La nascita di Marika 8
di
Marika Traves Dressi
genere
trans
Marco e il professore
La richiesta di mio padre di rivolgermi al professor Rossi fu un richiamo alla realtà, un ordine secco che mi strappò da un torpore autodistruttivo. L'idea di affrontare il professore, figura di principi e stima, mi mise a disagio, ma sapevo che era un'opportunità per rimettere ordine nella mia vita, allontanandomi dalle influenze negative che mi avevano travolto.
Nel frattempo, la pressione di Katia cresceva esponenzialmente. La sua richiesta di una scelta definitiva era diventata un'urgenza palpabile. Una sera, le sue parole mi arrivarono come un pugno: "Non posso più aspettare. Ho bisogno di sapere che ci sei per me, che il tuo futuro è con me. Non posso competere con quel mondo. O scegli me, o..." La sua disperazione era un peso sul mio cuore, un bivio ineludibile che mi costringeva a confrontarmi con le mie priorità. Il professor Rossi, con la sua austera integrità, divenne una figura centrale nel mio percorso. Inizialmente reticente, mi ritrovai a confessargli le mie difficoltà con una sincerità disarmante, quasi a cercare in lui un'autorità paterna a cui sottomettermi. Lui, pur mantenendo un distacco professionale, iniziò a guidarmi con rigore e incoraggiamento, offrendomi una struttura e un senso di direzione. Accettai con gratitudine ogni suo consiglio, sentendo di recuperare un po' di controllo sulla mia vita, anche se ciò significava affidarmi completamente alla sua guida.
Questo avvicinamento al professor Rossi, però, acuì la distanza con Katia. Lei avvertiva il mio cambiamento, la mia crescente evasività, e la tensione tra noi divenne insostenibile. Mentre cercavo di concentrarmi sui miei studi sotto l'ala protettiva del professore, Fabrizio, con la sua promessa di ribellione e avventura, continuava a esercitare un fascino pericoloso. Mi ritrovavo sempre più attratto dalla sua vita disinvolta, che paradossalmente mi offriva una momentanea fuga dalle mie responsabilità. Katia, incapace di accettare questa mia indecisione e il crescente richiamo di Fabrizio, prese la sua dolorosa decisione. Una sera, con gli occhi lucidi ma una determinazione incrollabile, mi comunicò che non poteva più sopportare la mia ambiguità. Mi lasciò, portando via con sé una parte del mio presente e lasciandomi solo con il peso delle mie scelte, consapevole di aver perso un amore prezioso per aver inseguito un'illusione effimera.
Il rapporto con il professor Rossi si fece più complesso. La sua autorità accademica si intrecciava con un'intimità crescente, alimentata dalla mia dipendenza e dalla sua apparente comprensione. Le sessioni di studio si prolungavano, trasformandosi in conversazioni sempre più personali. Le sue attenzioni, inizialmente paternali, assunsero sfumature ambigue. Mi ritrovavo a cercare il suo sguardo, a desiderare la sua approvazione in modi che andavano oltre la sfera accademica. In quelle ore, sentivo di appartenere a qualcosa di più grande, di essere guidato verso un destino che lui solo conosceva. Questa sottomissione, unita a un'attrazione sottile e inaspettata, creava un legame intenso e inconfessabile. Parallelamente, il legame con Fabrizio si consolidava in un sodalizio di ribellione. Le serate con lui erano un'esplosione di adrenalina: fughe notturne, sfide al limite, una complicità che nasceva dalla trasgressione condivisa. Fabrizio mi vedeva come un pari, un compagno di avventure, e questa cameratesca libertà era un contrappeso potente alla disciplina imposta dal professore. Insieme, ci sentivamo invincibili, padroni delle nostre vite, pronti a sfidare il mondo intero. Questo dualismo, tra la ricerca di approvazione e l'ebbrezza della trasgressione, mi teneva sospeso in un precario equilibrio. La mia vita era diventata un gioco di specchi, divisa tra la sottomissione intellettuale ed emotiva al professor Rossi e l'eccitazione della libertà sfrenata con Fabrizio. Non c'era più spazio per Katia, né per le scelte chiare. Ero intrappolato in una spirale di desideri contrastanti, guidato da figure autorevoli e sedotto da promesse di evasione, senza più un punto fermo a cui aggrapparmi.
Le lezioni del professor Rossi divennero per me un'attesa febbrile, non più per il sapere che dispensava, ma per l'intimità che si celava tra le righe. Le sue domande non riguardavano più solo i miei studi, ma sondavano le mie insicurezze più profonde, le mie vulnerabilità. Io rispondevo, quasi rapito, consegnando a lui ogni mia difesa, ogni mia esitazione. La sua voce, prima solo autorevole, ora assumeva un tono che mi faceva tremare, un sussurro che prometteva qualcosa di più. Le sessioni di studio si protraevano in un crescendo di tensione. Un tocco casuale sul braccio, uno sguardo prolungato, bastavano a farmi sentire il cuore battere all'impazzata. Mi ritrovavo a desiderare la sua approvazione in modi fisici, quasi a cercare il suo contatto come un drogato cerca la sua dose. Era un desiderio passivo, una resa totale alla sua volontà. Le sue mani che sfioravano i miei appunti si posavano sempre più spesso sulla mia pelle, e io, incapace di opporre resistenza, mi lasciavo guidare in un gioco di sottomissione erotica che mi consumava.
