Ai box di Formula 1

di
genere
etero

Ne abbiamo provate molte assieme, aiutandoci e sostenendoci a lungo: “l’amore vince su tutto…”, ci dicevamo, o altre cose analoghe.
“Sarà una fase passeggera, vedrai che poi troveremo affiatamento, pian piano le cose si aggiusteranno”.
Oppure altre banalità, tipo: “A me va benissimo anche così, a me basta che sia felice tu, non sono i tempi che contano”.
Ma la verità si è fatta largo a spallate, perché l’innamoramento è un miracolo chimico che scatena gli ormoni della cecità e ci nasconde ogni difetto, ma ha la dignità di durare qualche mese, per poi scomparire.
E quando il miracolo finisce, i problemi emergono e l’amore razionale non riesce più a tappare tutte le falle.
Lui e’ un ragazzo splendido, una bella persona dentro e fuori, il futuro marito che ogni mamma vorrebbe per la propria figlia, come ripete sempre mia madre.
Ma a letto è un disastro.
Un disastro completo; come dimensioni, ma soprattutto come tempi.
Molte volte ci siamo chiesti se fossi io la parte non normale, con i miei tempi biblici per raggiungere un orgasmo, ma mi sono confrontata con le mie amiche e con la mia ginecologa, e il verdetto è stato chiaro.
Lui soffre di eiaculazione precoce grave, e questa cosa ci sta rendendo infelici e estranei.
“Ma potrai mai lasciare il ragazzo che ami solo perché viene un po’ prima del normale?” Mi aveva gridato mia madre una volta che in lacrime le avevo vomitato la mia frustrazione addosso.
“Mamma, viene dopo venti secondi! Cristo santo non è “poco prima del normale”. Io neppure mi sono bagnata”.
La mia collega di ufficio infieriva su di me; non eravamo amiche e avevo commesso l’errore di rivelarle la mia situazione; da quel giorno mi raccontava nei dettagli le performance amorose del suo stallone colombiano; infinite, come tempi, dimensioni e docce finali.
Romanzava, solo per ferirmi. Ma il mio dolore veniva anche da quel che provavo per Marco; lo amavo davvero, mia madre non sbagliava dicendo che era l’uomo ideale, e soffrivo vedendolo afflitto dopo ogni nostro effimero amplesso.
Avevamo passato molte fasi, tipiche del problema: la fase del “facciamolo tutti i giorni cosi’ ti passa” aveva dato qualche risultato, ma era insostenibile nel lungo termine.
Poi era arrivata la ricerca scientifica, con manuali, terapie, sedute con il sessuologo e esercizi di Kegel e di stop&go fatti assieme neppure fossimo un team di Formula 1.
Dopo mesi di fallimenti o progressi impercettibili ci eravamo sentiti due malati psichiatrici infelici e in terapia.
La frustrazione aveva preteso il suo obolo sanguinoso, la terza fase: per mesi lui aveva rifiutato rapporti per l’ansia di rimanere deluso e di allontanarmi ancor piu’ di quanto già lo fossi.
Poi mi aveva convinto alla teoria del supporto fisico, nella quale era comparso sotto l’albero di Natale un grazioso dildo rosa shock che avrebbe dovuto aiutarlo nelle faccende domestiche.
Ma per non sfigurare lo aveva preso circa del suo calibro, e badate bene, visto che il dildo riusciva a non venire mai, mi aveva pure intrigata.
Talmente tanto che me ne ero regalata uno XXL, realistico e mulatto; mi aveva portato in un universo chiamato masturbazione compulsiva, che fino ad allora avevo solo sfiorato da ragazzina.
Il suo regalo aveva finito per diventare la ruota di scorta, se non fosse che talvolta mi ero spinta a un autoerotismo doppio, molto appagante ma un po’ troppo spinto per una brava ragazza della borghesia cattolica ferrarese come ero io.
La mia piu’ cara amica sapeva tutto dei nostri rapporti; mi sosteneva apertamente, come si sostiene ogni persona cara che abbia una malattia grave; in fondo al suo animo però ringraziava il cielo di non essere nella medesima infelice situazione.
Le avevo fatto la radiocronaca del nostro amplesso medio: dopo due baci lui era già in tiro, mai ero riuscito a togliergli i boxer trovandolo ancora a riposo o a mezza strada.
“Poco importa” mi diceva lei all’inizio: “bello che il tuo uomo impazzisca per te”.
Ma avete presente quei film porno dove lei si inginocchia e gli cala gli slip e trova quel bel ciondolo color cioccolata ancora moscio, e sta alla donna con mani e bocca renderlo turgido, sentendolo crescere pian piano?
Ecco, mai accaduto; e se mentre ci baciavamo iniziavo a massaggiarglielo fermava la mia mano dopo poco per timore di finire negli slip.
