Virtuali fraintendimenti
di
Prozac1999
genere
etero
Ha diciotto anni meno di me; io quarantacinque, lui ventisette.
Già questo è innaturale, anche se oggi molte donne di successo cercano i cosiddetti toy boys.
Ma io non sono una donna di successo, non sono bella e se devo dirlo non cerco un toy boy.
Eppure l’ho invitato a Roma a passare un week end da me, e ancora non capisco perché l’ho fatto.
Non ha visto la mia foto né io la sua, abbiamo solo chattato di molte cose, spesso vacue e frivole, senza mai farci la richiesta che spesso spegne ogni ardore.
Però di me sa molto, e io di lui, e quel profumo di attrazione è corso sul filo fin dal primo momento, e ce lo siamo confessati.
Ma io continuo ad avere diciotto anni in più, e in fondo al binario 13 di Roma Termini alle otto di sera, mi sto chiedendo chi stia aspettando, con le gambe che mi tremano pur non essendo freddo.
“Mi riconoscerai”, mi ha detto ieri sera nell’ultimo messaggio.
Lo sfiato della motrice che si arresta e delle porte che si aprono mi fa allungare il capo fino all’ultima carrozza; scendono in molti, frettolosi, spintonandosi sul binario affollato e reso scivoloso dalla pioggia a vento del pomeriggio.
Ma se non lo riconosco io, come farà lui a capire chi sono?
Mi guardo, ho gli stivali da cavallerizza con le punte arrotondate e consunte, fuori moda da almeno cinque anni.
Una gonna di velluto verde su leggins neri e un giubbino a coste color corda. Mi sento più una sbandieratrice del palio di Siena che una donna in attesa del suo toy boy e mi faccio schifo da sola per come mi sono vestita.
Annaspo cercando qualcosa di attraente nel mio look, rastrellando con la mano il fondo della borsa incerta se ravvivarmi il rossetto, quando sento qualcuno che mi tamburella sulla spalla.
“Buonasera Eleonora, stavi aspettando qualcuno?” la voce mi avvolge come un mantello, grave e decisa, l’accento siciliano risuona come un tocco di campana nella notte.
“Salvo! Ma da dove spunti?” mi giro e lo guardo, nel suo metro e ottantacinque di ragazzo.
“Non ti ho proprio visto arrivare, da dove sei passato?”
Ha due spalle da giocatore di rugby, il giubbotto pesante non puo’ nascondere un fisico allenato e muscoloso, con i jeans consumati ad arte che gli scoppiano sotto la forza dei quadricipiti.
“Sciocca, stavi guardando il treno sbagliato, il mio binario era il 12” ride forte e mi abbraccia, dopo aver analizzato il mio metro e sessanta scarso di fisico un po’ imbolsito.
“Beh ok ok, mi stai già dando della vecchia rincoglionita, come al solito! Che facciamo? Vuoi mangiare qualcosa qua o andiamo a casa? Che hai voglia di fare?”
Lui allarga le braccia ridendo: “Mangiare? Ma se in chat ci siamo detti mille volte che avremmo avuto voglia soltanto di fare una cosa, hai forse cambiato idea? Non dirmi che ho fatto il viaggio a vuoto!”
Sta scherzando, ma forse neppure troppo. Molte delle nostre chiacchierate notturne terminavano con la dichiarazione reciproca che ci saremmo perduti in folli acrobazie di sesso appena incontrati.
Ma mi era sempre sembrato un suo modo scherzoso di tenere un tono leggero, e io non volevo affatto che le cose tra noi si appesantissero.
Lo osservo e mi chiedo quanta voglia abbia di scopare con lui: infinita, è l’unica risposta che mi viene a mente, ma è una risposta da donna frivola, e non vorrei esserlo.
Durante il viaggio in metro ci dilunghiamo sul viaggio di lui, sul meteo, sullo sbarco degli alieni e su quanto di più assurdo possa esserci; solo un modo per non pensare davvero a quanto sia ridicolo quell’incontro.
