Ultimo tanga a Parigi
di
Prozac1999
genere
feticismo
Io e mio fratello lavoravamo all’ Hotel Explanade da quasi due anni: io come addetto alle pulizie e lui come concierge alla reception, grazie alla sua facilità di parlare quattro lingue.
Niels era più grande di me di tre anni; non avevamo seguito carriere parallele, lui era sempre rimasto nei dintorni di Parigi mentre io avevo fatto lo stagionale nelle migliori località turistiche francesi, da Deauville alla Costa Azzurra in estate per poi lavorare sulle Alpi in inverno.
Ma non ero mai stato in un hotel lussuoso come l’Explanade, uno dei migliori cinque stelle della rive gauche parigina, dotato di un ristorante stellato sul roof e di un centro benessere elegante e panoramico al penultimo piano con vista sulla città.
Nelle mie precedenti esperienze avevo svolto ogni genere di mansione, soprattutto nei resort alpini dove era indispensabile sapersela cavare in ogni contesto, ma mi ero sempre sentito davvero bravo come addetto alle pulizie.
In strutture con quattrocento camere era fondamentale essere rapidi e precisi, facevamo addestramento pre stagione per stare dentro al tempo di 5 minuti a camera; tutto era cronometrato al millesimo, ogni ritardo nel riassetto in una stanza comportava un rallentamento di tutta la giornata.
Peraltro, mi ero fatto un curriculum immacolato e pieno di encomi, le recensioni degli ospiti e i test a sorpresa fatti dai gestori erano sempre stati un successo e spesso le mance arrotondavano pienamente lo stipendio esiguo.
All’Hotel Explanade era tutto diverso; la struttura era piccola, solo trentadue camere grandi e lussuose, e la ricerca della perfezione si basava su tempistiche molto generose.
Come ci diceva sempre il direttore nei briefing settimanali, eravamo un hotel frequentato dall’alta borghesia mondiale, e ogni imperfezione ci sarebbe costata carissima.
Gli ospiti erano per lo più facoltose coppie di mezza età da tutto il mondo, soprattutto americani, australiani, malesi, giapponesi e asiatici in generale; ma anche giovani sposi benestanti in viaggio di nozze che si fermavano qualche giorno a Parigi nei loro tour europei.
Quando avevo scoperto che ci venivano concessi venti minuti a camera per il completo riassetto, avevo capito che ero nel mio paradiso: i tour de force fatti nelle esperienze precedenti mi avevano temprato, e adesso mi rimaneva molto spazio per quella che era diventata la mia ossessione.
Ero alla continua esplorazione nelle vite degli ospiti in cerca di eccitazione sessuale: un inguaribile feticista.
Frugavo avidamente ma con discrezione tra le loro cose cercando di immaginarmi le scene di sesso avvenute nella notte; mi divertiva trovare dei sex toys o segni evidenti di amplessi come salviette sporche gettate alla rinfusa o abiti lanciati in ogni dove.
Ma più di ogni cosa ero inebriato dagli odori; frugavo nella biancheria intima usata delle signore inspirando a pieni polmoni le fragranze dei loro corpi, delle vagine sudate per il caldo parigino in estate, o dell’afrore dei piedini gentili trasmesso ai collant, tenuti troppo a lunghi negli stivali di pelle in inverno.
Mio fratello sapeva di questa cosa e pur non condividendo, mi aiutava; mi segnalava coppie secondo lui particolarmente interessanti e mi indicava il numero di stanza.
Non sempre il piano giornaliero di pulizie mi portava li’, ma cercavo in qualche modo di aggiustarmelo facendo scambi con le colleghe.
Anche negli odori dei corpi si percepivano le classi sociali: sulle Alpi, mi trovavo a sniffare mutandine di produzione cinese in poliestere scadente che rendevano acre l’odore di qualunque corpo.
I sudori di piedi femminili che avevano sciato otto ore erano intensi come pugni nello stomaco se intrappolati in calzini di spugna dozzinali.
L’intimo che potevo annusare all’Explanade era morbidissimo, di tessuti pregiati e pizzi che parevano opere d’arte.
Si andava dai pur commerciali capi di Victoria’s Secret all’italiana La Perla, con disegni e forme che scolpivano seni e fianchi impeccabili sulle ricche ospiti dell’hotel, sino a capi artigianali di seterie rinomate solo nell’elite della moda mondiale.
