La nascita di Marika 9
di
Marika Traves Dressi
genere
trans
Marco/Marika
La mia vita con Lorena si trasformò in un'avventura, un'esplosione di libertà e scoperta. Non c'erano regole, né giudizi, solo la gioia di vivere intensamente ogni momento. Ci perdevamo in lunghe passeggiate per la città, parlando di tutto e di niente, ridendo di ogni sciocchezza. Esplorammo i locali più nascosti, ascoltando musica dal vivo e ballando fino all'alba. La sua casa, che era diventata anche la mia, era un santuario di libertà, un luogo dove potevamo essere noi stessi senza filtri.
Con Lorena, sperimentai la vera intimità, non quella oscura e sottomessa del rapporto con il professore, ma una connessione profonda basata sulla fiducia e sul rispetto reciproco. Il sesso era un'estensione di questo legame, un'espressione della nostra complicità, libera da ogni costrizione. Non c'era bisogno di dimostrare nulla, di sottomettersi o di dominare. Eravamo semplicemente due anime che si trovavano, in sintonia, in equilibrio.
Fabrizio, vedendo la mia nuova vita, mi sostenne. Si sentiva, in un certo senso, responsabile del mio cambiamento, e fu felice di vedermi felice. Spesso ci raggiungeva, creando un trio inseparabile, complice e pieno di energia. La sua amicizia, che un tempo era un'ancora di salvezza dai miei tormenti, divenne un pilastro della mia serenità.
La mia vita scolastica, per contrasto, divenne meno importante. Abbandonai le lezioni con le materie che non mi interessavano e mi concentrai solo su quelle poche materie che ancora mi affascinavano. Nonostante ciò, la mia media era peggiorata, il mio rendimento era decisamente scadente, e i miei genitori non smettevano di lamentarsi. Ma ora, per la prima volta, non mi sentivo in colpa. Sapevo di aver fatto la scelta giusta, anche se questo significava rinunciare al futuro che gli altri avevano immaginato per me.
Un giorno, seduti sul letto di Lorena, guardando il sole tramontare, mi resi conto di quanto fossi cambiato. Ero diventato un ragazzo diverso, libero dalle catene del passato, aperto a un futuro ancora tutto da scrivere. E in quel momento, mi sentii finalmente vivo. La vita con Lorena era un'esplosione di colori, un'ode alla libertà, un invito a credere in se stessi e a seguire il proprio cuore, senza paura.
Un giorno, Lorena mi propose di presentare Fabio, il mio amico d'infanzia, a una sua amica. "Si chiamava Sofia," mi disse, " credo che si troverebbero bene. Sono entrambi persone semplici, sincere, con una grande passione in comune."
Io, pur essendo felice della mia nuova vita, non avevo mai dimenticato Fabio. Ero stato troppo preso dai miei problemi, e mi dispiaceva averlo un po' trascurato. Così, accettai con entusiasmo. Organizzammo una cena a casa di Lorena, invitando anche Fabrizio.
Quando Sofia arrivò, capii subito perché Lorena pensava che lei e Fabio si sarebbero piaciuti. Era una ragazza con un'espressione dolce e determinata, con occhi che brillavano di intelligenza e creatività. La sua presenza emanava una calma rassicurante, un'energia positiva che riempì la stanza.
Fabio, inizialmente un po' intimidito, si sentì subito a suo agio con lei. Entrambi avevano una passione per i fumetti, e iniziarono a parlare dei personaggi, e delle mostre, affascinati l'uno dall'altra. Li vedevo parlare e ridere, e mi sembrava di assistere alla nascita di un amore. La cena fu un successo. L'atmosfera era rilassata, piena di calore. Ci scambiammo storie, risate, e confidenze. Io e Fabio, da amici di sempre, ci ritrovammo a condividere con Lorena e Sofia le nostre esperienze, i nostri sogni, le nostre paure.
Dopo cena, mentre Fabio e Sofia, isolati dal resto del gruppo, continuavano a parlare, io e Lorena ci scambiammo un sorriso complice. "Sono fatti l'uno per l'altra," mi disse. "Si vede."
