Maledetta tentazione. Capitolo 2

di
genere
tradimenti

Varcai la soglia di casa che mi sembrava di avere addosso lo sporco di tutta Roma. L’odore del sugo di mia madre, quel profumo di basilico e carne che sobbolle per ore, mi schiaffeggiò la faccia. Era l’odore della mia infanzia, della sicurezza, di tutto quello che Asia aveva appena calpestato con i suoi giochetti di potere.

«Ahò, ma allora te ricordi che c'hai pure na fa famiglia!» esclamò mio padre dal divano, alzando appena lo sguardo dalla Gazzetta.
«Com'è andata in palestra? Te da fastidio sto ginocchio?»

«Tutto a posto, pa’. Ho caricato senza esagerare,» risposi, cercando di non far tremare la voce. Mi sentivo come se avessi scritto in fronte quello che era successo nell'appartamento di Francesco.
In cucina, mia madre stava calando la pasta. Si voltò con quel sorriso che ti legge dentro anche se non vuoi.

«Eccolo il tesoro mio. Siediti che è pronto. T'ho fatto le fettuccine, quelle che piacciono a te. Lassù in Inghilterra chissà che te mangi.»
Mi sedetti al solito posto. Marta, mia sorella, era già lì, intenta a smanettare sul telefono. Mi lanciò un’occhiata obliqua, di quelle che solo una sorella maggiore sa darti.

«Ammazza, Mike. C’hai una faccia... se l'aria de casa te fa st'effetto non tornà»

«Solo stanchezza. Il recupero dall'infortunio è una rottura di coglioni, tutto qui,» dissi, fissando il piatto fumante che mia madre mi aveva appena messo davanti.

«Vabbè, ma non t’arrabbià, su,» scherzò lei, posando il telefono.
Mia madre si sedette con noi, poggiando i gomiti sul tavolo.

«Lascialo stare, Marta. Piuttosto, Michael... Chloe? Come sta?»
Sentire il suo nome in quella cucina, tra le fettuccine e le battute di mio padre, fu come una fitta al ginocchio. Anzi, peggio.

«Sta bene, l'ho sentita prima. Lavora molto,» risposi, cercando di sembrare il più naturale possibile.

«Ma quando ce la fai conosce?» sospirò mia madre, con quel tono tipico di chi ha approvato la scelta.
«Dalle foto sembra così dolce, più seria rispetto alle ragazzine de quartiere che frequentavi prima. Me raccomando, eh? Trattala bene, che una così non se trova mica tutti i giorni. È bionda, è bella, ma soprattutto me pare che te vole bene per davvero.»

«Sì, ma’, lo so. Mi vuole bene,» dissi, e ogni parola mi pesava un chilo.

Marta ridacchiò.
«E menomale. Almeno hai smesso di andare dietro alle esaltate. »

«Vabbè possiamo mangià mo?,» tagliai corto.

«Ammazza e che te stamo a di» disse mia madre.
Ci sedemmo tutti a tavola, io mii alzai prima di aver finito tutto.

«Vado in camera a riposare un po'.»
Mi chiusi la porta alle spalle e mi buttai sul letto. Era ancora la mia camera, con i poster dei calciatori alle pareti e qualche trofeo di quando ero ragazzino. Un posto che avrebbe dovuto farmi sentire protetto, e invece mi sentivo un estraneo.
Il telefono vibrò. Era una notifica di WhatsApp. Un cuore rosso. Chloe.
Lanciai un sospiro, mi sistemai il cuscino dietro la schiena e avviai la videochiamata. Dopo due squilli, il suo viso apparve sullo schermo. Era in pigiama, con i capelli legati e quella pelle chiara che sembrava quasi trasparente. Sorrideva. Era bellissima, ma di una bellezza che non faceva male, che non chiedeva nulla in cambio.

«Hi, love! Ti ho disturbato? Magari eri a cena con i tuoi...» disse in inglese, la sua voce dolce che sembrava una carezza.