Gli odori erano franchi, non alterati, mi arrivavano al cervello attraverso il naso come sinfonie classiche: riconoscevo spesso le provenienze delle proprietarie, le asiatiche avevano spesso un’essenza di legni pregiati, le svedesi avevano corpi con sentori leggerissimi, quasi impalpabili, mentre le mutandine delle donne di colore esplodevano di ferormoni e note piccanti e intense.
Mi ci eccitavo, soprattutto nei casi di scene palesi di amplessi, gore sulle lenzuola, sexy toys palesemente usati e coppe di champagne sui comodini.
Raramente mi masturbavo, non ne avrei avuto il tempo, ma era capitato che qualche perizoma particolarmente afrodisiaco fosse venuto a casa con me, dove avevo potuto liberare le mie pulsioni.
Per ospiti che soggiornavano molte notti era molto difficile accorgersene, nella confusione che si creava nei loro bagagli; forse una volta tornati a casa avrebbero scoperto di aver perso una mutandina, ma viste le loro agiatezze non si sarebbero dannati l’anima.
Io li usavo, li sniffavo voracemente fino a quando gli effluvi eccitanti non svanivano, o fino a quando il profumo amaro del mio sperma non copriva tutto il resto.
A quel punto le lavavo accuratamente e le mettevo in vendita su portali di articoli usati.
Quel giorno mio fratello mi aveva segnalato una coppia di sudafricani che avrebbero soggiornato una settimana; li avevo visti nella zona del bar e li avevo scrutati a lungo per capire che tipi fossero.
Lui doveva avere circa cinquant’anni, alto e ancora tonico, dal torace possente e con due mani che sembravano due badili; avevo pensato a un ex rugbista, perché anche le cosce riempivano a fatica i pantaloni e portava almeno il 46 di scarpe.
Lei era più giovane, sui 35, slanciata come una gazzella, dalla pelle scurissima e i denti che abbagliavano, con dei capelli che le scendevano sino alla zona lombare raccolti in una coda da cavalla di razza.
Erano elegantissimi, lei aveva un probabile Valentino che indicava una serata di gala imminente, con la schiena scoperta e le cosce scoperte sino a quattro dita sopra il ginocchio.
Il tacco a spillo infinito le dava l’aspetto di un airone in procinto di spiccare il volo.
Lui indossava un abito di taglio inglese, ai miei occhi troppo pesante per la serata autunnale che era.
Al mattino dopo avevano dormito sino a tardi, ma appena usciti ero stato spedito con solerzia dal mio superiore a pulire la loro junior suite, cosa che mi faceva godere di 5 minuti di ulteriore margine.
Avevo trovato esattamente come immaginavo: l’ultimo amplesso doveva essere del tardo mattino, le lenzuola erano ancora umide di fluidi corporei, il nettare di lei era sparso copioso in una chiazza attorno alla quale erano cadute gocce di sperma ancora viscido.
I loro abiti erano sistemati perfettamente negli armadi, decine di migliaia di euro di tessuti che molte boutique avrebbero solo sognato di possedere.
Il reggiseno push up riposava a bordo del letto, mentre i boxer di lui e il tanga della donna erano stati lanciati in modo casuale e si erano aggrappati alle applique a bordo letto.
Afferrai deciso il tanga e ci immersi il viso; fu come ricevere due schiaffi violenti al cervello, e mi sentii emettere un gemito eccitato.
LI’ dentro si era consumato un intenso atto sessuale, un coito prolungato e profondo; dovevano esser stati cosi’ presi che l’uomo le aveva soltanto spostato l’intimo per consumare il suo pasto, quasi certamente a pecorina.
La seta di incredibile morbidezza era impregnata del profumo del miele che una donna produce solo negli orgasmi più intensi. C’erano note di Africa profonda con essenze di curry e the nero, intrecciate alle note di gin di lusso di una festa elegante ed espulso con piogge dorate.
La potenza degli odori di lui mi confuse: staccai il viso dal tanga e lo guardai: la parte alta del tessuto presentava segni biancastri e cristallizzati di sperma, larghi e diffusi soprattutto nel retro.
L’odore amaro del suo seme mi fece eccitare e spostai il naso verso la parte piu’ larga del tanga, che corrispondeva al sedere di lei.
Doveva aver avuto anche un rapporto anale, il pungente odore di feci era misto a quello di un gel lubrificante di ottima qualità, privo di quei dozzinali sapori di guarana o cocco o altre schifezze dolciastre.
Mi trattenni il tempo indispensabile per non tardare nel riassetto della stanza, che fu comunque eseguito in modo impeccabile; ma non rinuncia a portarmi via il tanga desiderando godermelo nella quiete di casa.