Quella sera, mi sentii felice e completo. Vedere Fabio trovare l'amore, e condividere con lui e gli altri la mia felicità, mi diede una nuova prospettiva sulla vita. La libertà, l'amore, l'amicizia, la creatività: tutto sembrava confluire in un'unica, meravigliosa armonia. Ero grato a Lorena per avermi dato la possibilità di vivere tutto questo, per avermi aperto un mondo che non avrei mai immaginato. E sapevo che, insieme, avremmo continuato a costruire il nostro futuro, un passo alla volta, liberi dalle catene del passato, pronti ad abbracciare ogni nuova avventura.
Ma il destino aveva deciso altro. Quella sera, insieme a Fabrizio, ci eravamo recati al "Vecchia Locanda", un pub che lui aveva scoperto da poco e di cui mi aveva parlato con entusiasmo. Dopo avermi promesso una sorpresa, mi condusse verso l'interno, dove una serie di piccole logge appartate creavano una sorta di privé. Prima di entrare, Fabrizio mi fece cenno di aspettare: "Devo presentarti un mio amico". E notai lì, seduto al bancone, c'era Sergio, un nostro vecchio compagno di scuola tornato per qualche giorno da Londra.
Fu un momento di pura gioia rivederci. Ordinate le birre, mentre il chiacchiericcio allegro riempiva l'aria, Sergio commentò con un sorriso: "Bello questo locale". Fabrizio annuì, confermando di averlo apprezzato per le sue visite precedenti, aggiungendo con un'occhiata maliziosa: "E pieno di figa!". Sergio, cogliendo la palla al balzo con un tono sarcastico e un pizzico di compiacimento, replicò: "Ho notato. Prima mi sono fatto un giro e nelle loggette ho visto una gran fica che si dava da fare con due tipi". Fabrizio, incuriosito, chiese dove, e Sergio indicò una delle ultime logge, la più appartata, prima del corridoio dei bagni.
Sentendomi dare una leggera gomitata da Fabrizio, che con un sorriso mi invitava a seguirlo, ci alzammo. Mentre ci dirigevamo verso la loggia indicata, Fabrizio, con un ghigno, aggiunse: "Vediamo se è bella come dice Sergio". Ci avvicinammo, e proprio in quel momento, sentimmo chiaramente una voce dire: "Lorena, ti piace proprio tanto succhiare il cazzo". Riconobbi la risata di Lorena. Fabrizio, rendendosi conto dell'imminente esplosione, si frappose tra me e la parete divisoria, cercando di contenere la situazione. Ma l'istinto ebbe la meglio. Lo spinsi via e mi scaraventai su uno dei due ragazzi che erano con Lorena, colpendolo ripetutamente. Immediatamente sentii un pugno sull'occhio, e in quell'istante i miei amici mi afferrarono con forza e ci trascinarono fuori. Saliti in macchina, ci allontanammo rapidamente, lasciandoci alle spalle il caos appena scatenato.
Dopo l'incidente al "Vecchia Locanda", salutai i miei amici e tornai a casa, dove rimasi per qualche giorno a leccarmi le ferite. Una mattina, Fabrizio mi disse che Lorena desiderava parlarmi, ma io liquidai la cosa con un secco "non abbiamo nulla da dirci, per me è finita lì". Nei mesi che seguirono, per non pensare o per cercare di essere qualcuno che non ero con Fabrizio, la mia routine si limitò ad andare allo stadio e, occasionalmente, a bere qualcosa. Di solito, però, uscivo più spesso con Fabio, con cui condividevo la passione per lo sport. Questo fino al giorno in cui, recandomi a casa sua per cercarlo, mi ritrovai a subire la dominazione di Cesare.
Il giorno dopo al bar segnò un punto di svolta. Mi ritrovai a rimuginare sull'accaduto, con pensieri confusi che si arrendevano al mio corpo e alle sue pulsioni, che sembravano prendere il sopravvento. Ultimamente, incontrare Cesare era diventato frequente, e ogni volta che si presentava, il mio carattere subiva una mutazione: mi lasciavo sottomettere con una facilità estrema e quasi consapevole.