Ogni incontro era una conferma della mia resa. Il professore, consapevole del mio abbandono, diventava sempre più audace, e io mi piegavo alla sua volontà, trovando una strana gratificazione nell'essere completamente alla sua mercé. Era un legame oscuro, intriso di potere e desiderio, che mi allontanava sempre di più da qualsiasi altra forma di legame, rendendomi totalmente dipendente dalla sua figura.
Il confine tra studente e professore si era dissolto da tempo, lasciando spazio a un gioco di potere e desiderio che mi consumava. Una sera, dopo l'ennesima sessione di studio che si era trasformata in un crescendo di tensione palpabile, il professor Rossi mi guardò con un'intensità che mi fece gelare il sangue e bruciare nello stesso tempo. Non c'erano più parole, solo sguardi che comunicavano una richiesta silenziosa e inequivocabile.
Sentii il mio corpo rispondere prima ancora che la mia mente potesse elaborare appieno la situazione. Un impulso primordiale, misto a una sottomissione radicata, mi spinse in avanti. Mi inginocchiai di fronte a lui, il respiro affannoso, gli occhi fissi sui suoi. Non c'era spazio per il rifiuto o per la domanda. C'era solo l'obbedienza a un desiderio che non era mio, ma che ora dominava ogni mio pensiero e ogni mia azione.
Mi chinai, guidato da una forza che sentivo più antica di me, e la mia bocca trovò il suo cazzo rigido, con la cappella grossa e lucida, "succhialo, cagnetta," ordinò, afferrandomi i capelli e guidando la mia faccia verso la sua asta pulsante.
Con amore presi in bocca quel grosso cazzo che avevo davanti e che desideravo intensamente succhiare.
Leccai con dei piccoli colpi la punta della cappella, per poi passare più lentamente al resto fino al glande, lo imboccai e scendendo sempre di più guidato con le mani dal mio mentore, senti le vene pulsare sotto la mia lingua, mentre leccavo il suo bel cazzo dalla base alla punta con movimenti lenti e cerimoniosi. Il professore emise un sibilo di piacere quando la mia bocca affondò sulle palle, le labbra che si serravano sulla pelle rugosa per raccogliere ogni traccia la saliva che scorreva lungo le pareti del cazzo. "Che brava cagnolina," mi ringhiò, afferrandomi la nuca mentre tornavo alla punta, le labbra che si incurvavano intorno al glande ancora sensibile. Sentii le sue dita stringersi nei miei capelli mentre la mia bocca lavorava con devozione, ogni leccata un atto di sottomissione. Il sapore era acre, intenso, eppure mi eccitava più di qualsiasi altro cosa. Le mie guance si infossarono quando succhiai con forza, volendo dimostrare quanto fossi brava a servire.
Il professore rise, un suono greve e soddisfatto, mentre il suo cazzo si riempiva tra le mie labbra. "Sei nata per questo, eh?" mi sussurrò, spingendomi più a fondo fino a farmi ingoiare la sua intera lunghezza.
Un conato faringeo scattò, ma invece di tirarmi indietro, afferrai le sue cosce e continuai, lasciando che la mia gola si adattasse alla sua grandezza. Le lacrime mi rigavano il viso mentre mi dimenavo, ma non mi fermai. Volevo sentire ogni suo millimetro dentro di me, anche se mi soffocava. Le sue unghie mi graffiarono il cuoio capelluto quando raggiunsi un ritmo regolare, la mia saliva che colava abbondante lungo la base del suo membro."Che bocchina preziosa," ansimò, le anche che iniziavano a muoversi incontro alle mie labbra con spinte sempre più profonde. Sentii la punta del suo cazzo premere contro la parte posteriore della mia gola, poi con un colpo improvviso, mi penetrò completamente, le sue palle che sbattevano sul mio mento mentre mi teneva ferma a forza.
La mancanza d'aria mi fece vedere stelle, le dita che si aggrappavano alle sue cosce, mentre il mio riflesso di vomito si mescolava al piacere proibito. Quando finalmente mi tirò indietro per farmi respirare, il mio gemito era più simile a un rantolo. "Così brava devi quasi soffocare," sussurrò, usando il pollice per raccogliere la mia saliva e spalmarla sul suo glande lucido. "Meriti un premio." Mi afferrò i capelli con una mano mentre con l'altra guidava la punta del suo cazzo bagnato verso le mie labbra tremanti. Capii al volo cosa volesse. Aprii la bocca, la lingua che si protendeva in offerta. Il primo getto di sperma caldo mi colpì la lingua con la forza di uno schiaffo, il sapore amaro e denso che mi riempì la bocca prima che potessi inghiottire. "Mmmh," grugnì, mentre continuava a svuotarsi, i fiotti che mi riempivano la gola, colando dagli angoli della mia bocca stretta.