Fu cinque giorni dopo, il lunedi’, che fui convocato dal direttore.
Mi conosceva bene di viso e di nome, ma non mi aveva mai chiamato nel suo ufficio: era un uomo alto e con una bella stretta di mano sincera, canuto ed elegante.
“Siediti Luc” esordi’.
Eseguii in silenzio con un cenno di assenso.
“Mi risulta che sei uno dei migliori dipendenti della squadra di Matilde, la tua responsabile. Mi dice che il tuo servizio camere è eccellente”.
“Mi fa piacere direttore, ne sono lusingato, mi trovo bene qua e vi sono grato per l’occasione che ho”.
“Come sai bene voi venite valutati molto dai feedback dei nostri clienti. Ma anche…” fece una pausa grave:” da alcuni check in che facciamo periodicamente con falsi ospiti”.
Non era un mistero, tutti gli hotel usavano queste tecniche un po’ meschine, alcuni in modo sfacciatamente palese, altri, come L’Explanade, con grande difficoltà di individuazione.
“Ebbene, li hai sempre passati alla grande, i nostri ispettori esterni han sempre dato il massimo dei voti al tuo lavoro. Ammetto che mi ha colpito molto che tu ti abbia rifiutato la promozione al grado superiore”.
Era vero, avevo rifiutato perché avrei avuto molte meno occasioni di pulire le stanze ed inebriarmi con i miei oggetti di piacere.
“Però nell’ultima settimana sono accadute due cose che han meritato l’attenzione del tuo capo, e quindi la mia”.
Il tono amichevole era scomparso: mi mossi sulla sedia, a disagio.
“Abbiamo avuto una coppia di ospiti dal Sudafrica, ospiti molto importanti. Il nuovo console sudafricano e la consorte, han soggiornato qua nella junior suite “des Vosges”. Li ricordi?”
“Certo, nobilissimi, mi han lasciato una cospicua mancia e ho dato il meglio per loro, come sempre”.
L’altro mi guarò severo: “Certo, certo. Ma ci han chiamati il giorno dopo la partenza, erano già a New York, ma si raccomandavano di inviargli un capo che la signora aveva “inavvertitamente” lasciato in camera. Una cosa a cui teneva moltissimo, regalo del marito”.
Aveva calcato la parola “inavvertitamente” con un tono che non faceva ben sperare.
“Abbiamo frugato la camera in ogni angolo, e quel capo non c’era” parve concludere.
Invece riprese: “Puo’ capitare, forse l’ha perso altrove, ci siamo detti. Ma un tanga non è una cosa che lasci su una panchina, o in un museo per sbaglio, ha pensato Matilde. E ha deciso di fare un test. Ricordi i signori Guignard della camera 219 di due giorni fa?”
Li ricordavo, ma erano stati una parziale delusione: mio fratello me li aveva indicati come una coppia molto focosa che nella hall aveva dato spettacolo in un una bachata improvvisata e sensuale.
La mattina dopo le sue mutandine in pizzo, neppure troppo pregiate, profumavano di lavanda e sembravano state usate per pochi minuti, mentre il letto sembrava sopravvissuto alle seconda guerra mondiale.
“I signori Guignard erano ispettori, e ci siamo accorti che molte delle loro intime cose erano state spostate. Da te, senza dubbio”.
La cosa ormai si era messa male: ero sul baratro del licenziamento con disonore, ma per uno strano scherzo del mio cervello nel mio naso si era insinuato l’afrore penetrante del miele della sudafricana.
“Ti abbiamo fatto tanti test, negli anni, come agli altri, con denaro e oggetti preziosi. E non hai mai preso un centesimo.
Ragazzo siamo tra uomini, e te lo dico francamente: a me non frega un cazzo se te ti ecciti leccando i piedi delle suore di Saint Germain…” fece una pausa nella quale rabbrividii dinanzi all’immagine descritta dl direttore.
“Ciascuno ha le perversioni che si merita; ma se domattina su questa scrivania non trovo quel maledetto tanga pulito, stirato e pronto per la spedizione, tu verrai sbattuto fuori da qua a calci, e l’unico albergo che ti vorrà assumere sarà una bettola a ore sotto Pigalle, dove darai lo straccio per pulire il piscio delle mignotte e degli ubriachi che lo frequentano”.
Giro’ lo sguardo su alcune pratiche, indicandomi con l’indice la via della porta.
