Tutti quei ragazzi (e quelle ragazze) - Rimpatriata

di
genere
etero

Suono il campanello e mi sorprendo molto più emozionata di quanto avrei pensato. Viene ad aprire, è quasi divertente osservare la sua espressione stupita anche se non è detto che non stia fingendo. Faccio mezzo passo in avanti, lo bacio sulla soglia. Uno di quei baci a bocca aperta che chiedono la lingua, oltre che le labbra. Lo conosco, sono convinta che quanto meno ci sperasse. Non in questo momento, magari, ma prima sicuramente sì. Del resto, non è molto che ci siamo salutati con i canonici bacetti sulle guance. Sarà passata mezz'ora o poco più, il tempo di dire a me stessa "ma perché no?" e fare inversione. E poi ovviamente vedere se il solito passo carrabile sotto casa sua era libero. Non lo era, ho dovuto girare un po'. Piccolo appunto mentale: dovrò farmi riaccompagnare alla macchina, dopo. La zona non è proprio tranquillissima, è già tardi e quando me ne andrò sarà notte fonda.

Ho fatto un ape con Felix dopo un anno e mezzo che non ci vedevamo, più o meno. Avevo cuorato una sua story su Insta e lui si è fatto vivo il giorno dopo. È andata, banalmente, così. "Vediamoci una sera di queste", "Con piacere". Nel frattempo, avevo dato un'occhiata alle foto e mi ero accorta che aveva sganciato, e accuratamente espunto dalla gallery, quella stronza di Fano con cui era fidanzato quando eravamo scopamici. E l'aveva sostituita con un'altra.

Non ci eravamo lasciati né bene né male. Il nostro rapporto si era semplicemente consumato come una candela. Quello che abbiamo fatto in tutto questo tempo ce lo siamo raccontati stasera. Ciò che si poteva raccontare, ovviamente. Il massimo delle confidenze intime è stato quando mi ha confidato di come si è liberato di quella tipa e si è messo con la ragazza delle foto (oggettivamente carina e con un bel sorriso). Io sono stata molto più sobria: gli ho detto che, come allora, non sto con nessuno e che nemmeno ci voglio stare. Per come eravamo abituati una volta a parlare senza inibizioni, una domanda tipo "e per scopare come fai?" ci poteva pure stare. Non me l'ha fatta, non aveva bisogno di farmela, anche lui conosce me. Ma pur non scendendo in questi dettagli sono stata benissimo, è stato come se per un paio d'ore, con il rumore dei bicchieri nel bar che faceva da colonna sonora, fosse ritornata non dico la magia ma almeno quella leggerezza, quell'affiatamento che c'era tra noi.

L'ultima volta che ho parlato con un ragazzo davanti a due drink è stata sabato scorso: aveva lo sguardo ebete, un fisico da urlo e un vocabolario limitato a cento/centocinquanta parole, potete immaginare la pena. D’altro canto, se vi chiedete perché mi sia sottoposta a quella tortura, potete anche immaginare la voglia. Io e Felix invece abbiamo sempre parlato benissimo, ma per stasera forse abbiamo parlato abbastanza.

Ho attraversato il cortile come l’ho attraversato tante volte, con le mutandine già zuppe. Se venivo qui da sola le indossavo. Quando invece tornavamo insieme, di solito era lui che me le custodiva dentro qualche sua tasca. Era uno dei nostri giochi.

Nell'ingresso mi tolgo maglia e t-shirt tutto in una volta. Mi osserva lasciarli cadere per terra, come facevo con giacche, borse, vestiti. Resto con le tette scoperte, desiderando che mi baci e che ne prenda possesso. Mi sento intimamente spalancata. Credo anche di averglielo detto una volta. Non ricordo bene, però il concetto era quello: spalancata. Parlo di stati d’animo, ma non solo.

Attendo che faccia la sua mossa e intanto mi dico che, se volessimo misurare la distanza che si è inevitabilmente creata tra noi, dovremmo partire proprio da qui, da questa insolita attesa, dalla mia fremente pazienza (ossimoro? ossimoro). Ma è inevitabile, certe cose non tornano mai come erano e se lo fanno sembrano fasulle. I suoi "voglio che me lo succhi appena metti piede in casa" che mi sussurrava arrapatissimo in ascensore mentre già mi sditalinava, ora suonerebbero stonati. Figuriamoci quando glielo succhiavo direttamente in ascensore, o quella notte che mi sono inginocchiata sul pianerottolo mentre lui cercava le chiavi e dopo un po', con la porta ancora chiusa e la chiave infilata nella toppa, ho provato first time ever il piacere di sentirmelo sbattere sulle guance. Sarà stata l'una di notte o poco più, ma era pur sempre un pianerottolo.

