Quando si chiude una porta, si apre un portone.

di
genere
etero

Era una sera di luglio, l'aria densa, pesante, quasi appiccicosa. Mi trovavo in un bar, sorseggiando qualcosa di fresco per alleviare il caldo, quando il mio sguardo fu catturato da una ragazza seduta da sola a un tavolino. Doveva avere circa venticinque anni, alta, attraente, con un vestito rosso aderente, così corto da lasciare ben poco all'immaginazione. Non sembrava lì per caso: aspettava qualcuno. Tra le dita stringeva una sigaretta, che maneggiava con un nervosismo evidente.
Ero appoggiato al bancone e la osservavo da un po', studiando ogni suo movimento, ogni gesto. Dopo un po’ di esitazione, decisi di avvicinarmi. Con un tono gentile ma sicuro, mi sedetti accanto a lei senza chiedere permesso.
"Sei qui da sola o aspetti qualcuno?" le chiesi, guardandola dritto negli occhi.
Mi scrutò per un istante, poi un sorriso appena accennato le sfiorò le labbra. "Dipende. Ma di sicuro non sei tu quello che stavo aspettando."
Sorrisi a mia volta, con una punta di scherzo nella voce. "Potrei diventarlo. Potrei essere quello che ti serve in questo momento. A proposito, mi chiamo Marco."
"Daniela," rispose lei, porgendomi la mano con una stretta decisa.
"Dovevi avere un appuntamento importante, vestita così," commentai, lasciando che il mio sguardo scivolasse brevemente sul suo vestito.
"Proprio così. È più di un'ora che aspetto, ma credo che non si farà vedere," rispose con un tono che tradiva delusione. "E tu? Perché ti sei avvicinato?"
"Ti ho vista qui, sola e un po’ persa. Ho pensato che potessi aver bisogno di un po’ di compagnia," dissi, mantenendo un’aria calma ma interessata.
Iniziammo a parlare, e più la conversazione andava avanti, più lei si apriva. Si sfogò, raccontandomi di una relazione tossica con il suo fidanzato. Quel mancato appuntamento era solo l’ennesima conferma di tutto ciò che non funzionava. Il tempo volò, e quando guardai l’orologio era quasi mezzanotte. Il locale stava chiudendo. Le proposi di darle un passaggio a casa con la mia auto, e lei accettò senza troppi ripensamenti.
Durante il tragitto continuammo a parlare della sua vita, alternando momenti di lucidità a confessioni cariche di sconforto. Arrivati sotto il portone del suo palazzo, feci per salutarla, ma lei mi interruppe con voce ferma. "Non ho voglia di restare sola. Sali con me, ti offro qualcosa da bere."
Non esitai ad accettare. Salimmmo le scale fino al suo mini appartamento, un posto che fino a poco tempo prima aveva condiviso con quello che si poteva ormai definire il suo ex fidanzato. Mi invitò a mettermi a mio agio, mentre posava sul tavolo un paio di bicchieri e una bottiglia di liquore.
Riprendemmo il discorso della serata. Mi confidò che aveva cercato a lungo qualcuno con cui parlare davvero, qualcuno che la ascoltasse senza giudicarla.
"E l’hai trovato?" le chiesi, con un mezzo sorriso.
"Sì, credo di sì. Sei tu quel tipo di persona," rispose, guardandomi negli occhi con una sincerità disarmante.
Era già l’una di notte quando decisi che fosse ora di andare. Feci per alzarmi, ma Daniela mi fermò con un gesto rapido. "No, non andare. Resta con me. Non voglio passare questa notte da sola."
Prima che potessi rispondere, si avvicinò e mi baciò sulle labbra. Rimasi sorpreso, ma solo per un istante. Mi baciò di nuovo, questa volta con più passione, e io ricambiai senza esitazione. Ci abbracciammo con un’intensità che sembrava appartenere a due amanti di lunga data. I baci non finivano, la tensione cresceva, e con essa anche il desiderio. Le mie labbra scesero sul suo collo, e sentii il suo respiro farsi più pesante. Lei gradiva ogni mia mossa, anche quando le mie mani scivolarono lungo i suoi fianchi e più giù, sul suo fondoschiena.
Mi sussurrò all’orecchio, con voce carica di intenzione: "Dimmi, stai pensando la stessa cosa che ho in mente io?"
"Anche se ci siamo appena conosciuti, ti desidero," ammisi senza giri di parole.