Me ne andai, trovando fuori dalla porta lo sguardo severo di Matilde, la mia referente sessantenne con la faccia da arpia inacidita.
Niels era più grande di me di tre anni; non avevamo seguito carriere parallele, lui era sempre rimasto nei dintorni di Parigi mentre io avevo fatto lo stagionale nelle migliori località turistiche francesi, da Deauville alla Costa Azzurra in estate per poi lavorare sulle Alpi in inverno.
Ma non ero mai stato in un hotel lussuoso come l’Explanade, uno dei migliori cinque stelle della rive gauche parigina, dotato di un ristorante stellato sul roof e di un centro benessere elegante e panoramico al penultimo piano con vista sulla città.
Nelle mie precedenti esperienze avevo svolto ogni genere di mansione, soprattutto nei resort alpini dove era indispensabile sapersela cavare in ogni contesto, ma mi ero sempre sentito davvero bravo come addetto alle pulizie.
In strutture con quattrocento camere era fondamentale essere rapidi e precisi, facevamo addestramento pre stagione per stare dentro al tempo di 5 minuti a camera; tutto era cronometrato al millesimo, ogni ritardo nel riassetto in una stanza comportava un rallentamento di tutta la giornata.
Peraltro, mi ero fatto un curriculum immacolato e pieno di encomi, le recensioni degli ospiti e i test a sorpresa fatti dai gestori erano sempre stati un successo e spesso le mance arrotondavano pienamente lo stipendio esiguo.
All’Hotel Explanade era tutto diverso; la struttura era piccola, solo trentadue camere grandi e lussuose, e la ricerca della perfezione si basava su tempistiche molto generose.
Come ci diceva sempre il direttore nei briefing settimanali, eravamo un hotel frequentato dall’alta borghesia mondiale, e ogni imperfezione ci sarebbe costata carissima.
Gli ospiti erano per lo più facoltose coppie di mezza età da tutto il mondo, soprattutto americani, australiani, malesi, giapponesi e asiatici in generale; ma anche giovani sposi benestanti in viaggio di nozze che si fermavano qualche giorno a Parigi nei loro tour europei.
Quando avevo scoperto che ci venivano concessi venti minuti a camera per il completo riassetto, avevo capito che ero nel mio paradiso: i tour de force fatti nelle esperienze precedenti mi avevano temprato, e adesso mi rimaneva molto spazio per quella che era diventata la mia ossessione.
Ero alla continua esplorazione nelle vite degli ospiti in cerca di eccitazione sessuale: un inguaribile feticista.
Frugavo avidamente ma con discrezione tra le loro cose cercando di immaginarmi le scene di sesso avvenute nella notte; mi divertiva trovare dei sex toys o segni evidenti di amplessi come salviette sporche gettate alla rinfusa o abiti lanciati in ogni dove.
Ma più di ogni cosa ero inebriato dagli odori; frugavo nella biancheria intima usata delle signore inspirando a pieni polmoni le fragranze dei loro corpi, delle vagine sudate per il caldo parigino in estate, o dell’afrore dei piedini gentili trasmesso ai collant, tenuti troppo a lunghi negli stivali di pelle in inverno.
Mio fratello sapeva di questa cosa e pur non condividendo, mi aiutava; mi segnalava coppie secondo lui particolarmente interessanti e mi indicava il numero di stanza.
Non sempre il piano giornaliero di pulizie mi portava li’, ma cercavo in qualche modo di aggiustarmelo facendo scambi con le colleghe.
Anche negli odori dei corpi si percepivano le classi sociali: sulle Alpi, mi trovavo a sniffare mutandine di produzione cinese in poliestere scadente che rendevano acre l’odore di qualunque corpo.
I sudori di piedi femminili che avevano sciato otto ore erano intensi come pugni nello stomaco se intrappolati in calzini di spugna dozzinali.
L’intimo che potevo annusare all’Explanade era morbidissimo, di tessuti pregiati e pizzi che parevano opere d’arte.
Si andava dai pur commerciali capi di Victoria’s Secret all’italiana La Perla, con disegni e forme che scolpivano seni e fianchi impeccabili sulle ricche ospiti dell’hotel, sino a capi artigianali di seterie rinomate solo nell’elite della moda mondiale.
Gli odori erano franchi, non alterati, mi arrivavano al cervello attraverso il naso come sinfonie classiche: riconoscevo spesso le provenienze delle proprietarie, le asiatiche avevano spesso un’essenza di legni pregiati, le svedesi avevano corpi con sentori leggerissimi, quasi impalpabili, mentre le mutandine delle donne di colore esplodevano di ferormoni e note piccanti e intense.