«No, no, ho appena finito. Mi mancavi,» risposi. E non era una bugia. Mi mancava la pace che provavo con lei, quella sensazione di non dover essere sempre in guerra.

«Oh, anche tu mi manchi tanto. Tutto ok? Ti ho visto un po' cupo nell'ultimo messaggio.» Si avvicinò allo schermo, i suoi occhi verdi pieni di una preoccupazione sincera.
«Sei così serio... è successo qualcosa?»
Sentii un nodo in gola. Il contrasto era devastante. Poche ore prima avevo Asia tra le gambe che mi insultava, che sputava veleno su Chloe, che mi usava per il suo piacere perverso. E ora Chloe mi guardava con una fiducia cieca, con un amore che non meritavo.

«È solo il ginocchio, piccola,» mentii, forzando un sorriso.
«Oggi in palestra ho forzato un po' troppo e mi dà fastidio. Mi rende nervoso non poter correre come vorrei.»

«Poor baby...» sussurrò lei, allungando una mano verso la telecamera come se volesse toccarmi.
«Vorrei essere lì per massaggiartelo io. O per distrarti un po'. Ho comprato quel vestito blu che ti piaceva, sai? Quello con lo spacco... non vedo l'ora di indossarlo quando torni.»

«Non dovevi farmelo vedere in video?» Domandai

«Meglio dal vivo, no?» mi fece l'occhiolino.

«Sarai stupenda, Chloe. Come sempre.»

«Michael...» si fermò un istante, il suo sguardo si fece più profondo.
«Ti amo. Lo sai, vero? Non vedo l'ora di rivederti. Mi sento sola senza di te a Exeter.»

«Ti amo anche io, Chloe. Davvero,» risposi, e in quel momento lo sentivo, ma era un amore sporco, macchiato da quello che non riuscivo a smettere di desiderare.
Mentre lei continuava a raccontarmi della sua giornata in ufficio, dei suoi colleghi, delle piccole cose della sua vita ordinaria e perfetta, io continuavo a vedere gli occhi azzurri di Asia. Sentivo ancora il graffio delle sue unghie.
Eravamo in videochiamata, io e la mia "fidanzata perfetta", ma nella mia testa c'era solo l'immagine di me che tornavo in quell'appartamento a Roma Nord per prendermi quello che Asia mi aveva negato.
Ero un bastardo. Ed era proprio questo che mi faceva odiare Asia ancora di più: perché mi aveva reso esattamente come lei.

«Devo andare ora, Michael. Domani ho la sveglia presto. Un bacio?»
Si sporse e baciò lo schermo. Io feci lo stesso, ma quando chiusi la chiamata, rimasi a fissare il soffitto al buio per un tempo indefinito. Il senso di colpa mi schiacciava il petto, ma sotto quel peso, il desiderio per la "stronza" bruciava ancora più forte.
Non era finita. Non poteva finire così.

I due giorni successivi furono un inferno di nervi tesi e pensieri tossici. La rabbia mi scorreva nelle vene come acido, mescolata a quel fottuto senso di colpa per Chloe. Avevo bisogno di spaccare qualcosa, o quantomeno di sfinirmi fino a non pensare più.
Tornai in palestra il martedì pomeriggio. L’odore di gomma e sudore mi investì subito, ma io avevo il paraocchi. Mi diressi dritto alla rastrelliera dei pesi liberi. Stacchi da terra. Caricai il bilancere con un carico leggermente superiore rispetto alle indicazioni mediche, volevo sfogarmi.
Asia era dall'altra parte della sala. Non la guardai, non le rivolsi la parola per tutto il tempo. Fu lei ad avvicinarsi, venne a piazzarsi esattamente nell'area davanti a me. Indossava dei pantaloncini talmente corti da essere illegali e un top aderente. Iniziò a fare degli affondi, mettendosi in una posa studiata millimetro per millimetro per offrirmi la visuale perfetta del suo fondoschiena ad ogni discesa.
Era una provocazione sfacciata. Voleva vedere se sbavavo. Voleva la sua conferma quotidiana di avere il potere.
Strinsi i denti. Finii la mia serie, bloccando il bilanciere a terra con un tonfo sordo che fece girare mezza palestra. Mi asciugai la fronte con l'asciugamano, il respiro pesante. Lei si alzò dall'affondo, passandosi una mano tra i capelli neri e lanciandomi un'occhiata da sotto in su, un misto di innocenza finta.
Feci due passi verso di lei. La vidi trattenere il respiro, le labbra che si schiudevano appena in un sorrisetto vittorioso.