In uno di questi incontri, proprio quella mattina al bar, mi convinse a seguirlo. Saliti in auto, con parole dirette e spiazzanti, mi disse: "Quello che abbiamo fatto a casa mia mi è piaciuto molto e voglio che tu diventi la mia troia." La mia risposta fu incerta: "Ho commesso un errore." Lui replicò: "A me non sembrava, e presto lo capirai." Mi portò a pranzo e, terminato il pasto, mi disse che saremmo andati a conoscere una persona. Fu così che conobbi Barbara, un'amica di Cesare, a cui lui mi affidava per la mia trasformazione.
Cesare e Barbara, avevamo stabilito che due settimane sarebbero state sufficienti per far nascere Marika. Questo periodo era visto come il tempo necessario per completare la mia trasformazione, un processo che mi avrebbe condotta a diventare quella puttana che Cesare desiderava, una figura che lui definiva "la mia troia". Le due settimane divennero quindi il termine entro cui si sarebbe compiuto questo cambiamento radicale, un passaggio da una identità all'altra, guidato e plasmato dalle mani di Barbara, e successivamente, da Cesare. Durante quelle due settimane, la trasformazione fu intensa e quasi completa, concentrandosi in modo particolare sull'aspetto estetico. Cesare, con la collaborazione di Barbara, si dedicò a plasmare la mia immagine per farla corrispondere alla sua visione di "Marika". Iniziarono con il mio corpo, modificando gradualmente il mio stile, dai vestiti che indossavo, ora più audaci e femminili, a dettagli come unghie laccate e capelli acconciati diversamente. Barbara, con la sua esperienza, si occupò del mio trucco, insegnandomi a valorizzare i miei lineamenti, a creare un'espressione più sensuale e seducente, in linea con l'idea che Cesare aveva di me. Ogni giorno era un passo avanti verso la creazione di questa nuova persona, un'estetica studiata per incarnare la femminilità desiderata da Cesare, fino a quando lo specchio non mi rimandava un'immagine quasi irriconoscibile, un'anticipazione di quella che sarebbe stata Marika. L'ultimo giorno con Barbara fu dedicato ai ritocchi finali, un'immersione totale nel personaggio di Marika prima della presentazione ufficiale a Cesare. Ci concentrammo sull'atteggiamento e sul portamento: Barbara mi insegnò a muovermi con grazia, a modulare la voce, a gestire sguardi e gesti in modo da proiettare una sicurezza inedita e una sensualità controllata. Ogni dettaglio era curato nei minimi particolari, dalla scelta dell'intimo ai profumi, fino all'ultima pennellata di rossetto. Era un'arte performativa che stavo imparando a padroneggiare, sotto la guida esperta di Barbara, che mi ripeteva costantemente: "Ricorda, sei Marika ora. Devi esserlo in tutto e per tutto". L'ansia si mescolava a un'eccitazione crescente, mentre sentivo l'identità che mi era stata imposta quasi farsi strada autonomamente, pronta a fare il suo ingresso.
L'intera giornata fu un preludio all'appuntamento serale, un'attesa carica di tensione e anticipazione per il momento in cui Marika si sarebbe finalmente svelata a Cesare. Mi svegliai con la consapevolezza che oggi era il giorno del "giudizio", quello in cui tutto il lavoro svolto sarebbe stato messo alla prova. Barbara si occupò di me con la meticolosità di un'artista che sta ultimando il suo capolavoro. Mi fece indossare un abito scelto con cura, un'eleganza seducente che accentuava le modifiche apportate al mio corpo. I capelli furono acconciati in onde morbide, il trucco enfatizzò i miei occhi e le mie labbra, rendendomi quasi irriconoscibile rispetto a chi ero prima.