Mi ci eccitavo, soprattutto nei casi di scene palesi di amplessi, gore sulle lenzuola, sexy toys palesemente usati e coppe di champagne sui comodini.
Raramente mi masturbavo, non ne avrei avuto il tempo, ma era capitato che qualche perizoma particolarmente afrodisiaco fosse venuto a casa con me, dove avevo potuto liberare le mie pulsioni.
Per ospiti che soggiornavano molte notti era molto difficile accorgersene, nella confusione che si creava nei loro bagagli; forse una volta tornati a casa avrebbero scoperto di aver perso una mutandina, ma viste le loro agiatezze non si sarebbero dannati l’anima.
Io li usavo, li sniffavo voracemente fino a quando gli effluvi eccitanti non svanivano, o fino a quando il profumo amaro del mio sperma non copriva tutto il resto.
A quel punto le lavavo accuratamente e le mettevo in vendita su portali di articoli usati.
Quel giorno mio fratello mi aveva segnalato una coppia di sudafricani che avrebbero soggiornato una settimana; li avevo visti nella zona del bar e li avevo scrutati a lungo per capire che tipi fossero.
Lui doveva avere circa cinquant’anni, alto e ancora tonico, dal torace possente e con due mani che sembravano due badili; avevo pensato a un ex rugbista, perché anche le cosce riempivano a fatica i pantaloni e portava almeno il 46 di scarpe.
Lei era più giovane, sui 35, slanciata come una gazzella, dalla pelle scurissima e i denti che abbagliavano, con dei capelli che le scendevano sino alla zona lombare raccolti in una coda da cavalla di razza.
Erano elegantissimi, lei aveva un probabile Valentino che indicava una serata di gala imminente, con la schiena scoperta e le cosce scoperte sino a quattro dita sopra il ginocchio.
Il tacco a spillo infinito le dava l’aspetto di un airone in procinto di spiccare il volo.
Lui indossava un abito di taglio inglese, ai miei occhi troppo pesante per la serata autunnale che era.
Al mattino dopo avevano dormito sino a tardi, ma appena usciti ero stato spedito con solerzia dal mio superiore a pulire la loro junior suite, cosa che mi faceva godere di 5 minuti di ulteriore margine.
Avevo trovato esattamente come immaginavo: l’ultimo amplesso doveva essere del tardo mattino, le lenzuola erano ancora umide di fluidi corporei, il nettare di lei era sparso copioso in una chiazza attorno alla quale erano cadute gocce di sperma ancora viscido.
I loro abiti erano sistemati perfettamente negli armadi, decine di migliaia di euro di tessuti che molte boutique avrebbero solo sognato di possedere.
Il reggiseno push up riposava a bordo del letto, mentre i boxer di lui e il tanga della donna erano stati lanciati in modo casuale e si erano aggrappati alle applique a bordo letto.
Afferrai deciso il tanga e ci immersi il viso; fu come ricevere due schiaffi violenti al cervello, e mi sentii emettere un gemito eccitato.
LI’ dentro si era consumato un intenso atto sessuale, un coito prolungato e profondo; dovevano esser stati cosi’ presi che l’uomo le aveva soltanto spostato l’intimo per consumare il suo pasto, quasi certamente a pecorina.
La seta di incredibile morbidezza era impregnata del profumo del miele che una donna produce solo negli orgasmi più intensi. C’erano note di Africa profonda con essenze di curry e the nero, intrecciate alle note di gin di lusso di una festa elegante ed espulso con piogge dorate.
La potenza degli odori di lui mi confuse: staccai il viso dal tanga e lo guardai: la parte alta del tessuto presentava segni biancastri e cristallizzati di sperma, larghi e diffusi soprattutto nel retro.
L’odore amaro del suo seme mi fece eccitare e spostai il naso verso la parte piu’ larga del tanga, che corrispondeva al sedere di lei.
Doveva aver avuto anche un rapporto anale, il pungente odore di feci era misto a quello di un gel lubrificante di ottima qualità, privo di quei dozzinali sapori di guarana o cocco o altre schifezze dolciastre.
Mi trattenni il tempo indispensabile per non tardare nel riassetto della stanza, che fu comunque eseguito in modo impeccabile; ma non rinuncia a portarmi via il tanga desiderando godermelo nella quiete di casa.
