La Prof e il Tempo (Incipit)
di
Marika Traves Dressi
genere
confessioni
Il gran giorno è finalmente fiorito tra le pieghe delle lenzuola. Quando la sveglia spezza il silenzio, scagliando il suo rintocco d'acciaio nel vuoto della stanza, sono appena le sei e quarantacinque. La spengo con un gesto che sa di rito e mi alzo, lasciando che l’adrenalina scorra dove il riposo ha mancato di posarsi; corro a lavarmi, cercando nell'acqua il riflesso di una notte in cui ho dormito poco, come accade sempre quando l’attesa si fa polvere densa nei pensieri. Mi vesto con la lentezza di una sacerdotessa, scegliendo un outfit elegante e sexy che è ormai il mio stile, il mio marchio, il canto silenzioso con cui dichiaro la mia presenza al mondo ancor prima di sfiorare l'aria con le parole.
Esco mentre il respiro del mattino, ancora vergine, mi accarezza il volto. Salgo in macchina e guido nel sacrario dell'alba, solcando strade che sembrano appartenere solo a me. Arrivo a scuola che il sole è un bacio appena accennato all'orizzonte, fedele al mio destino di essere tra i primi a varcare la soglia del silenzio. Stringo al petto le mie cose e il registro; già, quel registro che pesa come un breviario di vite altrui, e imbocco il corridoio.
È qui che la materia si arrende.
Mentre avanzo, il mondo consueto inizia a sfaldarsi sotto il ritmo dei miei passi. Una vibrazione sottile, nata dai tacchi delle scarpe, risale lungo le gambe e mi fiorisce nel petto, avvolgendomi in uno stato emotivo che non ha nome. Quel passaggio rettilineo smette di essere un confine di cemento e linoleum per farsi fenditura, squarcio luminoso nello spazio-tempo. Le pareti perdono la loro prigionia materiale, distendendosi in veli di nebbia e sogni, mentre la realtà quotidiana, il traffico, il sapore amaro del caffè, l’ombra delle sei e quarantacinque, scivola via come sabbia tra le dita.
In questa navata di luce mi addentro in una dimensione di pura fantasia, dove i confini tra il possibile e l’immaginato si sciolgono come neve. Qui accade il miracolo: il tempo smette di scorrere, si accartoccia su se stesso e muore. Il passato svanisce, portando con sé la stanchezza della notte, ridotta ormai a un’eco di un’altra vita; il futuro si eclissa, cancellando ogni ansia, ogni attesa, ogni campanella.
Tutto l’universo si contrae in un unico, vibrante presente. Esisto solo io, il fruscio di seta della mia gonna e il battito del mio cuore che scandisce l’istante assoluto. Sono sospesa in un "qui e ora" dove sono al tempo stesso la musa e la storia, e il registro che stringo si trasforma in un libro magico di destini pronti a essere evocati. Quando la mia mano sfiora infine la porta della classe, la metamorfosi è compiuta: non sono più la donna che ha sfidato l’alba, ma una creatura tessuta di visione e volontà, pronta a varcare la soglia e a trascinare il mondo intero nel mio presente senza fine.
Oltre il legno della porta, un vociare intenso pulsa come un cuore collettivo: sono loro, i miei "nuovi" alunni. Trattengo il fiato, attingo coraggio dal vuoto e, dopo un sospiro che sembra contenere intere stagioni, varco la soglia. Un "buongiorno" appena sussurrato scivola nell’aria mentre prendo possesso del mio trono dietro la cattedra; poso la borsa con la cura di chi depone un fardello antico e cerco lo sguardo dei miei ragazzi.
Apro il registro, ma le pagine non sono bianche: un inchiostro misterioso ha già tracciato sentieri e nomi, come se la storia fosse già stata scritta dal tempo. Rialzo gli occhi e il respiro mi si mozza in gola. La metamorfosi prosegue, implacabile: al posto dei volti fanciulleschi, vedo uomini e donne, visi segnati dall'esperienza che mi sorridono con una gioia struggente, come se avessero finalmente ritrovato la loro "vecchia prof" dopo un lungo esilio.