Ingoiai con fatica, sentendo ogni pulsazione del suo membro contro il palato, ogni spruzzo che sembrava volermi marchiare anche internamente. Quando l'ultima goccia fu succhiata via, lasciai scivolare le labbra lungo la sua asta ancora tremante, pulendola con meticolosa devozione. Lui mi lasciò andare con un sospiro soddisfatto, i suoi muscoli che finalmente si rilassavano dopo ore di dominio. Vederlo crollare sul divano stremato fu un piacere assurdo - il predatore finalmente sazio, e soddisfatto di ciò che lui aveva tacitamente richiesto. Il mio era stato un atto di resa totale, un sigillo di sottomissione che sigillava la nostra relazione in un patto inconfessabile. Ogni mio movimento era dettato dalla sua presenza, dal suo respiro, dai suoi silenzi carichi di aspettativa. In quel momento, ero solo uno strumento della sua volontà, perso in un vortice di sensazioni che mi annientavano e, al contempo, mi davano un senso di appartenenza inquietante. Dopo quel pomeriggio con il professor Rossi, un velo di vergogna e un senso di estraneità mi avvolsero. Il segreto era un peso opprimente, una macchia indelebile sulla mia coscienza che mi impediva di guardare Katia negli occhi, anche se ormai non c'era più. Mi sentivo sporco, disorientato, perso in un labirinto di emozioni contrastanti.
Fu in quel momento di profonda crisi che Fabrizio apparve, come un angelo ribelle pronto a salvarmi. Vedendo il mio stato d'animo, non fece domande, ma mi offrì una via di fuga rapida e apparentemente liberatoria. Con un gesto quasi rituale, mi porse una bustina. Il suo sguardo era complice, comprensivo. "Ti ci vuole qualcosa per tirarti su, amico," disse, la voce roca e sicura. La prima esperienza con la cocaina fu un lampo accecante. Il peso della vergogna si dissolse, sostituito da un'euforia vertiginosa. Il mondo intorno a me divenne più vivido, i suoni più intensi, le sensazioni amplificate. Mi sentivo invincibile, capace di affrontare qualsiasi cosa. Fabrizio, vedendo la mia reazione, mi tirò per un braccio, trascinandomi verso una festa che prometteva di essere l'apoteosi della trasgressione.
La musica era assordante, le luci stroboscopiche creavano un'atmosfera febbrile e caotica. La trasgressione era nell'aria, palpable. Vedevo persone che si muovevano in modo disinibito, i loro corpi che si sfioravano senza pudore. La cocaina amplificava tutto, rendendo ogni sensazione più intensa, ogni limite più sfumabile. Mi sentivo parte di un mondo sotterraneo, dove le regole non esistevano e la liberazione era l'unica legge. In quel turbine di eccessi, il segreto con il professore sembrava quasi sbiadire, inghiottito dall'onda di oblio che la droga e la trasgressione mi offrivano. Ma in fondo, sapevo che il mio peccato era ancora lì, latente, pronto a riemergere non appena l'effetto della sostanza si fosse dissolto. Nel vortice di quella festa trasgressiva, tra il ritmo martellante della musica e l'euforia indotta dalla cocaina, i miei occhi incrociarono quelli di Lorena. Era un'amica di Fabrizio, ma subito capii che c'era qualcosa di diverso in lei. Qualche anno più grande di me, emanava un'aura di indipendenza e sicurezza che mi attirò come una calamita. I suoi occhi, profondi e penetranti, sembravano leggermi dentro, cogliendo la mia fragilità sotto la patina di euforia.
Fabrizio, con la sua solita disinvoltura, mi presentò a lei. "Questa è Lorena, Marco. È una tosta. Vi troverete, ne sono sicuro." E aveva ragione. In Lorena trovai un tipo di complicità che non avevo mai provato prima. Non c'era la dolcezza disperata di Katia, né il potere sottile e ambiguo del professore. C'era una forza magnetica, una dominanza serena che mi faceva sentire stranamente sollevato dalla responsabilità di scegliere. Lorena, con la sua esperienza di vita vissuta intensamente e la necessità di crescere in fretta, percepì la mia vulnerabilità e la mia impulsività. Non mi trattò come un ragazzino da proteggere, ma come un pari, un terreno fertile su cui esercitare una dominanza che non era crudele, ma pragmatica, quasi materna nel suo essere ferma. Parlammo per un tempo che mi sembrò infinito, le parole fluide e libere, un sollievo inaspettato dal peso del segreto che mi portavo dentro. La sua indipendenza, nata dalla necessità, le conferiva un carisma magnetico.