Con Felix ho condiviso l'esplorazione del sesso, se non proprio in tutte le sue forme - anche perché ce ne sono alcune che non ci tengo proprio ad esplorare - in molte. Abbiamo avuto un sacco di è-la-prima-volta-che-lo-faccio e entrambi provavamo un certo gusto a sottolinearlo, con lui ho sentito cadere una dopo l'altra la maggior parte delle inibizioni che per forza di cose mi portavo dietro. E badate bene che già prima di conoscerlo non è che mi sentissi particolarmente inibita. 

Oggi che il mio grado di inibizione è sceso a zero virgola, mi sento però quasi emozionata come allora. Anzi, per essere proprio precise, mi sento emozionata come la terza volta in cui ho varcato la soglia di questo appartamento. E se uso il numero tre c'è un motivo.

Avevamo già scopato due volte e avevo persino dormito a casa sua, pensavo che sarebbe nata una storia normale, che ci mettessimo insieme. Lo pensavo prima che mi informasse che era fidanzato. Con la stronza di Fano cui vi parlavo prima, per l'appunto. Piccolo shock a parte - ne ho già scritto, inutile ripetere - si trattava di fare una scelta. A pensarci bene, quella sì che è stata una "prima volta" vera e propria, anche se qualcosa del genere, quando ero al liceo, l’avevo fatta. Ma ero meno consapevole e, soprattutto, ero vergine. Mi limitavo, letteralmente, a mettere bocca su stanghe di carne dura che altre ragazze consideravano nella loro esclusiva disponibilità e poi ciao, amici come prima (a parte il mio ex, il mio primo ragazzo, con il quale le cose erano andate in modo completamente diverso). 

Con Felix invece, dopo il primo smarrimento, ho avuto perfettamente chiaro che dovevo accettare, o non accettare, di essere "l'altra". La puttana a chiamata, quella che rispondeva "presente" quando gli tirava. Gli tirava spesso, ma per la verità tirava spesso anche a me e non sono state poche le volte in cui sono stata io a farmi avanti: "Mi annoio, non mi va di stare a casa stasera". Una di queste volte mi rispose: "Tradotto, hai voglia di scopare", gli dissi che, volendo, la poteva anche mettere così e una mezzoretta dopo ero nel suo letto che gemevo. Ve l’ho accennato prima che le cose ce le siamo sempre dette in faccia. Poi nei weekend lui tornava da un altro tipo di puttana, che - stando a quanto mi raccontava - era così completamente diversa da me che mi stupivo. Ma di domande non ne ho (quasi) mai fatte.

Quando decisi di andare a casa sua per la terza volta fu una scelta istintiva, ma non ingenua: c’era qualcosa in lui che mi piaceva - oltre a scopare, intendo - e di fatto feci lo stesso ragionamento che ho fatto stasera: perché no? Mi rendo conto, non è un gran ragionamento, ma tant'è.

Peraltro, la nostra perfetta intesa era strettamente limitata alle sere che trascorrevamo insieme, sul suo letto o in qualche locale dopo il quale finivamo quasi immancabilmente da lui. Dopo di che toglievo le tende e mi scioglievo come il sale nell'acqua della pasta, fino alla volta successiva. Non sapevo quanto sarebbe durata, anche se sapevo che in fondo ero solo di passaggio. Questo però mi ha insegnato ad apprezzare i fedifraghi, che per una anaffettiva come me sono sempre stati l'ideale. Non ho mai sopportato quelli che - prima o dopo avermi scopata - si "innamoravano". A parte rarissime eccezioni, che più che altro erano crush, io non mi innamoravo di nessuno. In realtà nemmeno di Felix, ma almeno non era appiccicoso. 

Ecco, adesso mi sento un po’ come quando sono ritornata in questa casa per quella terza fatidica volta. Allora c'era un implicito "ok, lasciamo perdere metterci insieme, sono qui, scopiamo", adesso è invece "ci va, l'abbiamo sempre fatto bene, scopiamo". Non c'è tutta sta differenza, lo ammetterete anche voi. Sono tornata indietro, l'ho baciato, gli sto offrendo le mie tette ma anche tutto il resto. E non vedo l'ora che se lo prenda.

