Il tempo di un caffè

di
genere
etero

Erano le undici del mattino quando iniziai a sentire la musica provenire dall’appartamento accanto al mio.
Poi iniziarono le voci di parecchie persone, le risate e i canti.
I miei vicini erano una famiglia per lo più tranquilla e per la maggior parte del tempo quasi non sembra che ci viva qualcuno in quella casa.
Però capitavano giorni come quello che invece si fanno sentire e come.
Quando avevano da festeggiare qualche ricorrenza non si trattenevano e da quello che potevo sentire sapevano come divertirsi.
Visto che non capita spesso e che di solito succede in giorni festivi, non me la sentivo di lamentarmi lamentare e mi limitavo a chiudere le porte delle stanze adiacenti a casa loro, per attutire i suoni e a farmi gli affari miei.
Avevo da poco pranzato quando suonarono alla porta.
Aperta la porta mi trovai davanti una ragazza sui vent’anni, sorridente e dal viso un po’ arrossato.
“Salve, sono Giada, vivo qui con i miei genitori.” lo disse indicando la porta alle sue spalle da cui arrivava la voce di diverse persone intente a cantare.
“Piacere” sapevo chi era, avendola incrociata un paio di volte mentre era insieme ai suoi genitori.
“Scusi se la disturbo, ma avrebbe del caffè da prestarci?”
“Si certo. Prego entri pure.” lasciai la porta aperta e andai in cucina per prendere una confezione di caffè.
Nel frattempo lei era entrata e mi venne dietro.
“Qualcuno ha un po’ esagerato con il bere e abbiamo pensato di aiutarlo a riprendersi con il caffè, ma non ne abbiamo in casa.”
“Capita quando si festeggia.” lo dissi tanto per dire qualcosa. Le porsi la confezione e lei la prese.
“Grazie. Gliene porteremo un altra appena possibile.”
Tornammo verso la porta.
“Non si preoccupi. Beva un caffè anche lei.”
“Magari dopo. Grazie.”
Aspettai di vederla rientrare nel suo appartamento per chiudere la porta e tornai alle mie faccende.

Passarono venti minuti quando suonarono di nuovo alla porta.
Aprendo mi ritrovai Giada davanti.
“Ciao, sono venuta per prendere quel caffè.”
“Ehm.. certo.” la feci entrare e chiusi la porta. Ero un po’ perplesso.
Non mi sembrava di averla invitata a prendere un caffè..
Aveva frainteso quello che avevo detto o mi ero espresso male?
Non che mi costasse qualcosa farle un caffè.
Le feci strada fino in cucina.
“Siediti pure mentre lo preparo.” Nel dirlo presi la caffettiera e iniziai a preparala.
Mentre iniziavo a mettere il caffè, sentì le sue mani posarsi sui miei fianchi e il suo petto appoggiarsi alla mia schiena. La sensazione di quel seno sodo premuto contro era una sensazione tutt’altro che spiacevole.
Si mise a guardare quello che facevo da sopra la mia spalla e il suo respiro mi stuzzicò l’orecchio.
“Si vede che sei pratico. Noi ci abbiamo messo più tempo solo per dosare l’acqua.”
“Me lo preparo più volte al giorno. Sarebbe strano il contrario.”
Non accennava a staccarsi, anzi le sue mani si stavano lentamente spostando in avanti.
Chiusi la caffettiera.
“Non ti sembra di essere un po’ troppo vicina?”
“Dici?” lei si stacco dalla mia schiena e io, appoggiata la caffettiera sul fornello spento, mi voltai.
Lei mi mise le braccia intorno al collo, il suo corpo premeva contro il mio, protesa verso l’alto e mi ritrovai a tenerla con le mani sui suoi fianchi.
“Non è che sei un po’ ubriaca?” a quelle parole lei mi sorrise
“Meno di quanto pensi.”
“Se lo dici tu.. Allora che intenzioni hai?” La sento stringersi ancora di più contro di me.
“Sai com’è. Di la si divertono tutti, ma io ho voglia di un altro genere di divertimento.”
Le sue labbra si avvicinarono lentamente alle mie.
Sembrava volermi dare il tempo per rifiutarla e probabilmente, a ragionare lucidamente, lo avrei fatto anche solo per evitarmi eventuali complicazioni future, ma con quel corpo sensuale contro il mio e suo sguardo malizioso, il buon senso se ne è andato già da un po’.
Ci baciammo, prima lentamente poi con sempre più bramosia.
Le nostre mani trafficarono con i vestiti e in breve mi ritrovai a penetrarla, mentre lei era parzialmente seduta sul tavolo e aggrappata a me con le braccia intorno al collo.
Le tenevo una coscia sollevata contro un mio fianco mentre mi spingevo fino in fondo in lei.
La sentì gemere di soddisfazione.
Iniziai a muovermi in lei con colpi decisi, quasi violenti.
Non era una cosa da me, ma in quel momento non riuscivo a farne a meno, come se fosse il solo modo sensato per farla mia.
Lei sembrava gradire parecchio quell’irruenza e la sentì aggrapparsi con forza a me gemendo di piacere.
Tornammo a baciarci con puro desiderio e bramosia.
Arrivato al culmine, mi riversai in lei e il suo corpo fu scosso dai spasmi dell’orgasmo.
Restammo avvinghiati ancora finché i nostri corpi non si furono calmati.
Ci separammo e iniziammo a darci una sistemata senza parlare, poi Lei mi si avvicinò e sorridendo, mi accarezzò con una mano il viso e mi diede un leggero bacio sulle labbra.
Dopo di che si voltò e si avviò verso la porta e io la seguì.
Appoggiata la mano sulla maniglia. prima di aprirla, si voltò verso di me e mi sorrise.
“Magari più tardi passo per un altro caffè. Magari questa volta più lungo.”
Mi fa l’occhiolino e, aperta la porta uscì da casa mia per tornare alla festa.
scritto il
2026-05-13
8 3
visite
0
voti
valutazione
0
il tuo voto
Segnala abuso in questo racconto erotico

Continua a leggere racconti dello stesso autore

racconto precedente

L'amica di famglia

Commenti dei lettori al racconto erotico

cookies policy Per una migliore navigazione questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti. Proseguendo la navigazione ne accetti l'utilizzo.