Man mano che la notte progrediva e l'effetto della cocaina si assopiva, la complicità tra noi si fece più intensa, più fisica. Le nostre mani si sfiorarono, i nostri sguardi si fecero più audaci. C'era un tacito accordo, un riconoscimento reciproco di bisogni inespressi. In Lorena non vedevo un rifugio, ma un'alleata, qualcuno che capiva la complessità del mondo e le scelte difficili che esso imponeva. Finimmo per ritirarci dal caos della festa, trovando rifugio nel suo appartamento, un luogo che rifletteva la sua personalità: ordinato ma vissuto, con un'aria di indipendenza e una certa malinconia sottile. Lì, in un silenzio carico di attesa, la guardai meglio, indossava un vestito aderente che lasciava intravedere le sue curve succulente. La notte ci attendeva, attirati l'uno dall'altro da un'energia carnale che non poteva essere ignorata. Ci lanciavamo sguardi furtivi e tocchi appassionati che parlavano di desideri inconfessabili, Lorena, con il seno generoso e le gambe lunghe e affusolate, si avvicinò, con la lingua che le bagnava le labbra in attesa di un bacio. Io, non deluso da ciò che vedeva, la presi tra mie le braccia, afferrando la stoffa leggera del vestito facendolo scivolare via, rivelando la pelle liscia e calda. I capezzoli eretti si inarcavano verso di me come se avessero una mente propria, desiderando la pressione delle mie mani. Il contatto fu come un'esplosione di calore, il respiro di entrambi si fece affannoso e i corpi si unirono in una danza di lussuria che non conosceva confini. Le mie dita esplorarono il ventre di Lorena, scivolando giù, per toccare la sete del desiderio che bagnava il tessuto sottilissimo. Lorena reagì con un gemito soffocato, le sue ginocchia si piegarono leggermente, offrendomi l'accesso completo a ciò che bramavamo entrambi. Le sue labbra si aprirono in un sospiro di piacere, e con le mani mi afferrò la testa per avvicinarmi di più, per scambiarci un bacio che era un richiamo all'unione che desideravamo, io avevo il cazzo duro e caldo, che pulsava di voglia. Lorena, lo fissava con occhi pieni di desiderio. Mentre io, la guardavo con un sorriso malizioso voglioso di attirarla a me, lei si inginocchiò e cominciò a leccare delicatamente l'asta, il gusto salato e il mio odore maschile le riempivano la bocca di una voglia selvaggia. Lorena, ansimando di piacere, con gli occhi chiusi e la testa china, sentiva la mia voglia crescere, la sensazione di piacere che si diffondeva, le sue mani si muovevano rapidamente su di me, stringendo e rilasciando, come se stesse cercando il ritmo perfetto per far esplodere la passione. La stanza era un vortice di sensazioni, di suoni e odori primordiali, come se si stesse celebrando un antico rituale d'amore.
Io, in preda all'eccitazione, presi un po' di saliva e la feci scivolare sul culo di Lorena, per lubrificare l'entrata stretta. Lorena si irrigidì per un attimo, ma il tocco caldo e bagnato la rassicurò, le fece desiderare di sentire qualcosa di grande e duro che la riempisse. Con delicatezza, posizionai la punta del mio membro su quell'apertura rosa, la sentì contrarre leggermente, come se stesse aspettando il permesso di entrare, il sesso fu un'estensione di quella complicità, un atto di abbandono reciproco, dove io mi lasciai guidare dalla sua assertività, trovando in quella sua dominante dolcezza un modo per dimenticare, almeno per un po', la mia confusione e il mio tormento. Non era passione travolgente, ma una connessione terrena, concreta, che mi offriva una tregua temporanea dal caos interiore.
La relazione con Lorena sbocciò in modo sorprendentemente libero e disinvolto. Non c'era la passione ardente di un amore nascente, né l'ombra del peccato che gravava sulle mie interazioni con il professore. Era qualcosa di diverso, un'intesa basata sulla complicità e su una comprensione reciproca che andava oltre le parole. Lorena, con la sua saggezza precoce e la sua indipendenza, mi offriva uno spazio in cui potevo essere me stesso, senza maschere o giudizi. Le nostre serate insieme erano un alternarsi di chiacchiere profonde, risate spontanee e intimità senza pretese, un rifugio dal caos della mia vita. Sentivo che lei mi accettava così come ero, con le mie debolezze e le mie molte contraddizioni.
Con questa nuova stabilità, o almeno, con la sensazione di avere un appiglio, il richiamo del professor Rossi iniziò a perdere la sua forza. Le sue seduzioni, una volta così potenti, ora mi sembravano artificiose, quasi patetiche. La sua autorità non mi impressionava più. Anzi, mi era diventata insopportabile. Non volevo più essere sottomesso, non volevo più seguire una strada tracciata da altri. Il legame che si era creato tra noi, un tempo fonte di eccitazione e dipendenza, ora mi appariva come una gabbia. Decisi di troncare. Fu un atto di ribellione non solo contro il professore, ma contro la mia stessa passività. Evitai le sue chiamate, le sue mail. Quando finalmente ci incrociammo nel corridoio della scuola, il suo sguardo era un misto di sorpresa e disapprovazione. "Marco," disse, la voce fredda come non l'avevo mai sentita. "Ho notato la tua assenza."
"Professor Rossi," risposi, cercando di mantenere un tono neutro, ma sentendo un brivido di sfida corrermi lungo la schiena. "Ho deciso di interrompere le lezioni con lei. Credo di aver trovato la mia strada." Le sue labbra si serrarono in una linea sottile. Non cercai di giustificarmi, non mi sentivo in debito di spiegazioni. Avevo fatto la mia scelta, e per la prima volta da molto tempo, sentivo di averla presa io, non altri per me. Il suo silenzio, carico di disappunto, fu la mia liberazione. Mi voltai e mi incamminai verso l'uscita, sentendo il peso del passato scivolarmi di dosso, mentre l'idea di un futuro, incerto ma libero, iniziava a prendere forma.