«Scusa,» le dissi, la voce piatta e gelida come una lastra di ghiaccio.
«Ti dispiace spostarti di mezzo metro? Mi copri lo specchio. »
Il suo sorriso si congelò. Gli occhi azzurri si sgranarono per una frazione di secondo, colpiti a tradimento dalla mia totale indifferenza. Cercò di mascherare il colpo gonfiando il petto.

«La palestra è grande, puoi spostarti anche tu.»

«Quindi siamo arrivati a questo?» Feci un cenno verso la sua postura studiata.
«Ti piazzi davanti a me sperando che ti guardi? Deve essere dura per una come te non essere al centro dell'attenzione.»
La guardai dall'alto in basso come se fosse una mosca fastidiosa, poi mi voltai a ricaricare il bilanciere. Con la coda dell'occhio la vidi arrossire di stizza. Raccolse il suo asciugamano con un gesto stizzito e si spostò un po' piu in la, senza voltarsi.
Punto per me. Ma il cuore mi batteva a mille, e l'erezione che premeva contro i pantaloncini mi ricordava che stavo giocando col fuoco.
Finii l'allenamento un'ora dopo, mi feci una doccia bollente e uscii nel parcheggio.
Stavo cercando le chiavi nel borsone quando la vidi.
Era appoggiata alla portiera del guidatore. Indossava un paio di jeans stretti e un giubbotto di pelle.

«Che cazzo ci fai qui?» le chiesi, fermandomi a un paio di metri, la voce già carica di tensione.

«Scusami per prima. Mi dai un passaggio come l'altra volta? Francesco è a lavoro,» rispose lei, incrociando le braccia sotto il seno. Evitava il mio sguardo, fissando un punto sul cofano della Stelvio.
«E ad essere sincera non mi va di prendere il bus.»
Era una cazzata. Avrebbe potuto chiamare un taxi, un'amica, Uber. Era lì per me. Ma non gliel'avrei data vinta.

«E allora ti farai una bella passeggiata,» dissi, premendo il pulsante della chiave. I fari della Stelvio lampeggiarono.
«Spostati dalla mia portiera, Asia. Devo andare.»
Lei non si mosse. Alzò finalmente gli occhi su di me e vidi la rabbia covare sotto l'azzurro.

«Sei diventato veramente antipatico. Ti costa tanto darmi un passaggio? O sei ancora offeso perché non ti ho fatto venire l'altro giorno?»
Quella frase fu come benzina sul fuoco. L'arroganza con cui cercava di ribaltare la frittata, di scaricare la colpa su di me, mi fece scattare una vena nel cervello.

«Non mi costa niente portarti a casa... se solo non fossi una stronzetta del cazzo» sbottai, azzerando la distanza tra noi. Ora ero a un palmo dal suo viso.
«Sei tu che hai bisogno di fare questi giochetti del cazzo per sentirti viva. Mi fai pena, Asia. Ti credi chissà chi, ti credi una che ha il mondo ai suoi piedi, ma sei niente, non hai niente. Hai bisogno di provocare, di umiliare la gente perché non hai assolutamente niente di vero da offrire.»
La colpii dove faceva più male: nel suo ego smisurato.
Il suo viso si contorse. L'orgoglio ferito cancellò la maschera da seduttrice.

