Il ricordo del peccato
di
Marika Traves Dressi
genere
sentimentali
La città fuori dal finestrino del tram era un ammasso di luci sfuocate e pubblicità sbiadite che scivolavano via, ma Marco non le vedeva; vedeva solo il riflesso del proprio desiderio, un’ombra scura proiettata contro il vetro gelido. Indossava ancora quegli stessi blue jeans logori, così stretti da sentire ogni minimo fremito dei muscoli delle cosce, una morsa di denim che sembrava voler trattenere a stento il sangue che pulsava violento verso il basso. Era arrivato a metà del film, in quel punto esatto in cui la trama si perde e restano solo i corpi, nudi e sudati, a cercare un senso nel buio. Il futuro che aveva immaginato era marcito, lasciando spazio a un presente carnale, un passato che puzzava di lenzuola stropicciate e di quel profumo di pelle e peccato che non riusciva a scrollarsi di dosso. Marco sentiva un bisogno viscerale di un "reset", ma non per ricominciare con purezza, bensì per rivivere ogni singolo errore, ogni morso dato sulla spalla di lei nel pieno di un orgasmo che sapeva di sconfitta.
Ricordava la sua bocca, un nido di bugie che lui aveva bevuto come fossero state l'unico nettare possibile. Ogni parola sussurrata tra i denti era un preludio a un atto più sporco, una provocazione che finiva sempre con le dita di lui intrecciate nei suoi capelli, a forzare un piacere che non ammetteva repliche. Avevano dato fondo a ogni briciolo di fiato, non per parlare, ma per riempire stanze d'albergo anonime con il rumore di colpi sordi e respiri spezzati, dove il sesso non era un atto d'amore, ma una guerra di logoramento. Lei sapeva come manipolare quella fame, come trasformare un dubbio in un’erezione dolorosa, rendendolo schiavo di un’incertezza che gli bruciava nelle vene come acido. I ricordi ora prendevano il largo, ma restava il calore atroce di quel mare mosso, la sensazione fisica della pelle di lei che scivolava contro la sua, umida e bollente, in un attrito che incendiava i sensi.
Scendendo dal tram, il freddo della pioggia sul viso fu solo una breve tregua. Il selciato lucido rifletteva la sua solitudine di predatore senza preda. Vagava come un senza Dio, ma il suo corpo era una cattedrale eretta al solo scopo di peccare. Il sorriso a mezza bocca di lei, quel saluto che sapeva d'addio, gli era rimasto impresso nella mente come un marchio a fuoco, lo stesso marchio che lui le aveva lasciato nell'interno coscia in un pomeriggio di luglio, quando il fiore della loro passione era appassito sotto il peso di un'intensità insopportabile. Sotto quel portico buio, Marco si fermò. Il buio era necessario: lì, dove nessuno poteva guardare, lui poteva finalmente essere sicuro della propria depravazione. Guardava le ombre tra le ombre, immaginando mani che si cercavano sotto i cappotti, labbra che si schiudevano nel freddo per trovare il calore di una lingua straniera.
Sentiva la tensione dei jeans che lo comprimevano, un promemoria costante della sua insaziabilità. Voleva di nuovo sentire quella resistenza, quel momento esatto in cui la carne cede alla forza e il piacere diventa un grido soffocato contro il muro di un vicolo cieco. Tutto il resto era cartapesta, una réclame che volava via nel vento. Solo quel battito sordo nel petto e nel ventre era reale. Marco infilò le mani profonde nelle tasche, stringendo i pugni contro il tessuto, mentre il tempo correva elettrico sui fili del tram sopra di lui. Non cercava la salvezza, cercava l'abisso. Voleva annegare ancora una volta in quel mare di bugie e umori, in quella danza brutale di corpi che non sanno ascoltare, ma che sanno perfettamente come farsi del bene fino a farsi male. La pioggia poteva anche bagnarlo fino alle ossa, ma il fuoco che Marco portava tra le gambe non si sarebbe spento, alimentato dal ricordo di ogni brivido, di ogni unghiata, di ogni sapore proibito che lo rendeva, oggi più di ieri, un uomo vivo solo nel vizio.
Ricordava la sua bocca, un nido di bugie che lui aveva bevuto come fossero state l'unico nettare possibile. Ogni parola sussurrata tra i denti era un preludio a un atto più sporco, una provocazione che finiva sempre con le dita di lui intrecciate nei suoi capelli, a forzare un piacere che non ammetteva repliche. Avevano dato fondo a ogni briciolo di fiato, non per parlare, ma per riempire stanze d'albergo anonime con il rumore di colpi sordi e respiri spezzati, dove il sesso non era un atto d'amore, ma una guerra di logoramento. Lei sapeva come manipolare quella fame, come trasformare un dubbio in un’erezione dolorosa, rendendolo schiavo di un’incertezza che gli bruciava nelle vene come acido. I ricordi ora prendevano il largo, ma restava il calore atroce di quel mare mosso, la sensazione fisica della pelle di lei che scivolava contro la sua, umida e bollente, in un attrito che incendiava i sensi.
Scendendo dal tram, il freddo della pioggia sul viso fu solo una breve tregua. Il selciato lucido rifletteva la sua solitudine di predatore senza preda. Vagava come un senza Dio, ma il suo corpo era una cattedrale eretta al solo scopo di peccare. Il sorriso a mezza bocca di lei, quel saluto che sapeva d'addio, gli era rimasto impresso nella mente come un marchio a fuoco, lo stesso marchio che lui le aveva lasciato nell'interno coscia in un pomeriggio di luglio, quando il fiore della loro passione era appassito sotto il peso di un'intensità insopportabile. Sotto quel portico buio, Marco si fermò. Il buio era necessario: lì, dove nessuno poteva guardare, lui poteva finalmente essere sicuro della propria depravazione. Guardava le ombre tra le ombre, immaginando mani che si cercavano sotto i cappotti, labbra che si schiudevano nel freddo per trovare il calore di una lingua straniera.
Sentiva la tensione dei jeans che lo comprimevano, un promemoria costante della sua insaziabilità. Voleva di nuovo sentire quella resistenza, quel momento esatto in cui la carne cede alla forza e il piacere diventa un grido soffocato contro il muro di un vicolo cieco. Tutto il resto era cartapesta, una réclame che volava via nel vento. Solo quel battito sordo nel petto e nel ventre era reale. Marco infilò le mani profonde nelle tasche, stringendo i pugni contro il tessuto, mentre il tempo correva elettrico sui fili del tram sopra di lui. Non cercava la salvezza, cercava l'abisso. Voleva annegare ancora una volta in quel mare di bugie e umori, in quella danza brutale di corpi che non sanno ascoltare, ma che sanno perfettamente come farsi del bene fino a farsi male. La pioggia poteva anche bagnarlo fino alle ossa, ma il fuoco che Marco portava tra le gambe non si sarebbe spento, alimentato dal ricordo di ogni brivido, di ogni unghiata, di ogni sapore proibito che lo rendeva, oggi più di ieri, un uomo vivo solo nel vizio.
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