Una fotografia
di
RunningRiot
genere
etero
È solo una fotografia con una piccola storia alle spalle. A volerle cercare, tutte ne hanno una. Banale e probabilmente più comune di quanto si pensi.
Cammino in una pineta, su un vialetto di pietre piatte e larghe, gli alberi hanno i tronchi piccoli e ben distanziati tra loro. Sullo sfondo si vede il celeste del mare in pieno sole. Borsa di vimini in mano con la roba per la spiaggia, postura eretta. Sandali ai piedi, un berrettino marrone che nasconde in parte i capelli biondi che mi cadono sulle spalle e una camicia da uomo a righe azzurre e bianche, più azzurre che bianche. Classe. Oppure, se volete, una sfacciata aria da Roma Nord che traspare anche di spalle. Ah, dimenticavo: sì, sono di spalle. Chi fosse interessato al mio lato B è destinato a rimanere deluso, è coperto dalla camicia e, comunque, non indosso né un filo interdentale né un tanga, anzi il costume è piuttosto casto. Dal fondo della camicia spuntano, ha commentato qualcuno, due "zeppetti". Le gambe in effetti sono lunghe e magre, di quelle che, a certa gente con il complesso dei tronchi attaccati al bacino, fanno dire "ragazza mia, devi magnà de più". È intuibile che sculetti leggermente. Anzi, è probabile che l'intelligenza artificiale animerebbe la foto proprio così, con un accenno di sculetting e la borsa che ciondola un pochino seguendo l'andatura.
Ma ci sono cose che una foto non può raccontare, perciò lo faccio io. Gli odori, per esempio. Se inspiro a pieni polmoni posso sentire l'odore del mare, un po' meno quello della pineta. Se invece respiro normalmente, posso sentire un altro odore. È costante, persistente, mi accompagna passo dopo passo.
La sera precedente era stata molto molto calda, e umida. E l’evento organizzato dal resort - la presentazione di un tour di un dj mai sentito nominare - non particolarmente brillante. Poca voglia di ballare, anche poca voglia di bere alcol. E poi mi ero stupidamente ingelosita per una troia che aveva lanciato a Luca un paio di occhiate di troppo. Mi ero messa a marcare il territorio in modo eccessivamente esplicito ma, a conti fatti, vincente.
"Indovina se ho voglia?". Doveva averne parecchia anche lui, perché ha rinunciato alle solite battute del cazzo tipo “strano...” oppure “quando è che non ne hai”. L'inevitabile epilogo è stato tornarsene abbastanza presto e abbastanza accaldati al bungalow.
Non voglio raccontare di quei tre-quattro sfizi depravati che ci siamo tolti. Voglio raccontare del momento in cui il sudore appiccicava il suo petto alla mia schiena e le gocce che imperlavano la sua fronte, cadendo, bagnavano il lenzuolo. Voglio raccontare della sua camicia rimasta aperta che mi avvolgeva, una camicia a righe azzurre e bianche, più azzurre che bianche. Non so perché se la fosse tenuta addosso, forse perché aveva fretta di farmi urlare. Era calata sopra di me come una tenda da campeggio, o come le pareti di una sauna. Sia che guardassi a destra, sia che guardassi a sinistra, vedevo solo quell’azzurro e respiravo aria torrida.
Poi quel cesso di condizionatore ha finalmente cominciato a fare il suo dovere, asciugando i nostri corpi. A mano a mano, solo ciò che doveva essere bagnato è rimasto bagnato. La camicia è volata via, abbiamo fatto una doccia, abbiamo ricominciato. Cioè, per la verità abbiamo ricominciato sotto la doccia, o forse non abbiamo mai smesso.
La mattina dopo, la camicia era tornata asciutta, le righe erano tornate azzurre e bianche, erano scomparse quelle vaste zone blu inzuppate di sudore. Era rimasto qualche alone ma sticazzi. E poi l’aveva portata così poco che non era nemmeno spiegazzata. L’ho indossata sopra il costume per andare a fare colazione e poi andare in spiaggia.
Mi piace mettermi addosso le sue cose. Mi piace farmi accompagnare da quel mix che il suo deodorante e il suo odore lasciano sul cotone.
Quella volta, mentre lui era rimasto un po’ indietro per scattare la foto, respiravo a pieni polmoni l’odore del mare, un po' meno quello della pineta. E respiravo anche l’odore della notte precedente. L’odore del suo corpo incollato al mio. L’odore dei sussurri e delle grida, del possesso, delle gocce di sudore e del lenzuolo stretto tra i denti.
Un odore costante e persistente, che mi accompagnava passo dopo passo e che mi entrava nella carne ancora ed ancora.