«Ma vaffanculo, Michael!» urlò, piantandomi entrambe le mani sul petto. provò a spingermi via, ma io le bloccai i polsi d'istinto.
Mi lanciai in avanti, spingendola con il corpo contro la fiancata della Stelvio.
Ci fu un tonfo metallico sordo.
La schiacciai contro la lamiera fredda, intrappolandola col mio corpo. Il mio petto era schiacciato contro il suo, le mie gambe bloccavano le sue. Eravamo incastrati. Potevo sentire il calore del suo corpo attraverso i vestiti, il suo respiro corto e affannato che mi sfiorava il collo, il battito impazzito del suo cuore contro il mio.
La tensione esplose. Il mio bacino era premuto contro il suo e lei lo sentì. Sentì esattamente quanto mi faceva impazzire averla così, vulnerabile e sottomessa sotto il mio peso.
Lei smise di divincolarsi. Alzò gli occhi verso i miei, le labbra socchiuse. C'era paura, sì, ma c'era anche un desiderio oscuro, primordiale. Per un attimo, il mondo intero sparì. C'eravamo solo io, lei, e la voglia brutale di strapparle i vestiti di dosso proprio lì, nel parcheggio.
Ma mi aggrappai all'unica cosa che mi restava: il mio cinismo.
Avvicinai il viso al suo, sfiorandole l'orecchio.

«Devi crescere, Asia,» le sussurrai, la voce arrochita, tagliente come una lama.
«Smettila di giocare con i sentimenti degli altri. Perché fuori dal tuo piccolo mondo di merda non sei niente. E con me hai chiuso.»
La lasciai andare di scatto, come se scottasse.
Fece un respiro profondo, massaggiandosi i polsi, sconvolta. Aveva gli occhi lucidi, forse di rabbia, forse di qualcos'altro che non volevo decifrare. Non disse una parola.
Aprii la portiera, salii e misi in moto il bestione da due tonnellate. Non mi voltai a guardarla mentre facevo retromarcia, ma la vidi nello specchietto retrovisore. Era ancora ferma lì, nel parcheggio vuoto, a guardare i miei fari rossi che si allontanavano.
Non l'avevo portata a casa. L'avevo lasciata a piedi. Ma mentre guidavo nel traffico di Roma, con le mani che mi tremavano sul volante, sapevo che avevo mentito.
Non avevo chiuso un bel niente. Quel contatto feroce contro la lamiera dell'auto aveva appena spazzato via le regole. La guerra vera era appena iniziata, e questa volta, nessuno dei due ne sarebbe uscito intero.

Passarono altri due giorni e furono un fottuto inferno. Il silenzio tra noi era una corda tesa pronta a spezzarsi. Facevo finta di niente, mi allenavo, spingevo sul ginocchio, ma la verità era che ogni volta che lo schermo del telefono si accendeva, speravo fosse lei. E mi facevo schifo per questo.
Il messaggio arrivò giovedì sera. Niente scuse patetiche, niente vittimismo. In pieno stile Asia.

«Vuoi continuare a fingere di odiarmi oppure vuoi parlare seriamente?
Niente giochetti. Hai detto che devo crescere, no? Bene. Parliamo.
Vieni a circolo Canottieri, alle 22. Ti asoetto al gazebo vicino al molo. Il cancello è sempre aperto.»
Sapevo che avrei dovuto ignorarla, ma a chi volevo prendere in giro? Alle dieci in punto stavo spingendo il cancello di ferro.
Il posto era deserto, inghiottito dall'umidità e dall'odore di muschio e fiume. Camminai fino a un gazebo avvolto dalla penombra, arredato con dei divanetti in midollino.
Asia era lì, appoggiata alla ringhiera di legno, di schiena, a guardare l'acqua scura. Indossava un paio di pantaloni neri, un maglioncino aderente nero e una giacca beige scuro. Niente tacchi, niente trucco pesante. Solo lei.
Sentì i miei passi e si voltò. Aveva quell'espressione di sfida stampata in faccia, le braccia incrociate sotto il seno.