Ha i capelli e gli occhi nerissimi, le labbra piene e gli zigomi prominenti.
Ha due mani grandi come badili ma le muove con leggerezza e savoir faire.
Non ho mai ambito a un uomo palestrato, mi sembravano bambolotti gonfiati e senza cervello, ma la mia certezza vacilla e inizio a pensare che fosse un bias difensivo: “Come era la storiella della volpe e l’uva?”, mi chiedo.
Sospingo la porta del mio bilocale di 52metri quadri e mi chiedo in quale guaio mi stia cacciando, anche far entrare uno sconosciuto in casa non è tra le prime cose che insegnano ai corsi di autodifesa per donne sole.
“Benvenuto nel mio piccolo grande regno!” dico a voce troppo alta cercando di sfuggire all’imbarazzo.
“Puoi poggiare il trolley in camera e farti una bella doccia, ti ho preparato un morbidissimo accappatoio”.
“Puzzo davvero cosi’ tanto?” risponde sorridendo e poggiando il bagaglio dove gli ho indicato, aprendolo e armeggiando per tirar fuori qualcosa.
“No, no, scusami, non intendevo questo. Ma il viaggio è stato lungo”.
“Ok, ti perdono, ma la doccia la facciamo assieme…” mi dice in un orecchio iniziando a togliersi le scarpe e la felpa nel corridoio.
“Ehi, quanto corri ragazzo…” dico mordendomi il labbro.
“Ma davvero, cosa mi aspettavo? E soprattutto, non è esattamente cio’ che voglio?”.
Ma non posso regalargliela cosi’ a costo zero, sono io la donna matura in fondo.
Ma lui serafico continua a spogliarsi in corridoio, rimanendo con i soli boxer aderenti indosso.
Gli occhi scendono dal suo sorriso un po’ infantile sui suoi pettorali lucidi, per poi cadere sulle addominali scolpite e ancora più giù, dove il gonfiore del suo pacco è tale da farmi avere un sussulto.
Ride, se ne è di sicuro accorto.
“Se tra 5 secondi non hai iniziato a spogliarti mi rivesto e vado via…”. Il tono stavolta è meno scherzoso: sta già mettendo in chiaro che si fa quel che vuole lui, come un bambino bizzoso, ma molto convincente.
Mi aiuta a togliermi la giacca e togliermi dal blocco in cui sono caduta; senza rendermene conto in un attimo sono in slip e reggiseno, orrendamente color carne e adatti a una zia 70enne.
Sento l’acqua che inizia a scrosciare e ci finisco sotto, nuda e intontita. E’ tutto così veloce e ho perso il controllo della situazione e dei miei pensieri.
Riesco solo a vedere lui che si toglie i boxer ed entra sotto il doccione: ho avuto uomini ben dotati, ma nessuno con il suo fisico e la sua presenza imponente, anche tra le gambe.
Afferra un bagnoschiuma e ne svuota un bel po’ sulla mia spugna preferita, iniziando subito a insaponarmi in una nube di cocco e patchouli.
Non riesco a parlare, ma non saprei cosa dire e non mi pare che abbia voglia di parlare; mi lascio insaponare, mi fa girare piu’ volte, massaggiandomi i seni e i glutei.
Le sue mani enormi mi coprono come un lenzuolo, fino a quando all’improvviso si piega appena per afferrarmi le natiche, e mi solleva appoggiandomi al muro come se avesse sollevato un cestino di mele.
Affonda la bocca sui miei seni e me li morde, raggiungendo i capezzoli e saggiandone la durezza, passando poi a baciarmi il collo e le orecchie, serrandomi le labbra sulle sue e lasciandomi senza fiato.
“Sei meravigliosa” sento dire mentre lo scroscio dell’acqua calda mi investe e mi frastorna.
Mi sorregge con una coscia, giusto il tempo di liberarsi una mano per posizionare il suo fallo tra le mie gambe, per poi tornare a stringermi le natiche con ambedue le mani.