Ogni gesto, ogni parola, ogni pensiero era orientato a preparare la mia mente a incarnare pienamente Marika. Barbara mi ricordava costantemente il ruolo che avrei dovuto interpretare: "Sei la sua troia, e devi esserlo completamente. Devi desiderare quello che lui desidera, devi essergli devota." Mi ripeteva che la mia unica ragione d'essere, in quel momento, era soddisfare Cesare, che la mia trasformazione era finalizzata a questo preciso scopo. Sentivo un misto di terrore e di una strana, perversa eccitazione crescere dentro di me. Non ero più io, ero Marika, pronta a essere presentata al suo creatore, con la consapevolezza che la mia esistenza era ora legata indissolubilmente al suo piacere. L'attesa della sera era quasi insopportabile, un conto alla rovescia verso la definitiva consacrazione del mio nuovo ruolo.
Quella sera, Marika emerse dalla sua preparazione come una visione. Indossava un abito nero, lungo e sinuoso, che aderiva al corpo come una seconda pelle, mettendo in risalto le curve sapientemente scolpite. Lo spacco laterale era audace, rivelando la gamba fin quasi all'anca ad ogni passo, mentre la scollatura, profonda ma sofisticata, invitava lo sguardo senza svelare tutto. Non era una volgarità ostentata, ma un'eleganza provocante, fatta di tessuti pregiati e linee impeccabili che urlavano potere e seduzione. Le scarpe con tacchi alti completavano il look, conferendole un portamento sicuro e un'andatura ondeggiante.
Ad attendermi, silenziosa e imponente, c'era un'auto privata, una berlina di lusso scura, il cui autista, con un cenno discreto, mi invitò a salire. L'abitacolo era avvolto in un'atmosfera di esclusività e discrezione. Mentre l'auto scivolava nella notte, diretta verso la villa, il mio cuore batteva all'unisono con l'attesa. Ero Marika, pronta a essere consegnata a Cesare, consapevole che ogni dettaglio del mio aspetto e del mio arrivo era stato studiato per creare l'impatto desiderato: una femmina bellissima, sofisticata, ma soprattutto, completamente a sua disposizione.
La mia vita con Lorena si trasformò in un'avventura, un'esplosione di libertà e scoperta. Non c'erano regole, né giudizi, solo la gioia di vivere intensamente ogni momento. Ci perdevamo in lunghe passeggiate per la città, parlando di tutto e di niente, ridendo di ogni sciocchezza. Esplorammo i locali più nascosti, ascoltando musica dal vivo e ballando fino all'alba. La sua casa, che era diventata anche la mia, era un santuario di libertà, un luogo dove potevamo essere noi stessi senza filtri.
Con Lorena, sperimentai la vera intimità, non quella oscura e sottomessa del rapporto con il professore, ma una connessione profonda basata sulla fiducia e sul rispetto reciproco. Il sesso era un'estensione di questo legame, un'espressione della nostra complicità, libera da ogni costrizione. Non c'era bisogno di dimostrare nulla, di sottomettersi o di dominare. Eravamo semplicemente due anime che si trovavano, in sintonia, in equilibrio.
Fabrizio, vedendo la mia nuova vita, mi sostenne. Si sentiva, in un certo senso, responsabile del mio cambiamento, e fu felice di vedermi felice. Spesso ci raggiungeva, creando un trio inseparabile, complice e pieno di energia. La sua amicizia, che un tempo era un'ancora di salvezza dai miei tormenti, divenne un pilastro della mia serenità.
La mia vita scolastica, per contrasto, divenne meno importante. Abbandonai le lezioni con le materie che non mi interessavano e mi concentrai solo su quelle poche materie che ancora mi affascinavano. Nonostante ciò, la mia media era peggiorata, il mio rendimento era decisamente scadente, e i miei genitori non smettevano di lamentarsi. Ma ora, per la prima volta, non mi sentivo in colpa. Sapevo di aver fatto la scelta giusta, anche se questo significava rinunciare al futuro che gli altri avevano immaginato per me.