«Non pensavo saresti venuto,» esordì, la voce venata di quell'arroganza che mi faceva impazzire di rabbia. «Ormai fai la parte di quello duro e puro che non ha tempo da perdere.»

«Che cazzo vuoi, Asia? È tardi e fa freddo,» risposi, fermandomi a un paio di metri da lei. Non volevo darle la soddisfazione di sembrare coinvolto.

«Volevo dirti che l'altro giorno ti sei comportato da coglione,» sbottò lei, accorciando la distanza con un passo nervoso.
«Sbattermi contro la portiera della macchina... ti fa sentire uomo fare lo psicopatico nel parcheggio di una palestra?»
Feci una mezza risata amara, scuotendo la testa.

«Io sarei lo psicopatico? Sei tu che mi sei venuta a cercare con la scusa del bus. Sei tu che provochi di continuo perché hai un disperato bisogno di attenzione. Ti ho solo rimessa al tuo posto, Asia. Quello che nessuno ti ha mai fatto.»

«Tu non sai qual è il mio posto!» alzò la voce, puntandomi un dito contro il petto.
«E non permetterti di parlarmi come se mi conoscessi. Non sei diverso solo perché te ne sei andato in Inghilterra a prendere uno stipendio più alto. Non sei cambiato per niente, Michael. Sei sempre il solito complessato.»

«Senti da che pulpito. Io almeno non sono uno che gioca con le persone perché non ha niente di reale nella sua vita di merda,» le ringhiai contro, afferrandole il polso prima che potesse puntarmi di nuovo il dito contro. Non strinsi per farle male, ma la bloccai.
«Pensi che non veda come fai? Prendi le persone, le spremi per il tuo ego e poi te ne freghi. Pensi che per me sia un gioco? Forse per te si, per te magari sono solo cazzate, messaggi, sguardi. Sarà quello che cazzo ti pare» feci un passo avanti abbassando la voce
« Però alla fine quello che ha dovuto rimettere insieme i pezzi chi è stato?»
Le parole mi uscirono prima che potessi fermarle. Era la verità nuda e cruda: lei mi faceva male, e io non riuscivo a non farmelo fare.
Asia si bloccò. Il respiro le si mozzò in gola. Il contatto tra noi cambiò bruscamente frequenza, trasformandosi da uno scontro a un cortocircuito. Il suo sguardo duro vacillò, le labbra si schiusero appena. Fece un mezzo passo avanti.

«Tu non sei un gioco, Michael,» mormorò. Il tono acido era svanito, sostituito da una voce bassa, vibrante. I suoi occhi scesero sulla mia bocca e poi risalirono.
«Hai ragione,» mormorò. La voce le tremò appena, spogliata del tono acido.
«Sono stata io a farti male. E credimi, Michael, a volte ci sto male anche io per come ti ho trattato.»
Fece un altro passo avanti. Eravamo così vicini che le nostre vite "reali" sembravano scomparse.
I nostri occhi rimasero incatenati. Nessuno dei due si mosse. Il tempo sembrava essersi fermato in quello spazio minuscolo tra le nostre bocche. Lei deglutì, e il suo sguardo cadde lentamente sulle mie labbra, indugiando lì con una fame che non cercò più di nascondere.
Schiuse le labbra, sollevandosi appena sulle punte. Non mi baciò. Rimase a un millimetro da me, il suo respiro caldo che si mescolava al mio. Mi stava offrendo la mela avvelenata, aspettando solo che fossi io a morderla.