È vero che ogni foto racconta una storia, ma non può raccontarla tutta. Ogni tanto la guardiamo per ricordarci di farlo noi.
Cammino in una pineta, su un vialetto di pietre piatte e larghe, gli alberi hanno i tronchi piccoli e ben distanziati tra loro. Sullo sfondo si vede il celeste del mare in pieno sole. Borsa di vimini in mano con la roba per la spiaggia, postura eretta. Sandali ai piedi, un berrettino marrone che nasconde in parte i capelli biondi che mi cadono sulle spalle e una camicia da uomo a righe azzurre e bianche, più azzurre che bianche. Classe. Oppure, se volete, una sfacciata aria da Roma Nord che traspare anche di spalle. Ah, dimenticavo: sì, sono di spalle. Chi fosse interessato al mio lato B è destinato a rimanere deluso, è coperto dalla camicia e, comunque, non indosso né un filo interdentale né un tanga, anzi il costume è piuttosto casto. Dal fondo della camicia spuntano, ha commentato qualcuno, due "zeppetti". Le gambe in effetti sono lunghe e magre, di quelle che, a certa gente con il complesso dei tronchi attaccati al bacino, fanno dire "ragazza mia, devi magnà de più". È intuibile che sculetti leggermente. Anzi, è probabile che l'intelligenza artificiale animerebbe la foto proprio così, con un accenno di sculetting e la borsa che ciondola un pochino seguendo l'andatura.
Ma ci sono cose che una foto non può raccontare, perciò lo faccio io. Gli odori, per esempio. Se inspiro a pieni polmoni posso sentire l'odore del mare, un po' meno quello della pineta. Se invece respiro normalmente, posso sentire un altro odore. È costante, persistente, mi accompagna passo dopo passo.
La sera precedente era stata molto molto calda, e umida. E l’evento organizzato dal resort - la presentazione di un tour di un dj mai sentito nominare - non particolarmente brillante. Poca voglia di ballare, anche poca voglia di bere alcol. E poi mi ero stupidamente ingelosita per una troia che aveva lanciato a Luca un paio di occhiate di troppo. Mi ero messa a marcare il territorio in modo eccessivamente esplicito ma, a conti fatti, vincente.
"Indovina se ho voglia?". Doveva averne parecchia anche lui, perché ha rinunciato alle solite battute del cazzo tipo “strano...” oppure “quando è che non ne hai”. L'inevitabile epilogo è stato tornarsene abbastanza presto e abbastanza accaldati al bungalow.
Non voglio raccontare di quei tre-quattro sfizi depravati che ci siamo tolti. Voglio raccontare del momento in cui il sudore appiccicava il suo petto alla mia schiena e le gocce che imperlavano la sua fronte, cadendo, bagnavano il lenzuolo. Voglio raccontare della sua camicia rimasta aperta che mi avvolgeva, una camicia a righe azzurre e bianche, più azzurre che bianche. Non so perché se la fosse tenuta addosso, forse perché aveva fretta di farmi urlare. Era calata sopra di me come una tenda da campeggio, o come le pareti di una sauna. Sia che guardassi a destra, sia che guardassi a sinistra, vedevo solo quell’azzurro e respiravo aria torrida.
Poi quel cesso di condizionatore ha finalmente cominciato a fare il suo dovere, asciugando i nostri corpi. A mano a mano, solo ciò che doveva essere bagnato è rimasto bagnato. La camicia è volata via, abbiamo fatto una doccia, abbiamo ricominciato. Cioè, per la verità abbiamo ricominciato sotto la doccia, o forse non abbiamo mai smesso.
La mattina dopo, la camicia era tornata asciutta, le righe erano tornate azzurre e bianche, erano scomparse quelle vaste zone blu inzuppate di sudore. Era rimasto qualche alone ma sticazzi. E poi l’aveva portata così poco che non era nemmeno spiegazzata. L’ho indossata sopra il costume per andare a fare colazione e poi andare in spiaggia.
Mi piace mettermi addosso le sue cose. Mi piace farmi accompagnare da quel mix che il suo deodorante e il suo odore lasciano sul cotone.
Quella volta, mentre lui era rimasto un po’ indietro per scattare la foto, respiravo a pieni polmoni l’odore del mare, un po' meno quello della pineta. E respiravo anche l’odore della notte precedente. L’odore del suo corpo incollato al mio. L’odore dei sussurri e delle grida, del possesso, delle gocce di sudore e del lenzuolo stretto tra i denti.
Un odore costante e persistente, che mi accompagnava passo dopo passo e che mi entrava nella carne ancora ed ancora.
È vero che ogni foto racconta una storia, ma non può raccontarla tutta. Ogni tanto la guardiamo per ricordarci di farlo noi.
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