La richiesta di mio padre di rivolgermi al professor Rossi fu un richiamo alla realtà, un ordine secco che mi strappò da un torpore autodistruttivo. L'idea di affrontare il professore, figura di principi e stima, mi mise a disagio, ma sapevo che era un'opportunità per rimettere ordine nella mia vita, allontanandomi dalle influenze negative che mi avevano travolto.
Nel frattempo, la pressione di Katia cresceva esponenzialmente. La sua richiesta di una scelta definitiva era diventata un'urgenza palpabile. Una sera, le sue parole mi arrivarono come un pugno: "Non posso più aspettare. Ho bisogno di sapere che ci sei per me, che il tuo futuro è con me. Non posso competere con quel mondo. O scegli me, o..." La sua disperazione era un peso sul mio cuore, un bivio ineludibile che mi costringeva a confrontarmi con le mie priorità. Il professor Rossi, con la sua austera integrità, divenne una figura centrale nel mio percorso. Inizialmente reticente, mi ritrovai a confessargli le mie difficoltà con una sincerità disarmante, quasi a cercare in lui un'autorità paterna a cui sottomettermi. Lui, pur mantenendo un distacco professionale, iniziò a guidarmi con rigore e incoraggiamento, offrendomi una struttura e un senso di direzione. Accettai con gratitudine ogni suo consiglio, sentendo di recuperare un po' di controllo sulla mia vita, anche se ciò significava affidarmi completamente alla sua guida.
Questo avvicinamento al professor Rossi, però, acuì la distanza con Katia. Lei avvertiva il mio cambiamento, la mia crescente evasività, e la tensione tra noi divenne insostenibile. Mentre cercavo di concentrarmi sui miei studi sotto l'ala protettiva del professore, Fabrizio, con la sua promessa di ribellione e avventura, continuava a esercitare un fascino pericoloso. Mi ritrovavo sempre più attratto dalla sua vita disinvolta, che paradossalmente mi offriva una momentanea fuga dalle mie responsabilità. Katia, incapace di accettare questa mia indecisione e il crescente richiamo di Fabrizio, prese la sua dolorosa decisione. Una sera, con gli occhi lucidi ma una determinazione incrollabile, mi comunicò che non poteva più sopportare la mia ambiguità. Mi lasciò, portando via con sé una parte del mio presente e lasciandomi solo con il peso delle mie scelte, consapevole di aver perso un amore prezioso per aver inseguito un'illusione effimera.
Il rapporto con il professor Rossi si fece più complesso. La sua autorità accademica si intrecciava con un'intimità crescente, alimentata dalla mia dipendenza e dalla sua apparente comprensione. Le sessioni di studio si prolungavano, trasformandosi in conversazioni sempre più personali. Le sue attenzioni, inizialmente paternali, assunsero sfumature ambigue. Mi ritrovavo a cercare il suo sguardo, a desiderare la sua approvazione in modi che andavano oltre la sfera accademica. In quelle ore, sentivo di appartenere a qualcosa di più grande, di essere guidato verso un destino che lui solo conosceva. Questa sottomissione, unita a un'attrazione sottile e inaspettata, creava un legame intenso e inconfessabile. Parallelamente, il legame con Fabrizio si consolidava in un sodalizio di ribellione. Le serate con lui erano un'esplosione di adrenalina: fughe notturne, sfide al limite, una complicità che nasceva dalla trasgressione condivisa. Fabrizio mi vedeva come un pari, un compagno di avventure, e questa cameratesca libertà era un contrappeso potente alla disciplina imposta dal professore. Insieme, ci sentivamo invincibili, padroni delle nostre vite, pronti a sfidare il mondo intero. Questo dualismo, tra la ricerca di approvazione e l'ebbrezza della trasgressione, mi teneva sospeso in un precario equilibrio. La mia vita era diventata un gioco di specchi, divisa tra la sottomissione intellettuale ed emotiva al professor Rossi e l'eccitazione della libertà sfrenata con Fabrizio. Non c'era più spazio per Katia, né per le scelte chiare. Ero intrappolato in una spirale di desideri contrastanti, guidato da figure autorevoli e sedotto da promesse di evasione, senza più un punto fermo a cui aggrapparmi.
Le lezioni del professor Rossi divennero per me un'attesa febbrile, non più per il sapere che dispensava, ma per l'intimità che si celava tra le righe. Le sue domande non riguardavano più solo i miei studi, ma sondavano le mie insicurezze più profonde, le mie vulnerabilità. Io rispondevo, quasi rapito, consegnando a lui ogni mia difesa, ogni mia esitazione. La sua voce, prima solo autorevole, ora assumeva un tono che mi faceva tremare, un sussurro che prometteva qualcosa di più. Le sessioni di studio si protraevano in un crescendo di tensione. Un tocco casuale sul braccio, uno sguardo prolungato, bastavano a farmi sentire il cuore battere all'impazzata. Mi ritrovavo a desiderare la sua approvazione in modi fisici, quasi a cercare il suo contatto come un drogato cerca la sua dose. Era un desiderio passivo, una resa totale alla sua volontà. Le sue mani che sfioravano i miei appunti si posavano sempre più spesso sulla mia pelle, e io, incapace di opporre resistenza, mi lasciavo guidare in un gioco di sottomissione erotica che mi consumava.