Sbottona i miei pantaloni e infila la mano dentro le mutandine. Con una voce più eccitata che ironica mi fa "siamo state dall'estetista...". È vero, ci sono stata venerdì pomeriggio dalla mia estetista, e sabato notte ho preso cazzo in un parcheggio da uno conosciuto poco prima. Sì, esatto, proprio quello con il vocabolario limitato a cento/centocinquanta parole. Eye contact, bocchino interrotto e "ti va di scoparmi?". Lui era un mezzo decerebrato che vive per queste piccole soddisfazioni. Però aveva un cazzo dignitoso, almeno gli insulti li conosceva e io avevo un desiderio inenarrabile di farmi resettare. Un desiderio completamente diverso da quello che ho adesso e che mi è cresciuto dentro mentre guidavo verso casa. Se sabato ero la neurotic hypersexual che ha bisogno di farsi spegnere il cervello da un energumeno, adesso sono la happy hypersexual incapace di soffocare i propri impulsi e che prova il piacere assoluto di perdere ogni controllo e ogni ritegno. Senza contare che, in fin dei conti, sto vivendo una cosa vissuta da milioni di persone milioni di volte, un classico: a volte ritornano. Sarà banale, ma così è.

- Andiamo in camera tua?
- Dopo - risponde Felix.

“Dopo” mi fa sorridere. È la stessa parola che sabato scorso ha usato quell'idiota quando gli ho chiesto di mettermelo dentro, solo che al “dopo” ha aggiunto un “prima”: “Prima voglio sborrarti in bocca”. Che ci volete fare, abbiamo tutte e tutti le nostre piccole perversioni: la mia è quella di mettermi a cercare ogni tanto dei perfetti minus habens. Purtroppo a volte non resisto alla tentazione di prenderli per il culo per affermare, se non altro con me stessa, la mia superiorità. “E dopo ce la fai?”, gli ho chiesto con una ironia carica di dubbi. Fatal error, con questi tipi qui. La prendono come un’onta sanguinosa (a meno naturalmente di non volerli provocare, ma in quel caso non era mia intenzione). Mi ha spinto la testa in basso e ha iniziato a scoparmela facendole fare su e giù con la mano fino a che non si è soddisfatto. Non è stato un pompino dei miei, però cosa debbo dire... mi è piaciuto. Mi sono piaciuti anche i rumori che facevo e le risatine isteriche.

Il commento di Felix, adesso, oscilla invece tra un "Dio santo" e una "regina dei pompini" (non me lo ricordo bene, ma avaro di complimenti non lo è stato mai), perché in camera sua ci andremo per l'appunto "dopo". Ora vuole la mia bocca in ricordo dei vecchi tempi. E anche la mia ironia è solamente un codice giocoso e a noi noto. Perciò quando gli chiedo "sicuro che ti regge la pompa?" so già come riderà e cosa dirà.

Evidentemente è un po’ sotto pressione, perché ci mette davvero poco ad esplodere. E dopo mi offre da bere con un'ironica oscenità che ha già usato altre volte, e forse non solo con me: "Hai ancora sete?". Gli rispondo che se ha un paio di birre possiamo portarcele a letto. Che poi è un modo soft per dire che, se proprio deve essere una rimpatriata, a sto punto dovrebbe sbattermi come Cristo comanda. Osservo i miei vestiti che giacciono sul pavimento insieme ai suoi pantaloni, alle sue mutande e ai suoi calzini. Quando i suoi coinquilini non erano in casa eravamo soliti spargere un po’ tutto in giro, come ora. La sua felpa invece la faccio volare giù dal letto insieme alla maglietta perché mi va di leccarlo ovunque, ma proprio ovunque. 
Per un po' ho l'impressione che passato e presente si mescolino, facendomi ritrovare almeno un po' di quella spensieratezza che in fondo era la cosa più bella tra di noi. Tra i baci, le risate, una leccata qua e là e qualche parola davvero greve mi ritrovo ad agitarmi sopra di lui, infilzata dal suo arnese. Persino il dito che mi spinge nel culo e che mi fa lanciare il solito urletto è una specie di madeleine proustiana che ci fa sorridere l'una all'altro perché abbiamo riconosciuto un piacere. Il primo a digitarmi là dietro non è stato lui, in realtà, anzi ricordo bene che glielo chiesi io perché avevo scoperto che era una cosa che mi mandava ai matti. Le prime volte diceva che sulla mia faccia si dipingeva la felicità. Poi non me l'ha più detto ma credo che - qualsiasi cosa fosse, felicità o altro - mi si legga sul viso sempre. Però stasera c'è qualcosa di diverso, a cominciare dall'intrusione sin troppo rapace fino al commento, davvero inedito, per quanto io mi ricordi: "Posso sentire il mio cazzo". Se prima guaivo, ora impazzisco dietro all'idea che tra l'alieno che ospito nella vagina e il suo dito non ci sia altro che una sottile parete di carne che non è più mia, è sua. È come se grazie a questo si possa appropriare anche delle mie sensazioni, come ha fatto tante volte. Non saprei spiegarla meglio, forse non c'è proprio bisogno di spiegare, ma ciò che prima era simile a un movimento ondoso diventa un distruttivo tsunami. Per qualche secondo mi contraggo. Anzi, mi serro. Poi vado in frantumi.