Sento il mio respiro che si accorcia, ma rimango del tutto senza fiato quando lui mi lascia cadere verso il basso, lasciandomi impalare.
Mi sento profanare fino all’intestino, dilaniata da un bastone largo e nodoso che sembra non finire mai; ho appena il tempo di prendere fiato e mi spinge verso l’alto per poi lasciarmi ricadere, ma stavolta spingendomi con le cosce verso il muro.
Nella mia mente mi esce un urlo di dolore strozzato, ma le mie orecchie sentono invece un gemito ansante di piacere, che inizia a ripetersi ogni volta che spinge il suo cazzo dentro di me.
Non so quanto va avanti, incessante e profondo come mai ero stata presa prima d’ora.
Lo sento battere sulla parete uterina, e l’orgasmo che ho sempre sentito narrare come il più esplosivo che possa esserci mi assale bloccandomi il respiro.
“Dio vengo, Dio vengo” dico in preda a uno spasmo, ma lui mi mette una mano sulla bocca e mi fa scendere con i piedi sul piatto doccia.
Non ho tempo di capire cosa stia accadendo che mi volta di spalle e mi piega in avanti, bloccandomi le mani sulla parete.
Sento le gambe che si divaricano e un attimo dopo è di nuovo dentro di me, martellandomi il punto G e stringendomi i seni con le sue enormi mani.
Il mio corpo inizia ad adattarsi alle sue dimensioni benevole, ma quel che mi frastorna è il ritmo sempre diverso con cui mi penetra, prima veloce togliendomi il respiro, poi piano facendolo battere sul punto G per poi inabissarsi nel profondo, mentre il mio clitoride è continuamente stimolato e inizia a inviare impulsi impazziti al mio cervello.
Non reggo oltre, decine di spasmi ravvicinati mi scuotono come un giunco nell’orgasmo più fragoroso della mia vita, dalla mia bocca escono grida sguaiate e non me ne curo, voglio solo godermi la tempesta che sferza la mia astinenza troppo monacale.
Accompagna il mio piacere con un’andatura moderata, stringendomi sui fianchi e tirandomi a sé; si ferma quando le mie grida si placano e ammetto di aver perso il controllo se lui sia venuto o meno.
Sento il suo cazzo che esce lentamente, ma ancora duro come una mazza da baseball.
Poi lo vedo armeggiare nel cestino appeso al muro che contiene tutti i miei segreti di bellezza; guarda i flaconi leggendo e scartandoli uno dopo l’altro, sino a soffermarsi sulla crema idratante.
Faccio per rialzarmi, ancora stordita, ma lui mi blocca deciso: “Dove vai piccola?” spingendomi di nuovo in avanti.
Mi sento svuotare tra le natiche un fiotto di crema idratante, con le sue mani che massaggiano con calma e le dita che iniziano a ronzare attorno al mio ano, penetrandolo appena con quello che mi sembra essere il suo indice.
Poi mi punta sul buchetto la punta della sua cappella, e ho un brivido di terrore.
“Ti prego no, Salvo no…” dico ansimante.
“Perché no?” dice lui come fosse la cosa più normale del mondo.
So che potrei ribellarmi, girarmi e prenderlo a schiaffi. Non mi violenterebbe, ne sono certa.
Ma in fondo ho appena avuto l’orgasmo più potente che abbia mai avuto, nessuna mi aveva mai presa con questa maestria, e sono indecisa.
Davvero voglio rovinare tutto ribellandomi?
Ma so anche che il suo cazzo è troppo per un rapporto anale; non sono vergine, ma l’ultimo con cui l’ho fatto ce l’aveva la metà del suo, ed erano comunque sette anni orsono.
Con una mano mi allarga le natiche, mentre con l’altra si tiene l’asta per spingere delicatamente dentro.
Mi sento divaricare l’anima, la crema prova a indorare una pillola amarissima con scarsi risultati, sebbene lui abbia la dolcezza di aggiungerne altra.
Non so quanto sia dentro di me, spero già molto; mi afferra di nuovo per i fianchi con ambedue le mani e inizia a spingere.