Un giorno, seduti sul letto di Lorena, guardando il sole tramontare, mi resi conto di quanto fossi cambiato. Ero diventato un ragazzo diverso, libero dalle catene del passato, aperto a un futuro ancora tutto da scrivere. E in quel momento, mi sentii finalmente vivo. La vita con Lorena era un'esplosione di colori, un'ode alla libertà, un invito a credere in se stessi e a seguire il proprio cuore, senza paura.
Un giorno, Lorena mi propose di presentare Fabio, il mio amico d'infanzia, a una sua amica. "Si chiamava Sofia," mi disse, " credo che si troverebbero bene. Sono entrambi persone semplici, sincere, con una grande passione in comune."
Io, pur essendo felice della mia nuova vita, non avevo mai dimenticato Fabio. Ero stato troppo preso dai miei problemi, e mi dispiaceva averlo un po' trascurato. Così, accettai con entusiasmo. Organizzammo una cena a casa di Lorena, invitando anche Fabrizio.
Quando Sofia arrivò, capii subito perché Lorena pensava che lei e Fabio si sarebbero piaciuti. Era una ragazza con un'espressione dolce e determinata, con occhi che brillavano di intelligenza e creatività. La sua presenza emanava una calma rassicurante, un'energia positiva che riempì la stanza.
Fabio, inizialmente un po' intimidito, si sentì subito a suo agio con lei. Entrambi avevano una passione per i fumetti, e iniziarono a parlare dei personaggi, e delle mostre, affascinati l'uno dall'altra. Li vedevo parlare e ridere, e mi sembrava di assistere alla nascita di un amore. La cena fu un successo. L'atmosfera era rilassata, piena di calore. Ci scambiammo storie, risate, e confidenze. Io e Fabio, da amici di sempre, ci ritrovammo a condividere con Lorena e Sofia le nostre esperienze, i nostri sogni, le nostre paure.
Dopo cena, mentre Fabio e Sofia, isolati dal resto del gruppo, continuavano a parlare, io e Lorena ci scambiammo un sorriso complice. "Sono fatti l'uno per l'altra," mi disse. "Si vede."
Quella sera, mi sentii felice e completo. Vedere Fabio trovare l'amore, e condividere con lui e gli altri la mia felicità, mi diede una nuova prospettiva sulla vita. La libertà, l'amore, l'amicizia, la creatività: tutto sembrava confluire in un'unica, meravigliosa armonia. Ero grato a Lorena per avermi dato la possibilità di vivere tutto questo, per avermi aperto un mondo che non avrei mai immaginato. E sapevo che, insieme, avremmo continuato a costruire il nostro futuro, un passo alla volta, liberi dalle catene del passato, pronti ad abbracciare ogni nuova avventura.
Ma il destino aveva deciso altro. Quella sera, insieme a Fabrizio, ci eravamo recati al "Vecchia Locanda", un pub che lui aveva scoperto da poco e di cui mi aveva parlato con entusiasmo. Dopo avermi promesso una sorpresa, mi condusse verso l'interno, dove una serie di piccole logge appartate creavano una sorta di privé. Prima di entrare, Fabrizio mi fece cenno di aspettare: "Devo presentarti un mio amico". E notai lì, seduto al bancone, c'era Sergio, un nostro vecchio compagno di scuola tornato per qualche giorno da Londra.
Fu un momento di pura gioia rivederci. Ordinate le birre, mentre il chiacchiericcio allegro riempiva l'aria, Sergio commentò con un sorriso: "Bello questo locale". Fabrizio annuì, confermando di averlo apprezzato per le sue visite precedenti, aggiungendo con un'occhiata maliziosa: "E pieno di figa!". Sergio, cogliendo la palla al balzo con un tono sarcastico e un pizzico di compiacimento, replicò: "Ho notato. Prima mi sono fatto un giro e nelle loggette ho visto una gran fica che si dava da fare con due tipi". Fabrizio, incuriosito, chiese dove, e Sergio indicò una delle ultime logge, la più appartata, prima del corridoio dei bagni.