Sono andata in frantumi anche sabato scorso con quel decerebrato, e senza che mi mettesse un dito nel culo. Però i suoi schiaffoni sulle chiappe erano più pesanti e le sue parole più sprezzanti. Nulla di nuovo, ve l'ho detto, spesso me la vado a cercare. E devo dire che da quando io e Felix abbiamo smesso di vederci sono diventata abbastanza brava nel trovare ciò che cerco. Non che ci voglia molto, lo stereotipo di quella che fa "finta di avercela d'oro" ma che in realtà non è altro che una troia ninfomane, funziona sempre con questi deficienti. Se poi gli confermi "sì, sì, sono una gran troia" funziona anche meglio, è matematico. Ti sbattono come se non ci fosse un domani. Del resto servono a quello, non è che sono interessata a farci conversazione.

I piedi sul lenzuolo, anche quelli fanno parte della rimpatriata. In questo caso sì, il primo è stato lui, Felix. Tecnicamente eravamo a letto ma, anziché orizzontali, in verticale. Appoggiavo le mani al muro e lui mi prendeva da dietro. E lo faceva così forte che sbatteva tutto: il legno della testiera, la rete sotto il materasso, le nostre carni. Bang-bang e ciac-ciac. E ogni tanto anche quel ciac-ciac più sottile che ricorda il pestello che schiaccia l’acqua nel mortaio. Ma sappiamo che non è un pestello e non è un mortaio, e anche su che tipo di acqua sia si potrebbe discutere. La prima volta avvertii un contrasto quasi animale tra il farlo in piedi, come se fosse un'urgenza assoluta e non rimandabile, e la disponibilità sicuramente più comoda ma ignorata del letto sotto i nostri piedi. Mi eccitò molto. Tuttavia, quando mi sollevò in quel modo mi venne quasi da ridere e gli chiesi "ma che cazzo devi fare?". Adesso mi viene quasi da piangere perché rivivo la stessa l’euforia, ma non riesco a dire nulla se non qualche smozzicato “oh cazzo sì!” che ogni tanto interrompe la mia lagna. Mi hai fulminata per la seconda volta, Felix, adesso vieni tu. Ti prego. Ci tengo, lo sai.

C'è bisogno di parlare? Beh, a lui va di farlo, a me non tanto. Sì, una volta tra una scopata e l'altra lo facevamo. Sex talk pesante, o puro cazzeggio, o anche discorsi più approfonditi, non c'era una regola. Di solito fumavo con le gambe aperte e piegate, guardando dritto davanti a me, aspettando che a lui venisse voglia di ricominciare. Con le dita, con la bocca o direttamente con il cazzo. Eravamo sempre pronti a interrompere i nostri discorsi per ricominciare a perderci l'uno dentro l'altra. Adesso invece, per la prima volta stasera, avverto davvero la distanza tra noi. Potrei anche obiettargli che tutto quello che ci dovevamo dire ce lo siamo detto prima, in quel bar, e non era tantissimo. Ma non mi va di essere così dura e poi metterebbe tristezza anche a me. Oddio, tristezza è esagerato ma un po' di malinconica nostalgia sì. Non so lui, ma io sono cambiata, lo so perfettamente. Se ho voglia di scopare non c'è più bisogno che lo faccia con qualcuno che mi è particolarmente simpatico o con cui parlo bene. E a dirla proprio tutta, ho iniziato a farlo quando io e lui ancora non ci stavamo allontanando. Anzi, certe volte mi mancava, persino. Però mi dicevo "ma se lui si batte quella stronza della sua fidanzata io perché devo restarmene con le mani in mano?". Le prime volte non era semplicissimo, mi sembrava quasi di "tradirlo". Ma in realtà bastava trovare l'additivo giusto.