“La cappella è entrata” dice soddisfatto: “visto che non c’era nulla da temere? Sei splendida”
La cappella! Grido rimanendo muta serrando le labbra.
La sua sola cappella mi fa vedere tutti i santi del paradiso, ma mi porta subito al piano superiore del dolore quando l’asta penetra inesorabile in profondità.
Dopo un tempo indefinibile sento che lo tira fuori, ma solo per ungere di nuovo il bastone con nuova crema.
Poco dopo è di nuovo dentro, ancora piu’ profondo, lo sento nelle viscere e soprattutto sento che mi sta squartando come una gallina farcita dal macellaio.
“Salvo mi stai sfondando, ti prego…” piagnucolo.
“Prima non mi pareva non ti piacesse pero’” replica con un tono sadico. “E’ sempre lui, l’amichetto che ti ha fatto gridare di gioia”.
L’acqua della doccia mi batte sulla schiena, tiepida e piacevole, ma sotto sto scoppiando dal dolore.
“Salvo posso farti godere anche io, ti prego…”
La risposta è uno schiaffo sulla natica che mi toglie il fiato, seguito subito da altri due.
Inizia a muoversi dentro di me, avanti e indietro, con calma, soffermandosi solo per versare altra inutile crema.
Non so dire quanto duri, ma pian piano inizio a abituarmici, inizio a assecondare i suoi movimenti e per la prima volta sento i suoi grugniti di cinghiale maschio in calore.
Dopo le ultime due sculacciate che mi fanno sobbalzare si ferma, e i un colpo secco lo toglie da dentro lasciandomi un vuoto che non riesco a gestire.
Sento un peto prepotente che deflagra nell’aria e trattengo a stento l’istinto a defecare.
Lo sento ridere e mi sento un po’ oggetto di semplice piacere, ma non sono ipocrita, poco fa ho goduto come una scimmia bonobo e ora non posso fare la santarellina.
Mi afferra e mi volta, mettendomi una mano sulla testa mi fa inginocchiare, mentre con l’altra ferma lo scrosciare dell’acqua: ma la mia doccia non è finita, penso.
Solo ora riesco a vedere le sue dimensioni, il suo fallo è dritto e svettante davanti a me; lo afferro e lo porto alla bocca, avvolgendole con le mie labbra.
Reprimo un conato di vomito quando mi invade l’odore del mio sfintere misto a crema idratante, e inizio a succhiarlo.
“Bravissima” sento dire. “Dai che sto per venire”.
Sarebbe potuto venirmi nell’ano, mi dico, risparmiandomi quell’ultima fatica, ma voglio gustarmi tutto il suo godere, perché adesso lo sento ansimare e irrigidire e sta a me restituirgli il favore che mi ha fatto poco fa.
Con mia sorpresa lo sfila dalle mia labbra avide un attimo prima di schizzare il suo sperma candido, i fiotti si susseguono e mi colpiscono le labbra, il naso e le labbra, in un flusso che pare non finire mai.
Apro la bocca succhiandone qualche goccia, amarissimo e caldo.
Mi concede lo spettacolo di vedere il suo campanile che si piega verso il basso, privato della forza propulsiva del sangue pompato a pressione nei suoi corpi cavernosi.
E tutto ha termine.
Esco dal bagno in accappatoio dopo essermi asciugata i capelli, euforica e indolenzita, con l’adrenalina dell’orgasmo in circolo ma la certezza che non potrò sedermi per giorni.
Ma la casa è vuota; non ho sentito aprire la porta, ma sul tavolo di cucina leggo due righe su un foglio: “Sei stata divina”.
Sono stordita, non capisco il senso.
A fianco al foglio vedo il mio telefono con una notifica whatsapp. Il messaggio è della mattina, dovevo essermelo completamente perso.
“Sono mortificato Eleonora, ma non potremo vederci. Ho preso un bruttissimo virus e sono steso a letto, spero ci possa essere una prossima volta. Bacione, Salvo”.