Io dovevo poi lasciare che lui passasse all’azione, mi spogliava piano, iniziava a baciarmi ovunque sino a soffermarsi tra le mie gambe.
E, devo ammetterlo, li’ ci sa fare; o almeno all’inizio mi mandava davvero in estasi, e sebbene lo implorassi di penetrarmi per venire assieme, lui insisteva perché finissi comunque prima il mio pasto.
Non di rado al fragore dei miei gemiti di donna in calore veniva pure lui per l’eccitazione, e quando mi prostravo per farmelo mettere dentro vedevo la sua bananina floscia e la gora biancastra a terra o sulle lenzuola.
Altre volte no, riusciva a penetrarmi: e mi piaceva sentirlo dentro, mi faceva subito ripartire la ricerca di un nuovo bang fisico.
Ma lo vedevo contorcersi in mille smorfie, andando avanti e indietro pianissimo o soffermandosi guardando il quadro sopra il letto, pur di non terminare subito.
Una pena infinita anche per lui, che indispettito e incapace di resistere partiva a razzo pistonandomi veloce e schizzandomi dentro, rassegnato e infelice.
“Ma in fondo è un pareggio uno a uno”, mi dicevo io e mi ripeteva la mia amica, ma nella realtà era una doppia sconfitta, di quelle pesanti.
Tre mesi fa abbiamo deciso di prenderci una pausa di riflessione, ma senza degenerare; dove degenerare sta per scopare con tutti o tutte quelle che incontriamo.
Rimanerci fedeli, ma stando distanti: una cazzata gigantesca, per dirla breve.
Tre mesi nei quali non ci eravamo neppure sentiti, ma nei quali sapevamo che lui si era fatto un milione di seghe, fisiche e mentali, e io mi ero dilaniata l’anima e i miei orifizi con l’amico in silicone.
Quello piccolo rosa shock, secondo lui, ma anche il fratellone XXL, nella realtà.
Ieri sera l’ho invitato a cena: ho pensato fosse giusto chiarire una volta per tutte, e fargli capire che per quanto fosse un uomo “quasi” perfetto, non ce l’avrei fatta a vivere con quel “quasi” tra le gambe.
Ho ardentemente sperato che in questi mesi avesse trovato un’altra, ma la fortuna è cieca, non frigida, ed e’ ancora solo come un monaco tibetano.
Sapevo che mi avrebbe chiesto se avevo scopato con qualcun altro, e mi ero preparata una risposta da eterna innamorata.
MA quando mi son sentita dire: ”Puoi dirmelo se hai scopato con un altro, saresti stata libera di farlo e se ne avessi avuto modo l’avrei fatto pure io” ho capito che nessuno dei due era cosi’ innamorato dell’altro.
“Non è accaduto, spiacente di deluderti. Ho soltanto passato piacevoli ore in compagnia del mio amico in silicone”.
Ne è nata una discussione, ho sbagliato e lo so bene, ma mi sono uscite fuori brutte parole.
Ci siamo accapigliati, anche fisicamente: mi ha spinta in camera e ci siamo presi a schiaffi, poi mi ha baciata e ho sentito la vampa del suo desiderio; mi ha letteralmente strappato la camicetta di dosso e mi ha calato in un colpo la gonna buttandomi sul letto.
Si è tolto i pantaloni e gli slip, mostrando il suo consueto fallo troppo eccitato per poter durare.
Non volevo scopare, per me era semplicemente finita, ed ero triste.
Ha indugiato, poi si è avventato verso il cassetto alle sue spalle dove sapeva che tengo il suo regalo rosa shock.
Ma aprendolo è spuntato il gigante XXL, venoso e mulatto come un aitante e focoso tuareg.
È sbiancato, lo ha preso in mano incredulo, alternando lo sguardo tra me e il dildo enorme.
Per un attimo interminabile ha lasciato cadere le braccia, avvicinando il fallo in silicone vicino al suo, saggiandone la sproporzione impietosa.
Non so quale fantasia abbia attraversato il suo cervello, forse mi ha immaginata gaudente grazie al mulatto sconfinato che mi penetrava a lungo guidato dalla mia mano.
Quella fantasia è stata sufficiente; ho osservato i due zampilli di sperma giallognolo sgorgare placidi dal suo glande, seguiti da altre goccioline solitarie. Pochi secondi dopo era un piccolo cilindro di carne floscia, mentre la sua mano reggeva ancora la mia statua della libertà sessuale.
scritto il
2026-02-05
3 8
visite
0
voti
valutazione
0
il tuo voto
Segnala abuso in questo racconto erotico

Continua a leggere racconti dello stesso autore

racconto precedente

Virtuali fraintendimenti

Commenti dei lettori al racconto erotico

cookies policy Per una migliore navigazione questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti. Proseguendo la navigazione ne accetti l'utilizzo.