Sentendomi dare una leggera gomitata da Fabrizio, che con un sorriso mi invitava a seguirlo, ci alzammo. Mentre ci dirigevamo verso la loggia indicata, Fabrizio, con un ghigno, aggiunse: "Vediamo se è bella come dice Sergio". Ci avvicinammo, e proprio in quel momento, sentimmo chiaramente una voce dire: "Lorena, ti piace proprio tanto succhiare il cazzo". Riconobbi la risata di Lorena. Fabrizio, rendendosi conto dell'imminente esplosione, si frappose tra me e la parete divisoria, cercando di contenere la situazione. Ma l'istinto ebbe la meglio. Lo spinsi via e mi scaraventai su uno dei due ragazzi che erano con Lorena, colpendolo ripetutamente. Immediatamente sentii un pugno sull'occhio, e in quell'istante i miei amici mi afferrarono con forza e ci trascinarono fuori. Saliti in macchina, ci allontanammo rapidamente, lasciandoci alle spalle il caos appena scatenato.
Dopo l'incidente al "Vecchia Locanda", salutai i miei amici e tornai a casa, dove rimasi per qualche giorno a leccarmi le ferite. Una mattina, Fabrizio mi disse che Lorena desiderava parlarmi, ma io liquidai la cosa con un secco "non abbiamo nulla da dirci, per me è finita lì". Nei mesi che seguirono, per non pensare o per cercare di essere qualcuno che non ero con Fabrizio, la mia routine si limitò ad andare allo stadio e, occasionalmente, a bere qualcosa. Di solito, però, uscivo più spesso con Fabio, con cui condividevo la passione per lo sport. Questo fino al giorno in cui, recandomi a casa sua per cercarlo, mi ritrovai a subire la dominazione di Cesare.
Il giorno dopo al bar segnò un punto di svolta. Mi ritrovai a rimuginare sull'accaduto, con pensieri confusi che si arrendevano al mio corpo e alle sue pulsioni, che sembravano prendere il sopravvento. Ultimamente, incontrare Cesare era diventato frequente, e ogni volta che si presentava, il mio carattere subiva una mutazione: mi lasciavo sottomettere con una facilità estrema e quasi consapevole.
In uno di questi incontri, proprio quella mattina al bar, mi convinse a seguirlo. Saliti in auto, con parole dirette e spiazzanti, mi disse: "Quello che abbiamo fatto a casa mia mi è piaciuto molto e voglio che tu diventi la mia troia." La mia risposta fu incerta: "Ho commesso un errore." Lui replicò: "A me non sembrava, e presto lo capirai." Mi portò a pranzo e, terminato il pasto, mi disse che saremmo andati a conoscere una persona. Fu così che conobbi Barbara, un'amica di Cesare, a cui lui mi affidava per la mia trasformazione.
Cesare e Barbara, avevamo stabilito che due settimane sarebbero state sufficienti per far nascere Marika. Questo periodo era visto come il tempo necessario per completare la mia trasformazione, un processo che mi avrebbe condotta a diventare quella puttana che Cesare desiderava, una figura che lui definiva "la mia troia". Le due settimane divennero quindi il termine entro cui si sarebbe compiuto questo cambiamento radicale, un passaggio da una identità all'altra, guidato e plasmato dalle mani di Barbara, e successivamente, da Cesare. Durante quelle due settimane, la trasformazione fu intensa e quasi completa, concentrandosi in modo particolare sull'aspetto estetico. Cesare, con la collaborazione di Barbara, si dedicò a plasmare la mia immagine per farla corrispondere alla sua visione di "Marika". Iniziarono con il mio corpo, modificando gradualmente il mio stile, dai vestiti che indossavo, ora più audaci e femminili, a dettagli come unghie laccate e capelli acconciati diversamente. Barbara, con la sua esperienza, si occupò del mio trucco, insegnandomi a valorizzare i miei lineamenti, a creare un'espressione più sensuale e seducente, in linea con l'idea che Cesare aveva di me. Ogni giorno era un passo avanti verso la creazione di questa nuova persona, un'estetica studiata per incarnare la femminilità desiderata da Cesare, fino a quando lo specchio non mi rimandava un'immagine quasi irriconoscibile, un'anticipazione di quella che sarebbe stata Marika. L'ultimo giorno con Barbara fu dedicato ai ritocchi finali, un'immersione totale nel personaggio di Marika prima della presentazione ufficiale a Cesare. Ci concentrammo sull'atteggiamento e sul portamento: Barbara mi insegnò a muovermi con grazia, a modulare la voce, a gestire sguardi e gesti in modo da proiettare una sicurezza inedita e una sensualità controllata. Ogni dettaglio era curato nei minimi particolari, dalla scelta dell'intimo ai profumi, fino all'ultima pennellata di rossetto. Era un'arte performativa che stavo imparando a padroneggiare, sotto la guida esperta di Barbara, che mi ripeteva costantemente: "Ricorda, sei Marika ora. Devi esserlo in tutto e per tutto". L'ansia si mescolava a un'eccitazione crescente, mentre sentivo l'identità che mi era stata imposta quasi farsi strada autonomamente, pronta a fare il suo ingresso.