Stasera invece voglio essere bombata, e basta. Perché... ok sì, perché in fondo mi è sempre piaciuto. Perciò Felix, se proprio vuoi parlare, ascolta queste parole: sono qui per farmi scopare. Non "per scopare", proprio "farmi scopare".  Mostrarmi un po' sottomessa lo ha sempre sovraeccitato. Rispolvero un giochetto che ogni tanto facevamo: glielo tengo in bocca mentre mi illustra gli svariati modi in cui vorrebbe abusare di me. Li conosco, non sono poi super stravaganti.

- Sempre che non dai il culo?
- Lo sai - rispondo.

Anche il decerebrato l’ha chiesto, sabato scorso: “Lo pigli nel culo?”. Sì, figuriamoci. La sua richiesta ha fatto la stessa fine di quella di scoparmi senza preservativo: no way, cabròn. Però per un istante ho quasi desiderato che se lo prendesse di prepotenza, così almeno facevo percorso netto. L'argomento con cui aveva cercato di convincermi - "le troie come te lo pigliano nel culo" -  è alquanto basic e volgare ma ha il potere di mandarmi fuori come un balcone, tant'è che altre volte ho lasciato fare. Con lui no, anche se poi a letto mi sono masturbata immaginando di essere aperta là dietro con violenza (se ogni tanto vi viene il sospetto che sia pazza avete ragione, lo sono).

Con Felix è ovviamente tutto un altro paio di maniche. È difficile dimenticare che la seconda e la terza sodomia della mia vita me le ha riservate lui. È anche difficile rendere il concetto di quanto in entrambi i casi mi sia incazzata. Soprattutto l'ultima volta, che arrivò al termine di una esperienza davvero particolare, intima quasi, e in un momento in cui mi sentivo molto in fiducia. Ho sempre pensato che proprio da allora qualcosa si fosse spezzato tra noi. Ma sarebbe anche più difficile spiegargli perché - nel periodo in cui i nostri incontri si diradavano - un altro mi prese così (e, perdonate il particolare, con un uccello decisamente più grosso del suo) e per la prima volta mi piacque. Da allora qualche volta ho odiato farlo e qualche volta no, ho capito che tra la voglia e il piacere non c’è tutta sta relazione di causa-effetto, ho persino imparato che si può avere un orgasmo in quel modo. Ma a Felix comunque glielo nego, senza tentennamenti. Un po' perché stasera non mi va e un po' per mantenere il punto, come ho sempre fatto di fronte alle sue insistenze. 

Oddio, riconosco che durante tutto il periodo in cui ci siamo frequentati ha insistito molto meno di quanto avrebbe potuto. E soprattutto riconosco che il suo punto di vista non è mai stato "le troie come te lo pigliano nel culo". Anzi, per quanto mentre scopavamo mi piacesse dirgli e sentirmi dire che ero la sua troia, e per quanto lui assecondasse questo mio piacere, al di fuori del letto non mi ha mai considerata una troia.

Ecco fatto, più o meno è tutto qua. A questo punto sarebbe bello scrivere che questa rimpatriata è rimasta una tantum e che il suo epilogo ha avuto un qualcosa di romantico o quasi. Le cose sono andate diversamente, ci sono state altre due occasioni in cui ho ceduto agli inviti di Felix. Onestamente, non saprei nemmeno spiegare cosa mi abbia spinta: noia, curiosità, oppure voglia di farmi una scopata. In ogni caso, nessuna di queste è stata come la prima; e ancora meno come ai bei tempi. In entrambe le occasioni ho sentito che il passato pesava sempre di più e che la distanza tra noi aumentava progressivamente. È stato un po’ amaro, ma forse è così che doveva andare. Tra noi il meglio c'era già stato. E non avete idea di quanto ci siamo divertiti.

scritto il
2026-05-15
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