«Ma so che ci sei ancora dentro»
«Se devi rovinare tutto, fallo e basta.»
Il silenzio si tese fino allo spasimo. Un respiro. Due. La guardai negli occhi, consapevole che stavo per buttare all'aria ogni cosa, e poi le presi il viso tra le mani, azzerando la distanza.
La tensione esplose. La baciai.
Era il nostro primo bacio in assoluto. Quello che avevo sognato per anni, quello che avevo immaginato mille volte da ragazzino, ed era mille volte più feroce di quanto potessi prevedere. Le nostre bocche si scontrarono con una fame disperata. Lei schiuse le labbra, accogliendo la mia lingua in un intreccio aggressivo, sapiente, che mi incendiò il sangue. Sapeva di fumo leggero e di menta.
La spinsi all'indietro fino a farla scontrare contro il pilastro di legno del gazebo. Asia gemette contro la mia bocca, afferrandomi per i lembi del giubbotto per tirarmi ancora più contro di sé. Eravamo l'esatto opposto di tutto: il mio corpo rigido contro le sue curve perfette, la mia rabbia contro il suo bisogno di controllo, eppure ci incastravamo alla perfezione.
Feci scivolare le mani lungo i fianchi stretti dei suoi pantaloni premendo il bacino contro il suo. Sentire la sua risposta, il modo in cui inarcava la schiena per cercare l'attrito, mi fece saltare ogni freno inibitore.
Afferrai il bottone di metallo e lo slacciai con un gesto rapido. Abbassai la cerniera. Asia sussultò, ma invece di fermarmi allargò leggermente le gambe.
Infilai la mano. La sua pelle era bollente. Superai l'elastico della biancheria in pizzo e la toccai. Era fradicia. Pronta per me. Quando le mie dita trovarono il punto giusto, emise un gemito strozzato che assorbii completamente con un altro bacio.
«Toccami..» ansimò, mordendomi il labbro inferiore mentre iniziavo a muovere le dita.
Ero io a dettare il ritmo. Lento, poi più profondo, incalzante. La sentivo tremare contro la mia mano. Tutta la sua spocchia, tutta la sua arroganza si stavano sciogliendo nel buio di quel gazebo. Si aggrappò alle mie spalle, le unghie conficcate nel giubbotto, il fiato corto, completamente in balia del piacere che le stavo dando. Guardare il suo viso stravolto, gli occhi chiusi, era la vendetta e la ricompensa più grande che potessi desiderare.
Ma Asia non era una che lasciava il controllo agli altri per troppo tempo.
Aprì gli occhi. C'era un lampo di lussuria oscura in quelle iridi azzurre. Mi spinse per il petto con una forza inaspettata, facendomi indietreggiare fino a farmi cadere seduto sul divano in midollino.
Restai senza fiato. Lei non si tirò su la cerniera. Con i pantaloni slacciati che le ricadevano mollemente sui fianchi, si mise in ginocchio sul cuscino proprio in mezzo alle mie gambe.
Mi guardò dal basso, un sorriso sporco e bellissimo sulle labbra gonfie, e posò entrambe le mani sulla fibbia della mia cintura.
Il suono metallico del gancio che scattava rimbombò nel silenzio come uno sparo.
Trattenni il respiro. Il mio basso ventre era contratto fino allo spasmo, duro come la roccia, in attesa. Lei abbassò la zip dei miei pantaloni, le sue dita fredde sfiorarono l'elastico dei boxer, mandandomi una scossa lungo tutta la spina dorsale. Si chinò in avanti, i capelli neri che le ricadevano sulle guance, pronta a finire il lavoro.
Poi, dal molo, una voce maschile spezzò la notte.