Ogni incontro era una conferma della mia resa. Il professore, consapevole del mio abbandono, diventava sempre più audace, e io mi piegavo alla sua volontà, trovando una strana gratificazione nell'essere completamente alla sua mercé. Era un legame oscuro, intriso di potere e desiderio, che mi allontanava sempre di più da qualsiasi altra forma di legame, rendendomi totalmente dipendente dalla sua figura.
Il confine tra studente e professore si era dissolto da tempo, lasciando spazio a un gioco di potere e desiderio che mi consumava. Una sera, dopo l'ennesima sessione di studio che si era trasformata in un crescendo di tensione palpabile, il professor Rossi mi guardò con un'intensità che mi fece gelare il sangue e bruciare nello stesso tempo. Non c'erano più parole, solo sguardi che comunicavano una richiesta silenziosa e inequivocabile.
Sentii il mio corpo rispondere prima ancora che la mia mente potesse elaborare appieno la situazione. Un impulso primordiale, misto a una sottomissione radicata, mi spinse in avanti. Mi inginocchiai di fronte a lui, il respiro affannoso, gli occhi fissi sui suoi. Non c'era spazio per il rifiuto o per la domanda. C'era solo l'obbedienza a un desiderio che non era mio, ma che ora dominava ogni mio pensiero e ogni mia azione.
Mi chinai, guidato da una forza che sentivo più antica di me, e la mia bocca trovò il suo cazzo rigido, con la cappella grossa e lucida, "succhialo, cagnetta," ordinò, afferrandomi i capelli e guidando la mia faccia verso la sua asta pulsante.
Con amore presi in bocca quel grosso cazzo che avevo davanti e che desideravo intensamente succhiare.
Leccai con dei piccoli colpi la punta della cappella, per poi passare più lentamente al resto fino al glande, lo imboccai e scendendo sempre di più guidato con le mani dal mio mentore, senti le vene pulsare sotto la mia lingua, mentre leccavo il suo bel cazzo dalla base alla punta con movimenti lenti e cerimoniosi. Il professore emise un sibilo di piacere quando la mia bocca affondò sulle palle, le labbra che si serravano sulla pelle rugosa per raccogliere ogni traccia la saliva che scorreva lungo le pareti del cazzo. "Che brava cagnolina," mi ringhiò, afferrandomi la nuca mentre tornavo alla punta, le labbra che si incurvavano intorno al glande ancora sensibile. Sentii le sue dita stringersi nei miei capelli mentre la mia bocca lavorava con devozione, ogni leccata un atto di sottomissione. Il sapore era acre, intenso, eppure mi eccitava più di qualsiasi altro cosa. Le mie guance si infossarono quando succhiai con forza, volendo dimostrare quanto fossi brava a servire.
Il professore rise, un suono greve e soddisfatto, mentre il suo cazzo si riempiva tra le mie labbra. "Sei nata per questo, eh?" mi sussurrò, spingendomi più a fondo fino a farmi ingoiare la sua intera lunghezza.
Un conato faringeo scattò, ma invece di tirarmi indietro, afferrai le sue cosce e continuai, lasciando che la mia gola si adattasse alla sua grandezza. Le lacrime mi rigavano il viso mentre mi dimenavo, ma non mi fermai. Volevo sentire ogni suo millimetro dentro di me, anche se mi soffocava. Le sue unghie mi graffiarono il cuoio capelluto quando raggiunsi un ritmo regolare, la mia saliva che colava abbondante lungo la base del suo membro."Che bocchina preziosa," ansimò, le anche che iniziavano a muoversi incontro alle mie labbra con spinte sempre più profonde. Sentii la punta del suo cazzo premere contro la parte posteriore della mia gola, poi con un colpo improvviso, mi penetrò completamente, le sue palle che sbattevano sul mio mento mentre mi teneva ferma a forza.
La mancanza d'aria mi fece vedere stelle, le dita che si aggrappavano alle sue cosce, mentre il mio riflesso di vomito si mescolava al piacere proibito. Quando finalmente mi tirò indietro per farmi respirare, il mio gemito era più simile a un rantolo. "Così brava devi quasi soffocare," sussurrò, usando il pollice per raccogliere la mia saliva e spalmarla sul suo glande lucido. "Meriti un premio." Mi afferrò i capelli con una mano mentre con l'altra guidava la punta del suo cazzo bagnato verso le mie labbra tremanti. Capii al volo cosa volesse. Aprii la bocca, la lingua che si protendeva in offerta. Il primo getto di sperma caldo mi colpì la lingua con la forza di uno schiaffo, il sapore amaro e denso che mi riempì la bocca prima che potessi inghiottire. "Mmmh," grugnì, mentre continuava a svuotarsi, i fiotti che mi riempivano la gola, colando dagli angoli della mia bocca stretta.