Fu cinque giorni dopo, il lunedi’, che fui convocato dal direttore.
Mi conosceva bene di viso e di nome, ma non mi aveva mai chiamato nel suo ufficio: era un uomo alto e con una bella stretta di mano sincera, canuto ed elegante.
“Siediti Luc” esordi’.
Eseguii in silenzio con un cenno di assenso.
“Mi risulta che sei uno dei migliori dipendenti della squadra di Matilde, la tua responsabile. Mi dice che il tuo servizio camere è eccellente”.
“Mi fa piacere direttore, ne sono lusingato, mi trovo bene qua e vi sono grato per l’occasione che ho”.
“Come sai bene voi venite valutati molto dai feedback dei nostri clienti. Ma anche…” fece una pausa grave:” da alcuni check in che facciamo periodicamente con falsi ospiti”.
Non era un mistero, tutti gli hotel usavano queste tecniche un po’ meschine, alcuni in modo sfacciatamente palese, altri, come L’Explanade, con grande difficoltà di individuazione.
“Ebbene, li hai sempre passati alla grande, i nostri ispettori esterni han sempre dato il massimo dei voti al tuo lavoro. Ammetto che mi ha colpito molto che tu ti abbia rifiutato la promozione al grado superiore”.
Era vero, avevo rifiutato perché avrei avuto molte meno occasioni di pulire le stanze ed inebriarmi con i miei oggetti di piacere.
“Però nell’ultima settimana sono accadute due cose che han meritato l’attenzione del tuo capo, e quindi la mia”.
Il tono amichevole era scomparso: mi mossi sulla sedia, a disagio.
“Abbiamo avuto una coppia di ospiti dal Sudafrica, ospiti molto importanti. Il nuovo console sudafricano e la consorte, han soggiornato qua nella junior suite “des Vosges”. Li ricordi?”
“Certo, nobilissimi, mi han lasciato una cospicua mancia e ho dato il meglio per loro, come sempre”.
L’altro mi guarò severo: “Certo, certo. Ma ci han chiamati il giorno dopo la partenza, erano già a New York, ma si raccomandavano di inviargli un capo che la signora aveva “inavvertitamente” lasciato in camera. Una cosa a cui teneva moltissimo, regalo del marito”.
Aveva calcato la parola “inavvertitamente” con un tono che non faceva ben sperare.
“Abbiamo frugato la camera in ogni angolo, e quel capo non c’era” parve concludere.
Invece riprese: “Puo’ capitare, forse l’ha perso altrove, ci siamo detti. Ma un tanga non è una cosa che lasci su una panchina, o in un museo per sbaglio, ha pensato Matilde. E ha deciso di fare un test. Ricordi i signori Guignard della camera 219 di due giorni fa?”
Li ricordavo, ma erano stati una parziale delusione: mio fratello me li aveva indicati come una coppia molto focosa che nella hall aveva dato spettacolo in un una bachata improvvisata e sensuale.
La mattina dopo le sue mutandine in pizzo, neppure troppo pregiate, profumavano di lavanda e sembravano state usate per pochi minuti, mentre il letto sembrava sopravvissuto alle seconda guerra mondiale.
“I signori Guignard erano ispettori, e ci siamo accorti che molte delle loro intime cose erano state spostate. Da te, senza dubbio”.
La cosa ormai si era messa male: ero sul baratro del licenziamento con disonore, ma per uno strano scherzo del mio cervello nel mio naso si era insinuato l’afrore penetrante del miele della sudafricana.
“Ti abbiamo fatto tanti test, negli anni, come agli altri, con denaro e oggetti preziosi. E non hai mai preso un centesimo.
Ragazzo siamo tra uomini, e te lo dico francamente: a me non frega un cazzo se te ti ecciti leccando i piedi delle suore di Saint Germain…” fece una pausa nella quale rabbrividii dinanzi all’immagine descritta dl direttore.
“Ciascuno ha le perversioni che si merita; ma se domattina su questa scrivania non trovo quel maledetto tanga pulito, stirato e pronto per la spedizione, tu verrai sbattuto fuori da qua a calci, e l’unico albergo che ti vorrà assumere sarà una bettola a ore sotto Pigalle, dove darai lo straccio per pulire il piscio delle mignotte e degli ubriachi che lo frequentano”.
Giro’ lo sguardo su alcune pratiche, indicandomi con l’indice la via della porta.
Me ne andai, trovando fuori dalla porta lo sguardo severo di Matilde, la mia referente sessantenne con la faccia da arpia inacidita.
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