"Allora basta chiacchiere. Vieni con me nella stanza accanto. Se vuoi giocare, giochiamo sul serio," replicò lei, con un tono che non lasciava spazio a dubbi.
"Spogliati," disse lei, con un tono che non ammetteva repliche. E mentre io lo facevo, lei faceva lo stesso davanti a me. Sotto il vestito indossava un perizoma nero di pizzo e un reggiseno abbinato, che esaltavano ogni curva del suo corpo perfetto.
Non riuscii a resistere. In un istante azzerai la distanza tra noi, afferrandole i fianchi con decisione e tirandola contro di me. La baciai con una fame selvaggia, un bacio così intenso che per poco non perse l’equilibrio. Le mie dita esploravano la sua pelle, scendendo lungo la schiena, mentre lei ricambiava con la stessa urgenza, mordendomi il labbro inferiore fino a strapparmi un gemito.
"Non sei una che si tira indietro, vero?" dissi con voce ferma, spingendola verso il letto. Cadde all’indietro con un piccolo affanno, e io mi inginocchiai sopra di lei, bloccandole i polsi con una mano. Con l’altra, le sfilai il perizoma in un gesto rapido, senza preoccuparmi di essere delicato.
"Sei sicura di voler continuare?" le chiesi, guardandola dritto negli occhi.
"Non parlare," rispose ansimando. "Fai quello che devi fare."
Non serviva altro. Le mie mani e la mia bocca presero il controllo, esplorando ogni centimetro del suo corpo con un desiderio implacabile. Daniela si abbandonò completamente, il suo corpo rispondeva a ogni mio tocco, i suoi gemiti si mescolavano al mio respiro pesante, riempiendo la stanza di un’energia cruda e incontrollabile.
"Dimmi che lo vuoi," le ordinai con voce bassa, il mio corpo premuto contro il suo, il calore della sua pelle che mi faceva impazzire.
"Lo voglio," rispose senza esitazione, le unghie che mi graffiavano la schiena.
Le sue gambe si spalancarono, un invito che non potevo rifiutare. Quando entrai in lei, il suo sussulto fu come una scarica elettrica che ci attraversò entrambi. I miei affondi erano profondi, decisi, come se volessi cancellare ogni pensiero dalla sua mente e dalla mia.
"Non fermarti. Continua così," ripeteva, la voce spezzata dal piacere, le mani aggrappate alle lenzuola.
Con un movimento rapido, la feci girare, posizionandola a carponi sul letto. Le sue curve in quella posizione erano uno spettacolo irresistibile. Mi misi dietro di lei, afferrandole i fianchi con forza. Ogni spinta era più intensa, più dominante, mentre i suoi gemiti si trasformavano in grida soffocate contro il cuscino. Le mie mani scivolarono lungo la sua schiena, stringendo i suoi capelli con una presa leggera ma ferma, tirando appena per farle inarcare il collo.
"Ti piace così, vero?" le chiesi, con un tono carico di desiderio.
"Sì... non smettere," rispose, la voce tremante, il corpo che si muoveva contro il mio in sincronia perfetta.
Dopo un po’, la girai di nuovo, questa volta mettendola sopra di me. Si sedette a cavalcioni, prendendo il controllo. Le sue mani premevano sul mio petto mentre si muoveva con una lentezza calcolata, poi sempre più veloce, dettando il ritmo. I suoi occhi erano chiusi, la testa leggermente inclinata all’indietro, persa nel piacere. Io la guardavo, incantato, le mani sui suoi fianchi per guidarla, sentendo ogni suo movimento amplificare il calore tra noi.
"Vieni più vicino," le dissi, tirandola verso di me per baciarla mentre continuava a muoversi. Il contatto delle nostre labbra, unito al ritmo dei nostri corpi, era quasi insostenibile.
Infine, lei si sdraiò sui fianchi e io mi inginocchiai, con la sua gamba appoggiata sulla mia spalla, tenendola stretta tra le braccia. Gli affondi erano perfetti, spingevo forte, sempre più profondo, come se volessi fondermi con lei. Un’ondata di contrazioni ci travolse entrambi, lasciandoci tremanti e senza fiato.
Quella notte non ci furono limiti. Ogni gesto, ogni parola, fu sufficiente a farle dimenticare una storia ormai finita, mentre un’altra sembrava pronta a iniziare. Giacemmo esausti sul letto, il silenzio rotto solo dai nostri respiri irregolari, i corpi ancora vicini, intrecciati.
scritto il
2026-05-15
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