a sfigurarlo. Ma Ale era pronto. Afferrò i polsi di Anna con una velocità impressionante, bloccandoli. La sollevò di peso e la scaraventò di nuovo contro il muro.
«'Na cagna!» le urlò contro, il viso a pochi centimetri dal suo. «Pienze ca me po' ferì? Tu mo' si' 'a cosa mia!»
Con una mano le tenne i polsi schiacciati sopra la testa, con l'altra le afferrò l'orlo del vestitino e, con uno strappo, lo tirò su, fino alle anche. Le mutandine, un pezzetto di pizzo nero ormai inutile, erano l'unica barriera rimasta.
«'A jettammo 'sta cazzata,» sibilò lui, e con un movimento brusco le strappò via. Il tessuto si lacerò con un suono secco, lasciandola nuda e vulnerabile.
Si mise sopra di lei, le ginocchia che le bloccavano le gambe. Anna si dimenava, cercava di liberarsi, ma lui era troppo forte. Sentiva il suo cazzo, duro e rovente, che si strusciava contro la sua figa. La sensazione era umiliante, un'invadenza disgustosa che la faceva rabbrividire.
«t piac, Anna? t piac sentì 'o cazzo ngop a fess?»
Lei rispose con una serie di imprecazioni, un fiume di parole sporche che le uscivano dalla bocca. «Vado 'a fa' 'e pizze 'e sangue, Ale! Ti faccio a pezzi! Ti sgozzo!»
Ale rise, una risata cattiva, gutturale. Le diede uno schiaffo. «Stai zitta, zoccola.»
Si mise in posizione, la punta del suo cazzo pronta a entrare. Anna chiuse gli occhi, preparandosi all'inevitabile. Sarebbe stata la sua rovina, la fine della sua innocenza.
Ale la guarda dall'alto, i suoi occhi spenti come braci nella notte. Un ghigno crudele gli deforma il viso. "Mo' levammo 'o dubbio, Anna. Mo' vediamo si' ancora 'a santarella 'e mammà."
Senza altro preavviso, si lancia in avanti. La punta del suo cazzo, duro come il ferro, la trafigge. Un urlo straziato, non di piacere ma di dolore puro, scappa dalla gola di Anna. È una lacerazione, una violenza che le sbrana l'interno. Il suo corpo si contorce in uno spasmo doloroso, le sue mani si aggrappano alle spalle di lui, cercando di spingerlo via, di strapparlo da sé, ma le sue dita affondano solo in un muscolo duro come la pietra.
«Sì! Urla! Urla puttana!» le urla lui, la voce rotta dalla fatica e dalla lussuria. «Mo' si' mia!»
Ale non dà tregua. Scopa con una violenza bestiale, un ritmo incessante che le fa battere la testa contro il muro. Ogni colpo è un pugnalata, un'ulteriore profanazione. Anna sente il suo sangue mescolarsi ai suoi umori, un caldo umido che le inonda le cosce. Continua a lottare, le sue mani cercano il suo viso, i suoi occhi, qualsiasi cosa per fermarlo, ma lui è una furia, un ciclone inarrestabile.
Si china e le morde un seno, un morso violento che la fa gridare di nuovo. Le sue labbra si chiudono sul capezzolo turgido, succhiando con foga, quasi volesse strapparlo via. Le sue mani la afferrano con violenza, le unghia le graffiano la pelle, lasciando solchi rossi sul suo corpo candido.
«Mo' si' mia, Anna! 'Sta figa è mia!»
Lei continua a ribellarsi, un urlo rauco le esce dalla gola, le sue mani si aggrappano al suo petto, cercando di spingerlo via, ma non c'è nulla da fare. Lui è troppo forte, troppo violento. Ale la scopa sempre più forte, i suoi colpi sono così profondi da farle mancare il respiro. Le sue tette ballano al ritmo della violenza, un'onda di carne che si scontra contro il suo petto.
Le sputa in bocca, un gesto di dominazione totale che la fa rabbrividire. La saliva calda le cola lungo il mento, un'altra umiliazione. Le schiaffeggia le tette, il suono secco della carne che si scontra con la carne riempie la stanza, un suono che mescolato alle urla di Anna e ai gemiti di lui crea una sinfonia di dolore e lussuria.
«Stai zitta, zoccola!»