Lascio cadere il telefono a terra, un attimo prima di svenire.
Già questo è innaturale, anche se oggi molte donne di successo cercano i cosiddetti toy boys.
Ma io non sono una donna di successo, non sono bella e se devo dirlo non cerco un toy boy.
Eppure l’ho invitato a Roma a passare un week end da me, e ancora non capisco perché l’ho fatto.
Non ha visto la mia foto né io la sua, abbiamo solo chattato di molte cose, spesso vacue e frivole, senza mai farci la richiesta che spesso spegne ogni ardore.
Però di me sa molto, e io di lui, e quel profumo di attrazione è corso sul filo fin dal primo momento, e ce lo siamo confessati.
Ma io continuo ad avere diciotto anni in più, e in fondo al binario 13 di Roma Termini alle otto di sera, mi sto chiedendo chi stia aspettando, con le gambe che mi tremano pur non essendo freddo.
“Mi riconoscerai”, mi ha detto ieri sera nell’ultimo messaggio.
Lo sfiato della motrice che si arresta e delle porte che si aprono mi fa allungare il capo fino all’ultima carrozza; scendono in molti, frettolosi, spintonandosi sul binario affollato e reso scivoloso dalla pioggia a vento del pomeriggio.
Ma se non lo riconosco io, come farà lui a capire chi sono?
Mi guardo, ho gli stivali da cavallerizza con le punte arrotondate e consunte, fuori moda da almeno cinque anni.
Una gonna di velluto verde su leggins neri e un giubbino a coste color corda. Mi sento più una sbandieratrice del palio di Siena che una donna in attesa del suo toy boy e mi faccio schifo da sola per come mi sono vestita.
Annaspo cercando qualcosa di attraente nel mio look, rastrellando con la mano il fondo della borsa incerta se ravvivarmi il rossetto, quando sento qualcuno che mi tamburella sulla spalla.
“Buonasera Eleonora, stavi aspettando qualcuno?” la voce mi avvolge come un mantello, grave e decisa, l’accento siciliano risuona come un tocco di campana nella notte.
“Salvo! Ma da dove spunti?” mi giro e lo guardo, nel suo metro e ottantacinque di ragazzo.
“Non ti ho proprio visto arrivare, da dove sei passato?”
Ha due spalle da giocatore di rugby, il giubbotto pesante non puo’ nascondere un fisico allenato e muscoloso, con i jeans consumati ad arte che gli scoppiano sotto la forza dei quadricipiti.
“Sciocca, stavi guardando il treno sbagliato, il mio binario era il 12” ride forte e mi abbraccia, dopo aver analizzato il mio metro e sessanta scarso di fisico un po’ imbolsito.
“Beh ok ok, mi stai già dando della vecchia rincoglionita, come al solito! Che facciamo? Vuoi mangiare qualcosa qua o andiamo a casa? Che hai voglia di fare?”
Lui allarga le braccia ridendo: “Mangiare? Ma se in chat ci siamo detti mille volte che avremmo avuto voglia soltanto di fare una cosa, hai forse cambiato idea? Non dirmi che ho fatto il viaggio a vuoto!”
Sta scherzando, ma forse neppure troppo. Molte delle nostre chiacchierate notturne terminavano con la dichiarazione reciproca che ci saremmo perduti in folli acrobazie di sesso appena incontrati.
Ma mi era sempre sembrato un suo modo scherzoso di tenere un tono leggero, e io non volevo affatto che le cose tra noi si appesantissero.
Lo osservo e mi chiedo quanta voglia abbia di scopare con lui: infinita, è l’unica risposta che mi viene a mente, ma è una risposta da donna frivola, e non vorrei esserlo.
Durante il viaggio in metro ci dilunghiamo sul viaggio di lui, sul meteo, sullo sbarco degli alieni e su quanto di più assurdo possa esserci; solo un modo per non pensare davvero a quanto sia ridicolo quell’incontro.