«...ao, l'hai legate bene te le barche al pontile due?»
«Sì, sì, andiamo che fa un freddo cane stasera...»
«Ho capito fra, ma te metti a maniche corte pure te»

Passi pesanti sulle assi di legno. Erano i guardiani, e stavano camminando esattamente nella nostra direzione.
Ci raggelammo entrambi.
Fu questione di una frazione di secondo. L'adrenalina azzerò l'eccitazione. Asia scattò in piedi, voltandosi di scatto verso il fiume per tirarsi su la zip e abbottonarsi i pantaloni con mani frenetiche. Io mi alzai, allacciandomi la cintura con movimenti meccanici, il cuore che mi pompava nel petto per il rischio e l'erezione che mi faceva un male cane, compressa di nuovo nella stoffa.
Rimanemmo immobili nel buio, trattenendo il respiro. I due uomini passarono a pochi metri dal gazebo, illuminando per un istante la passerella con una torcia, per poi svoltare l'angolo verso l'uscita.
Quando i loro passi svanirono del tutto, il silenzio tornò a inghiottirci.
Guardai Asia. Si stava sistemando i capelli dietro le orecchie, il respiro ancora irregolare, il petto che si alzava e si abbassava rapidamente. Non c'era più traccia di arroganza, solo una tensione elettrica, pura, tagliata a metà. Nessuno dei due disse una parola, perché non ce n'era bisogno.
Mi sistemai i vestiti con gesti meccanici, sentendo il freddo dell'acciaio della cintura contro le dita ancora calde. Asia si passò una mano tra i capelli, poi si sfiorò le labbra con il pollice, fissando un punto imprecisato nell'oscurità. Non c’era il solito sorriso di sfida. Non c’era la maschera della stronza. C’era solo un respiro spezzato che non riusciva a tornare regolare.

​«Vieni qui,» dissi, la voce bassa, quasi un comando.
​Lei si bloccò con la giacca a metà braccio. Mi guardò con un sopracciglio alzato.

«Che c’è? Ti è tornata la voglia? Michael, hanno appena fatto il giro, non essere...»
​Non la lasciai finire. Feci due passi, le afferrai un braccio e la tirai verso di me. Non fu un gesto dolce, fu una presa decisa. Lei sussultò, ma non ebbe il tempo di protestare. La strinsi a me, non per baciarla sulle labbra, ma per affondare il viso nel suo collo.

​«Michael, ma che cazzo...»

​Non risposi. Cercai il punto dove la pelle era più chiara e sottile, proprio sotto la linea della mascella, e morsi. Non forte, ma abbastanza da lasciare il segno. Poi succhiai per lasciarle un piccolo regalo, ignorando il suo tentativo di spingermi via. Sentivo il suo profumo, il calore della sua pelle che pulsava, e continuai finché non fui sicuro di quello che stavo facendo.
​Quando mi staccai, la guardai negli occhi. Sulla sua pelle bianca stava già comparendo una macchietta scura, violacea. Un marchio.
​Asia si portò una mano al collo, sgranando gli occhi.
Prese il suo telefono accendendo la telecamera interna.

«Sei un bastardo. Se Francesco lo scopre cosa dovrei dirgli?» disse con un tono leggermente più aggressivo.
«Ma che ti dice la testa?»

« Inventati una delle tue solite cazzate, Asia. Sei brava a mentire, no?» Mi recai verso l'uscita prendendo le chiavi dell'auto dalla tasca.
« Buona fortuna con le spiegazioni. Spero non ti servano. »
Mentre camminavo verso la macchina, sentivo il cuore battere a un ritmo diverso. Non era il senso di colpa per Chloe, né la frustrazione per l'interruzione. Era qualcosa di nuovo. Ero entrato nel suo gioco, ma avevo cambiato le regole. Per anni mi aveva lasciato i segni nell'anima; stavolta, ero stato io a lasciare il segno sulla sua pelle.
​Misi in moto la Stelvio e ingranai la marcia. Roma di notte sembrava bellissima e spietata. Proprio come me in quel momento.

CONTINUA... . .
scritto il
2026-05-11
2 9 0
visite
1
voti
valutazione
10
il tuo voto
Segnala abuso in questo racconto erotico

Continua a leggere racconti dello stesso autore

racconto precedente

Maledetta tentazione. Capitolo 1

Commenti dei lettori al racconto erotico

cookies policy Per una migliore navigazione questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti. Proseguendo la navigazione ne accetti l'utilizzo.