Un brivido d'ignoto mi percorre la schiena, mi sento un'estranea nel mio stesso momento. Non riesco a decifrare l'enigma di questi sguardi adulti e devoti. Forse, in quegli antichi nomi scritti sulla carta, troverò la chiave per sciogliere il nodo di questo mistero e capire in quale piega dell'eternità sono andata a naufragare.
"Ogni riferimento a fatti realmente accaduti e/o a persone realmente esistenti è da ritenersi puramente casuale".
Esco mentre il respiro del mattino, ancora vergine, mi accarezza il volto. Salgo in macchina e guido nel sacrario dell'alba, solcando strade che sembrano appartenere solo a me. Arrivo a scuola che il sole è un bacio appena accennato all'orizzonte, fedele al mio destino di essere tra i primi a varcare la soglia del silenzio. Stringo al petto le mie cose e il registro; già, quel registro che pesa come un breviario di vite altrui, e imbocco il corridoio.
È qui che la materia si arrende.
Mentre avanzo, il mondo consueto inizia a sfaldarsi sotto il ritmo dei miei passi. Una vibrazione sottile, nata dai tacchi delle scarpe, risale lungo le gambe e mi fiorisce nel petto, avvolgendomi in uno stato emotivo che non ha nome. Quel passaggio rettilineo smette di essere un confine di cemento e linoleum per farsi fenditura, squarcio luminoso nello spazio-tempo. Le pareti perdono la loro prigionia materiale, distendendosi in veli di nebbia e sogni, mentre la realtà quotidiana, il traffico, il sapore amaro del caffè, l’ombra delle sei e quarantacinque, scivola via come sabbia tra le dita.
In questa navata di luce mi addentro in una dimensione di pura fantasia, dove i confini tra il possibile e l’immaginato si sciolgono come neve. Qui accade il miracolo: il tempo smette di scorrere, si accartoccia su se stesso e muore. Il passato svanisce, portando con sé la stanchezza della notte, ridotta ormai a un’eco di un’altra vita; il futuro si eclissa, cancellando ogni ansia, ogni attesa, ogni campanella.
Tutto l’universo si contrae in un unico, vibrante presente. Esisto solo io, il fruscio di seta della mia gonna e il battito del mio cuore che scandisce l’istante assoluto. Sono sospesa in un "qui e ora" dove sono al tempo stesso la musa e la storia, e il registro che stringo si trasforma in un libro magico di destini pronti a essere evocati. Quando la mia mano sfiora infine la porta della classe, la metamorfosi è compiuta: non sono più la donna che ha sfidato l’alba, ma una creatura tessuta di visione e volontà, pronta a varcare la soglia e a trascinare il mondo intero nel mio presente senza fine.
Oltre il legno della porta, un vociare intenso pulsa come un cuore collettivo: sono loro, i miei "nuovi" alunni. Trattengo il fiato, attingo coraggio dal vuoto e, dopo un sospiro che sembra contenere intere stagioni, varco la soglia. Un "buongiorno" appena sussurrato scivola nell’aria mentre prendo possesso del mio trono dietro la cattedra; poso la borsa con la cura di chi depone un fardello antico e cerco lo sguardo dei miei ragazzi.
Apro il registro, ma le pagine non sono bianche: un inchiostro misterioso ha già tracciato sentieri e nomi, come se la storia fosse già stata scritta dal tempo. Rialzo gli occhi e il respiro mi si mozza in gola. La metamorfosi prosegue, implacabile: al posto dei volti fanciulleschi, vedo uomini e donne, visi segnati dall'esperienza che mi sorridono con una gioia struggente, come se avessero finalmente ritrovato la loro "vecchia prof" dopo un lungo esilio.
Un brivido d'ignoto mi percorre la schiena, mi sento un'estranea nel mio stesso momento. Non riesco a decifrare l'enigma di questi sguardi adulti e devoti. Forse, in quegli antichi nomi scritti sulla carta, troverò la chiave per sciogliere il nodo di questo mistero e capire in quale piega dell'eternità sono andata a naufragare.
"Ogni riferimento a fatti realmente accaduti e/o a persone realmente esistenti è da ritenersi puramente casuale".
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