Ha i capelli e gli occhi nerissimi, le labbra piene e gli zigomi prominenti.
Ha due mani grandi come badili ma le muove con leggerezza e savoir faire.
Non ho mai ambito a un uomo palestrato, mi sembravano bambolotti gonfiati e senza cervello, ma la mia certezza vacilla e inizio a pensare che fosse un bias difensivo: “Come era la storiella della volpe e l’uva?”, mi chiedo.
Sospingo la porta del mio bilocale di 52metri quadri e mi chiedo in quale guaio mi stia cacciando, anche far entrare uno sconosciuto in casa non è tra le prime cose che insegnano ai corsi di autodifesa per donne sole.
“Benvenuto nel mio piccolo grande regno!” dico a voce troppo alta cercando di sfuggire all’imbarazzo.
“Puoi poggiare il trolley in camera e farti una bella doccia, ti ho preparato un morbidissimo accappatoio”.
“Puzzo davvero cosi’ tanto?” risponde sorridendo e poggiando il bagaglio dove gli ho indicato, aprendolo e armeggiando per tirar fuori qualcosa.
“No, no, scusami, non intendevo questo. Ma il viaggio è stato lungo”.
“Ok, ti perdono, ma la doccia la facciamo assieme…” mi dice in un orecchio iniziando a togliersi le scarpe e la felpa nel corridoio.
“Ehi, quanto corri ragazzo…” dico mordendomi il labbro.
“Ma davvero, cosa mi aspettavo? E soprattutto, non è esattamente cio’ che voglio?”.
Ma non posso regalargliela cosi’ a costo zero, sono io la donna matura in fondo.
Ma lui serafico continua a spogliarsi in corridoio, rimanendo con i soli boxer aderenti indosso.
Gli occhi scendono dal suo sorriso un po’ infantile sui suoi pettorali lucidi, per poi cadere sulle addominali scolpite e ancora più giù, dove il gonfiore del suo pacco è tale da farmi avere un sussulto.
Ride, se ne è di sicuro accorto.
“Se tra 5 secondi non hai iniziato a spogliarti mi rivesto e vado via…”. Il tono stavolta è meno scherzoso: sta già mettendo in chiaro che si fa quel che vuole lui, come un bambino bizzoso, ma molto convincente.
Mi aiuta a togliermi la giacca e togliermi dal blocco in cui sono caduta; senza rendermene conto in un attimo sono in slip e reggiseno, orrendamente color carne e adatti a una zia 70enne.
Sento l’acqua che inizia a scrosciare e ci finisco sotto, nuda e intontita. E’ tutto così veloce e ho perso il controllo della situazione e dei miei pensieri.
Riesco solo a vedere lui che si toglie i boxer ed entra sotto il doccione: ho avuto uomini ben dotati, ma nessuno con il suo fisico e la sua presenza imponente, anche tra le gambe.
Afferra un bagnoschiuma e ne svuota un bel po’ sulla mia spugna preferita, iniziando subito a insaponarmi in una nube di cocco e patchouli.
Non riesco a parlare, ma non saprei cosa dire e non mi pare che abbia voglia di parlare; mi lascio insaponare, mi fa girare piu’ volte, massaggiandomi i seni e i glutei.
Le sue mani enormi mi coprono come un lenzuolo, fino a quando all’improvviso si piega appena per afferrarmi le natiche, e mi solleva appoggiandomi al muro come se avesse sollevato un cestino di mele.
Affonda la bocca sui miei seni e me li morde, raggiungendo i capezzoli e saggiandone la durezza, passando poi a baciarmi il collo e le orecchie, serrandomi le labbra sulle sue e lasciandomi senza fiato.
“Sei meravigliosa” sento dire mentre lo scroscio dell’acqua calda mi investe e mi frastorna.
Mi sorregge con una coscia, giusto il tempo di liberarsi una mano per posizionare il suo fallo tra le mie gambe, per poi tornare a stringermi le natiche con ambedue le mani.