Poco prima di venire, si ferma, il suo cazzo ancora duro e pulsante dentro di lei. Con un movimento rapido, lo sfodera. Si alza e si posiziona sopra di lei, il suo cazzo bagnato dei loro umori a pochi centimetri dal suo viso. Poi si sposta, e il suo cazzo si posiziona tra le sue tette. Con le mani, le strinse i seni enormi, creando una galleria calda e morbida per la sua erezione.
Anna, esausta, non reagisce. Non può farlo. Si limita a chiudere gli occhi, lasciando che lui la usi come un oggetto.
Ale inizia a muoversi, il suo cazzo che scivola tra le sue tette, il ritmo è veloce, frenetico. I suoi gemiti diventano più alti, più ansimanti.
«Anna... Anna...» sussurra, il nome di lei che è una preghiera, una maledizione.
Poi, con un urlo che sembra strappargli la gola, viene. Un getto caldo e denso le colpisce il viso, gli occhi, i capelli. Anna si blocca, il corpo teso per lo shock. Il sapore del suo sperma le riempie la bocca, un sapore salato e amaro che la fa rabbrividire.
Ale crolla su di lei, il corpo pesante, il respiro affannoso. Per un momento, l'unico suono nella stanza è il loro respiro, un ritmo irregolare e affannoso.
Anna giace immobile, gli occhi chiusi, il corpo coperto di sudore, sperma e vergogna.

Le sue guance erano solcate dai sentieri delle lacrime, ma ora erano anche incollate dal seme secco di Ale. Eppure, nel silenzio della bottega, mentre lei ansimava sul pavimento freddo, nei suoi occhi non c'era più solo la sconfitta. C'era un barlume di fuoco. La rabbia, la vergogna e il dolore si erano fusi in un'unica, torbida fiamma, una passione violenta che la bruciava dall'interno. Era una creatura diversa, plasmata dalla violenza.
Ale si rialzò, facendo scricchiolare le giunture. Si sistemò i jeans, con una noncuranza che feriva più di un pugno. Si guardò intorno, come per tastare l'aria, la scena del delitto che aveva appena compiuto. Poi abbassò lo sguardo verso di lei, che giaceva ancora immobile, un'offerta profanata sull'altare della sua vendetta.
Si chinò verso di lei, ma non per aiutarla. Con un gesto che la fece sussultare, le raccolse una ciocca di ricci sporca di sperma secco e se la portò al naso, inspirandone il profumo con un ghigno.
«'Na pecchélla...» mormorò, più a se stesso che a lei. Ma poi, il suo viso cambiò. La maschera del predatore si sciolse, rivelando sotto una finzione di tenerezza quasi più terrificante della violenza.
Si inginocchiò accanto a lei, senza toccarla. La sua voce divenne melliflua, un miele avvelenato. «Anna,» le sussurrò, come se stessero parlando sul divano di casa sua. «È stato... è stato overo bellimmo. Nun ce pensavo fosse accussì.»
Allungò una mano, le dita che le sfiorarono una guancia, delicatamente, quasi con pudore. Le pulì una macchia di sperma dallo zigomo. «Tu si' 'a cosa cchiù bella ca aggia' vist, Annarè.»
Lei lo guardava, senza parlare, gli occhi che bruciavano di un'odio nuovo, freddo e lucido. Ma il suo corpo non reagiva. Era esausto, distrutto.
Ale rise, un suono dolce e disgustoso. «Nun piangere, amore. Mo' so' 'o tuò uomo. E tu si' 'a mia donna. Comme primma. Meglio 'e primma.» La sua mano scese, le accarezzò il seno, con una gentilezza studiata che la faceva sentire più sporca della violenza di prima. «Mo' ce n'amammo ancora, eh?»
Poi si alzò di scatto, la sua farsa finita. Si rialzò il collo della maglietta, si aggiustò i jeans. Era di nuovo Ale, il ragazzo del quartiere, ma con un potere nuovo che gli pesava addosso come un mantello.
Camminò verso la porta, con le spalle larghe. Poi si voltò a guardarla un'ultima volta. Un sorriso crudele gli illuminò il viso.
«Ci divertiremo, Annarè. T' 'o prometto.»
Scosse la chiave nella toppa, aprendo la porta. Un pezzetto di luce del vicolo entrò, tagliando il buio della bottega e illuminando per un istante il corpo stracciato di Anna.
scritto il
2026-05-22
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