L'intera giornata fu un preludio all'appuntamento serale, un'attesa carica di tensione e anticipazione per il momento in cui Marika si sarebbe finalmente svelata a Cesare. Mi svegliai con la consapevolezza che oggi era il giorno del "giudizio", quello in cui tutto il lavoro svolto sarebbe stato messo alla prova. Barbara si occupò di me con la meticolosità di un'artista che sta ultimando il suo capolavoro. Mi fece indossare un abito scelto con cura, un'eleganza seducente che accentuava le modifiche apportate al mio corpo. I capelli furono acconciati in onde morbide, il trucco enfatizzò i miei occhi e le mie labbra, rendendomi quasi irriconoscibile rispetto a chi ero prima.
Ogni gesto, ogni parola, ogni pensiero era orientato a preparare la mia mente a incarnare pienamente Marika. Barbara mi ricordava costantemente il ruolo che avrei dovuto interpretare: "Sei la sua troia, e devi esserlo completamente. Devi desiderare quello che lui desidera, devi essergli devota." Mi ripeteva che la mia unica ragione d'essere, in quel momento, era soddisfare Cesare, che la mia trasformazione era finalizzata a questo preciso scopo. Sentivo un misto di terrore e di una strana, perversa eccitazione crescere dentro di me. Non ero più io, ero Marika, pronta a essere presentata al suo creatore, con la consapevolezza che la mia esistenza era ora legata indissolubilmente al suo piacere. L'attesa della sera era quasi insopportabile, un conto alla rovescia verso la definitiva consacrazione del mio nuovo ruolo.
Quella sera, Marika emerse dalla sua preparazione come una visione. Indossava un abito nero, lungo e sinuoso, che aderiva al corpo come una seconda pelle, mettendo in risalto le curve sapientemente scolpite. Lo spacco laterale era audace, rivelando la gamba fin quasi all'anca ad ogni passo, mentre la scollatura, profonda ma sofisticata, invitava lo sguardo senza svelare tutto. Non era una volgarità ostentata, ma un'eleganza provocante, fatta di tessuti pregiati e linee impeccabili che urlavano potere e seduzione. Le scarpe con tacchi alti completavano il look, conferendole un portamento sicuro e un'andatura ondeggiante.
Ad attendermi, silenziosa e imponente, c'era un'auto privata, una berlina di lusso scura, il cui autista, con un cenno discreto, mi invitò a salire. L'abitacolo era avvolto in un'atmosfera di esclusività e discrezione. Mentre l'auto scivolava nella notte, diretta verso la villa, il mio cuore batteva all'unisono con l'attesa. Ero Marika, pronta a essere consegnata a Cesare, consapevole che ogni dettaglio del mio aspetto e del mio arrivo era stato studiato per creare l'impatto desiderato: una femmina bellissima, sofisticata, ma soprattutto, completamente a sua disposizione.
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