Sento il mio respiro che si accorcia, ma rimango del tutto senza fiato quando lui mi lascia cadere verso il basso, lasciandomi impalare.
Mi sento profanare fino all’intestino, dilaniata da un bastone largo e nodoso che sembra non finire mai; ho appena il tempo di prendere fiato e mi spinge verso l’alto per poi lasciarmi ricadere, ma stavolta spingendomi con le cosce verso il muro.
Nella mia mente mi esce un urlo di dolore strozzato, ma le mie orecchie sentono invece un gemito ansante di piacere, che inizia a ripetersi ogni volta che spinge il suo cazzo dentro di me.
Non so quanto va avanti, incessante e profondo come mai ero stata presa prima d’ora.
Lo sento battere sulla parete uterina, e l’orgasmo che ho sempre sentito narrare come il più esplosivo che possa esserci mi assale bloccandomi il respiro.
“Dio vengo, Dio vengo” dico in preda a uno spasmo, ma lui mi mette una mano sulla bocca e mi fa scendere con i piedi sul piatto doccia.
Non ho tempo di capire cosa stia accadendo che mi volta di spalle e mi piega in avanti, bloccandomi le mani sulla parete.
Sento le gambe che si divaricano e un attimo dopo è di nuovo dentro di me, martellandomi il punto G e stringendomi i seni con le sue enormi mani.
Il mio corpo inizia ad adattarsi alle sue dimensioni benevole, ma quel che mi frastorna è il ritmo sempre diverso con cui mi penetra, prima veloce togliendomi il respiro, poi piano facendolo battere sul punto G per poi inabissarsi nel profondo, mentre il mio clitoride è continuamente stimolato e inizia a inviare impulsi impazziti al mio cervello.
Non reggo oltre, decine di spasmi ravvicinati mi scuotono come un giunco nell’orgasmo più fragoroso della mia vita, dalla mia bocca escono grida sguaiate e non me ne curo, voglio solo godermi la tempesta che sferza la mia astinenza troppo monacale.
Accompagna il mio piacere con un’andatura moderata, stringendomi sui fianchi e tirandomi a sé; si ferma quando le mie grida si placano e ammetto di aver perso il controllo se lui sia venuto o meno.
Sento il suo cazzo che esce lentamente, ma ancora duro come una mazza da baseball.
Poi lo vedo armeggiare nel cestino appeso al muro che contiene tutti i miei segreti di bellezza; guarda i flaconi leggendo e scartandoli uno dopo l’altro, sino a soffermarsi sulla crema idratante.
Faccio per rialzarmi, ancora stordita, ma lui mi blocca deciso: “Dove vai piccola?” spingendomi di nuovo in avanti.
Mi sento svuotare tra le natiche un fiotto di crema idratante, con le sue mani che massaggiano con calma e le dita che iniziano a ronzare attorno al mio ano, penetrandolo appena con quello che mi sembra essere il suo indice.
Poi mi punta sul buchetto la punta della sua cappella, e ho un brivido di terrore.
“Ti prego no, Salvo no…” dico ansimante.
“Perché no?” dice lui come fosse la cosa più normale del mondo.
So che potrei ribellarmi, girarmi e prenderlo a schiaffi. Non mi violenterebbe, ne sono certa.
Ma in fondo ho appena avuto l’orgasmo più potente che abbia mai avuto, nessuna mi aveva mai presa con questa maestria, e sono indecisa.
Davvero voglio rovinare tutto ribellandomi?
Ma so anche che il suo cazzo è troppo per un rapporto anale; non sono vergine, ma l’ultimo con cui l’ho fatto ce l’aveva la metà del suo, ed erano comunque sette anni orsono.
Con una mano mi allarga le natiche, mentre con l’altra si tiene l’asta per spingere delicatamente dentro.
Mi sento divaricare l’anima, la crema prova a indorare una pillola amarissima con scarsi risultati, sebbene lui abbia la dolcezza di aggiungerne altra.
Non so quanto sia dentro di me, spero già molto; mi afferra di nuovo per i fianchi con ambedue le mani e inizia a spingere.