Ingoiai con fatica, sentendo ogni pulsazione del suo membro contro il palato, ogni spruzzo che sembrava volermi marchiare anche internamente. Quando l'ultima goccia fu succhiata via, lasciai scivolare le labbra lungo la sua asta ancora tremante, pulendola con meticolosa devozione. Lui mi lasciò andare con un sospiro soddisfatto, i suoi muscoli che finalmente si rilassavano dopo ore di dominio. Vederlo crollare sul divano stremato fu un piacere assurdo - il predatore finalmente sazio, e soddisfatto di ciò che lui aveva tacitamente richiesto. Il mio era stato un atto di resa totale, un sigillo di sottomissione che sigillava la nostra relazione in un patto inconfessabile. Ogni mio movimento era dettato dalla sua presenza, dal suo respiro, dai suoi silenzi carichi di aspettativa. In quel momento, ero solo uno strumento della sua volontà, perso in un vortice di sensazioni che mi annientavano e, al contempo, mi davano un senso di appartenenza inquietante. Dopo quel pomeriggio con il professor Rossi, un velo di vergogna e un senso di estraneità mi avvolsero. Il segreto era un peso opprimente, una macchia indelebile sulla mia coscienza che mi impediva di guardare Katia negli occhi, anche se ormai non c'era più. Mi sentivo sporco, disorientato, perso in un labirinto di emozioni contrastanti.
Fu in quel momento di profonda crisi che Fabrizio apparve, come un angelo ribelle pronto a salvarmi. Vedendo il mio stato d'animo, non fece domande, ma mi offrì una via di fuga rapida e apparentemente liberatoria. Con un gesto quasi rituale, mi porse una bustina. Il suo sguardo era complice, comprensivo. "Ti ci vuole qualcosa per tirarti su, amico," disse, la voce roca e sicura. La prima esperienza con la cocaina fu un lampo accecante. Il peso della vergogna si dissolse, sostituito da un'euforia vertiginosa. Il mondo intorno a me divenne più vivido, i suoni più intensi, le sensazioni amplificate. Mi sentivo invincibile, capace di affrontare qualsiasi cosa. Fabrizio, vedendo la mia reazione, mi tirò per un braccio, trascinandomi verso una festa che prometteva di essere l'apoteosi della trasgressione.
La musica era assordante, le luci stroboscopiche creavano un'atmosfera febbrile e caotica. La trasgressione era nell'aria, palpable. Vedevo persone che si muovevano in modo disinibito, i loro corpi che si sfioravano senza pudore. La cocaina amplificava tutto, rendendo ogni sensazione più intensa, ogni limite più sfumabile. Mi sentivo parte di un mondo sotterraneo, dove le regole non esistevano e la liberazione era l'unica legge. In quel turbine di eccessi, il segreto con il professore sembrava quasi sbiadire, inghiottito dall'onda di oblio che la droga e la trasgressione mi offrivano. Ma in fondo, sapevo che il mio peccato era ancora lì, latente, pronto a riemergere non appena l'effetto della sostanza si fosse dissolto. Nel vortice di quella festa trasgressiva, tra il ritmo martellante della musica e l'euforia indotta dalla cocaina, i miei occhi incrociarono quelli di Lorena. Era un'amica di Fabrizio, ma subito capii che c'era qualcosa di diverso in lei. Qualche anno più grande di me, emanava un'aura di indipendenza e sicurezza che mi attirò come una calamita. I suoi occhi, profondi e penetranti, sembravano leggermi dentro, cogliendo la mia fragilità sotto la patina di euforia.
Fabrizio, con la sua solita disinvoltura, mi presentò a lei. "Questa è Lorena, Marco. È una tosta. Vi troverete, ne sono sicuro." E aveva ragione. In Lorena trovai un tipo di complicità che non avevo mai provato prima. Non c'era la dolcezza disperata di Katia, né il potere sottile e ambiguo del professore. C'era una forza magnetica, una dominanza serena che mi faceva sentire stranamente sollevato dalla responsabilità di scegliere. Lorena, con la sua esperienza di vita vissuta intensamente e la necessità di crescere in fretta, percepì la mia vulnerabilità e la mia impulsività. Non mi trattò come un ragazzino da proteggere, ma come un pari, un terreno fertile su cui esercitare una dominanza che non era crudele, ma pragmatica, quasi materna nel suo essere ferma. Parlammo per un tempo che mi sembrò infinito, le parole fluide e libere, un sollievo inaspettato dal peso del segreto che mi portavo dentro. La sua indipendenza, nata dalla necessità, le conferiva un carisma magnetico.