“La cappella è entrata” dice soddisfatto: “visto che non c’era nulla da temere? Sei splendida”
La cappella! Grido rimanendo muta serrando le labbra.
La sua sola cappella mi fa vedere tutti i santi del paradiso, ma mi porta subito al piano superiore del dolore quando l’asta penetra inesorabile in profondità.
Dopo un tempo indefinibile sento che lo tira fuori, ma solo per ungere di nuovo il bastone con nuova crema.
Poco dopo è di nuovo dentro, ancora piu’ profondo, lo sento nelle viscere e soprattutto sento che mi sta squartando come una gallina farcita dal macellaio.
“Salvo mi stai sfondando, ti prego…” piagnucolo.
“Prima non mi pareva non ti piacesse pero’” replica con un tono sadico. “E’ sempre lui, l’amichetto che ti ha fatto gridare di gioia”.
L’acqua della doccia mi batte sulla schiena, tiepida e piacevole, ma sotto sto scoppiando dal dolore.
“Salvo posso farti godere anche io, ti prego…”
La risposta è uno schiaffo sulla natica che mi toglie il fiato, seguito subito da altri due.
Inizia a muoversi dentro di me, avanti e indietro, con calma, soffermandosi solo per versare altra inutile crema.
Non so dire quanto duri, ma pian piano inizio a abituarmici, inizio a assecondare i suoi movimenti e per la prima volta sento i suoi grugniti di cinghiale maschio in calore.
Dopo le ultime due sculacciate che mi fanno sobbalzare si ferma, e i un colpo secco lo toglie da dentro lasciandomi un vuoto che non riesco a gestire.
Sento un peto prepotente che deflagra nell’aria e trattengo a stento l’istinto a defecare.
Lo sento ridere e mi sento un po’ oggetto di semplice piacere, ma non sono ipocrita, poco fa ho goduto come una scimmia bonobo e ora non posso fare la santarellina.
Mi afferra e mi volta, mettendomi una mano sulla testa mi fa inginocchiare, mentre con l’altra ferma lo scrosciare dell’acqua: ma la mia doccia non è finita, penso.
Solo ora riesco a vedere le sue dimensioni, il suo fallo è dritto e svettante davanti a me; lo afferro e lo porto alla bocca, avvolgendole con le mie labbra.
Reprimo un conato di vomito quando mi invade l’odore del mio sfintere misto a crema idratante, e inizio a succhiarlo.
“Bravissima” sento dire. “Dai che sto per venire”.
Sarebbe potuto venirmi nell’ano, mi dico, risparmiandomi quell’ultima fatica, ma voglio gustarmi tutto il suo godere, perché adesso lo sento ansimare e irrigidire e sta a me restituirgli il favore che mi ha fatto poco fa.
Con mia sorpresa lo sfila dalle mia labbra avide un attimo prima di schizzare il suo sperma candido, i fiotti si susseguono e mi colpiscono le labbra, il naso e le labbra, in un flusso che pare non finire mai.
Apro la bocca succhiandone qualche goccia, amarissimo e caldo.
Mi concede lo spettacolo di vedere il suo campanile che si piega verso il basso, privato della forza propulsiva del sangue pompato a pressione nei suoi corpi cavernosi.
E tutto ha termine.
Esco dal bagno in accappatoio dopo essermi asciugata i capelli, euforica e indolenzita, con l’adrenalina dell’orgasmo in circolo ma la certezza che non potrò sedermi per giorni.
Ma la casa è vuota; non ho sentito aprire la porta, ma sul tavolo di cucina leggo due righe su un foglio: “Sei stata divina”.
Sono stordita, non capisco il senso.
A fianco al foglio vedo il mio telefono con una notifica whatsapp. Il messaggio è della mattina, dovevo essermelo completamente perso.
“Sono mortificato Eleonora, ma non potremo vederci. Ho preso un bruttissimo virus e sono steso a letto, spero ci possa essere una prossima volta. Bacione, Salvo”.
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