Man mano che la notte progrediva e l'effetto della cocaina si assopiva, la complicità tra noi si fece più intensa, più fisica. Le nostre mani si sfiorarono, i nostri sguardi si fecero più audaci. C'era un tacito accordo, un riconoscimento reciproco di bisogni inespressi. In Lorena non vedevo un rifugio, ma un'alleata, qualcuno che capiva la complessità del mondo e le scelte difficili che esso imponeva. Finimmo per ritirarci dal caos della festa, trovando rifugio nel suo appartamento, un luogo che rifletteva la sua personalità: ordinato ma vissuto, con un'aria di indipendenza e una certa malinconia sottile. Lì, in un silenzio carico di attesa, la guardai meglio, indossava un vestito aderente che lasciava intravedere le sue curve succulente. La notte ci attendeva, attirati l'uno dall'altro da un'energia carnale che non poteva essere ignorata. Ci lanciavamo sguardi furtivi e tocchi appassionati che parlavano di desideri inconfessabili, Lorena, con il seno generoso e le gambe lunghe e affusolate, si avvicinò, con la lingua che le bagnava le labbra in attesa di un bacio. Io, non deluso da ciò che vedeva, la presi tra mie le braccia, afferrando la stoffa leggera del vestito facendolo scivolare via, rivelando la pelle liscia e calda. I capezzoli eretti si inarcavano verso di me come se avessero una mente propria, desiderando la pressione delle mie mani. Il contatto fu come un'esplosione di calore, il respiro di entrambi si fece affannoso e i corpi si unirono in una danza di lussuria che non conosceva confini. Le mie dita esplorarono il ventre di Lorena, scivolando giù, per toccare la sete del desiderio che bagnava il tessuto sottilissimo. Lorena reagì con un gemito soffocato, le sue ginocchia si piegarono leggermente, offrendomi l'accesso completo a ciò che bramavamo entrambi. Le sue labbra si aprirono in un sospiro di piacere, e con le mani mi afferrò la testa per avvicinarmi di più, per scambiarci un bacio che era un richiamo all'unione che desideravamo, io avevo il cazzo duro e caldo, che pulsava di voglia. Lorena, lo fissava con occhi pieni di desiderio. Mentre io, la guardavo con un sorriso malizioso voglioso di attirarla a me, lei si inginocchiò e cominciò a leccare delicatamente l'asta, il gusto salato e il mio odore maschile le riempivano la bocca di una voglia selvaggia. Lorena, ansimando di piacere, con gli occhi chiusi e la testa china, sentiva la mia voglia crescere, la sensazione di piacere che si diffondeva, le sue mani si muovevano rapidamente su di me, stringendo e rilasciando, come se stesse cercando il ritmo perfetto per far esplodere la passione. La stanza era un vortice di sensazioni, di suoni e odori primordiali, come se si stesse celebrando un antico rituale d'amore.
Io, in preda all'eccitazione, presi un po' di saliva e la feci scivolare sul culo di Lorena, per lubrificare l'entrata stretta. Lorena si irrigidì per un attimo, ma il tocco caldo e bagnato la rassicurò, le fece desiderare di sentire qualcosa di grande e duro che la riempisse. Con delicatezza, posizionai la punta del mio membro su quell'apertura rosa, la sentì contrarre leggermente, come se stesse aspettando il permesso di entrare, il sesso fu un'estensione di quella complicità, un atto di abbandono reciproco, dove io mi lasciai guidare dalla sua assertività, trovando in quella sua dominante dolcezza un modo per dimenticare, almeno per un po', la mia confusione e il mio tormento. Non era passione travolgente, ma una connessione terrena, concreta, che mi offriva una tregua temporanea dal caos interiore.
La relazione con Lorena sbocciò in modo sorprendentemente libero e disinvolto. Non c'era la passione ardente di un amore nascente, né l'ombra del peccato che gravava sulle mie interazioni con il professore. Era qualcosa di diverso, un'intesa basata sulla complicità e su una comprensione reciproca che andava oltre le parole. Lorena, con la sua saggezza precoce e la sua indipendenza, mi offriva uno spazio in cui potevo essere me stesso, senza maschere o giudizi. Le nostre serate insieme erano un alternarsi di chiacchiere profonde, risate spontanee e intimità senza pretese, un rifugio dal caos della mia vita. Sentivo che lei mi accettava così come ero, con le mie debolezze e le mie molte contraddizioni.
Con questa nuova stabilità, o almeno, con la sensazione di avere un appiglio, il richiamo del professor Rossi iniziò a perdere la sua forza. Le sue seduzioni, una volta così potenti, ora mi sembravano artificiose, quasi patetiche. La sua autorità non mi impressionava più. Anzi, mi era diventata insopportabile. Non volevo più essere sottomesso, non volevo più seguire una strada tracciata da altri. Il legame che si era creato tra noi, un tempo fonte di eccitazione e dipendenza, ora mi appariva come una gabbia. Decisi di troncare. Fu un atto di ribellione non solo contro il professore, ma contro la mia stessa passività. Evitai le sue chiamate, le sue mail. Quando finalmente ci incrociammo nel corridoio della scuola, il suo sguardo era un misto di sorpresa e disapprovazione. "Marco," disse, la voce fredda come non l'avevo mai sentita. "Ho notato la tua assenza."
"Professor Rossi," risposi, cercando di mantenere un tono neutro, ma sentendo un brivido di sfida corrermi lungo la schiena. "Ho deciso di interrompere le lezioni con lei. Credo di aver trovato la mia strada." Le sue labbra si serrarono in una linea sottile. Non cercai di giustificarmi, non mi sentivo in debito di spiegazioni. Avevo fatto la mia scelta, e per la prima volta da molto tempo, sentivo di averla presa io, non altri per me. Il suo silenzio, carico di disappunto, fu la mia liberazione. Mi voltai e mi incamminai verso l'uscita, sentendo il peso del passato scivolarmi di dosso, mentre l'idea di un futuro, incerto ma libero, iniziava a prendere forma.
7
voti
voti
valutazione
6.9
6.9
Continua a leggere racconti dello stesso autore
racconto precedente
Bruciare Dentro
Commenti dei lettori al racconto erotico